ELOGIO DELLA FUGA

Erano i primi ’90, era l’alba della musica elettronica, dei rave party e dell’invasione di nuove droghe sintetiche. Della convinzione, per noi illusi, che il neonato internet, a quei tempi “la rete”, avrebbe reso orizzontali i rapporti e che si sarebbe esteso come un rizoma democratico, pacifico e anarchico. era l’alba del cyberpunk, di editori come Castelvecchi che pubblicavano cose nuove, nuove voci. Di Bologna, che ospitava le avanguardie delle nuove arti e di (quasi) nuove strategie politiche. Della provincia veneta che somigliava sempre meno alla campagna e guardava sempre più lontano. Di una parola su tutte, la più temuta, la più invocata: globalizzazione.

Tutto stava diventando globale: il mercato, il commercio, il lavoro. L’Europa aveva visto cadere l’ultimo grande muro e si preparava a una potente, avremmo scoperto solo più tardi devastante, opera di unificazione. Il mondo stava per diventare più piccolo, ogni luogo più vicino, raggiungibile. Ma per viaggiare, trent’anni fa, ci volevano ancora un sacco di tempo o un sacco di soldi: l’aereo era per i ricchi, i treni si muovevano come stanchi pachidermi d’acciaio e ci mettevano giorni interi per attraversare Paesi che sembravano in bilico fra un’epoca nuova e un improvvisamente antico ‘900. Tutto stava diventando vicino, ma il mondo era ancora vasto e sconosciuto.

Gabriele Salvatore, regista culto della mia generazione, girava la sua “trilogia della fuga” fra l’89 e il ‘91. Il viaggio, ancora meglio la fuga, era un archetipo antico riproposto con forza. Andare via, spostarsi, lasciare il nido, lasciare il paesello. Cercare fortuna, cercare altre facce, cercare altra musica, soprattutto cercare lo sconosciuto. Andare via per non tornare più. Uno sciabordio continuo di partenze e ritorni, di movimenti esistenziali ancor prima che fisici verso e contro qualcosa, verso e contro se stessi. E il mondo era ancora grande, i suoi confini non si potevano vedere, né immaginare. Chi, dalle mie parti, scappava per svernare nel sud est asiatico, tornava raccontando cose e facce, colori e odori che non si potevano pienamente comprendere in Italia, nelle valli del Nord Est. Chi andava a studiare in città, anche solo a Bologna, meta allora quasi mitologica, andava via. Andava da un’altra parte. Andava comunque lontano. Anche se lontano, oggi si direbbe, non era affatto.

La lontananza rimaneva una categoria dello spirito prima che dei luoghi. E Bologna era così lontana dalle Dolomiti, così vicina all’ombelico del mondo.

Poi, con un colpo di coda fulminante, quel tempo che noi immaginavamo morente, ci ha trasportato in una nuova realtà che, ancor prima di esser compresa, ci aveva già costretto a nuove regole, nuovi modi, nuove dinamiche. La rete è diventata un potente mezzo di comunicazione in tempo reale, subito necessario, inevitabile. Allo stesso tempo, ha creato una realtà con norme e forme autoproclamate: indiscutibili, imprescindibili. È diventata palco per le voci peggiori, ha azzerato non le distanze, non i rapporti verticali, ma la strada, il percorso come formazione, l’esperienza come motivo per dire e l’inesperienza come motivo per ascoltare. Uno vale uno, dicevano dei politicanti in cui molti hanno tragicamente sperato in tempi ormai quasi lontani. Uno vale uno, è rimasto il mantra della nuova epoca in cui, che tu abbia un dottorato in storia contemporanea o che tu abbia letto solo il Manuale delle Giovani Marmotte, l’opinione di uno vale uno. Ha lo stesso peso. Non di più né di meno.

E così, quello che noi speravamo fosse orizzontale è diventato piatto. Quello che immaginavamo come apertura è diventata omologazione. Quello che sognavamo come libertà è diventata schiavitù in un mondo improvvisamente piccolissimo, tutto uguale, alla portata di chiunque e quindi di nessuno. Quasi senza far rumore, i ricchi sono diventati ricchissimi e la classe media è scomparsa. Il Vecchio Mondo è definitivamente decrepito e non conta più nulla, ma continua a sbraitare e procede verso la fine con determinazione nella corsa cieca. E il viaggio è diventato accessibile. Low cost, mordi e fuggi, usa e getta. Rapide e devastanti come un’invasione di cavallette che lascia la terra brulla dove c’erano piantagioni, orde di umani hanno preso a spostarsi. Non a viaggiare: il viaggio è un concetto, richiede un’attitudine e una preparazione, un’apertura e una curiosità indotte solo dalla ricerca e dallo studio. Ma, a spostarsi. Sciamare. Invadere città con un turismo che non crea ricchezza, crescita e benessere se non per pochissimi, nemmeno per il visitatore, troppo impegnato a sgomitare nelle file per i musei – sempre gli stessi –, i panorami – sempre gli stessi –, i ristoranti – sempre gli stessi – visti su Instagram, per poter beneficiare di una vista, un odore, un sapore sconosciuti. E costringe molti ad andarsene, a lasciare città ormai costosissime, invivibili se non per i turisti da una notte. Costringe ad andar via, a fuggire.

Ma non era questa la fuga che sognavamo ormai una trentina d’anni fa. Per quella, non c’è più posto, né orizzonte, pare. Non si può fuggire in un mondo che non conosce distanze, silenzio, tempo, diversità. Non si può fuggire da un sistema asfissiante che ti stritola nella tua quotidianità, di nuovo come secoli addietro, votata alla mera sopravvivenza: nutrirsi, coprirsi, distrarsi, dormire. Quasi nient’altro. Per la fuga ci sono i social e le immagini di luoghi tutti vicini, qui dietro, anzi, qui dentro. Nello schermo che guardiamo, nelle foto di qualcuno che conosciamo anche se non ci abbiamo mai parlato, che ci sorride da un luogo lontano. Così vicino. Così troppo vicino. Così irraggiungibile da non interessarci nemmeno più.

Ma, ogni tanto, qualcuno ancora si ferma. Si guarda attorno. Spegne lo smartphone e ascolta, annusa, guarda. Allora si accorge di tutto questo, così pervasivo da essere ormai un panorama quasi invisibile, e lo racconta. Usa gli strumenti contro se stessi e altri lo ascoltano, leggono, guardano e si fermano a loro volta. Staccano i fili trasparenti che ci costringono a essere sempre connessi, eternamente presenti in un mondo che non avevamo scelto, non avevamo chiesto. Tornano a se stessi. Tornano consapevoli e tornano a sperare. Per fortuna, anche in un mondo di tutti uguali, di tutto standard, di tutto codificato e riproposto ci sarà sempre qualcuno che si sente diverso, si vede da un’altra parte. Ci sarà sempre qualcuno che non smetterà di provare a scappare.

“Dedicato a quelli che stanno scappando”. Mediterraneo. Salvatores, 1991.

“Scorrono gli anni nascosti dal fatto che c’è sempre molto da fare
E il tempo presente si lascia fuggire con scuse condizionali” Tra sesso e castità. Battiato, 2004.

FABIO RODDA

Libro del Mese: Odio, Daniele Rielli

Disco del Mese: Cola – Deep In View

SG ON THE RADIO – MANCUNIAN EDUCATION EDITION

Manchester.

Lunedi Blu. Il disordine. Colpire il Nord. L’amore che ci divide. Le luci che non vanno mai via. Le cerimonie. Lei che suona il tamburo. Io che vivrò in eterno. Il popolo dei party che durano 24 ore.

Il cuore e l’anima.

Manchester l’abbiamo omaggiata nella trasmissione di SG On The Radio del 20/05/2022, sempre sulle frequenze di Radio Città Fujiko.

Trasmissione che potete trovare qui.

Un viaggio recente che ha, inoltre, ispirato queste righe.

Il mio cane è nero. Completamente. Anche se, imprevedibilmente, proprio in prossimità del cuore, si apre una piccola area di colore bianco. Tanto è amichevole intelligente e creativo con il suo branco familiare tanto ha un caratteraccio con gli altri cani.. non li lascia avvicinare, abbaia per primo e fa, con poca credibilità, il duro.

Un amore di creatura, in definitiva.

Manchester a pensarci bene mi ha fatto un po’ la stessa impressione.

A cold unattractive city nelle parole di Kevin Cummins

ll fotografo che più di chiunque altro ha saputo restituire l’umore del luogo. Il suo bianco e nero.

Una città dall’architettura abbastanza illogica. Impossibile da mandare a memoria. Nei giorni passati lì non si riusciva mai ad orientarsi.

Una toppa sopra l’altra, commentavamo.

Come facciate di un dado non comunicanti fra di loro

Dadi lanciati da un croupier ubriaco.

Strade nuove infestate di grattacieli lasciano spazio a edifici di mattoni rossi di altra epoca palazzoni moderni e brutti edifici governativi, chiese e nuovi poli culturali maestosi ed affascinanti.

Coronation st che incrocia il Salford lad’s Club, la Manchester School Of Arts e il Deaf Institute, l’opulenza dell’Etihad Stadium sullo sfondo, dove viene suonata Love Will Tear Us Apart durante il riscaldamento della squadra.

La Free Trade Hall nel centro cittadino e in un arco di poche centinaia di metri sale da concerti inclusa la Manchester Cathedral.

Memorie di concerti che hanno cambiato il mondo.

Storia, cultura e commercio annodati e slegati senza nessuna soluzione di logica continuità.

Impossibili restare immuni a tanta inquieta irregolarità. Soprattutto se ci vivi.

Insulti da una finestra mentre si cercano tracce della copertina che celebrava la morte della regina, intercettati per strada perché “non voglio essere nel tuo fottuto selfie, man”.

Guardati con incredula strafottenza per la nostra emozione sul ponte di Hulme street.

Le strade semideserte del mercoledì sera, l’ improvviso switch on del venerdì pomeriggio con la chiamata alle armi per la celebrazione del fine settimana.

A legioni, da tutti i villaggi, bicchieri muniti, seminudi epigoni dei barbari anglosassoni di ere lontane.

Nel parcheggio sotto l’hotel ambulanze, risse, gente che balla e un ragazzo con un libro, sdraiato per terra.

Alle 5 del mattino.

La domanda che ci ponevamo prima di partire era: perché Manchester?

Perché sospirare d’amore, vivere sulla propria pelle l’incapacità di venire a patti col modo esterno, perfino ballare ha trovato qui la sua sublimazione artistica?

Perché qui si sono trovate le parole e i suoni per rappresentare tutto questo?

Non lo sappiamo in realtà.

Non crediamo di averlo capito.

Ma l’impressione che resta è quella di una creatura nera con un cuore dai bagliori bianchi

imprevedibili.

Ed irresistibili.

Da segnare vite come le nostre.

Massimiliano Bucchieri

REDAZIONE DI SNIFFIN’GLUCOSE

SG ON THE RADIO – FIVER 13/5/2022

It’ll be just like starting over…citiamo indegnamente le liriche del nostro baronetto preferito ma ritrovarsi sotto un palco con cadenze sempre più ravvicinate è una sensazione che sa di felicità e di riappropriazione delle nostre vite.

In realtà, probabilmente, ci vorrà un bel po’ di tempo prima di “ricominciare veramente” sotto tanti punti di vista ma ritrovarsi un Evan Dando meno stonato del solito (dove per stonato non ci si riferisce alle doti canore), la carica devastante e sexy dei Bodega, e la doppietta urticante Qlowski/Italia 90 non può che riportarci alla mente periodi di ere geologiche che appaiono oggi meno lontane.

We’ll be together all alone again.

Di questo e non solo si è parlato nell’ultima puntata di Sniffin’Glucose On The Radio

Sempre sulle frequenze di Radio Città Fujiko o su Mixcloud

ITALIA 90 – Borderline

Non sono stati fortunatissimi gli Italia 90. Un album praticamente pronto rimandato in continuazione (oltre alle date sul suolo italico) a causa della pandemia.

Poche sere fa Les Miserable, J Dangerous, Bobby Portrait and Captain ACAB hanno preso il palco del Covo, accompagnati da una nutrita tifoseria in trasferta, e hanno dimostrato di avere canzoni e attitudine.

Una gang di 4 che si nutre di post punk obliquo ma sempre a fuoco.

Inutile sottolineare che la maglietta anni 70 del Bologna ha contribuito a vincere nuovi cuori ed orecchie in misura ragguardevole.

CLEVER SQUARE – Loose Lips

Amiamo questa canzone.

Siamo persone semplici da queste parti, dopotutto.

Uno dei privilegi di seguire la musica e chi dedica buona parte delle proprie vite a suonarla e diffonderla è potere emozionarsi e viaggiare con la fantasia grazie a una manciata di note.

Note sparse e malinconia. Chiudi gli occhi e nomi come Pavement e Deus accarezzano la memoria.

Influenze, sicuramente, ma i ravennati possiedono una cifra personale che travalica ogni influenza e scolpisce un carattere proprio, dolce e tenace.

Fatevi un regalo e recuperate Secret Alliance.

ANIKA – Godstar

Una cover dei Psychic Tv. Quelli di Genesis P Orridge.

Già solo per questo nutriamo per la nostra electro girl preferita grande stima. Poi la ascolti e la trovi rispettosissima dell’originale con solo una patina di modernità a riallinearla ai nostri giorni.

Ma il pezzo era già avanti di qualche decennio.

Un’ottima scusa per recuperare entrambi gli artisti.

Il pezzo lo potrete trovare, insieme a molte altre chicche, sulla raccolta della Sacred Bones Todo Muere SBXV dal 27/5.

BIG PINK – No Angels

E dopo Dominos i Big Pink tornano con No Angels proseguendo un discorso inziato…13 anni fa (?)

Ma che diav…

Li avevamo già dati per persi tra defezioni e progetti paralleli ma Robbie Furze rimette insieme la sigla e assecondando una malcelata “voglia di Mgmt” confeziona questo pezzo prodotto da Tony Hoffer (Beck-Air-Phoenix).

Pop plasticoso e appiccicoso.

Una perfetta guilty pleasure.

MARY VEILS – Esoteric Hex

Acida, sporca, circolare. Una collocazione a metà di una retta che collega Osees e Ty Segall.

La musica dei Mary Veils è, a loro dire, come la loro città di provenienza, Philadelphia.

La cugina dimenticata e problematica di New York, una metropoli pregna di misticismo e storie occulte.

Un album ipnotico e rumoroso appena uscito e a cui questa canzone dà il titolo.

Welcome to Psychadelphia.

Dalla playlist di Sniffin’Glucose On The Radio del 13 maggio 2022.

Come sempre la cosa migliore, dopo aver letto, è aprire Mixcloud.com, cercare Sniffinglucose e trovare tutte le puntate caricate diligentemente ogni sabato mattina.

Arturo Compagnoni/Massimiliano Bucchieri e Cesare Lorenzi li ritrovate, con gradi differenti di lucidità a seconda dell’occasione, venerdì prossimo dalle ore 20 sempre sulle frequenze di Radio Città Fujiko.

REDAZIONE DI SNIFFIN’GLUCOSE

Aprile In Ritardo

I più grandi dolori sono quelli di cui noi stessi siamo la causa.
Sofocle, Edipo Re.
8 maggio 2022
La felpa cachi di Zelensky venduta all’asta a Londra per 105 mila euro. BoJo
battitore d’eccezione; RaiNews.
Nuove sanzioni contro Mosca, l’Ue prende tempo sullo stop al petrolio russo:
accordo possibile dopo la parata del 9 maggio; Open.online.

Lazy Eyes- Fuzz Jam


Alla fine dell’anno scorso è uscito un film che non mi ha fatto impazzire, ma
che mi son preso la briga di guardare per tutte le sue due ore e mezza: Don’t
look up. Cast stellare, un’idea iniziale a dir poco già vista: viene scoperto un
corpo celeste, in questo caso una cometa, se non ricordo male, che sta per
colpire la terra e ne causerà la completa distruzione.
Da qui, le reazioni e i tentativi per evitare la catastrofe. Dai buzzurri
Armageddon – salvato sempre e comunque dal mio idolo Bruce – e Deep
Impact, all’intellettuale – intelligente quando non noioso – Melancholia, l’idea
si ripete di decenni in decenni senza perdere smalto: la fine del mondo sta
arrivando, la distruzione di tutto quello che conosciamo è prossima. La fine
della storia, quanto ne abbiamo sentito parlare? Apocalisse, catastrofe,
estinzione. Che sia una metafora della depressione o la scusa per usare
effetti speciali, son cose già viste, non proprio un’idea originale.


Cola – Degree

Originale in questo film non è il soggetto, per così dire, ma lo svolgimento. Al
centro della pellicola, infatti, non sarà il disastro imminente, ma le reazioni
delle masse e dell’élite alla notizia: i social con le loro risposte isteriche,
sempre immediate – non mediate – e quindi istintive, fulminee ma caotiche,
mai ragionate e, soprattutto, influenzate dalla viralità, dalla visibilità, dalla
quantità di altri che le gridano e quanto forte le gridano. La politica che, come
nulla stesse accadendo, pensa sempre e solo al potere e al suo
mantenimento. Ma, più di tutto, l’informazione, ormai ridotta a show di bassa
lega, che non può che rimanere ancorata all’audience al di là di qualsiasi

fatto o pensiero. Anche di fronte all’idea di un’imminente fine di tutto, il mondo
non è in grado di smettere di ripetere le proprie stupide dinamiche. Grottesco.

Island Of Love – Songs Of Love

Grottesco. Secondo la Treccani: “stranamente e bizzarramente deforme,
riferito in origine alle pitture parietali dette grottesche, e poi in genere a tutto
ciò che, per essere goffo, paradossale, innaturale, muove il riso pur senza
rallegrare”.
Muove al riso senza rallegrare. Come i talk la sera in tv dove si parte urlando
e si finisce a mani addosso fra anziani che hanno potuto sprecare la vita
davanti a una telecamera per il riso e l’eccitazione di un popolino mai così
tetro, così cupo e triste.
Come il pensiero unico, indiscutibile, senza se e senza ma, in cui c’è sempre
un vincitore che decide ciò che è giusto e gli altri muti. Nessun
contraddittorio, nessuna discussione: solo urla di sottofondo o sceneggiate
che crollano, sempre, nel grottesco. In questa forma teatrale che oggi è
uscita dall’ambito della rappresentazione per saturare ogni spazio, ogni
millimetro quadrato di vita reale. Come la pantomima di una guerra in cui c’è
sempre tempo per lo show, le dirette con sguardo fermo e le divise militari. I
bianco e nero artistici. Zelensky ha subito applicato la lezione dell’immagine
che crea il contenuto e non il contrario, ma anche Macron s’è fatto fotografare
prima della rielezione con barba lunga e felpa dell’aeronautica. Avessimo
avuto Salvini al governo, come minimo avrebbe fatto una diretta facebook
dalla base di Aviano, lui che è stato, come i premier ucraino e francese, un
noto comandante militare. Grottesco.

Ghost Woman – Do You


Come la NATO, alleanza internazionale di cui né Ucraina né Russia fanno
parte, che per voce del suo imbarazzante Stoltenberg – arrestate l’esperto di
comunicazione che gli ha insegnato a gesticolare a quel modo – dice che non
permetterà mai la cessione alla Russia della Crimea.
Come il premier di quello che ancora si crede un Impero, il fautore della
Brexit, la più grande sconfitta dell’idea di unità del blocco europeo da un
secolo a questa parte, che ha fatto da battitore d’asta per vendere,
ovviamente a scopo benefico, la felpa militare delle tante dirette tv del
premier ucraino.

Come il premier ucraino stesso che, con una Nazione devastata da
un’aggressione militare, forse stuzzicata da otto anni di manovre militari in
zona Donbass, ha il tempo e la voglia di metter su un’asta col suo amicone
BoJo, felicissimo dal suo che la guerra gli abbia tolto dal fuoco le castagne di
un comportamento non proprio esemplare durante la pandemia, che qualche
settimana prima del conflitto gli stava costando il premierato.
Me li vedo Churchill, Hitler, Stalin e Roosevelt a twittare le scoperte dei loro
servizi segreti, postare su Instagram video dai rispettivi bunker. Mettere
all’asta in Svizzera un sigaro, una mostrina SS, un bel paio di baffoni e un
bastone. Il tutto riportato dalle agenzie del globo. Grottesco.

!!! – Man On The Moon (R.e.m. Cover)


Però siamo nel giusto, siamo democratici e occidentali e il bene trionferà.
Quindi attueremo le sanzioni sul petrolio russo, quelle che affosseranno Put
– e speriamo non solo una parte delle economie europee – e la sua voglia di
Grande Russia. Però, lo faremo dal 10 maggio, che il 9, porino, ha la sua
parata nazionale: vorrai mica rompergli gli zebedei proprio nel giorno di festa;
un po’ di rispetto! È pur sempre uno di quelli che contano, che decidono le
sorti del mondo, metti che magari un domani torniamo a farci affari e allora,
ehi, ti ricordi? Noi ti abbiamo silurato, ma ti abbiamo lasciato fare la tua
festicciola. Grottesco.
Grottesco, grottesco, grottesco. L’unica cosa vera, in tutto questo orrendo
avanspettacolo che è la trasposizione in evento mediatico della guerra, è il
dolore di chi sta perdendo tutto davvero. La morte, di chi si è preso un colpo
in testa sul serio, non su TikTok.
Grottesco, come il tempo in cui viviamo senza riflettere, senza alzare la testa,
senza cercare un orizzonte un minimo più elevato. In cui tutto deve essere o
bianco o nero, o con me o contro di me. Paradigma della fine di un sistema di
valori oramai soltanto sistema economico agonizzante, che annaspa
disperatamente con le ultime forze.
Grottesco: muove al riso senza consolare.
Ma non è qualcosa caduto dal cielo, una cometa che ci è venuta addosso
trasformando la terra in un ammasso di roccia incandescente. È il mondo
costruito da uomini e donne in carne e ossa, che hanno scelto una strada
anziché un’altra.
È il mondo che facciamo ogni giorno coi nostri “sì signore”, con le bandiere,
la risposta svelta arguta e sempre stupida e sempre banale. Perfetta per un

tweet, un post. Sempre di qua o di là. Sempre dalla parte giusta, quella che ci
ha portato dove siamo, quella raccontata e plasmata dal potere in cui
confidiamo, a cui abdichiamo.
Fuori ci sono i barbari, ma anche se entrassero, avrebbero ben poco da
distruggere.
Parafrasando Sofocle, chi è causa del suo mal, pianga se stesso.

Fabio Rodda

Libro del mese: La più amata, Teresa Ciabatti
Disco del mese: Broadcast Maida Vale Sessions