Forward into the past

Mi chiedo se non sarebbe meglio, per capire qualcosa di più sul mondo, stilare attorno ai vent’anni una lista di opere, luoghi e personaggi cui dedicarsi ciclicamente, senza disperdersi nella quantità, che è un’illusione di completezza e di vita eterna. Ammettere con franchezza che la maggior parte dei tentativi artistici falliscono o finiscono per essere ben assorbiti in altri, meglio congegnati e frutto di un talento vero, o del genio. Perché non dovremmo farceli bastare?

Yuri Selvetella “Le Regole degli amanti”

COLD CAVE – NIGHT LIGHT

Dei Cold Cave apprezzo quasi tutto. E quasi tutto ciò che apprezzo dei Cold Cave rimanda chiaramente a una qualunque cosa i New Order abbiano piazzato da qualche parte tra Power, Corruption & Lies e Low-Life. Questa canzone finirà dentro Fate in Seven Lessons, prossimo album di Wesley Eisold in uscita l’11 di giugno. Quando dopo 40 secondi di morbida slow motion il sole sbatte sul mare indeciso tra il definirsi alba o tramonto la I’m doing this all wrong appena sussurrata da Eisold assume un significato tutto suo, che sento molto mio. Non vedo l’ora riaprano i club anche solo per aver la possibilità di far partire questa canzone dalla consolle e far ballare i soliti quattro amici: the past is dead, the future’s here.

POND – PINK LUNETTES

I Pond non li ho mai inquadrati del tutto. Sin dal nome che si sono scelti, un nome che in principio mi portò a credere si trattasse dell’ennesima reunion fuori tempo massimo, essendo Pond l’appellativo di una band di Portland che attraversò gli anni 90 con alterni risultati. Loro invece sono australiani, e siccome agli australiani concedo sempre e comunque il beneficio del dubbio, nel dubbio li seguo ancora. Ne ho ben donde stante il fatto che in questi giorni, senza alcun apparente senso logico rispetto a tutto ciò che avevano prodotto sinora, tirano fuori una canzone che sembra una cover dei Suicide, o meglio dell’Alan Vega solista. Circostanza che, per come la vedo io, fa scalare loro di botto diverse posizioni nel ranking dei miei ascolti preferiti della settimana.

DINOSAUR JR. – I RAN AWAY

Doveva essere l’inverno dell’81 quando sprofondati nelle poltrone vintage del cinema Alfa in via Carbonesi, tra un Jonas che avrà 20 anni nel 2000 e un Harold e Maude, io e Massi ci imbattemmo nella proiezione di Rust Never Sleeps. Quel giorno rimasi folgorato, scoprendo che c’era qualcos’altro, più antico e più classico del punk, che valesse la pena essere ascoltato. Prima del canadese tra le altre venne la rivelazione dei Cure, con quella canzone uscita un paio di anni prima, forse tre: I try to laugh about it hiding the tears in my eyes. Una decade scarsa dopo la visione di quel film non mi parve vero imbattermi in un tizio in grado di sommare quelle due ataviche passioni: Robert Smith e Neil Young. Da allora sono passati oltre trent’anni e quel capellone di J Mascis è ancora capace di fregarmi coi suoi dischi e le sue canzoni, rimanendo uno dei pochi cui permetta di farmi ascoltare un assolo di chitarra senza annoiarmi (qui ne parte uno da 25 secondi netti al minuto 2 punto 24).

A CERTAIN RATIO – ALWAYS IN LOVE

L’idea che uscisse un nuovo album degli A Certain Ratio lo scorso settembre, una dozzina di anni dopo il precedente di cui non serbavo un ricordo particolarmente positivo, non stimolava in me il benché minimo interesse. E invece in ACR Loco sono entrato subito, ascoltandolo in cuffia un sabato di inizio autunno a spasso per le strade del centro. Sono andato a ripescare il messaggio che quella mattina ho inviato nella chat condivisa con Cesare e Massi: “Per quelli cui piacciono certi suoni, e io sono senz’altro uno di quelli, il nuovo album degli A Certain Ratio è sorprendentemente buono, ascoltatelo”. Lì per lì i miei due soci mi percularono, salvo poi venire dalla mia qualche settimana dopo. Perché questo è un disco che funziona tutto e ha dentro canzoni che ti fanno venire voglia di innamorarti abbastanza di qualcuno affinché un domani a quel qualcuno si possa cantare una strofa di questa canzone qua.

THE NIGHTINGALES – THE CRUNCH

Un cantante, Robert Lloyd, due band: Prefects prima, nella line up del leggendario White Riot tour dei Clash , Nightingales poi (questi ultimi ancora in pista). Nell’epica del post punk inglese la parabola dell’uomo non è stata sufficientemente celebrata. Il momento è ora: esce King Rocker, film documentario sulla figura di Robert Llloyd, mentre la benemerita Call of the Void affida a un’altra leggenda, Stuart Moxham dei Young Marble Giants, il compito di rimasterizzare le tracce di Pigs on Purpose, primo disco dei Nightingales. Un album datato 1982 che riascoltato ora non perde un grammo del suo peso specifico: una pietra d’angolo al pari del coevo Hex Enduction Hour dei Fall e di Entertainment! apripista messo fuori dai Gang of Four qualche tempo prima.

Arturo Compagnoni

Assestamenti

Una manciata di canzoni di quest’ ultimo periodo. Non necessariamente le più belle.
Magari quelle che ci hanno fatto venire in mente altre cose, punteggiando queste nostre giornate “diverse”.
Aiutandoci ad assestarci, ad accendere la nostra sensibilità e spaziare. Ora che non si può spaziare diversamente che con la fantasia.
Parlandoci in un orecchio.
Quello che certa musica, da sempre, ha saputo fare con le nostre vite.

SHAME – BORN IN LUTON

C’è una scultura posizionata in una delle rotonde che danno accesso al capoluogo emiliano per chi arriva dalla pianura padana.
Una scultura, dalle misure spropositate, di un uomo filiforme che regge sulle proprie spalle un camion.
E’ come se questo camion gli fosse capitato sulla schiena per caso, improvvisamente, e lui cercasse un assestamento nel silenzio della periferia industriale.
Talmente insensata che ogni volta che ne incrocio le fattezze resto letteralmente vinto da tanta assurda incongruità e non riesco a staccare gli occhi finchè non scompare dal mio orizzonte.
Carichi immani improvvisamente piombati sulle nostre spalle.
Le strutture degli shame a volte mi fanno lo stesso effettto
Non si capisce come facciano a “restare su”.
Incongrue, asimettriche, architettonicamente impossibiltate a reggere il peso della composizione.
Deragliano e tornano su binari sempre diversi.
Non possono che crollare.
Ma non crollano.
E continuo a non staccare occhi e orecchie, affascinato.
Tutto sommato in questo perido molti di noi si sentono canzoni degli Shame.
O omini con camion sulle spalle

ARAB STRAP – HERE COME COMUS

Svegliarsi alle 3 ogni notte. Tutte le notti.
Dopo un po’ ci fai l’abitudine.
Le prime volte maledivi la constatata impossibilità a riaddormentarti.
Ma dopo un po’ ti arrendi.
E passi in rassegna i tuoi fantasmi.
Quelli passati, quelli presenti e quelli futuri.
Sempre con questa sensazione di non aver capito qualcosa, di esserti perso qualcosa che avresti dovuto capire anche se i segnali erano tutti lì.
I don’t give a fuck about the past our glory days gone by
La voce di Aidan Moffat che fa piovere pietre sopra quei beat irreali è la colonna sonora perfetta per queste lunghe notti.
I nostri maestri del disincanto preferiti.
Dopo 16 anni ci ritroviamo.
Ed è un lungo e consolatorio abbraccio.

BILLY NOMATES – EMERGENCY TELEPHONE

Tor Maries, la ragazza in prima fila da sola al concerto degli Sleaford Mods di Southampton.
Lasciata dal fidanzato, senza una sterlina in tasca, additata con un beffardo “Hey, it’s Billy No-mates!” .
Ma Tor ha uno sguardo impertinente, una grinta rara e una manciata di grandi canzoni.
Raccoglie l’assist e assume le sembianze di Billy Nomates, tutto attaccato.
Con l’aiuto di Jason Williamson dei nostri Mods preferiti, di Geoff Barrow e della sua etichetta confeziona un album e un nuovo Ep uscito in questi giorni.
Dischi che li senti muovere nello scaffale da quanta energia compressa racchiudono (recuperare No o Hippy Elite in video per rendersene conto).
Gli aggettivi si sprecano ..Introspective mainstream..no girl in a yes man world..postpunk snarler..
La realtà la restituisce il video di questa canzone permeata da una malinconia rabbiosa.
Una fiera in gabbia, un pugile in attesa di sferrare la sua serie micidiale.
Un volto credibile di quella isola isolata. Che ci manca terribilmente.

VIAGRA BOYS – TOAD

Hai Toad in repeat nelle orecchie e l’aspirapolvere nelle tue mani diventa una chitarra con la quale inanelli riff assassini incurante ed isolato dal mondo esterno.
Ti senti una specie di Ian Svenonius, figo ed invincibile.
L’aspirapolvere smette di funzionare.
Lo smonti pezzo a pezzo e lo rimonti pezzo a pezzo con maestria battendo il tempo con il cacciavite.
Riparte Toad.
Non c’è niente che ti può fermare.
L’aspirapolvere non parte più.
Ti dicono che il cane protesta abbaiando da un quarto d’ora perche l’hai chiuso inavvertitamente in una stanza.
Che con il sacco della polvere forato hai sporcato piu di quanto hai pulito
Riparte Toad.
Ti siedi e ti versi da bere, perplesso.

MAXIMO PARK – VERSIONS OF YOU

Forse non fa figo parlare dei Maximo Park e tutto sommato non interessa neanche perorarne l’eventuale rilevanza.
Una carriera robusta spesso in bilico sull’orlo dell’anonimato ma con alcune belle canzoni che si sono ricavate un angolino nella nostra memoria.
Ma una canzone come questa, che spinge sul pedale della retorica emozionale come solo certo pop indie britannico ha sempre saputo fare, proprio ora che siamo costretti a venire a patti con una unica versione di noi stessi, fa sognare di allargare le braccia sotto un cielo corrucciato e assaporare le prime gocce di pioggia che ci piovono sul viso.
Mentre tutti attorno a noi fanno lo stesso.

MASSIMILIANO BUCCHIERI