SG ON THE RADIO – Fiver 26/04/2022

Appunti, mixer, microfoni, bicchieri, bottiglie e chiacchiere (a volte un po sconnesse).

Compagnoni e Bucchieri pescano, a loro sindacabile giudizio, le cose più interessanti dell’ultimo periodo prima che Lorenzi intervenga col suo segmento diffondendo nell’etere ben visibili, lampeggianti e fiammeggianti, le parole BIG e STAR.

E’ solo un altra puntata di SG on the Radio su Radio Città Fujiko.

Facciamo un po’ d’ordine con qualche parola scritta.

Come sempre la cosa migliore dopo aver letto è aprire Mixcloud.com, cercare sniffinglucose e trovare tutte le puntate caricate diligentemente ogni sabato mattina.

Dalla playlist di Sniffin’Glucose On The Radio del 22 aprile 2022.



CROWS – Meanwhile (min. 32:11)

Il quartetto londinese capitanato da James Cox diffonde elettricità con un post-punk oscuro e viscerale che è stato indurito da anni di spettacoli dal vivo notoriamente turbolenti.

Una sicurezza ed  un’arroganza invidiabili.

Il suono imploso di Meanwhile trova sfogo sul finale approdando in un club di motociclisti di nero vestiti.

In parti uguali feroce ed edonistico “Beware Believers” merita ascolti approfonditi.


RED PINKS AND PURPLES – Life In The Void (min. 1:13)

Due mesi dopo l’uscita dell’ottimo Summer at Land’s End Glenn Donaldson, in evidente stato di grazia, irrobustisce le traiettorie twee su cui si muove l’album e scaglia questo dardo infuocato. Rumoroso e delicato al tempo stesso. Irresistibile.


BILLY NOMATES – Blue Bones (min. 20:47)

Una fiera in gabbia, un pugile in attesa di sferrare la sua serie micidiale.

Siamo tifosi di Tor Maries da queste parti.

La ragazza in prima fila, da sola, al concerto degli Sleaford Mods di Southampton.

Lasciata dal fidanzato, senza una sterlina in tasca, additata con un beffardo “Hey, it’s Billy No-mates!”

Un album e un Ep all’attivo. Eccellenti entrambi.

Dischi che li senti muovere nello scaffale da quanta energia compressa racchiudono.

Una grinta rara e una manciata di grandi canzoni.

Come questa che anticipa il nuovo album.


BODY-TYPE – Buoyancy (min. 37:37)

Sniffin’Glucose ultimamente è andata un po in fissa con l’Australia.

Non fanno eccezione Body-Type

“Buoyancy” è iniziato come un giocoso scambio di messaggi di testo tra  la bassista/cantante Georgia Wilkinson Derums e la sua compagna di band, la chitarrista/cantante Annabel Blackman.

La canzone parla di incoerenze interne e ambiguità morali in uno stile incoerente.

Un’andatura lenta da Big Star viene resa più spigolosa da una chitarra che inietta distorsione in dosi non modiche.

Album in uscita il 20/5.


FANCLUBWALLET – Trying To Be Nice (min. 14:29)

Il prossimo mese la canadese Hannah Judge, aka fanclubwallet, realizzerà il suo album di debutto You Have Got To Be Kidding Me.

Il synth e la melodia appiccicosa, ma non banale, riportano alla mente i primi anni 90 e i 7 pollici di cui si faceva incetta con 2 pounds al Notting Hill Music Echange e che, a dire il vero spesso sono andato a rispolverare raramente.

Ma un paio di sterline su di loro ce le metto volentieri.


Prima che finisca la scorta di alcolici l’appuntamento è per venerdì prossimo dalle ore 20 sempre sulle frequenze di Radio Città Fujiko.

REDAZIONE DI SNIFFIN’GLUCOSE

REDS, PINKS AND PURPLES – LIFE IN THE VOID
BUILT TO SPILL – GONNA LOSE
CHRONOPHAGE – BLACK CLOUDS
FANCLUBWALLET – TRYING TO BE NICE
BILLY NOMATES – BLUE BONES
BRUCE LEE BAND – I HATE THIS!
INTERRUPTERS – IN THE MIRROR
CROWS – MEANWHILE
BODY TYPE – BUOYANCY / BMX BANDITS – TUGBOAT (WITH ANGEL CORPUS CHRISTI) (Galaxie 500 cover)
THE REPLACEMENTS – ALEX CHILTON
GUIDED BY VOICES – ALEX BELL
CHRIS BELL – SPEED OF SOUND


Il 30 marzo del 2015 pubblicammo un pezzo intitolato Your Eyes Couldn’t Hide Anything. Lo riproponiamo qui sotto. Il nostro amore per i Big Star viene da lontano, insomma.

Thirteen è il titolo di una canzone dei Big Star. Ogni volta che l’ascolto mi fermo. Non importa cosa stia facendo in quel momento. Mi fermo e penso: aspetta…ma quello sono io.
Nel senso che quella canzone parla di me. Non letteralmente, è chiaro. Ma arriva a muovere le corde più profonde, come se toccasse un nervo scoperto. Mi parla, appunto. Mi ci riconosco nonostante o forse grazie alla sua elementare semplicità. Una tempesta emozionale che non riesco a tenere sotto controllo.
Ci sono 5-6 canzoni in tutto che mi fanno quest’ effetto. Non di più.
Thirteen è una canzone semplice semplice, alla fin fine. Pochi accordi di chitarra che rincorrono una melodia che si fa memorabile e la voce di Alex Chilton che si staglia cristallina, il tono inquieto che la rende indimenticabile e quelle melodie vocali che ad un certo punto irrompono e rendono omaggio ai Beach Boys.
Di Thirteen si è scritto che è la canzone definitiva sull’adolescenza e sui primi turbamenti legati all’amore. Ma non è un romanzo rosa, tutt’altro. Quel tono malinconico sottolinea la difficoltà dei rapporti e l’accettazione che langue.
Più che una canzone l’ archetipo dell’idea romantica dell’amore come rifugio coniugato in note musicali. Parole che possono uscire solamente dalla penna di uno che sbatte la faccia contro il muro, in maniera quasi consapevole. Roba per gente che sogna ad occhi aperti.

Alla fine, in questi casi, vince la vita. Nessuno lo sapeva meglio di Alex Chilton.

Won’t you let me walk you home from school
Won’t you let me meet you at the pool
Maybe Friday I can
Get tickets for the dance
And I’ll take you

L’entusiasmo di un appuntamento. Uscire insieme per la prima volta. Quella roba che prende lo stomaco e ti fa camminare a 20 centimetri da terra.

Won’t you tell your dad, get off my back
Tell him what we said ‘bout ‘Paint It Black’
Rock ‘n Roll is here to stay
Come inside where it’s okay
And I’ll shake you

Il distacco e il rifiuto dell’autorità, fosse anche quella domestica. Voler camminare sulle proprie gambe. La ricerca d’identità. Il rock’n roll come salvezza e come rifugio (ancora una volta). L’orgoglio dell’appartenenza. Te lo ripeto di nuovo: tra le mie braccia va tutto bene. Non importa cosa ci attende lì fuori. Nubi scure all’orizzonte. Colonna sonora i Rolling Stones più cupi di sempre.

Won’t you tell me what you’re thinking of
Would you be an outlaw for my love
If it’s so, well, let me know
If it’s no, well, I can go
I won’t make you

Insieme, oltre i limiti. Sei pronta? Fammi sapere….ma ormai il dubbio ha minato quello che potevamo essere insieme. Non si capisce se potrà funzionare ma il finale lascia poche speranze. Si può sempre scappare via ma la realtà è che non esiste un posto dove davvero poter andare.

Thirteen con i suoi pochi accordi, la breve durata e una struttura davvero basilare è una canzone perfetta da riprendere. Decine sono le versioni che nel corso degli anni ci sono finite tra le mani, difatti.
Una delle mie preferite è quella che ne diede Elliott Smith. Solo lui poteva spostare la barra in direzione di una malinconia cupa. Quella che è sostanzialmente una canzone pop nelle sue mani si trasforma in una ballata tenebrosa. Fantastica, va da sé. Elliott Smith ribadì più volte l’influenza di Alex Chilton e compagni. Thirteen non è stata l’unica canzone dei Big Star che ha ripreso, si ricorda in particolare una versione da brividi di Nighttime.

Dovrei odiarla, Courtney Love. Già solo per leggere il testo, all’inizio del video. Thirteen si sa a memoria, per la miseria. Finita la prima strofa, butta via i fogli, per fortuna. Canta, stona, annaspa ma quando arriva al verso….Rock’n Roll is here to stay…..beh, sembra essere l’unica persona sulla faccia della terra a cui quelle parole escono dalla bocca e non sembrano una forzatura.

Scolastica la versione del cantante dei Lemonheads. Come la maggior parte delle cover di Evan Dando, che ha un repertorio sconfinato in tal senso e che proprio ad una cover (Mrs. Robinson) deve la maggior parte delle sue fortune. Chitarra`acustica e voce funzionano però alla grande in questo caso e mettono in risalto una melodia che una volta entrata in testa è praticamente impossibile da dimenticare. Vedere Evan Dando uscire dalle scale del Covo, poche settimane fa, chitarra in spalla, stretto in una giacca consunta mi ha proprio fatto pensare a quanto si rincorrano nel corso degli anni queste figure tragiche, malinconiche ma allo stesso tempo dignitose, che non tracciano distinguo tra la loro vita e l’essere artisti tout court.
La sera dopo il concerto Ferruccio Quercetti, uno dei pochi con cui passerei le nottate a parlare di musica, scriveva sul suo profilo facebook a proposito del concerto di Evan Dando: La cosa che mi piace di più è che con lui non hai la sensazione di piattume e di poco spessore che spesso percepisci con tanto “indie folk/country/americana”. Cioè l’esperienza e il vissuto personale per interpretare queste cose lui ce l’ha sul serio, a differenza di tanti “damerini” indie che si improvvisano country troubadours. Del resto lui interpretava Gram Parsons all’inizio dei ’90 prima di quasi tutti in ambito alt rock. Anche la sua storia sembra quellla di un film di Kris Kristofferson: ex star, heart throb, passato attraverso la decadenza più totale e ora è praticamente un hobo che gira con la chitarra e vive solo per la musica. Classic stuff. Potrebbe diventare un Waylon Jennings della nostra generazione, se non si perde di nuovo ovviamente.
La stessa risma di Alex Chilton, evidentemente.

Wilco e compagni non potevano davvero esimersi dal pagare il tributo. Non tanto a questa canzone in particolare ma a quello che una band come i Big Star ha rappresentato. Da un certo punto di vista ne hanno raccolto l’eredità. Wilco come i Big Star sono un gruppo pop ma non così pop. Stanno a metà strada tra la tradizione dura e pura del primo rock’n roll ma allo stesso tempo sanno come muoversi in avanti. Sarei stato curioso se avessero preso in mano un pezzo come “Kangaroo”, per esempio

“Thirteen” è anche il titolo di un album dei Teenage Fanclub. Un omaggio neppure tanto velato al genio di Alex Chilton. Ho provato a cercare “Thirteen”, la canzone dei Big Star, in una versione degli scozzesi ma non ho avuto successo. Mi sono imbattuto in qualche spezzone dei Teenage Fanclub sul palco con64f231d2a39eea0be07709b7c78831e0b255cf4a_l ospite Alex Chilton, però. Una di quelle serate, ne sono certo, che avranno concluso dicendosi tra loro che adesso potrebbero pure smettere, tanto meglio di quello non potrà capitargli. Dei Big Star ho sentito parlare la prima volta proprio grazie a loro, il quartetto di Glasgow. Gli omaggi, i riferimenti, il pagare dazio crea un’enorme circuito di idee ed ispirazione che ciclicamente riporta a galla, con un nuovo vestitino per l’occasione, i fantasmi del passato.
Nel 1991 “Thirteen” era diventata maggiorenne da poco. Uscì nel 1972, difatti.
I Nirvana erano il mio gruppo preferito.
I Teenage Fanclub venivano subito dopo.
Non sono in grado di spiegarvi compiutamente per quale motivo ma mi sembra che tutto questo sia collegato in qualche modo.
Come se un cerchio si fosse chiuso. e tutto abbia un senso.

CESARE LORENZI

SG ON THE RADIO – Fiver 19/4/2022

Mick Trouble

Una calda serata pre-pasquale nella quale abbiamo tracciato una linea che ha congiunto la Liverpool dei Seatbelts con la New York dei Suicide passando per l’ Australia dei Pinch Points e la Bologna di Ferro Solo. Rotte felicemente e apparentemente illogiche, da peggiori tour operator del mondo, with a little help from our friends Manuel Graziani, Diego Ballani e Ferruccio Quercetti.

Come sempre la cosa migliore dopo aver letto è aprire Mixcloud.com, cercare sniffinglucose e trovare tutte le puntate caricate diligentemente ogni sabato mattina.


MICK TROUBLE – DO NOTHING ‘TILL YOU HEAR FROM ME (min. 19:28)

Mick Trouble e la sua capacità di confezionare irresistibili quadretti di Vintage British Underground Pop scompagina il nostro calendario inchiodandone le pagine ai primi anni 80 e nonostante ciò suona incredibilmente attuale. Una passione insana per i Television Personalities ed il catalogo della Flying Nun che gira incessantemente sul suo stereo. Un’identità accompagnata da un pizzico di mistero (Jed Smith dei My Teenage Stride e dei Jeanines le generalità su cui alcuni punterebbero una sterlina).

Apro la nostra chat e le parole “disco dell’anno” campeggiano imperiose.

It’s Mick Trouble’s Second LP è probabilmente l’album che stavamo aspettando e che potrebbe cambiare le nostre chart di fine anno.

E siamo solo ad aprile.


SEATBELTS – ANOTHER PASSING DAY (min. 1:17)

C’è un aroma da primi Arcade Fire che sorseggiano una pinta sulla riva del Mersey in alcune delle composizioni della formazione di Liverpool. Registrato con l’aiuto di Edwyn Collins, e membri dei Coral, A World Inbetween risente di periodi diversi di composizione e registrazione ma quando i tasselli si incastrano nel modo giusto come in questa traccia il posto nelle nostre playlist è garantito.


TV PRIEST – BURY ME IN MY SHOES (min. 42:21)

Charlie Drinkwater, nome da mediano dell’Aston Villa, aggiusta le coordinate dei suoi Tv Priest e dopo un primo album più che interessante anticipa il nuovo My other people in uscita a giugno con questa scheggia post punk che a un primo ascolto porta alla mente un nome come Protomartyr ma se si gratta un po’ l’immagine appare chiaro e inconfondibile il ghigno di Mark E Smith.


PINCH POINTS –  AM I OKAY? (min. 11:17)

Da Melbourne stortissimi e irresistibili i Pinch Points. Una curva stretta dietro l’altra tra la parola Post e la parola Punk. La domanda da porsi ogni mattina di isolamento o per chi affronta le giornate come un incontro di wrestling. Hanno suonato in Australia con praticamente tutti dai Viagra Boys ad Amyl a Tropical Fuck Storm.

Un video di domande sulla sanità mentale di un’intera nazione

It’s good to ask yourself, ‘Am I okay?’
Look after yourself, look after yourself –
Look after yourself for a change!

I know the world is fucking crap
But you didn’t cause that –
So give yourself a hug.

Il nuovo Process merita un ascolto approfondito.


NEUTRALS – GARY BORTHWICK SAYS (min. 6:49)

La formazione della Bay Area imbocca percorsi imprevedibili. Dall’Ep Bus Stop Nights una canzone che più britannica, come precipitato umorale ed emozionale, non si potrebbe immaginare.

Ancora primi anni 80 e Television Personalities a manetta. Per certi versi un’accoppiata perfetta con il pezzo di Mick Trouble di cui sopra e la sensazione di aver imboccato un labirinto che porta sempre al punto di partenza è più viva che mai.

Un labirinto dal quale cercheremo di uscire venerdì prossimo dalle ore 20 sempre sulle frequenze di Radio Città Fujiko.

REDAZIONE DI SNIFFIN’GLUCOSE


SEATBELTS – ANOTHER PASSING DAY
NEUTRALS – GARY BORTHWICK SAYS
PINCH POINTS – AM I OKAY?
MICK TROUBLE – DO NOTHING ‘TILL YOU HEAR FROM ME
HORSEGIRL – IT’S OBVIOUS (AU PAIRS COVER)
ASTREL K – IS IT IT OR IS IT I?
FERRO SOLO – GOT ME A JOB
TV PRIEST – BURY ME IN MY SHOES
SUICIDE – CHEREE
SUICIDE – HARLEM
SUICIDE – GHOST RIDER

So much style that it’s wasted

Pavement

Nei giorni in cui esce la ristampa di Terror Twilight, atto finale dell’avventura della band di Stockton,
Sniffin’ Glucose dedica alla formazione di Stephen Malkmus e compagni una trasmissione monografica e
va a ripescare nei propri archivi, e non solo, pagine a loro dedicate come un articolo del 2015 di Cesare
uscito su questo blog e un pezzo di Arturo uscito sul numero celebrativo dei 30 anni di Rumore.
Perchè i Pavement sono stati una questione di cuore per noi tre.
Una faccenda maledettamente personale.
Li abbiamo seguiti dai primi passi e in alcuni momenti, specchiandoci nelle loro canzoni e
nell’immaginario evocato, l’immagine che ci veniva restituita di giovani scazzati in bilico tra
impareggiabile unicità e fallimentare inadeguatezza al mondo circostante era dannatamente aderente al
nostro sentire.

Massimiliano Bucchieri

No, i Pavement non sono stati un gruppo come un altro, per quanto mi riguarda. Una delle primissime cose che concordai con Rumore fu un’intervista all’epoca del loro album di debutto. Vide la luce sul numero 9 della rivista, nel settembre del 1992.
A gennaio del 2001 firmai l’ultimo articolo, otto anni e pochi mesi dopo quella prima intervista. Si trattava di un resoconto delle varie attività di Malkmus e soci, per la prima volta in libera uscita, tutti più o meno impegnati nelle nuove attività musicali dopo la separazione della band.
No, non è stato un caso. Con la fine del gruppo di Malkmus e soci è come se si fosse anche esaurita la mia personale spinta allo scrivere di musica. Non ne avevo consapevolezza, allora. Mi sembrava solo di aver perduto gli stimoli giusti e non pensavo ci fosse una correlazione con la contemporanea fine del gruppo. O forse avevo troppo in testa le parole di qualche canzone della band….whenever I feel fine, I’m gonna walk away from all this. I wanted to stay there, but you know I needed more than that.
Era la fine di un’epoca, invece.
Mi fa sorridere il fatto che gli anni novanta abbiano assunto nel frattempo un’aura di mito da celebrare nonostante non abbia personalmente nessuna intenzione di partecipare a qualsivoglia resurrezione. Barra fissa verso il domani. Quasi una regola fissa per me e per quelli che mi fanno compagnia qui, tra le pagine virtuali di questo blog. Ma i Pavement insomma meritano anche uno strappo ai propri principi, avrete inteso.
In questi giorni si celebra il ventennale del terzo album del gruppo, Wowee Zowee.
Qualcuno, all’estero, ci ha scritto sopra un paio di concetti interessanti.
Primo: si può considerare l’equivalente di quello che ha rappresentato In Utero per i Nirvana. Disco trattato con poca indulgenza appena pubblicato ed invece destinato ad essere rivalutato in seguito.
Secondo: è stato l’album dei grandi rifiuti. In particolare nei confronti dell’industria discografica che ne avrebbe fatto volentieri i nuovi REM. Risposero con una canzone eloquente fin dal titolo: Fuck This Generation (poi trasformata in Fight This Generation).
Certamente all’epoca il disco venne accolto con scetticismo, come se si fosse sprecata una grande occasione. Ho recuperato una lunga intervista che feci a Mark Ibold in una mattinata di una fantastica primavera romana, nei giorni in cui l’album vide la luce. Ve la metto qui, alla fine di questo Fiver. Viene fuori la consapevolezza estrema con cui affrontarono le registrazioni. La voglia di piantare recinti invalicabili. Si intuì insomma che i Pavement non avrebbero mai potuto trasformarsi in qualcosa d’altro. Anche da scelte controverse come quella nacque un piccolo mito che ancora oggi, a vent’anni di distanza, continua a fare proseliti.
Ottimo disco di transizione o capolavoro da rivalutare è faccenda oziosa, alla fine. È una certezza invece quello che Wowee Zowee rappresenta: la capacità di mettere al centro delle priorità la propria integrità. Roba che non ha tempo né data di scadenza.
Sinceramente, quel disco, non l’ avevo mai più ascoltato. L’ho fatto ora, stimolato dalle belle chiacchiere che sono state fatte in proposito. Insomma, lo sappiamo, c’è modo e modo d’invecchiare. Questa canzoni lo fanno nella maniera migliore possibile. In qualche modo mi rendono orgoglioso di appartenere a quella generazione (io e Malkmus siamo praticamente coetani). Ecco, mi piace credere di aver affrontato la vita allo stesso modo con cui i Pavement affrontarono lo scoglio di quel terzo album: con sfrontatezza, consapevoli di effettuare la scelta più scomoda. Con l’illusione di guardarsi allo specchio la mattina e non dover abbassare lo sguardo. Senza nessun rimpianto, senza nessun rimorso nonostante qualche inevitabile cicatrice.

Cesare Lorenzi

(articolo uscito originariamente il 27 aprile 2015 su questo sito)


Le traiettorie che incrociano il mio tragitto personale e quello della band di Stephen Malkmus e Scott Kannberg sono al tempo stesso bislacche e lineari, più o meno quanto lo è stata la parabola artistica degli ex ragazzi di Stockton. Giusto tre decenni or sono finirono a referto, pressoché in contemporanea, la prima uscita a 33 giri della band e l’approdo in edicola di Rumore, rivista per la quale di lì a poco ebbi l’onore di esordire su carta stampata. Da allora dei Pavement, e in particolare di quel loro debutto, mi sono occupato ad ogni festa comandata: recensione del tributo con cui Homesleep ne celebrò i 10 anni, scelta personale di quello stesso album per festeggiare il quindicesimo compleanno di Rumore e infine elegia della sua ristampa deluxe vergata in occasione del ventennale. Non avendone abbastanza dopo trent’anni, mi trovo ancora qui a scriverne, con una passione che somiglia tanto a un’ossessione. Nel mentre i Pavement, seguendo quei percorsi bizzarri e imprevedibili di cui si parlava poc’anzi, non hanno mai conquistato gli onori di una copertina del nostro giornale, pur essendo senza ombra di dubbio una delle band che meglio hanno rappresentato la loro epoca, gli anni 90. Ne delinearono i tratti, definendo una generazione che, pur dotata di mezzi e strumenti vincenti, scelse per sé con consapevolezza e cinismo, il ruolo di perdente. Loser, come stampato su quella vecchia t-shirt della Sub Pop e declinato in musica da Beck, altro maestro di pensiero di quei giorni di inizio decennio in cui i nostri iniziarono a farsi conoscere. Ragazzi della white middle class californiana che affrontavano la vita di taglio con un carico di ironia smodato, avendo in dotazione così tanto stile da concedersi il lusso di buttarne via un po’.[1]

Ciò che piacque subito di loro fu quell’aria distratta di gente capitata lì per caso, quasi infastidita nel trovarsi tra le mani gli strumenti ed avere i riflettori puntati addosso. Come dire: noi siamo qui e possiamo farcela, ma non ci interessa, abbiamo cose più importanti cui pensare, come finire le due dita di vodka sul fondo del bicchiere o riavvolgere il nastro di qualche vecchio videotape. Una successione di piccoli passi la loro, obliqua sia al mondo del pop che a quello del rock, capace di tracciare una diagonale che transitando in mezzo al quadrato risultava lontano da molti e accidentalmente vicino a pochi. C’erano i testi, un flusso di parole a tratti incomprensibili, la cui chiave di lettura ti arrivava poi all’improvviso con lampi geniali. E c’era la musica: accordature di chitarra apparecchiate in modo da conferire ai suoni un tono apparentemente stonato, a tratti insinuante e armonico, subito dopo freddo ed aspro; ritmi serrati a doppia batteria che si trasformavano in ballate squarciacuore; ganci pronti per MTV, annegati tra rumori e grida isteriche; video improponibili e un approccio ai concerti basato a volte su atteggiamenti narcolettici e disastrosamente noncuranti. Quella stessa trascuratezza, chissà quanto reale e quanto posa, che ha accompagnato lo svolgersi del loro percorso discografico: le dissonanze primitive dei singoli iniziali, pronte a tramutarsi in piccole meraviglie pop (Box Elder e l’eterna Summer Babe), un primo album capace di definire un mondo intero, spostando in un altrove imprecisato e incerto la linea di confine tra kraut rock, kiwi pop e new wave; un secondo disco che dispiegò possibilità commerciali tendenti all’infinito e un terzo destinato a smontare ogni ipotesi, mescolando le carte e seminando il dubbio con la sua pressoché totale assenza di potenziali singoli. Salvo poi recuperare certezze col successivo Brighten the Corners il cui memorabile incipit mette in sequenza Stereo e Shady Lane, due tra le loro migliori canzoni di sempre. Poi Terror Twilight, la cui problematica gestazione seguita da un infinito tour promozionale allentò i bulloni che tenevano assieme i pezzi, facendo ripiegare su sé stessa una band che pur avendo ancora la possibilità di raggiungere qualunque destinazione decise invece di fermarsi e non andare più da nessuna parte.

Arturo Compagnoni

[1] cit. Frontwards.

(articolo uscito originariamente sul numero 361 di Rumore di febbraio 2022)


SG ON THE RADIO – Fiver 4/4/2022

Come forse alcuni sapranno questo blog da settembre 2021 ha aperto i microfoni a Radio Città Fujiko, nostra casa naturale, ogni venerdi alle ore 20,

Il blog, ultimamente un po’ sonnacchioso, si rianima per ospitare, con cadenza auspicabilmente fissa, qualche riga su 5 delle canzoni che sono passate in trasmissione.

Perchè persi nelle chiacchiere mica riusciamo a dire tutto (o ci ricordiamo di farlo)…

La cosa migliore dopo aver letto?

Aprire Mixcloud.com cercare sniffinglucose e trovare tutte le puntate caricate diligentemente ogni sabato mattina.

Dalla playlist di Sniffin’Glucose On The Radio del 1 aprile 2022


WEIRD NIGHTMARE  – Searching For You (min. 26:17)

Alex Edkins è il chitarrista e cantante dei Metz, alquanto rumorosa formazione canadese.

Arturo ci ricorda una data sotto la neve al Freakout con tanto di un “reggae incident”.

Stemperata una certa grevità della band originaria Edkins ci restituisce una traccia che rimanda ai Sugar di Copper Blue e ad un fun nonsense rock’n’roll. deragliante veloce e melodico.

Rumore e dolcezza.

Mai abbastanza a nostro parere.

L’album esce il 20/5.


GENTLE SINNERS – Face To Fire (Ater Nyman) (min. 12:10)

Aidan Moffat degli Arab Strap + James Graham dei Twilight Sad = malinconia a profusione. Giusto? Sbagliato. Il loro incontro nato durante l’immobilismo pandemico si svolge imprevedibilmente su un pista da ballo e a guardare bene Aidan ha sempre flirtato con una certa elettronica dalla battuta imprevedibile. Tra Mgmt e … “It’s always been my dream in life to do an AC/DC-Michael Nyman crossover song about mental health issues” dice Aidan.

Ognuno ha i suoi sogni ….

L’album esce il 13/5.


GLOVE  Mirror Image Blue (min. 20:04)

Si parlava qualche trasmissione fa delle serate dark nelle discoteche emiliano romagnole di primi anni 80 e di tutto l’immaginario dark wave di cui si nutrivano.

Un immaginario che ha fatto vittime segnando le nostre esperienze di ascoltatori musicali in erba sviluppando sinapsi che al solo richiamo delle prime note di un brano come questo trillano come il campanello pavloviano richiamandoci all’attenzione

Da Tampa Florida (tipico luogo da grigie fascinazioni wave…o no?) proviene il quartetto per il quale il calendario si deve essere fermato da qualche parte tra l’uscita di uno dei primi dischi degli Orchestral Manouvres In the Darke e Blue Monday dei New Order.

Album appena uscito Boom Nights.


GHOST POWER  Asteroid Witch (min. 1:30)

Duophonic Super 45s etichetta condotta da Tim Gane e Letitia Sadier degli Stereolab dopo quasi vent’anni di inattività interrotta solamente dalla pubblicazione di una manciata di singoli pubblica il 29 aprile due album, Astrel K (ex Ulrika Spacek) sul quale torneremo più avanti in una delle prossime trasmissioni e Ghost Power formazione capitanata da Tim Gane e e Jeremy Novak (Dymaxion). Il pezzo scovato da Lorenzi, che tanto per restare su cose duophniche ci regala nell’ultima trasmissione un approfondimento sui Broadcast,..è irresistibile

“They make ultra-groovy instrumentals that sound somewhere between krautrock  the more experimental side of late-’60s ye-ye, and early-’80s post punk” è una delle definioni più azzeccate e alla quale ci associamo.


THE REALDISTRACTIONS – Fosta/Sesta (min. 35:39)

Quando si parla di K Records a Compagnoni brillano gli occhi e smette, brevemente, di riempire i bicchieri affollati intorno al mixer.

The Real Distractions maltrattano strumenti a Olympia, Washington e sono Tobi Vail (Bikini Kill, Frumpies, Spider and the Webs and MODs) e altre vecchie conoscenze come Ricky Meyer (Rik and the Pigs), Peter David Connelly (the mona reels, Bangs, Quayde le Hue).

Lofi/rock’n’roll/punk/pop vero marchio di fabbrica delle uscite su 7” marchiate International Pop Underground.

Dificile descriverli meglio di quanto facciano loro stessi:

The Real Distractions love rocknroll.
like an old shoebox of ork 45s
you would sell your little cousin to get,
made new and real by some secret seance
of Bo Diddley beats, true touch guitar licks and forever teenage love croons. Pink bouncy.
Its like they cut up a bunch of bomp and kicks magazines,
stuck them back together and made a wish to turn them to a real band.
a true love’s wish and it worked.

Il tempo di incidere queste parole sulle nostre cuffie e ci ritroviamo la prossima settimana.

REDAZIONE DI SNIFFIN’GLUCOSE

  • GHOST POWER – ASTEROID WITCH
  • WEAK SIGNAL – HALLELUJAH BABY
  • GENTLE SINNERS – FACE TO FIRE (AFTER NYMAN)
  • OLIVER SIM – ROMANCE WITH A MEMORY
  • GLOVE – MIRROR IMAGE BLUE
  • WEIRD NIGHTMARE – SEARCHING FOR YOU
  • EX-VÖID – I COULDN’T SAY IT TO YOUR FACE (Arthur Russell cover)
  • THE REAL DISTRACTIONS – FOSTA/SESTA
  • KEVIN MORBY – THIS IS A PHOTOGRAPH
  • HANGING STARS – BALLAD OF WHATEVER MAYBE
  • BROADCAST – FORGET EVERY TIME
  • BROADCAST – SIXTY FORTY (Nico cover)