I dischi che piacciono solo a me, credo #28

TYLA GANGYachtless (Beserkley, 1977)

Di loro (di lui) s’è detto negli anni che suonavano come dei Thin Lizzy obesi, degli Attractions senza Costello ma con Jona Lewie, dei T-Rex macho, dei Blockheads che si piegano all’hard rock, degli Stones new wave, dei Cockney Rebel del boogie, degli Heartbreakers aggrappati al bancone del pub. Rock. Che se Chris Lowe avesse scelto un gruppo da dopolavoro ferroviario sarebbe stata proprio la gang del Tyla o che se le New York Dolls non avessero sempre avuto quella voglia di puttaneggiare avrebbero imbracciato chitarre come peni eretti. O come questa banda di debosci. Si è detto persino che inventarono (mi ripeto: inventò) la svolta blues di Tomorrow Belongs To Me della Sensational Alex Harvey Band e che mezzo catalogo della Stiff deve le proprie intuizioni a quegli unici tre minuti di musica (sei con la speculare facciata del vinile) che si degnarono di incidere in guisa di 45 giri. Si è detto tanto, troppo, di tutto su John Michael Kenneth Tyler (detto Sean Tyla) eppure rimane un autentico Carneade delle cronache rock, pur avendole percorse in lungo e in largo sin dall’inizio degli anni settanta, quando soleva accompagnare in tour Geno Washington. Quasi mai assiso alle cronache o alle classifiche però, parimenti quasi mai citato nei tomi che contano (ma vi è una sua discreta autobiografia in giro: Jumpin’ In The Fire, del 2010), mai stato oggetto – e questo è uno scandalo – di rivalutazione postuma. Artistica quantomeno, dacchè l’uomo ne ha compiuti da poco 72 e gode ancora di ottima salute. Quindi… Di cosa parliamo quando parliamo del più illustre degli sconosciuti?

Sono ruzzolato addosso ai Tyla Gang tardi, tardissimo. Troppo tardi mi verrebbe da aggiungere, fuori tempo massimo. E non ho idea come avrei potuto metabolizzare quell’hard rock boogie cafone se mi fossero giunti appresso più o meno all’altezza degli Sparks, dei Mud o di quei Cockney Rebel di poco sopra. Probabilmente li avrei rifiutati in blocco. O ne avrei fatto scaffale comune per osmosi rock. Chissà. È assodato però, e faccio pubblica ammenda, che solo da qualche luna mi posso fregiare del titolo di ‘seguace indefesso dal rutto libero’. Tramite una stentorea lapide in guisa di cofanetto edito dalla sempre benedetta Cherry Red. Si chiama Pool Hall Punks The Complete Recordings 1976-1978, consta di 3 cd, data 2016 e va ad accompagnarsi alle scarne tracce giunte alle mie orecchie negli anni, nello specifico dapprima a quel The Big Stiff Box Set del 2007 dove compare con l’ordigno Styrofoam e poi quella Glitterbest (2004) che è sugosa raccoltona glam ove il nostro sferraglia con i Ducks Deluxe, nome dal quale tocca giocoforza partire.

E’ dallo scioglimento degli Help Yourself che si accorpa la triade Martin Belmont, Ken Whaley e Sean Tyla, più che un nome da band rock and roll un’esortazione visto che, dopo due anni di infruttuosi tentativi acid rock (da avere – fosse solo per curiosità – Beware The Shadow, UA, 1972) i transfughi si accodano all’eterogeneo movimento glam. Han più frecce in faretra che bersagli però le Super Paperelle e – in sovrappiù – un andirivieni in formazione che farebbe impallidire le diaspore della Liverpool post punk tutta. S’imparentano con i Motors, con i Brinsley Schwarz, con i Flamin’ Groovies, con i Man. Finanche con i Rumour di Graham Parker tramite il Belmont che ne diviene socio fondatore. Albero genealogico rock dai rami nodosi e intrecciati ma che porta, finalmente, alla messa in proprio del Tyla, stanco di vedere i Ducks Deluxe come una girevole porta d’albergo dove tutti entrano ed escono senza ricavarne minima soddisfazione commerciale. Che Tyla Gang sia allora, deve aver pensato il nostro, frustrato dal prestare fianchi e manovalanza assortita (sovente nemmeno citata sui crediti) in imprese fallimentari.

Decide di sbagliare in completa autarchia, avvicendando ancora strumentisti (a partire dal fratello Gary) come se piovesse. E’ l’autunno del 1975, guado mirabile dove nulla più è pub rock e nulla è ancora punk ma una strana mistura che ne riporta entrambi gli odori sui vestiti. Serve un attimo perchè la Stiff si accolli spese di registrazione per una manciata di canzoni e ancor meno perchè Styrofoam (scoppiettante singolo estratto dalla penna di Darrel De Vore) diventi un hit sotterraneo. E’ bissato sul lato B da Texas Chainsaw Massacre Boogie e non credo vi debba servire altro per mapparne la consistenza. Una bomba. Rimarrà unico vagito per la stilosa etichetta tanto suonano paludosi, blues, caciaroni, festaioli e tellurici. E rock, immarcescibilmente rock. Rock peloso, masculo e – massì – a tratti ignorante. Dei Dr. John privi dell’allure Gris Gris, ma con i Cheap Trick come session men e con il foglio di via da New Orleans. Dei T-Rex cresciuti a Detroit, dei Television a corte degli AC/DC. O viceversa.

Styrofoam ha dei groove di batteria che avrebbero fatto ‘impallidire’ James Brown o l’Incredibile Bong Band, gira su ceppi accesi di riff da porno in rosa e nero e tiene mutande sporche. In una parola quintessenzialmente yankee tanto da venir appellati per anni (e scherniti, pure) come “i più americani tra i gruppi inglesi”. È difatti la statunitense Beserkley ad annetterseli senza indugio inserendoli in un catalogo dove svettano Jonathan Richman and the Modern Lovers, Greg Kihn (eccolo un altro punto di sutura con quel rock USA) e i Rubinoos. Più chiaro ora? O andrebbe aggiunto che se i Knack e la Steve Miller Band tutta si potessero immaginare stampati in pdf e con un font bluesy suonerebbero all’incirca così?

Ma il tempo e le battute sono tiranne, fratelli e – dacchè è Yachtless l’oggetto del nostro ciarlare odierno – sarei oltremodo ringalluzzito se qualcuno avesse il garbo di far proprio quel cofanetto di cui sopra, scatenandovi appresso chiappe, whisky dozzinale, poster da camionisti, Xtube e chitarre. Un disco che rappresenta esordio e pietra tombale (nonostante Moonprof, dell’anno seguente), zenith e nadir di un gruppo che non saprei indirizzare su nessuna scacchiera del rock comunemente inteso, un gruppo genuflesso sul blues più basico ma pieno di svisate di stiloso boogie, una glassatura da 100 Club e con una crassa ignoranza FM a farcire il tutto. Pop rock da decapitare, nell’anno domini 1977. Cosa che puntualmente avvenne, liquefacendoli in un impietoso anonimato che tuttora persiste. E dunque mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa esser caduto nell’ignoranza coatta per tutti questi anni, ecco perchè cerco di immolarmi anche per i vostri peccati.

Ornato da una copertina immonda che riporta alla mente il peggior – ehm… – yacht rock di Chris Rea o Cristopher Cross Yachtless è un iniezione di vitamine e bourbon che potrebbe rendere anfetaminiche le vostre domeniche mattina. Un Bloody Mary di riff ripieni di peperoncino pronti a sporcare i baffi di questo Russ Ballard sovrappeso. Ma come sferraglia! E come induce al buonumore con le sue 10 tracce che talvolta convergono verso un hard rock elettrico e talvolta verso un inconsapevole punk. Ci mette le mani John Burns (Jethro Tull, Genesis, Traffic, Fairport Convention e Burning Spear tra gli altri), aiutato da Tony Platt (Bob Marley e AC/DC nel palmarès) sebbene l’arrogante Sean ne rivendichi la co-produzione sulla quasi totalità dell’album; è segnale che la Beserkley ci crede e non intende badare a spese, certa di trovarsi in casa e nel catalogo il Cavallo di Troia che potrebbe rivoluzionare le classifiche rock americane. Non sarà così, per quanto il long playing cominci nel migliore dei modi con la cavalcata selvaggiamente hard di Hurricane, onomatopeica nello scartavetrare southern rock e anticipi di Hanoi Rocks (e, perché no? Giuda). E poi Dust On The Needle, unico brano che superi i quattro minuti, giusto per certificare quegli spermatozoi punk di poco sopra. Un pezzo dove par d’avvertire gli Stones di Start Me Up o Steve Jones e le sue Pistole cimentarsi con riff per ricchi annoiati. Un po’ quel che han fatto appunto recentemente Lydon & Co. Solo 40 anni prima. On The Street inventa letteralmente il Sunset Strip di Los Angeles e capelluti alla Motley Crue, rock stradaiolo e sudato come da titolo. New York Stuff è il più bell’apocrifo del miglior Tom Petty, e non nascondo un friccicor de core tutte le volte che dal vinile si palesa. Andrebbe inserito per costituzione sonora in ogni compilation da viaggio che si rispetti, tra un Boss, un Randy Newman, un Bob Seger e – appunto – un Tom Petty. Speedball Morning inventa letteralmente l’heavy metal, solo cazzuto e cazzone; svisate hendrixiane e un retrogusto come da sale sul Margarita che frizza come i Cult di Love. Ma Removal Machine. Tempo di girare il vinile e Don’t Shift A Gear si mangia ancora tutti gli implumi beniamini rock odierni del mondo, banchetto roco tra ZZ Top e Creedence Clearwater Revival, talmente rozzo da risultare irresistibile. Ma non è mica finita, ‘che Lost Angels riporta dalle parti di un muscoloso Lou Reed con tre accordi svogliati e un ritornello quintessenzialmente anni settanta. Se non lo reputate un complimento passate oltre. Magari allo stacco da tatuaggi e peli sul petto che conduce alla fine, quindici secondi che valgono più dell’intera discografia di Lenny Kravitz. The Young Lords è già new wave e non lo sa, ha un incedere svagato tra XTC e Todd Rundgren con in sovrappiù un cantato – a tratti – alla Byrne. Meticciato corrotto che i Ramones devono aver studiato assai per alcune terzine di Road To Ruin. E che dire di Whizz Kids che unisce Motorhead, Pretenders e Dr. Feelgood con un’armonica southern rock al profumo di Lynyrd Skynyrd? Turn Your Radio On abbassa dignitosamente le serrande di un disco memorabilmente macho tramite un lentone strappamutande interpretato in maniera magistrale dalla voce annoiata del Sean. E ti par quasi di sentirlo, in studio, mentre guarda impaziente l’orologio e attende una limousine che lo porti da Rodney Bingenheimer a lumare le pupe.

Chiude così un disco che ai più dirà poco o niente, talmente stivato di rock classico, strasentito e senza troppi guizzi. Ci sarà altresì poca polpa nell’osso dei Tyla Gang. Pochissima. E se di Moonprof s’è già detto (una sciacquatura dell’esordio con in sovrappiù un retrogusto mainstream) non vi è molto altro da dire tolta una diaspora coatta e un sciogliete le righe fisiologico. La carriera in proprio del John Michael Kenneth darà qualche soddisfazione maggiore; Sarà Roger Daltrey a spingere il nostro verso l’avventura solista, dapprima regalando una sessione al Rampart (studio privato degli Who), poi tramite l’intercessione della Polydor che sborsa 250.000 dollari per un contratto di 5 album. Ne registrerà tre, ma saranno forieri delle prime soddisfazioni commerciali, quantomeno in Germania dove il singolo Breakfast In Marin (Classic Rock dalla parte dei Fleetwood Mac) raggiungerà la Top Ten. Di lì sarà sarabanda rock and roll ed eccentricità a mille: dalle registrazioni con Joan Jett per Bad Reputation e I Love Rock And Roll (sì, partecipa il nostro) ai cameo con Mike Nesmith e Carlene Carter per finire alla recente fama britannica in guisa di designer e maestro di cricket. Come avrete agevolmente potuto evincere, con il rock and roll il nostro non si è potuto permettere lo yacht ma – forse – una sana Tyla (Tequila) Gang (Bang). Si spera.

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo #26

Plastic Bertrand – An 1 (RKM, 1977)

Come passa il tempo, quando sei giovane, insofferente e stupido. È davvero un attimo ritrovarsi vecchio, insofferente e stupido. Un piccolo attimo insignificante, un lampo e gran parte della tua vita te la sei già risucchiata in un domino di errori, scelte sbagliate, macigni e responsabilità. Ti guardi e quello che vedi sono cicatrici, adipe attorno al giro vita, rimpianti, stempiature e giorni tutti uguali. Vuoi mettere quando la stupidità era il tuo vero valore aggiunto? Magari condita da quella sicumera adolescenziale che ti permette di farla franca quasi ovunque e figuriamoci in provincia? Non devi vergognarti di nulla quando sei giovane, ampiamente scusato dalla carta d’identità.

Sono qui, in riva ad un mare che non mi appartiene, a rimuginare sulle complessità della vita, attorniato da condizioni climatiche incerte e una probabile pisciata che mi incombe sulla testa. Non so come vestirmi, il sole gioca a tetris con le nuvole, la spiaggia è stranamente deserta e in questo chiosco abbandonato da dominiddio sono – tolto un tavolo di foemine complex – l’unico avventore. The Only One I Know. Adriatico rozzo e incolto, senza patria; unica striscia di terra e risate che si snoda come un’ininterrotta collana di perle e sabbia lungo tutto il midollo spinale del nostro paese. Puoi essere a Grado, Caorle o a Senigallia ma le nostre spiagge sono un brand come il McDonald’s: tutte uguali, tutte con la loro italica impronta. Un misto di Dolce Vita e Sapore di Mare, ferme in qualche imprecisato punto tra gli anni sessanta e gli ottanta. Basta sedersi da qualche parte e ti rendi conto di essere sul set di qualche regista indipendente, non sei tu a muoverti, è la sceneggiatura che ti viene incontro. Ho appena visto passare Serena Grandi, mi attendo un ectoplasma di Tondelli o (dovesse proprio andarmi male) un verboso Jerry Calà. Le Foemine Complex sono un poker di thirtysomething che sembrano di casa in quel pezzetto di Aperopoli e Sangrilandia, forse reduci da un addio al nubilato, forse parenti delle titolari. Forse, più semplicemente, cameriere dello stesso pronte ad azzannare la giornata libera senza pensarci troppo sopra. Resta il fatto che si muovono agevolmente in questa balera alcolica, sembrano viverci. Schiamazzano con inflessioni dialettali e – a modo loro – sono persino simpatiche, tanto che la più spigliata del lotto impone musica proveniente dal suo smartphone alle titolari di ‘sto chiringuito del piffero. Tra una patatina e l’altra (e non si voglian vedere crassi doppi sensi).

Approvo ma senza darlo a vedere, non posso intromettermi, ho delle missioni pregne alle quali far fronte. Tipo farmi venire un’idea riguardo il prossimo disco da trattare per Sniffin’ Glucose. Giovedì è dietro l’angolo e in questa estate ormai deceduta sul filo di lana lo svicolare coatto dagli impegni non può e non deve diventare un alibi. Passo in rassegna files mnemonici e appunti sparsi, mi arrovello, sento addirittura il femmineo poker chiedere ai passanti – rari invero – una fotografia da pubblicare su Instagram. “Ma mi raccomando – sottolinea quella che sembra più nordica – in primo piano che così si vedono bene le tette”. Come no. Non avessi ospiti al tavolo mi sarei proposto per lo scatto, tanto più che la compila spotifai delle squinzie non è nemmeno male e pure il sole fa posto alla vita quando quel Three Of A Perfect Pair rinfresca il palato. Ho ospiti, già: sono con due Americani (non statunitensi: Americani). Martini, Campari e Selz. Selz non conosce una parola di italiano. Quindi sono già tre e per forza di cose uno di codesti dev’essere lo Spirito Santo; spirito nel senso di alcool, Martini senza ombra di dubbio. Di giocare a carte col morto non se ne parla.

Poi Transmission dei Joy Division si palesa sulla spiaggia e lo Spirito Santo si sente chiamato in causa, aleggiandomi attorno davvero: che ci fai qui, Ian? I’ve got the spirit, but lose the feeling. Pare un corto circuito emotivo. I Joy Division in spiaggia. Un concetto che il pensiero non considera. Chiederei un attimo di silenzio e raccoglimento ma nemmeno il bagnino (sorta di vichingo immerso nel testosterone) è deciso a darmi una mano. Così ascolto quella gragnuola di pezzi, tra un sorso e l’altro. In silenzio. Figlia degli anni 90 codesta playlist, mi dico. E così la di lei titolare. Lettrice di Rumore senza dubbio. È oltre l’indie mi sa, a sentire le scelte. Su su, verso il cerebro. Manco un Libertines a farmi muovere le chiappe di cemento, un Blur, un Happy Mondays. Un miagolìo dei Suede, che le donne ne andavan pazze, a quanto ricordo. Ma a caval donato non si guarda in bocca, soprattutto se ti fermi a pensare quale potesse essere l’alternativa, in quel chioschetto sfondato da quel clima stronzo. Una spiaggia deserta tagliata a metà dalle nuvole ma che ti abbronza il volto. Se è vero che qui non viene mai nessuno a trascinarmi via è altresì sacrosanto che questo vento agita anche me, con buona pace della Loredana e di Enrico. Poi si erge il riff di Ça Plane Pour Moi e tutto, improvvisamente si palesa. La combinazione fa scattare la serratura che fa scattare il forziere che prosciuga i bicchieri. Eccolo il disco! È un attimo perché il nastro si riavvolga, i nuvoloni prendano il sopravvento, le quattro paperelle foie gras si gettino in acqua e io veda le ruote del cosmo mettersi in fila, allupate. Eccolo il fottuto, stramaledetto, disco. E avrei dovuto pensarci prima dacchè materia che avevo già avuto modo di vergare per goduria personale qualche anno addietro. La sabbia annuisce, la coppia di Americani anche. Le tizie sono già lontane, perse dietro un immaginario divertimento acquatico: che Bertrandino sia, allora!!

Credo che An 1 sia stato – assieme a Trapezio di Renato Zero e una compilation della K-Tel dove svettava Asha Putli – il primo ellepi a me interamente ascrivibile, regalo di compleanno fortissimamente voluto e altrettanto forsennatamente rovinato da migliaia di ascolti coatti tanto da doverne bissare – qualche anno dopo – l’acquisto. Per un emaciato pre-puberale, ingenuo et padano era il punk all’acqua di rose che non poteva fare grandi danni alle sinapsi (sarebbero serviti i Ramones, per quello, giusto un paio di lune appresso). Ne sono legato da una sorta di gioiosa complicità, dall’afflato estivo (suona come dei Supergrass addormentati dall’imperizia alla corte dei Buzzcocks), da delle canzoncine frizzanti e da quella grande truffa del pop che si sarebbe rivelata solo molti anni dopo. Truffa che è (e resta) puro genio del male e del marketing. Del Plastic Bertrand poppettaro sciocco (Supercool fu il mio ultimo acquisto, e vi potrei anche dire quando arrivò in casa se non fosse oltremodo doloroso ricordarlo), del riciclato acid house o del presentatore televisivo contrito non mi interessa nulla. L’avevo abbandonato subito al suo triste destino, usandolo come palestra per fare il grande salto nel mondo che conta(va). Per me, per voi, per tutti Roger Allen François Jouret è innanzitutto quello di Ça Plane Pour Moi e poi – forse – di An 1. Stop. Non ci sarebbe altro da aggiungere se non fosse che quella canzone contagiosa e malandrina aveva del sale nelle sue ferite. Lo vidi e la udii in una vetusta trasmissione televisiva, lui zompettava querulo dandomi per la prima volta l’immediato significato della parola ‘anfetaminico’ mentre la canzoncina si spandeva elettrica per l’aere, immobilizzandomi come un taser sonoro. Plastic Bertrand, recitava la scritta in sovrimpressione sul tubo catodico, un nome buono per del mangiare per gatti (Wham Bam, Mon Cat Splash!) o un vibratore venduto per corrispondenza. Tre minuti di contagioso power pop punk che mi urtava i neuroni ma che non riuscii a spazzare via nemmeno il mattino dopo quando, nell’unico negozio di dischi ed elettronica del mio paese, domandai il 45 giri. Un anthem power pop più o meno innocuo spiegato alle masse che però conterà innumerevoli (e talvolta regali: dai Sonic Youth a Richard Thompson) riletture nel corso degli anni.

A me ne serviranno venti per scoprirne con mestizia i tristi retroscena, e come dietro a quei centoottanta secondi scarsi ci sia stata – appunto – una delle più grandi truffe del pop organizzata e astutamente congegnata dal vero MacLaren fiammingo: Lou Deprijck, produttore, fac totum (Fuck Totum) e Pigmalione. Con l’accento su Pig. Insomma, è una storia torbida, memore dei Bay City Rollers (dei quali Jouret era la continuazione virata King’s Road) e mai completamente chiarita questa, storia che periodicamente mi piace rimembrare. Seguitemi e sedetevi qui, le squinzie sono in acqua. Offro io.

Siamo nei primi mesi del 1977, i Sex Pistols ed i Ramones hanno già portato avanti la Rivoluzione Copernicana, l’impeto si è esteso in ogni angolo del pianeta e tutti vogliono farsi scompigliare i capelli da quella salutare brezza già pronta a perdere d’intensità; Alan Ward, uomo già del giro dei Damned (aveva militato nei Bastard assieme a Brian Robertson, di lì a poco James), si inventa gli Elton Motello. Vuole qualcosa che tenga l’intensità umorale del punk ma che indugi anche nella scrittura, nella melodia e che abbia canzoni delle quali non vergognarsi, qualcosa che unisca Marc Bolan ai fiori nella spazzatura. Lì fuori – dice – ci sono troppe spille e poche canzoni; io ne ho solo due, ma sono di quelle che possono intrufolarsi in parecchi pertugi aperti dal tellurico sconvolgimento dei Sex Pistols.

La prima soprattutto, si chiama Jet Boy Jet Girl e l’ha scritta assieme a Yvan Lacomblez, uno dei primi punk francesi. Recluta vecchi amici quali Alan Timms, Mike Butcher, Yves Kengen e Nobby Goff. Quest’ultimo (già nei Bastard) siede alle pelli ma l’insofferenza è troppa; lascia subito e viene sostituito da tal Roger Jouret, pronto ad entrare in studio per registrare gli unici due articoli di catalogo, ovvero la succitata e Pogo Pogo, singoletto al fulmicotone che (nelle intenzioni di Ward) avrebbe dovuto essere l’anello mancante tra le Runaways e gli stessi Damned.

Le forti e pruriginose tensioni del testo invece di propugnare salutare scandalo mediatico ne cassano qualsivoglia visibilità. E’ proprio mentre le dinamiche della band cominciano a sfaldarsi che Jouret tesse una tela attorno a Ward. Una tela che sa di ammutinamento bello e buono. Intanto lo silura in silenzio portandosi appresso Timms, Butcher e Kengen prima di contattare spalle discograficamente forti (la RKM) e un paroliere (eccolo, Lou Deprijck) che ne assicuri i passaggi radio e che getti un po’ di confusione nei media; poi in sordina e sempre in combutta con Deprijck chiede di poterne registrare una versione francese. Ward acconsente. Con uno scioglilingua vergato in un francese d’antan, l’appoggio della AMC, un titolo cambiato in Ça Plane Pur Moi e un nome repentinamente convertito in Plastic Bertrand il furbo Jouret – ad un mese esatto dalla versione primigenia – esce in Francia con il singolo.

Mancano 15 giorni al Natale del 1977.

Il 6 Gennaio del 1978 il 45 giri è in classifica in 7 paesi, prima che l’estate sfiorisca va a lambire – dall’alto delle tre ristampe – la Top40 americana. Ward si accorge troppo tardi d’essere stato abbandonato in mare aperto con una scialuppa fallata e una manciata di royalties (poche, pochissime dacché autore del testo inglese) ma le sue spalle non sono quelle della RKM, e gli aggiustamenti messi in atto da Deprijck (aiutato, va sottolineato, da Lacomblez) mettono in cassaforte qualsiasi possibile ingiunzione legale. Cosa più importante: ciò che rimane della band è ovviamente schierata col Bertrand (pecunia non olet, no?) e sul povero autore cade una mannaia ed un silenzio mediatico tra i più feroci.

Fa di più Jouret la scaltra faina, aiutato dal McLaren fiammingo: inserisce nella prima tiratura del singolo persino Pogo Pogo (l’originario lato b), prima di ricredersi per non fomentare ulteriori dubbi da un Ward da allora e per sempre destinato all’oblio con una signorilità d’altri tempi (“è solo la versione francese del nostro pezzo, né più né meno” avrà a dire in tempi recenti, rinunciando a qualsivoglia vis polemica). E, mentre il Lou(rido) scombussola le carte e crea una incredibile, confusionaria e inestricabile ragnatela di date errate e versioni primigenie il Plasticoso Bertrand sopra quei tre minuti costruirà una altalenante carriera da miracolato che dura da quaranta lunghi anni, nonostante il rovinoso outing con il quale ha tentato di gettare l’intera croce addosso al Deprijck, vera – dice – voce nei suoi primi quattro album.

E invece, guarda un po’, nonostante tutto questo shakespeariano sconvolgimento in guisa di sceneggiatura, An 1 è un signor disco che ancora regge e suona bene, forse meglio di allora nonostante sia stato responsabile della rovina di almeno un poker di amicizie (una delle quali ancora m’offende). È rinfrescante, ha una scrittura furba e diretta, è provvisto di canzoni (spesso prese in prestito, come si è visto), e fila via come un Hugo. Che non è propriamente un vero aperitivo, ma ci va appresso di un’inezia, come un muscolo senza fibra proteica. E come quella sciocca bevanda da parvenues anche questo disco non è punk ma ne lambisce le coste, e quante battaglie dialettiche dovetti sopportare sul mio conto da conoscenti più scafati o semplicemente duri e puri per ammettere il mio gradimento verso questi 11 brani. Lo riascolto ora e – tolta – una compressione sonora di fondo davvero fastidiosa – la qualità delle canzoncine mi rimane appiccicata come sabbia salmastra. O come la playlist di queste quattro paperelle che non vogliono saperne di tornare a riva.

Quasi tutto il disco è farina del sacco Deprijck, sin dall’iniziale Le Petit Tortillard, continuazione binaria del mega hit di cui sopra. Ma c’è altro. C’è la isterica versione di Bambino di Dalida (a sua volta presa da Guaglione, firmata Fanciulli/Salerno e portata al successo da Aurelio Fierro), pezzo che avrebbe potuto scalfire qualsiasi classifica, dall’Egitto alla Norvegia. C’è una Sha La La La Lee degli Small Faces che non si fa sacrilegio ma omaggio e si lascia ascoltare col piedin battente e un sorriso beota stampato in faccia. C’è altresì una caraibica Dance Dance, una Naif Song che puote declinarsi reggae senza fatica alcuna (soprattutto nella conclusiva versione Solo Naif Song) e una Pogo Pogo, spogliata dal furore del Motello e resa Ramones così come la minimale ma debole Wha ! Wha! che pare presa di peso da Leave Home. 5,4,3,2,1,0 guarda a New Rose masticando blubble gum e un sax mentre Pognon Pognon è un inutile riempitivo che nulla aggiunge ad un disco sbarazzino ma assolutamente non stupido, a dispetto della sua estetica frizzante.

Resta il fatto che, del povero Alan Ward, non rimane più nulla oltre quei pochissimi minuti di scanzonato power pop, una tragedia servita a far da palestra a generazioni di musicisti, spesso ignari di osannarne soltanto lo scaltro esecutore e il suo burattinaio. Jouret oggi – tolta una recente e sporadica partecipazione al Grande Fratello Vip belga – si dedica alla sua galleria d’arte. Lo chiamano pop, baby. Ma ora mi alzo e torno in hotel con un temporale che bussa forsennatamente nel cielo e ben altri pensieri da indossare, che quelli han sempre taglia unica e slim fit. Eyes, dark grey lenses frightened of the sun… Dance, dance, dance, dance, dance to the radio.

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo #21

Filipponio – Per chi vuol capire (Fonit Cetra, 1977)

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Alla fine l’unica cosa che veramente mi importava era il nome. Il nome e come suonava mentre te lo rigiravi in bocca come una Big Babol al bitume. Filipponio. Fi-Lip-Ponio. Sentire lo slalom sulle doppie, l’allitterato parkour, la semplicità geometrica seppur curva di consonanti. Un nome concentrico. Sapeva da fumetti, da piovre e rotonde sul mare, da cartoni animati tipo “Tofffsy (con tre effe – ndr) e l’erba musicale” (questo non ve lo ricordate, vero?); lo vedevo salire su un palco con le mani in tasca e quei riccioli ribelli e partivo per la tangente, chiedendomi chi avesse dato una chance a quello strano gigolò di borgata. Gli mancava il borsello a far pendant con quell’aria dinoccolata a metà tra un lettore di Babylonia e un militante di Lotta Continua scevro di Parka e colpito da amnesia. Non mi piaceva nemmeno la musica che proponeva, ad essere sincero. Io ero in piena pubertà, cercavo i soldatini Atlantic e ravanavo i 45 giri degli Shocking Blue in collezioni altrui; sorbirmi quella triste e noiosa miscela cantautorale che sapeva da night club, femmine procaci, lenzuola spiegazzate e fumo di sigaretta non era ascrivibile alle mie passioni dell’epoca. Nemmeno l’Olanda di Cruijff e Neeskens era tra le mie passioni dell’epoca, ostia. Figuriamoci Donato Filipponio, cantautore sciupafemmine ombroso e in odor (lontano odor, lontanissimo) di Paolo Conte che – per un brevissimo istante – verso la seconda metà degli anni settanta, ebbe un guizzo di notorietà. Mi guardavo ridendo i suoi baffi tra Freddie Mercury e Sandro Mazzola, ascoltavo tutti i filamentosi (con l’accento su lamentosi) birignao gutturali che proponeva e poi passavo ad altro, che fossero Dee D. Jackson, Sandokan o la solita interminabile et solitaria partita al Giocagoal.
Non se lo filava quasi nessuno e lui, di rimando, quando si presentava (raramente invitato, sia chiaro) a quelle insulse trasmissioni tipo Saint Vincent o La Gondola d’Oro rispondeva a tono, esibendosi piacione con noiosa noncuranza e un sorriso caro ad un altro Donato: Bilancia. Pareva un Califano bisex. Stessa voce ombrosa e al gusto catrame, solita sigaretta, identici pantaloni svolazzanti, stessa camicia da mandrillo di riviera pronto a vantarsi di copule multiple e inenarrabili. Amava Brèl e Aznavour invece, il nostro, e io ci misi anni e anni per riuscire a trovare qualche reperto ascrivibile al suo canzoniere, che mica siamo nati con Discogs tra le mani, ‘noi che scavavamo l’oro nel Klondike’. Non era roba da Anima Mia, non era roba per abbronzate nostalgie in fascia protetta di Carlo Conti. Non era (ed è) nemmeno roba per Techetechetè, quella trasmissioncina Rai che ogni tanto un brividino te lo provoca. No, Filipponio era e rimane un desaparecido della musica italiana, completamente rimosso e dimenticato. Non che si sia adoperato tanto per farsi ricordare, lui e la sua avventurosa vita, se persino le notizie della sua morte risultano frammentarie e di difficile reperibilità. Di Filipponio, madre autoctona e padre greco, rimangono solo una manciata di dischi (6 album per la precisione) e una sequenza di canzoni umbratili, equivoche e crepuscolari. Un po’ – appunto – Califano, un po’ chanson française, un po’ night club al limite della legalità.

Musica da Pincio”, la chiamano dalle mie parti. Roba da divanetti sdruciti e smagliature di calze, da rossetti famelici e whisky torbati sorseggiati in penombra. Roba da peli su petto abbronzato e orologi da un chilo; roba da piste da ballo (e non); roba da Francis Turatello e Sammy Barbot. Roba da donne problematiche, in pratica. Roba che gli americani mica erano capaci a farlo così l’amore, con i loro dentoni scintillanti e i Burt Reynolds. C’avranno anche avuto il groove gli yankee, ma a far capitolare una femmina di notte, questi marpioni della canzone italiana erano imbattibili. Pensare che i priapici satrapi d’oggidì sono stati costretti a passare dal Califfo a Biagio Antonacci qualche turba te la provoca eh. Blu blu l’amore è blu e quindi è ovvio che poi ti serve la pastiglietta dello stesso colore se non hai un substrato sonoro che ti aiuti nella missione.
Ognimmodo non siamo qui per farne una questione di tacche sulla pistola (scusate) ma per passare qualche minuto scambiando due chiacchiere su un tizio che esordiva nel 1976 con Una Sigaretta Fumata In Due per la FMA, etichetta di Federico Monti Arduini (per tutti: Il Guardiano del Faro). Ma riesce a far di meglio l’anno dopo quando becca la canzone della vita o quantomeno di una porzione della stessa, quella notturna. Pazzo Non Amore Mio è contenuta su questo Per Chi Vuol Capire, album che feci mio qualche anno fa alla modica cifra di 3 euro tramite una matrona che avrebbe potuto benissimo essere stata una vittima del Filipponio, pronta a svendere cotanto senno assieme a originali reperti d’epoca siglati Branduardi, Jannacci, Conte, Vecchioni, Tofani. ‘Che io sarò anche esterofilo ma c’ho i piedi ben piantati nello stivale. Raccoglievo ellepi come dinanzi a un tiro a segno e guardavo la svanita beltà di quella donna che si stava disossando la collezione vinilica. La osservavo di sghimbescio e mi facevo delle domande maliziose mentre la pila si innalzava. Erano suoi o di un ex amore? Perchè un banchetto zeppo solo di ellepi italiani e francesi? Chi era, la Mata Hari della Ricordi? La Theda Bara della Pathé Marconi? E perchè quegli occhi tristi bistrati da un mascara totalmente anni settanta e forse proveniente proprio da quel decennio? Non aveva nemmeno una borsetta dentro la quale inserire la polverosa mercanzia, ma sono uomo previdente et premuroso e non mi persi d’animo. È a casa che innalzai un film a mio uso e consumo, tramite una infruttuosa ricerca in rete. Poche, pochissime le notizie riguardo Filipponio. Avevo più ricordi di seconda mano io che seri dati oggettivi quell’internet che quando ti serve davvero non c’è mai.

Tocca dunque rimetter sul piatto Per Chi Vuol Capire e accendersi una sigaretta sgualcita con un aplomb alla Goemon. Che è il braccio destro di Lupin, non il rapper. Avvicinarsi a Filipponio non è semplice, si corre il rischio di liquidarlo come un Franco Califano in seconda, buono per tardone con la rosa sgualcita tatuata sul seno e l’anellino all’alluce. Vero, ma c’è di più. Poco, ma c’è. C’è uno spleen latente, una tradizione armonica tutta italiana che va da Bruno Lauzi a Luca Carboni, una voce roca fuori tempo massimo. C’è un disco assolutamente non ascrivibile al capolavoro e anzi. Fermo in quei mediani anni settanta, di quelli col Super 8 e la Fiat verde bottiglia, di quelli che persino l’austerity riuscivi a viverla come una elettrizzante novità a colori. Insomma, sto facendo di tutto per non parlare del disco, relegandolo ad una Polaroid sonora di quel decennio, ed è facile che me lo demoliate a mazzate, con comprensibile ragione. Ma a me mancano quei personaggi borderline, di quelli che ti chiedi come potesse davvero essere – allora, in quegli anni – la discografia per avere una visionarietà e un’incoscienza simile. Mi mancano come l’aria le storie sordide o soltanto sfortunate. Mi mancano Fanigliulo, Alfredo Cohen, Enzo Maolucci, Claudio Daiano, Leo Nero. Persino Rossano (che storia truce, ragazzi), Alessandro Bono (uno che prenderà parecchio da Filipponio) e Stefano Rosso. Tutta gente che (chi più chi meno) ha annusato la spazzatura e le briciole dello show business, rimestando nel torbido con la vita, con i pensieri o con le parole. Le omissioni no, mai.

Mentre gira gracchiando rimango con quell’idea primeva che mi colpì dal tubo catodico (Saint Vincent o La Gondola d’Oro? Oppure le retrovie di un Festivalbar? Non lo saprò mai). Per Chi Vuol Capire è un disco che – musicalmente – non lascia segni tangibili, ma ha la grande forza di estrarre ricordi. La title track gratta su un cantautorato vicino a Andrea Mingardi, Tu Mi Confondi prova ad ampliare lo spettro armonico su un’ingarbugliato canovaccio che il primevo Vasco Rossi deve essersi studiato alla perfezione. Il Gioco Della Torre imbarazza con uno spoken word alla Buonasera Dottore, teneramente ingenuo e sopra le righe nel giocare il ruolo del playboy su un sottofondo alla Fausto Papetti. Manca Sidney Rome o Nadia Cassini per estrarre il bingo. Pazzo Non Amore Mio è la sua Tutto Il Resto È Noia mentre Silvia E Andrea continua la ricerca di un cantautorato smarrito e Fuoco si immola su un letto a baldacchino senza infamia né lode. Buono invece il soul funk di L’Avventuriero (estratto anche su singolo), slow motion che avrebbe veleggiato bene sopra un Battisti londinese con uno schioccar di dita ‘quasi’ nu disco. Riesce – da non crederci – a far di meglio la sorprendente Disamore, sublime nel ricomporre uno spleen da distruzione affettiva tramite una coda di sassofono luciferino. Forse il brano più incisivo (lo inserirà anche in Sensazioni Precise, del 1980) di un disco che oggi è solo materia per nostalgici o amanti del trash peloso.

Siamo sinceri e ripetiamoci ad lib: mica è un capolavoro codesto, eh. Nemmeno un gran disco, nel senso comune del termine. Non si anela a De Gregori, non scherza con Gaetano, non si Dalleggia a centrocampo. Si parla di donne, orizzontalmente e verticalmente, con tutte le conseguenze del caso, misoginia compresa. Le uniche vaghe reminiscenze sono – principalmente fisiognomiche, ne convengo, ma anche per una certa maschia noncuranza nell’estrarre le parole – con Paolo Conte e con il Francone più volte citato. E chissà se hanno mai girato assieme i due, magari al Jackie O’, dove il Califfo aveva preso stabile residenza, iniettandovi pure capitali solidi, liquidi e gassosi. Me li sarei visti bene, impavidi nel bloccarti gli ormoni della crescita distruggendo la tua autostima dinanzi ad un agglomerato così tenacemente anni settanta. Polvere sei e – erm – polvere ritornerai.

Ritornerà sulle scene anche Filipponio, riciclandosi brevemente Italo Disco (Love Italiano è un 12” che solo i tedeschi tutto Fanta & Cappuccino potrebbero apprezzare, sin dal titolo) prima di sparire in un anonimato implacabile e in un destino cinico e baro.

Donato Filipponio muore nell’aprile del 1995, pare a causa dell’Aids. Della donna bistrata non si hanno più notizie.

Michele Benetello