Doing it For The Kids

I have only one friend

She sings the same song as me

(Arab Strap)

Creation Stories non è un grande film ma racconta una grande storia.
La vicenda dell’etichetta discografica scozzese con base a Londra è in fondo grande quanto una vita intera e capisco perfettamente che l’idea di farne una sceneggiatura e relativo film abbia solleticato l’estro di Irvine Welsh.
La storia della Creation è legata a doppio filo a quella del suo fondatore, Alan McGee, il ragazzino “sfigato” di Glasgow con cui, in qualche modo, ci siamo identificati fin da subito.
Lo abbiamo sempre fatto, in tempi non sospetti, qualche decennio prima che la sua storia diventasse un film. Per noi che non siamo mai stati musicisti ma “addetti ai lavori” la figura di McGee è stata fin da subito il vero riferimento. Del resto come non subire il fascino di uno che nel giro di un mese, tra ottobre e novembre del 1991, ha pubblicato Screamadelica, Loveless e Bandwagonesque. Tre dischi della vita, in un botto, così come se fosse la cosa più normale del mondo.
La storia della Creation è in fondo una storia di riscatto, di successo e successiva caduta. Una storia di grande musica, davvero grande, la più grande di tutte quelle possibili, per qualcuno di noi, certamente per il sottoscritto.
La Creation è stata tante cose: la casa della musica “sbagliata”. Quella che metteva a proprio agio l’adolescente rinchiuso nella propria cameretta. La Creation dei Felt, dei Pastels, dei Weather Prophets, di Biff Bang Pow!. Quei dischi ci facevano sentire meno soli e contribuivano a farci trovare il nostro posto nella mappa dell’universo, nientemeno.
Ma è stata l’etichetta della musica “nuova”, del rumore bianco dei Jesus and Mary Chain, dei Primal Scream che abbracciano Andrew Weatherall, dei My Bloody Valentine che tracciano una strada completamente inesplorata.
La Creation è stata inoltre quell’etichetta che nello stesso anno del debutto degli Oasis pubblicava un disco dei Cramps. Perché, come ha più volte ripetuto lo stesso McGee, si è sempre trattato di una faccenda di musica. L’attitudine che ha messo in mostra uno come lui non l’abbiamo vista mai più. Uno che nelle interviste parlava dei Big Star e di Alex Chilton quando il flusso dell’interesse andava in tutt’altra direzione. E lo faceva così, perché era giusto farlo, senza nessun’ altra motivazione, con l’entusiasmo del fan.
Uno che frequentava l’Hacienda di Manchester e poi, magari, ti teneva un’ora inchiodato con una menata su Gram Parsons.
Tanti di questi dettagli nel film non sono entrati, inevitabilmente. Mi ha però fatto sorridere la scena delle giapponesi che visitano l’ufficio dell’etichetta e trattano McGee come una rockstar. Mi ha fatto ricordare qualche ragazzino bolognese che girava dalle parti di 83 Clerkenwell Road solo per vedere quel posto da lontano. Senza riuscire a dire niente di speciale se non farfugliare due parole di generico ringraziamento ed infilarsi un cd promozionale in tasca. Sarebbe stato sufficiente dire: Your Music Saved my Life ed invece, tra parole non dette e sguardi persi in troppa timidezza, la faccenda si risolse con il consueto nulla di fatto. Poco importa, comunque: tra simili ci si riconosce da lontano. Stessa visione del mondo e stesse Adidas ai piedi, senza bisogno di doverlo esplicitare troppo. Per quello è sufficiente una canzone.

Be a punk, be a poet, be political, be proud…but be a rebel always, because it is always something to rebel for…..(Alan McGee)

Cesare Lorenzi

Le 15 canzoni del catalogo Creation scelte da

Massimiliano Bucchieri, ArturoCompagnoni, Cesare Lorenzi

FELT “Ballad of the Band” 1986

Assieme alla Velocity Girl dei Primal Scream di cui scrive Cesare, questa è la materializzazione stessa della definizione heavenly pop hit, niente più e niente meno. Personaggio gigantesco, band formidabile, canzone magnifica. (A.C.)

MEAT WHIPLASH “Don’t Slip Up” 1985

Siccome citare i Jesus and Mary Chain pareva faccenda troppo ovvia allora si punta su quelli che ne hanno incrociato le sorti, sia pur per la sola durata di una canzone e la storia di un concerto (North London Polytechnic, 15 marzo dell’85). La circostanza che il loro nome sia una citazione dei Fire Engines e che in copertina di questo loro unico singolo ci sia un immagine di Robert Vaughn accresce il mito. (A.C.)

THE LOFT “Up the Hill & Down the Slope” 1985

Peter Astor possiede una penna magica con cui scrive da sempre canzoni sublimi. Dei Loft sono sempre stato indeciso quale preferire tra gli unici due singoli pubblicati nel corso di una carriera durata niente. Prendo il secondo che ricorda una versione sgangherata degli Aztec Camera e questo basta (e avanza). (A.C.)

THE HOUSE OF LOVE “Shine On” 1987
I primi quattro singoli degli House of Love sono materiale da far studiare a scuola, alternativamente in musica, storia dell’arte e, soprattutto, epica. Tra tutti scelgo questo solo perché la prima volta non si scorda mai. (A.C.)

BIFF BANG POW! “Love’s Going Out of Fashion” 1986

Una delle cose che mi è piaciuta di Alan McGee sin dall’inizio è quel suo modo di rendere esplicite le passioni, da autentico nerd della musica. I Creation ad esempio: omaggiati nel nome stesso dell’etichetta e riproposti in quello della band in cui cantava, oltre ad imbracciare la chitarra. Un misto ingenuamente irresistibile di psichedelia 60s, cultura mod e ombre post punk. (A.C.)

BMX BANDITS “Serious Drugs” 1992

La leggenda vuole che ai colloqui d’assunzione del personale McGee chiedesse informazioni sulle bands preferite. Se rispondevi Big Star eri assunto.
Non è quindi un caso che l’influenza di Alex Chilton e compagni si possa più volte ritrovare nel catalogo Creation. Questa degli scozzesi BMX BANDITS è forse la più bigstariana di tutte. Inutile dire che si tratta di una canzone fantastica, da ascoltare subito dopo i Teenage Fanclub per trarne il massimo godimento. (C.L.)

PRIMAL SCREAM “Velocity Girl” 1986

La canzone pop perfetta in 90 secondi. In pratica il manifesto del primo periodo Creation. Vodka e speed, i Velvet e Warhol nel cuore, una Rickenbacker e un chiodo di pelle. La bellezza dell’adolescenza virata in un film francese degli anni sessanta in bianco e nero. (C.L.)

SUPER FURRY ANIMALS “Something 4 the Weekend” 1996

Una ballata che sembra uscire direttamente da Sgt. Peppers. Pura psichedelia beatlesiana. Tipica “drug song” timbrata Creation. (C.L.)

MY BLOODY VALENTINE “Soon” 1990

“The vaguest piece of music ever to get into the charts” secondo Brian Eno. Ed una delle canzoni più lunghe in assoluto, con i suoi oltre sei minuti di durata del mix originale.
Soon sono i my Bloody Valentine al massimo splendore. Un brano talmente poco usuale che suona rivoluzionario ancora oggi. (C.L.)

THE PASTELS “Million Tears” 1984

Il primissimo periodo Creation è una roba di pop sgangherato, di bassa fedeltà, di canzoncine jingle-jangle suonate con foga. Questo singolo degli scozzesi Pastels è l’esemplificazione perfetta del teorema suddetto. Un elementare, quanto indimenticabile,  giro di basso in apertura e poi i soliti tre accordi. Essenzialità pop, manco fosse una canzone della Motown rifatta dai Modern Lovers. (C.L.)

RIDE “Drive Blind Ride” 1989

Il primo EP della formazione di Oxford. Quella cascata di chitarre al calor bianco. Quei cori. Da
pelle d’oca ancora oggi.
Viene tratteggiato un mondo immateriale in cui perdersi.
Per certi versi il gruppo shoegaze con la G maiuscola.
Andy Bell per fare i soldi veri si unì agli Oasis in fase discendente ma i Ride furono (sono)
faccenda di cuore.
Per alcuni anni portavoce di una generazione che voleva rumore e sentimento e che trovò la
casa ideale tra le uscite dell’etichetta. (M.B.)

SWERVEDRIVER “Son of Mustang Ford” 1990

Se la tavolozza dei MBV comprendeva tutti i colori che venivano scagliati nelle orecchie e nel
cuore fino a stordirti il colore predominante qui era, invece, solamente quello del metallo
arrugginito.
Potentissimi, quasi metal, soprattuto agli esordi, ma la melodia sotto alla loro rumorosa
tempesta affiorava gradita e ristoratrice rendendo più appropriata la presenza sotto questa
sigla. (M.B.)

TEENAGE FANCLUB “Star Sign” 1991

La band del cuore di molti. Pop, rumore, friendliness pura e contagiosa. Un mazzo di canzoni
che ancora oggi, al loro apparire, ti fanno venire voglia di abbracciare chi hai accanto.
Un cd single in una bustina di un Hmv di Edinburgo che si materializza in note e suoni nella
Little John’s Farm di Reading nell’estate 92. Un pascolo batttuto da vento e scrosci di acqua
gelida intermittente. Gambe nel fango fino al ginocchio e salti per un ora sotto braccio a degli
sconosciuti maleodoranti rimettendoci una caviglia.
Poche volte sono stato cosi felice. (M.B.)

ADORABLE “Sunshine Smile” 1992

Con un piede nella scena shoegaze e uno che volgeva lo sguardo alle tessiture romantiche di
House Of Love e Echo And The Bunnymen.
Intercettati nel febbraio 91 di supporto ai Curve. L’alterigia, l’eleganza e il carisma di Piotr
Fijalkowski dominava il mare increspato di feedback intorno a lui vincendo gli occhi e i cuori di
molti.
Si persero troppo velocemente ma questo resta uno dei grandi singoli dell’etichetta.
Ancora oggi potente e sexy. (M.B.)

BOO RADLEY “Lazarus ” 1992
Fin dagli esordi del gruppo di Liverpool, sepolto sotto tonnellate di rumore, si percepiva un gusto
per la melodia fuori dal comune, in gran parte dovuto alla penna di Martin Carr.
Veloci passi giganteschi portarono a questo singolo.
Una summa di generi, un caleidoscopio dall’intro venata di dub all’armonia grondante puro
sentimentalismo britannico, alle chitarre assordanti loro marchio di fabbrica.
Un album monumentale, per certi versi inopinatamente sottovalutato.
Giant Steps. Passi che hanno lasciato, anch’essi, orme non indifferenti nella storia dell’etichetta.
Dietro al muro di feedback ancora oggi, tra gli altri, si intravedono le foto di Gary Clail, Kevin
Shields, John Lennon e Ray Davies. (M.B.)

Nobody wants a lonely heart (the cover songs issue)

Mike Watt & The Black Gang “Rebel Girl” (Bikini Kill)

Una canzone così merita qualche accortezza, il momento è delicato e tocca muoversi con circospezione. Non sono più gli anni novanta dove si scriveva sulle riviste musicali di femminismo ribelle coniugato al punk rock con una certa disinvoltura, nonostante il sesso sbagliato per poterne discernere compiutamente, direbbe qualcuno.
I tempi sono cambiati, dicevamo, ma questa canzone nel frattempo si è trasformata in un inno. Anzi, trova forse adesso, anno 2021, ancor più una sua collocazione legata alla drammatica cronaca con cui siamo costretti a confrontarci tutti i giorni. E per questo diventa ancor più necessaria, indispensabile, importante.
Possiamo immaginarla come la “Blowin’ in the Wind” degli anni novanta che, ancora oggi, a distanza di quasi 30 anni dall’uscita originale non ha perso un solo grammo della sua forza. Come se ad intervalli regolari acquistasse sempre più vigore e trovasse in un modo o nell’altro la maniera di segnare generazioni differenti. Guardatevi Moxie (Netflix) un piccolo, adorabile film, che contribuisce a fare di Rebel Girl una delle canzoni indispensabili anche di questo 2021.
In questa versione “sbagliata”, quel vecchio adorabile caprone punk di Mike Watt (con Nels Cline di Wilco alla chitarra) ce ne regala un’interpretazione grezza, scomposta, feroce. Come è giusto che sia.
Singolo digitale che fa parte della “30th Anniversary Series” della Kill Rock Stars che andrà avanti per tutto il 2021, già pubblicato in vinile, sempre dalla KRS, nel 1997.

Mikaela Davis & Mary Lou Lord “Some Song” (Elliott Smith)

Sempre per la stessa iniziativa, la Kill Rock Star ci regala una cover davvero riuscita.
In questo caso, Mary Lou Lord e Mikaela Davis, riprendono una delle canzoni meno conosciute del catalogo di Elliott Smith, uscita originariamente solo come retro di un singolo.
Canzone tragica che tratta di abusi familiari e tossicodipendenza. Sul tubo (https://youtu.be/ePD5bM4Gtbc) si trova una versione acustica dal vivo. Si sente la gente ridere e scherzare prima che Elliott cominci a suonare ma il gelo e il silenzio scendono dopo pochi secondi di interpretazione.
Ci si riesce ad immaginare il pubblico intento a guardarsi la punta delle scarpe, l’imbarazzo e la commozione che arriva in faccia senza preavviso e non ti rimane altro che ricacciare le lacrime in gola.
Amarezza, gratitudine e non so cos’altro.
Manca, Elliott Smith. Manca talmente tanto che è pure difficile scriverne.

Viagra Boys “In Spite Of Ourselves” (John Prine)

Le cover hanno da sempre tracciato confini, contraddistinto ambiti di appartenenza. Scegliere di interpretare una canzone di un altro artista è fondamentalmente un atto politico. Un modo per dire a chiare lettere in che porzione di mondo si desidera essere posizionati.
Su John Prine non ho nessun dubbio. Uno dei grandi della canzone americana. Il suo catalogo sterminato ho iniziato a frequentarlo grazie ad un’altra cover: la “Sam Stone” di Evan Dando che mi aprì un mondo, all’epoca. Allo stesso modo la scelta dei Viagra Boys mi ha fatto decidere definitivamente di farmeli piacere. La scelta e l’interpretazione di questa canzone mi fanno vedere ed apprezzare la band svedese sotto altri occhi. Come se fossero dei nostri, come se scegliere certe canzoni li facesse diventare qualcuno di famiglia. Non è così, del resto?

Bill Callahan & Bonnie Prince Billy “Miracles (feat. Ty Segall)” (Johnnie Lee Frierson)

A proposito di cover impossibile non citare e sottolineare quello che stanno combinando Bill Callahan e Will Oldham. Con frequenza settimanale si sono messi a setacciare canzoni poco conosciute (soprattutto) e a trasformarle in piccoli gioielli. Questa, di tale Johnnie Lee Frierson, cantante soul senza troppa gloria scomparso nel 2010, uscì per esempio in una cassetta autoprodotta negli anni novanta senza lasciare traccia.
Ne viene fuori un soul sui generis punteggiato dalla chitarra di Ty Segall assolutamente irresistibile. Va detto che se un giorno la Drag City dovesse decidere di raccogliere questa fantastica collezione di cover in un unico disco ci regalerebbe uno di quei lavori che rimarrebbe negli annali, potete starne certi.

Muzz “Nobody Wants a Lonely Heart” (Arthur Russell)

Da sottolineare, anche se in circolazione già da qualche mese, l’EP di 4 cover dei Muzz, il “supergruppo” messo in piedi da Paul Banks di Interpol.
Si va da Bob Dylan ai Mazzy Star ma il brano che emerge è questa cover di “Nobody Wants a Lonely Heart” ballata strappamutande di Arthur Russell. Lui è uno dei nostri preferiti in assoluto, uno di quelli da isola deserta, per intendersi. Difficile sbagliare in un caso così. I Muzz fanno il compitino ma ne esce ugualmente un momento prezioso.
Tutto quello che contribuisce a ricordare la figura di Arthur Russell è meritevole di menzione, del resto. E non è mai troppo tardi per riscoprirlo, per ascoltarlo di nuovo, per onorarlo ancora una volta.

Cesare Lorenzi

Le Traduzioni

Quanto conta il titolo di un’opera? Cosa vuol dire tradurre? Immaginate capolavori come La Haine, The Goodfellas, The Wild One se fossero diventati, nella traduzione italiana, Periferia, I Picciotti e L’Incivile anziché, per il buon senso di qualcuno – sono i distributori che piazzano i nomi tradotti nel loro mercato di pertinenza? Qui ci vorrebbe l’esperto Max Sterpi – che ha deciso di tradurre letteralmente: L’Odio, Quei bravi ragazzi e Il Selvaggio. In questi giorni sto lavorando a un romanzo e cercavo degli spunti riguardando alcuni film per me importanti e mi sono reso conto di averne due di cui detesto il titolo italiano: Eternal Sunshine of the Spotless Mind, diventato l’innominabile Se mi lasci ti cancello e My Own Private Idaho, barbaramente trasformato in Belli e dannati
Quest’ultimo, di Gus Van Sant del 1991, ha segnato gran parte, me ne sono reso conto solo l’altra sera mentre lo riguardavo, della mia estetica e del mio immaginario fotografico, quel portfolio da cui pesco nello scrivere. Non ricordo con chi e perché lo guardai, forse per River Phoenix la cui bellezza abbagliante mi ha sempre turbato, forse perché di Van Sant avevo letto in qualche rivista musicale nei primi Novanta, ma fu un’illuminazione: la scena della casa di legno che cade dall’alto sulla strada deserta mi ha smosso qualcosa dentro, l’idea di catturare concetti con l’immagine, il sogno di dire una cosa attraverso una fotografia. Fu l’epifania del mio immaginario. Scoprire poi, dieci anni dopo, che quel film trasponeva, traduceva, la storia dell’Enrico IV di Shakespeare, letto per un esame all’Università, fu come chiudere un cerchio: incontravo di nuovo, alla fine degli studi, un film che mi aveva così colpito da rimanermi impresso nella memoria. 


Non sono un gran appassionato di cinema, o, meglio, amo il cinema ma, non so perché, non lo seguo. I film mi capitano, mentre la musica e la letteratura le ho sempre cercate, studiate. Non chiedetemi perché, ma è così. Poi, quando mi portano al cinema e vedo la meraviglia della sala silenziosa – ecco, mai nei multisala col tizio di fianco che mangia i popcorn e quello dietro che risponde al telefono – e il volume alto riempie l’aria, ecco che mi commuovo di fronte alla bellezza di certe pellicole, ma, d’istinto, fra un concerto, un libro e un film, quest’ultimo rimane in fondo alla classifica. Di certo una mia mancanza, cui spero di poter rimediare quando – quando? – potremo tornare nelle sale.

Ma, torniamo a noi. Perché la polemica con le traduzioni dei titoli? Con My Own Private Idaho la risposta viene dall’importanza che questo ha per la pellicola: ne è la spiegazione, il riassunto, il senso dell’intimità e del dolore di Mike, della ricerca disperata di sua madre, unico nido privato, “suo” e felice in una vita di pioggia e droga fra Seattle e amici disperati o traditori. Belli e dannati non ha nulla a che fare con questa storia: è la semplificazione e banalizzazione della vita dei due protagonisti che sono sì belli e pure dannati, ma il senso del film non sta in questo, sta nella strada, nel Idaho privato, l’angolo felice “tutto suo” di Mike, reale o immaginario che sia. La traduzione trae in inganno: sminuisce il senso del film, lo riduce. Belli e dannati è, tutt’al più, la traduzione del titolo di un romanzo del ’22 di Francis Scott Fitzgerald, in originale The Beautiful and Damned, e proprio questo mi sarei aspettato dal film di Gus Van Sant. La traduzione mi avrebbe trasportato nella direzione sbagliata. Solo il caso e la mia ignoranza fecero sì che io guardassi il film senza nessuna pretesa e preconcetto e che, quindi, avessi la mente e il cuore libero per innamorarmene.


E cosa dire del vero e proprio crimine commesso con Eternal Sunshine of the Spotless Mind? Il titolo italiano che richiamava quelli di commediole contemporanee, americanate da guardare in una sera da zero pensieri e cervello su off, probabilmente ha fatto guadagnare qualcosa in più al botteghino, ma vogliamo parlare dei danni? Chi pensava di andare al cinema a vedere un nuovo Se scappi ti sposo, a metà film avrà voluto suicidarsi e chi, come me, avrebbe potuto amarlo, si guardò bene dall’andare al cinema. Mea culpa: non conoscevo Gondry. Chiedo perdono, il cinema, come ho già detto, non era un’arte che studiavo. Quindi, non sapevo fosse il regista di splendidi videoclip, il visionario che certamente non avrebbe girato un film alla Hugh Grant, di cui per altro confesso di aver visto e con gran piacere molti film. Quindi, quel titolo e Jim Carrey, che per me era quello di Scemo e più scemo e The Mask e che non sapevo fosse un grande davvero, in locandina. Risultato? Passato nel dimenticatoio e non l’ho visto per un decennio. Finché, una sera, qualcuno da qualche parte mi fa: «è come in Eternal Sunshine of the Spotless Mind» e io resto fulminato da quel titolo e dico: «cheeee?» e questo qualcuno mi dice: «sì dai, Se mi lasci ti cancello» e così vidi uno dei film più dolci e struggenti della mia vita.

Mea culpa, ripeto: potevo cercarmi il titolo originale, potevo conoscere Gondry e potevo non avere pregiudizi su Jim Carrey. Tutto vero. Ma i titoli esistono per una ragione: accendere la luce su quello che vuoi illuminare della tua opera, invitare chi potrà essere interessato. Non si giudicano i libri dalla copertina e non si dovrebbe farlo dal titolo, ma, secondo voi il titolo non influenza? Se Abel Ferrara non avesse chiamato Bad Lieutenant così, avrebbe lasciato lo stesso segno? Se Kassovitz avesse chiamato La Haine con un altro nome, chessò, Banlieue, avrebbe reso lo stesso? Eppure, sarebbe stato pertinente.


Non basta la pertinenza: il titolo deve dare una categoria mentale, un tocco di pennello, deve colpire, deve trasmettere un immaginario, invitare una scrematura di pubblico. Trasformare Eternal Sunshine of the Spotless Mind – sentite anche la musicalità, la bellezza della forma delle parole – in quel titoletto per commediole da divano e calzettoni di lana? Dovrebbe essere dichiarato reato. Tradurre significa volgere in un’altra lingua e, per estensione, ripetere, spiegare. Ma, anche e soprattutto, trasportare: se tradurre è trasportare nel senso di trasferire un pensiero in un’altra lingua o forma, è fondamentale che sia rispettata l’idea originaria di questo pensiero. Perché le edizioni serie di poesia mantengono il testo a fronte? Perché nella brevità, nella necessaria densità concettuale delle parole, in un titolo come in un verso, si esprime molto più che nella prosa e la sola traduzione può portarci lontano dalla strada su cui dovevamo stare.


Ma, perché un’invettiva contro le errate traduzioni, ispirata dalla mia esperienza con i film, ma avrei potuto parlare allo stesso modi di narrativa, poesia e testi filosofici? Tradurre significa trasmettere, trasferire. Mai come in questo tempo sospeso mi chiedo come ci stiamo traducendo, verso cosa stiamo andando; in che modo e in che mondo ci stiamo trasferendo e le risposte che vedo dipanarsi di fronte alla mia domanda, piuttosto angosciata dopo un anno infernale, mi spaventano: se sbagliamo a tradurre quello che siamo, se facendo passi in una direzione che vediamo obbligata –  è tristemente tornato di moda il TINA “There Is No Alternative” di Thatcheriana memoria, il pensiero unico e indiscutibile –  ci perderemo nel bosco buio e presto non ci ricorderemo da dove eravamo partiti. Se acceteremo tutte le imposizioni, le categorie indiscutibili in cui siamo immersi come pulcini terrorizzati, pronti ad abbracciare qualunque dispotismo purché ci liberi dal male amen; se continueremo quest’opera di traduzione errata delle nostre vite, ci troveremo fra pochissimo a essere, non solo sembrare, qualcosa di completamente diverso da ciò che eravamo, da ciò che magari vorremmo rimanere.

Il passaggio da viventi a sopravviventi può essere un terribile errore di traduzione che determinerà la narrazione successiva. Potrebbe far sì che ci si ritrovi ad allontanare le persone che un tempo avremmo avvicinato, perché portiamo nell’anima un errore di traduzione di cui non riusciamo più a liberarci; potrebbe far sì che noi stessi, davanti a uno specchio, ci troveremo a domandare a uno sconosciuto un perplesso e preoccupato “e tu chi sei?”, incontrando nel riflesso il frutto di una storia che non avevamo scritto noi, che non volevamo e che abbiamo accettato, abbiamo lasciato essere: abbiamo tradotto male dall’originale dando il via a una serie infinita e interconnessa di ricadute.

Magari bastava restare fedeli. Fedeli al proprio titolo, alla propria rappresentazione di sé, ai propri desideri solo messi in pausa e non soffocati, ai propri sogni che non possono essere uccisi da un virus e neanche, spero, dalla risposta che la società a questo virus ha dato, facendo forse danni più terribili e duraturi della malattia. Magari bastava stare attenti e rispettarsi così tanto da non permettere che di noi venisse fatto un errore di traduzione, uno scempio come trasformare Eternal Sunshine of the Spotless Mind in Se mi lasci ti cancello.

Fabio Rodda