Requiem For A dream – Rufus E I Disciplinatha

A volte, senza un particolare motivo apparente, una persona diventa un simbolo. Un’icona, o più
semplicemente quel segnalibro che infili a bloccare le pagine più importanti della tua vita.

Spesso, succede quando quella persona viene a mancare, banale gioco del riflettere sulla propria caducità.
Sempre, accade che quel fermaporte dell’anima non sia nemmeno veramente qualcuno – chi può
mai definire cos’è qualcuno? – ma un’idea riflessa dallo specchio della propria immaginazione. La
forma che i nostri occhi hanno disegnato attorno a un nome, una data di nascita, una professione,
dei pensieri, delle attitudini. Alcune persone le conosci, passi del tempo con loro e ne fai un
riassunto, un surrogato che puoi raccontare e tramandare. Altre, che producono arte, diventano
ciò che hanno scritto, dipinto, suonato e il conoscerle o no non sposta la sensazione di averci
avuto a che fare, di aver condiviso qualcosa.


Ho conosciuto Raffaele Sicuranza, alias Rufus, Raffo, Uesbles e tanti altri nomi partoriti sotto il
campanile di San Martino, alla fine degli anni ’90 dello scorso secolo. Era uno dei balordi che,
come me, tiravan tardi all’Orsa. Stava in un gruppetto casuale, mai omogeneo, di solitari che si
incrociavano – sempre gli stessi quattro o cinque – tutt’al più per insultarsi a vicenda e rivangare
vecchi rancori e storie da un mondo ormai scomparso di bische, politica, pistole nascoste,
scommesse truccate. Si giravano attorno respingendosi l’un l’altro in una danza grottesca di
posture anacronistiche, parlate da film in bianco e nero, rivendicazioni di chi si è perso gli ultimi
trent’anni.

Lui non parlava. Beveva, barba e capelli un tutt’uno a nascondere il viso da cui
spuntavano pochi denti e due occhi azzurri e luminosi come quelli di un ventenne disperato,
rinchiuso nel folto di quella pelliccia. Non parlava. Batteva la mano sul bancone alla fine di lunghi
discorsi silenziosi con se stesso, finché l’oste, all’ennesimo richiamo inascoltato e all’ennesimo
colpo sul bancone, lo mandava affanculo e lo spediva a casa. Non sapevo avesse una voce. Lo
scoprii una sera dei primi duemila. Avevo poco più di vent’anni, ero da pochissimo socio
dell’Osteria dell’Orsa e quella sera avrei chiuso per la prima volta da solo. Un po’ di
preoccupazione e tanta emozione: bisognava farsi rispettare dai clienti più difficili.

Quella sera Raffaele era stanziale al bancone. Naturalmente, doveva rovinarmi la serata e la rovina assunse le fattezze di una lite fra lui e il barista dell’allora fatiscente Contavalli, a pochi metri da noi. Il perché non lo sa nessuno, nemmeno loro due, immagino. Il perché è sempre un sacco di bicchieri di
troppo e la rabbia per una vita andata nel verso sbagliato. Fatto sta che, proprio mentre sto
orgogliosamente coordinando le operazioni di chiusura, entra un cliente dicendo che un signore
sta spingendo un bidone del rusco – spazzatura per i non emiliani – in mezzo a via Mentana. Esco.
Rufus stava trascinando un cassonetto, al tempo erano posizionati di fronte alla farmacia, fra
l’Orsa e il Contavalli, verso la vetrata del bar che dava sulla strada. Mollo tutto, corro in via
Mentana e l’acchiappo. Comincia una comica degna di Stanlio e Ollio: io che prendo il cassonetto e
lo metto via, Rufus che ne prende un altro. Io che prendo Rufus, lui che scappa. Il tutto con il
banco dell’Orsa scoperto e una confusione totale attorno. Scopro, mentre placco Raffaele
l’ennesima volta, mettendolo faccia al muro contro le serrande della farmacia e bloccandolo con
un braccio torto dietro la schiena, che qualcuno ha chiamato la polizia: il nostro era già entrato
precedentemente al Contavalli per sfasciare una vetrinetta e minacciare i clienti al bancone.

Arriva la volante. Io sto tenendo l’allora semi sconosciuto Raffaele fermo. Lui, vista la pattuglia, come un
toro a cui sventoli un fazzoletto rosso in faccia, comincia a dimenarsi e gridare di tutto ai poliziotti.
Uno dei due, il genio della cumpa, scende dalla macchina con un “scusi, come ha detto?” a cui
rispondo io con “o mi date una mano levandovi dalle palle e mi fate risolvere il problema, o ve lo
mollo e lo portate via perché io devo chiudere il locale”. Starsky e Hutch risalgono sulla gazzella e
se ne vanno. Io strattono il nostro fin dentro l’Orsa e riesco a chiudere.

È notte. Siamo dentro in tre: io, Raffaele e Gianni. Gianni, detto Giannino lo spazzino, amico mio e di Raffaele e sempre nei guai per il troppo amore per l’anarchia, il vino e i derivati del papavero. È l’unica persona che conosco fuori dagli ambienti universitari che abbia letto Cioran: io sto scrivendo proprio in quei mesi la mia tesi, poi libro, sul filosofo rumeno. Sono i primi 2000, in Italia nessuno ne parla e ci
sono poche sue opere tradotte per Adelphi. Beh, quelle lui le ha lette. Lui sì, l’ordinario di filosofia
morale con cui dovrei dare la tesi no. Mi dovrò laureare fuori facoltà a Storia, per trovare il grande
Barnaba Maj che sarà il mio relatore. Giannino, spazzino perso nel caos del mondo, aveva letto, fra
le altre cose, Cioran: bizzarre cronache dall’inizio del millennio nuovo, pienamente immerso
ancora nella fine del secolo vecchio. È notte fonda, al tempo si chiudeva tardi in via Mentana.
Raffaele deve tornare a Lovoleto, per me un posto alla fine del mondo, e non sa come fare. Gianni,
che fa fatica a stare assieme, si offre di accompagnarlo: il piano consiste in andare a casa sua senza
svegliare l’anziana madre, prendere patente e macchina per tornare in centro e portare Rufus nel
paesino dove dorme in un casolare che sta ristrutturando. Mi sembra di leggere i sottotitoli
mentre parla. Dicono “ma che cazzo t’inventi? Non arrivi neanche dopo il ponte di Stalingrado con
la ciocca che hai addosso. Come minimo vi arrestano entrambi”. E, insomma, il mio esordio
all’Orsa si conclude con Rufus messo a dormire nel dehor dell’osteria e Giannino caricato in moto
e portato a casa della mamma. Torno da me che è praticamente mattina e con la sensazione di
una partenza non proprio promettente.

O, forse, bellissima.


Dario Parisini, invece, non l’ho mai conosciuto. Forse ci siamo incrociati fra palchi, locali e
backstage e diverse conoscenze in comune, ma non credo di averci mai scambiato una parola. Nel
2018 volevo andare a vedere Dish-Is-Nein al Locomotiv, ma un guaio dell’ultim’ora mi aveva fatto
saltare il concerto a cui tenevo molto: non avevo mai visto Disciplinatha, uno dei gruppi che su di
me aveva avuto un potere incredibile di attrazione e repulsione. La loro musica pazzesca, la
provocazione artistica punk portata al massimo in Italia, si scontrava in me con l’odio senza se e
senza ma per i riferimenti destroidi. Capivo e amavo la faccia tosta dell’operazione, la genialità
della creazione, ma poi, quando vedevo quelle scritte, quelle citazioni, mi si ribaltava lo stomaco.
In pratica, i DIsciplinatha avevano vinto e io avevo perso: loro erano i provocatori e io non riuscivo
a non cadere nella provocazione. Loro erano liberi, io chiuso in una parrocchia. Splendidi. Non li ho
mai visti suonare, non ho mai visto Dario sul palco e non riesco a non rimpiangere quello che mi
sono perso. Non ho visto loro, ho intravisto i CSI ma non ho visto i CCCP.

Ho visto poco di quello che mi ha formato, ma credo sia una strada comune a chi è nato e cresciuto a fine Settanta in un paesino lontano da tutto.

Con Rufus, dopo quella notte, diventammo amici. Lui continuava a venire all’Orsa, io continuavo a
cacciarlo quando esagerava. Lui continuava a non parlare. Poi, una mattina, arrivo presto ad aprire
il locale e ci trovo Franco, patriarca dell’osteria e con lui Raffo seduto a un tavolo, la mano fasciata
e l’aspetto di chi è stato investito da un tir. Il tir erano due carabinieri di Lovoleto che avevano
deciso di dargli una lezione dopo che lui aveva rotto le palle nel bar del paese. Lezione presa. Lo
mandiamo a dormire di sotto, sul palchetto dove fino a pochi anni prima si suonava tutte le
settimane. Riposati, poi vediamo. La giacca che gli avevo regalato, tutta rotta. Ricordo quel
particolare, legato all’odio per gli sbirri che ho sempre avuto e che quel fattaccio aveva ben
riattizzato.

Nel frattempo, la notizia circola, il padrone della casa in cui dormiva e lavorava gli dà il
ben servito. Raffo è per strada, anzi, all’Orsa: si piazza a vivere in osteria. Almeno può dormire al
sicuro, c’è da mangiare, c’è il bagno e non ci sono sbirri a menarlo. Da lì, passan vent’anni in un
lampo. Dal palco al piano sotto, al magazzino a un appartamento; dal dare una mano a scaricare le
casse dell’acqua, all’essere assunto come magazziniere.

Dal mutismo al chiacchierare con tutti, conoscere i vicini, farsi voler bene da tanti, odiare da altrettanti è un passo unico.
Raffaele se n’è andato dopo aver rotto i coglioni a un sacco di persone, aver trattato male un sacco
di persone. Non è stato uno bravo, come vorrebbero i borghesi; tantomeno un redento, come
vorrebbero i baciapile. Ha frequentato tutte le bische di Andrea Costa, si è giocato la vita ai cavalli,
ha sfanculato lavori e persone, ha maltrattato altri come lui. Esattamente come si fa per strada.
Niente storielle edulcorate da libro Cuore, niente lieto fine. Ha vissuto quello era e da dove veniva:
dalla strada. Dall’Irpinia dei primi Settanta alla Bologna del piccolo malaffare. È stato uno stronzo
con alcuni, un amicone con altri. Io, personalmente, penso che gli avrei dato in mano tutti i miei
averi senza battere ciglio, sapendo di ritrovarli il giorno dopo. Mi sono fidato di lui come di pochi
altri. E so di aver avuto ragione, la mia ragione, che non cozza con quella di chi non lo vuol
neanche sentir nominare, perché da lui è sempre stato maltrattato. Contraddizioni. Una vita non
lineare. Legge della strada, non un bel posto, non bella gente.
I Disciplinatha, intanto, vengono riscoperti come un po’ tutta la scena punk e underground fine
Settanta/inizio Ottanta oggi tanto di moda. Io continuo ad ascoltarli come li ascoltavo allora, con
un misto di goduria e ammirazione, sempre sul filo dell’incomprensione. E per questo, penso che
siano stati enormi. Mi dispiace non aver conosciuto Dario. Forse ci saremmo piaciuti, forse ci
saremmo mandati malamente affanculo dopo cinque minuti. Mi dispiace, soprattutto, non averlo
visto dove era nato per stare: sul palco, con il suo gruppo, una delle epifanie della storia musicale
italiana. Uno su cui si scrive e si scriverà, che si ascolta, ispira e ispirerà chi ancora crede che la
musica non sia intrattenimento ma vita e, quindi, contraddizione, provocazione, rabbia, disagio e
gioia, innocenza e coraggio. Arte e non artigianato, grandi storie potenti e non solo camerette e
solitudine.

La voglia di esplorare ed esplodere, di brillare su un palco per raccontare la propria
urgenza, la propria visione del mondo.


Me ne sono andato da Bologna sei mesi fa. Il tempo che serve perché tutto cominci a
“storicizzarsi”, ad appartenere al passato e, quindi, a poter essere osservato con un po’ di
distanza.

Non mi manca, questa è la verità. Non mi manca, perché Bologna è ancora una bellissima
città, se hai la fortuna di arrivarci e di non averci vissuto, come me, dalla fine degli anni Novanta.
Non mi mancano le vie che sono un susseguirsi senza pause né diversità, senza qualità né unicità,
di tavolini per mangiare e bere in fretta e a poco. Non mi manca il traffico umano da città Ryanair,
trasformata dalla politica locale in mangiatoia per turisti. Non mi manca la proposta culturale
sempre e solo dedicata agli universitari, scevra ormai di ricerca e sperimentazione. Non mi manca
la fila di cretinetti davanti alla finestrella di via Piella, per instagrammare un canale. Non mi manca
il caos ovunque della città dei balocchi che non critica niente, non mette nulla in discussione. Ma
non è colpa di Bologna. Non solo, almeno.

È così che va il mondo e, anzi, Bologna ha una parte che resiste: ha un’anima, una coscienza sociale. Sempre retorica, sempre la stessa catechistica, ma meglio del nulla di tanti altri posti. Ma io ci ho vissuto in quella che pare un’altra epoca. Quella analogica, della contraddizione, dello scontro, della messa in discussione costante dei dogmi.
Dell’avanguardia, dei Massimo Volume e compagnia, delle gallerie d’arte e delle case occupate,
delle pubblicazioni CyberPunk e del L.I.N.K. di Fioravanti; di un tempo che non era migliore e non
perché io ero giovane, ma era, voleva essere, voleva esistere. Non passava di là per caso, leggero e
vacuo come ogni cosa oggi: un minuto, un clic, un consumo. Non una storia, non un percorso, non
uno scontro. Tutti pacificati, dalla stessa parte con le bandiere dell’Ucraina fino al prossimo
vessillo da portare in piazza senza sapere perché. L’importante è il qui e ora. Nessun passato,
nessun orizzonte.
In questo mondo, i Raffaele Sicuranza non troverebbero un’Orsa a cui aggrapparsi. In questo
mondo, musicisti che vogliono qualcosa di dirompente, come Dario Parisini, non credo
troverebbero lo spazio per nascere, pubblicare dischi e suonare, crescere, cambiare, andarsene.
In questo mondo che promette meraviglie, dall’economia green all’inclusività, dalle auto elettriche
che si guidano da sole alla sostenibilità e intanto ci regala anni da incubo di pandemie, guerre in
Europa, governi che spendono per riarmarsi, borse che crollano, fiumi in secca – il Po è talmente
basso che le sue acque si stanno salando, perché il mare penetra dalla foce –, temperature che
aumentano e uno strisciante, invadente, senso di instabilità che porta a non ascoltare più la
diversità, ma a cercare l’uniformità; in un mondo sempre più spaventoso, in cui le nuove
generazioni perdono vocabolario e, quindi, capacità di pensiero allo stesso ritmo con cui io perdo
fiducia; in questo mondo che forse diventerà bellissimo per mano di giovani con idee così nuove
da esser del tutto aliene alla mia possibilità di pensiero, io oggi ricordo un amico che mi mancherà
e un grande artista che mi mancherà.

Saranno due mancanze del tutto diverse, eppure legate.
Legate dall’esser divenute simbolo della scomparsa di un mondo, della mia giovinezza certamente,
ma non solo. Di quel mondo in cui il confronto, la differenza, lo scontro, la contraddizione erano
parte integrante, erano norma. In cui andare contro era ancora possibile. Oggi saluto due ribelli,
che nulla avevano a che fare tra di loro, ma che io ho messo assieme e non so neanche bene
perché, in questo che è diventato da sé un desolato saluto a un pezzo di vita e alla città che lo ha
segnato.
Ciao Rufus, ciao Dario e ciao a quella Bologna.

So che non vi ritroverò che nei sogni, ma che lì sarete sempre presenti. Che la terra vi sia lieve.

Fabio Rodda

PRIMAVERA SOUND 2022 | MY TWO CENTS

Made in Barcelona.

Non era il mio primo PS e potrebbe esser stato l’ultimo, ma solo per sopraggiunti limiti di atleticità, più che di età: se non investi cifre da capogiro o non prenoti un anno per l’altro, sicuramente dormi oltre la Barceloneta, o nel bario Gotico, o, come io quest’anno, nel Raval. Il che vuol dire una mezz’ora, tre quarti d’ora di metro o tram all’andata e altrettanto su bus notturni, navette o, se c’hai veramente il fisico, con la metro di nuovo aperta dalle 5 del mattino.

Con questa opzione io venerdì ci ho messo comunque oltre un’ora a tornare. Sai, con giusto 100000 persone più o meno che provano a scendere nella stessa fermata e che si sparpagliano per la città, non va tutto proprio liscissimo.

Dentro al festival, poi, dagli enormi palchi Estrella Damm e Pull&Bear, ovvero il main stage in parallelo, al palco Dice, il più lontano, o anche all’Ouigo, l’ultimo nell’area principale del Forum, la passeggiata è di diverse decine di minuti. Poi, ovviamente, file ai bar, file ai cessi, ecc, ecc, ecc.

Insomma, il Primavera Sound è tante cose fantastiche, ma ha ormai una dimensione che costringe a tour de force di cui non sento il bisogno e di cui non ho più voglia. Forse.

Giovedì

Entriamo dopo un viaggio della speranza Milano-Francoforte-Barcellona (i voli diretti anche Ryanair costavano 300 euro A TRATTA già mesi fa), ovvero la soluzione più rapida nel range di costo accettabile per un volo da poche migliaia di chilometri. La sorpresa è forte fin dall’inizio: siamo arrivati tardi, all’ora in cui, gli altri anni, sulla salitona che porta all’ingresso del Forum non si vedeva quasi nessuno. Questa volta, invece, una marea umana si muove dall’uscita della metro senza soluzione di continuità fin dentro.

Suonano i Dinosaur Jr al palco proprio di fronte all’ingresso. Lo stesso – bellissimo, in una specie di anfiteatro – in cui li vidi qualche anno fa con quattro gatti davanti. Non riesco neanche lontanamente a calcolare quante siano le persone che affollano tutto lo spiazzo e gli spalti/scalinata fin in cima alla collinetta. Mai visto niente di simile.

Ascoltiamo qualche pezzo da lì, poi proviamo ad andare al bar. Proviamo, appunto, perché, non scherzo e non esagero, facciamo un’ora di fila per prendere una birra. Un’ora vera. In tutta la serata mi berrò due birre, io che me ne faccio due solo mentre penso cosa bere, di norma, in un qualsiasi pub.

Situazione ingestibile: sembra che il festival sia organizzato dalla parrocchia che non sapeva dell’arrivo di una valanga umana: cessi inarrivabili (ma tanto non bevi, quindi mica ci devi andare…), bar impossibili, palchi che sembra non si possano raggiungere.

Evito di muovere verso l’area big per aspettare Yo la Tengo allo stesso palco dei Dinosaur Jr e la situazione diventa più serena. Ovvio, il più giovane lì in mezzo avrà la mia età, sento parlare di Lire, cori per il Bologna FC e gran cannoni che passano qua e là. Bar sempre irraggiungibile, ma ormai mi sono rassegnato. Loro, sempre loro. Non li ho mai amati, sempre rispettati, tutto confermato.

Parto, armandomi di coraggio e con un filo d’ansia punto il main stage. Anzi, I. Perché son due, in parallelo: su uno si suona, sull’altro si fa allestimento. Tame Impala a sinistra prima, Pavement a destra poi. L’impianto audio è pazzesco: da centinaia di metri di distanza, l’ultimo spiazzo su cui si riusciva ad arrancare prima di un muro di teste oscillanti, la musica arriva perfetta e potente, disturbata solo a volte dal vento, ma contro di lui, anche l’impianto del PS deve arrendersi. Non amo Tame Impala, molti sì, arguisco dal delirio puro che ho attorno. Grandi performers e grande atmosfera, ma a me i pezzi proprio fan fatica ad arrivare. Amo invece di più i Pavement, che comunque non sono il mio gruppo preferito, e loro fanno un super live, da mettere nella mia top five di quest’anno.

La serata prosegue, io no: due aerei, bus, metro e niente birra chiedono una pausa. Il rientro sarà comunque una tragedia greca per un bus notturno che non passerà mai e vari ripiegamenti e una mezz’ora a piedi prima di far la nanna.

Venerdì

La sveglia a metà mattina si fa godere con una bella colazione sul terrazzino del b&b condita da un meno bello, ma scontato, shitstorm su tutti i social contro il Primavera: i cessi, i bar, il delirio. Qualcuno bravo, come il solito Damir Ivic, scrive su Soundwall un pezzo tosto ma corretto denunciando quello che sta succedendo. Altri, meno bravi, avvoltoi da tastiera si divertono a becchettare il (già) cadavere del festival più figo d’Europa ormai dato per defunto.

Fiduciosi, torniamo, sapendo che questa volta la serata sarà tutta nell’area big: a parte i Pond, si infilano Fontaines Dc e Beck, per me i due migliori live di tutto il festival, e The National e Caribou uno dopo l’altro sui due palchi grandi. Si trova un bello spiazzo sotto una colonna di casse, relativamente vicino a un bar e si fa lì la serata.Ma la cosa più bella è la sorpresona: sembra che il “locale” abbia cambiato gestione. I bar non sono affollati, non ci sono file ai cessi, si cammina serenamente fra una zona e l’altra. Ora, io non so veramente cosa hanno fatto gli organizzatori, ma qualcosa simile a un miracolo se lo sono inventati: è di nuovo il Primavera del 2018, affollatissimo ma sempre vivibile, caotico ma sopportabile. D’altra parte, se vuoi i festival da qualche migliaio di persone ci sono eventi meravigliosi come La Route du Rock o il nostro Ypsigrock. Non si può pensare di star comodoni a dieci metri dal palco con la birretta al Primavera Sound, è tutto enorme e, quindi, complesso.

Ma la serata è stupenda: due concerti, dicevo, di una bellezza rara: Fontaines DC, per me tra i migliori gruppi ora in giro (se non I migliori), hanno la maturità di affrontare un palco del genere con la strafottenza delle rock star. Sembrano nati negli stadi da 90000 persone, per quanto sono carichi e rilassati. Bravissimi. Bellissimi. Mercoledì torno a vederli qua al Magnolia, e questa volta voglio vedere proprio il muso di Grian Chatten a un palmo dal mio. Beck è inspiegabilmente più figo di vent’anni fa e in completo bianco balla e fa cantare una marea umana felice come se tutti stessero compiendo gli anni nello stesso giorno, nello stesso posto. Meraviglioso.

Poi, The National, centocinquantaseimilionesima volta che li vedo, ma sempre loro. Ormai il live è un “best of” che significa un boato dietro l’altro a ogni prima nota di chitarra. Caribou e i giovini cominciano a ballare, io faccio loro compagnia per un po’ e poi volo dall’altra parte del mondo a sentire King Gizzard & The Lizard Wizard. Dico sentire, perché di vedere non se ne parla: la folla è tanta, le mie energie meno. Entro nell’area palco, senza smettere di camminare butto l’occhio, esco dall’area palco, continuando a sentire le loro chitarre e la loro gran fotta. Non mi straccio le vesti: ero all’Hana-Bi quando Stu Mackenzie fece stage diving per farsi lanciare in mare e riportare sul palco dalla gente del Beaches Brew, mi son beccato il meglio già cinque annetti fa.Ma la cosa più bella è: zero ansia per i cessi, zero ansia per i bar, il che significa poter tornare il beone che sono e spassarmela fino a notte fonda, fino al concertone dei Mogwai che sfanculano di brutto la loro regina e il giubileo. Loro sempre grandiosi, non vanno in classifica perché i posti son solo cinque: ordini della potentissima Redazione di Sniffin Glucose. Cinque come l’ora del mattino a cui ci si muove verso casa: la metro ormai è aperta. Ci mettiamo comunque un’ora e mezza a tornare, ma si sa, dopo sette live e altrettanti birroni, la fatica scivola via di dosso molto meglio e si va a letto contenti.

Sabato

La sveglia di sabato è una felice lettura di pezzi che inneggiano alla bravura degli organizzatori del PS che hanno salvato tutto dopo l’infelice esordio. Anche qui, l’ottimo Damir scrive con grande lucidità, le faine da tastiera tacciono di fronte al festival redivivo. Noi, caffè e giusto un giro in spiaggia alla Barceloneta e si riparte per l’ultima notte al Forum.

Persi Low, Einstürzende Neubaten e Automatic per una sfiga dell’ultim’ora, già so che questa sarà la sera della grande rinuncia: niente Nick Cave. Vero, è una bestemmia, lo so. Ma, anche qui, settecentotrentaduemilionesima volta che lo vedo e a questo giro avrei dovuto rinunciare a quelli che vanno di diritto nella top five del festival: King Krule e Bauhaus.

Il primo, stessa faccia da ragazzetto che aveva quando lo vidi a Manhattan ormai quattro anni or sono, i secondi, teatrali e magnifici come avessero la metà dei loro anni, immersi in una nuvola di fumo che manco Marzio con la sua fog machine al Bolognetti Rocks dei tempi migliori. Prima di loro, Black Country, New Road. Carini, interessanti. Non mi prendono veramente e non sopporto la mise da “son qui per caso, mi hanno chiamato mentre facevo i compiti in cameretta” del cantante. Va bene il low-fi, va bene il DIY, ma santa polenta, una briciola di sex appeal, di caricanza e di esser fighi sul palco ci vuole, almeno per me che son vecchio e questa nuova estetica straccion-primi anni Ottanta mi fa vomitare.

Che poi par di usare un ossimoro, visto che ricordiamo gli anni Ottanta come un decennio di fighettismo, ma effettivamente c’erano allora anche mullet, maglie rosa larghe, baffi improbabili sotto cappellini brutti; scarpe basse e calzini su e tanti altri orrori oggi gioiosamente riproposti. Ma si sa, de gustibus non dispudanum est, dicevano i saggi. Bar liberi, bagni ancora di più, tutto fila liscio. Concerti bellissimi, ci lanciamo verso l’area main perché Damon lo voglio vedere e lui non si tiene: live dei Gorillaz bomba. Altro super gruppo che non amo particolarmente, ma la sua testaccia inglese sì, e alla fine me lo son goduto. Sempre a un chilometro dal palco, ma con un impianto da spavento e un’atmosfera di festa tutt’attorno.

Poi, restano le forze per i DIIV e una passeggiata per salutare il Forum. Ce ne andiamo prima che scappino tutti, mentre suonano su in alto i Beach House, proprio come nel 2018. Un rimpianto solo per Shame, troppo tardi e troppo stanco io. Me li godrò un’altra volta.

Primavera Sound

Insomma, com’è stato questo festival? Bellissimo. Bellissimo, non c’è altro modo di dirlo: vedere così tanti sorrisi, così tanti ragazzi vestiti come pare loro, pettinati/unghiati/stracciati/infighettati come pare loro, così tanti limoni sul finto prato che copriva (bravi) la polverosissima terra battuta davanti ai mega palchi, sentire quella vibrazione bella e potente, vedere le fattanze prese bene è sempre e comunque bellissimo. Anche la prima sera, quella del delirio al bar, ho visto più sorrisi che musi incazzati, abbiamo riso assieme (ma quanti italiani c’erano?) della disorganizzazione, la gente era comunque allegrona.

Perché, credo, malgrado i ruggiti dei leoni social, è comunque un evento magnifico, una cosa che fa stare bene. E dopo gli ultimi due anni, ne avevamo tutti bisogno.

Mi spiego: il Primavera aveva, come sempre, una line-up incredibile, però le dimensioni, le sovrapposizioni, le distanze lo rendono, secondo me, un festival da “festa” più che da concerto. Venerdì sono stato benissimo, fermo nello stesso posto per quattro live sui due palchi grandi ma ero a un festone, non a un concerto, che per me vuol dire star vicino alle transenne se non appoggiato a quelle, sentire la musica nella pancia mentre vedi le mani sulle chitarre.

Il Primavera si sta Coachellizzando? Probabile: tante fatine e unghie smaltate, tanto fluo, le boiler room, molti dj set. La settimana prossima suona Dua Lipa. Non è più il festival indie? Beh, bella scoperta: non lo è stato almeno negli ultimi dieci anni, già enorme e pieno di star.

Però. Però è stato bellissimo. Costa troppo, sia di soldi che di fatica, ma è stato bellissimo. E non mi veniva da sorridere così tanto da tanto tempo. E stare al bar e brindare con gli sconosciuti perché vi fate i complimenti per magliette dei gruppi vecchietti è bellissimo.

Il Primavera Sound è bellissimo. Non me ne vogliano i puristi dell’indie e i menagrami che non vedono l’ora di veder qualcuno sbagliare per dire che è caduto. Il Primavera è inciampato, verissimo, si è rimesso in piedi in meno di 20 ore (e davvero non so cosa e come hanno fatto, ma l’hanno fatto ed è stato un miracolo) e il sapore che mi rimane addosso, dopo un’altra odissea di voli ritardati tutto domenica, è comunque quello del sorriso, del mare al buio davanti a cui abbiamo brindato dicendo che non ci saremmo più tornati. Almeno fino all’annuncio della line-up del 2023.

Giovedì

Dinosaur Jr Yo la Tengo Tame Impala Pavement

Venerdì

Pond Fontaines DC Beck The National Caribou King Gizzard & The Lizard Wizard Mogwai

Sabato

Black Country, New Road King Krule Bauhaus Gorillaz DIIV Beach House mentre ce ne andavamo, come nel 2018 salutiamo così il PS22.

L’ultimo?

FABIO RODDA