I dischi che piacciono solo a me, credo #41

Wayne County & The Electric ChairsStorm The Gates Of Heaven (Safari, 1978)

Ero già vecchio quando sono diventato giovane; credo sia stato presumibilmente suppergiù nel 1989. La profonda provincia ottusa e campagnola alla riscossa, quella che oggi manco morto cambierei per i vostri apericazzi in centro, a farvi i risvoltini ai pantaloni slim fit o con quel vostro maglioncino color senape defunta aggrappato sulle spalle. Avevo un salario, tempo libero, una relazione, alcune passioni. Dopo eoni di tempi bui l’Illuminismo poteva avere inizio. Alla prima vera vacanza ci recammo a Berlino, 18 ore di treno. In piedi, che ‘tanto chi vuoi che vada a Berlino in settembre’? A Berlino che giorno è, se poi la nebbia entra anche dai vetri. Maledizioni assortite (altrui) e la consapevolezza che non ero mica ‘sto fulmine di guerra come pensavo, impantanato nelle mie paludi che presupponevano un bar, il centro, l’ufficio postale, il campo da basket di cemento armato che faceva tanto Harlem, dei coetanei con la faccia da killer prezzolati (un paio dei quali erano davvero killer prezzolati) e svariate centinaia di ettari di campi incolti. Semola (quello di ‘La Spada Nella Roccia’) in confronto era Vattimo. Non presi nemmeno mai la metropolitana quell’anno, a Berlino. Il sottosuolo non fa per me, che cazzo ci facciamo lì sotto che non si possa fare anche alla luce del sole? Mica siamo gotici, grazie a Ossian. Una bella vacanza, uno strano hotel sopra uno strip club (alla terza notte consecutiva di Barry White, Boney M e gridolini rosè capii che lì sotto si consumavano leggende), un bel po’ di scazzi con i tedeschi (anche pesanti, non siamo disonesti solo noi peninsulari) e un ritorno a casa pieno di sospiri di sollievo. Seduti, stavolta. Con un corregionale logorroico immolatosi sei mesi a far gelati da qualche parte nella Foresta Nera. Un vero stolto, la perfetta macchietta per un qualsiasi remake di Signore&Signori. Salì a Monaco e non gli parve vero, dopo mesi di prigionia tedesca, udire italico idioma, incidentalmente persino con inflessioni corregionali. Non sapeva e non aveva imparato nulla a parte ‘zitrone’, parola che diceva a caso ogni tre per due, manco fosse una bestemmia o un intercalare; estrasse persino le Palline Zigulì per convincerci che limone in tedesco si diceva ‘proppio cussì’. La sua prima volta fuori dal paesello e l’avevano sbattuto in mezzo ai panzer a fare il mulo da soma. Si sarebbe bevuto lo Zyklon B se gliel’avessero chiesto, tanto era sciocco. Se ci ripenso, dopo tutti questi anni, mi assale ancora una tenerezza infinita verso quel povero ragazzo, riprova vivente del motto ‘viajar descanta, ma se te parti mona te torni mona’ (google translate, grazie). Insomma, dopo 3 ore di ciance sulla fabbrica di autoscontri di un lontano parente e sulla famosissima squadra di tamburello del suo paese (sic) lo sventurato decise che eravamo tanto intimi da farci vedere la cosa più preziosa che possedesse. Io e la foemina ci guardammo sgomenti mentre lo stolto ravanava nella zip dei pantaloni per estrarre dalle tasche il malloppo di sei mesi di lavoro. 12 stramaledette ore al giorno.

Guardate qua, valuta forte, saranno un sacco di soldi, no? Il mio titolare ha detto che in Italia con questi posso comprarci un auto usata.

Mi domandai come avesse potuto capirlo, a meno che zitrone non si potesse declinare in mille modi diversi, un po’ come le rune. Ma preferii soffermarmi sul cambio Marco/Lira.

Amico, io non so con esattezza la quotazione odierna del marco tedesco, ma ho come l’impressione che 600 marchi per sei mesi di lavoro sia… come dire… una fregatura.

600 marchi, cristosanto. Questo aveva fatto lo schiavo 12 ore al giorno per 180 giorni senza riuscire a farsi un minimo calcolo. Slave to the Wage. Io, in confronto, ero Vattimo.

Cercai di non infierire, fingendo un’improvviso colpo di sonno. Non mi andava di brutalizzarlo con una verità che avrebbe potuto stenderlo. Storpiai un sorriso e cercai d’appisolarmi guardandolo di sguincio a intervalli regolari. M’aveva messo tristezza quello stolto, carne da macello pronta ad essere sodomizzata ad ogni giravolta della vita. Non so che fine abbia fatto ma ricordo perfettamente che quel finto dormiveglia mi portò dalle parti di Jayne County. Il bottino più eroico di quella trasferta teutonica. Ogni viaggio, mercatino o trasferta ha il podio degli acquisti, consuetudine che mi porto appresso dalla notte dei tempi, da quando Giuseppe Verdi e la Montessori avevano il volto impresso su sgualciti fogli di carta. E, quella volta, Wayne County aveva senza alcun dubbio strappato il podio più netto di tutta la trasferta berlinese.

Jayne County nata Wayne Rogers. Ovvero hai poco da dire ‘il rock and roll’, quell’entità spesso dogmatica della quale in tanti ci riempiamo la bocca soltanto per sciacquarla o occupare giga in rete. Qualcosa che le tue conoscenze (le mie, ok. Non tutte però) in genere assimilano a nomi letti su Cioè negli anni 80 o a qualche cover udita a X Factor tra uno zapping e l’altro. Quel campo magnetico instabile dove per la morale comune orbitano ectoplasmi alla Lenny Kravitz, Roxette e via pedalando. L’elogio dei quasi adatti. Questione di attitudine – spesso – più che di suono e pensate cosa doveva essere in quegli anni se entrambi i fattori andavano a collimare su eruzioni discografiche. Wayne (poi Jayne) County potrebbe far da solo l’intera serie di Babylon Berlin tanto è stato avventuroso, blasfemo, paradossale e rock and roll durante questi quasi 50 anni di onorata e fangosa carriera. Uno che non ha mai realmente assaggiato le glorie dell’industria discografica. Mai osannato come i Television, mai avuto hit come Blondie, mai riverito come i Ramones, mai elogiato come i Suicide, mai preso a modello come le New York Dolls. Eppure è riuscito nella titanica impresa di far convergere tutte queste influenze in un glam punk che – almeno sul finir dei settanta – potè dir la sua. Avrebbe potuto altresì guadagnarci qualcosa, anche economicamente, invece di rimanere nei bassifondi a fare l’Holly Came To LA. Ma il linguacciuto transgender era nato per epater le bourgeois più che pensare ad una vera e propria carriera. Non voleste credere a quest’elegia da seconda media e tutt’altro che natalizia, due cosine due sul Signor Wayne Rogers andrebbero dette. Tipo che a 20 anni si trasferisce a New York dalla nativa Dallas, che è ancora Wayne ma la transizione (umana e sonora) ha inizio tramite dei travestimenti così sopra le righe da far sembrare Renato Zero algido come i Kraftwerk. Partecipa agli scontri di Stonewall, fonda uno dei primissimi gruppi proto punk (i Queen Elizabeth) e recita in Femme Fatale di Warhol assieme ad un’altra deliziosa fuori di testa come Cherry Vanilla. E chissà chi ha copiato chi in quello scontro di malridotte e linguacciute principesse della spazzatura. Cherry frequenta Bowie (ne diverrà pubblicitaria) e anche qualcosa di più visto il flirt che da più parti viene emesso in guisa di gossip; fa addirittura da tramite tra il Rogers e la mega star britannica, tanto da portare i Queen Elizabeth alla Mainman con un contratto di 200.000 dollari. Si risolve in un nulla di fatto ma il David prende scrupolosa nota dell’ambiguità del Wayne, soprattutto dopo che Pork di Andy Warhol viene messo in cartellone alla Roundhouse di Londra. Wayne è la star più licenziosa di quel cataclisma sonoro (ma anche enteroclisma, vista la blasfema sceneggiatura fatta di coprofagia, sesso promiscuo, aspersione di svariati liquidi e ipnotici giochi di luce). David e Angela Bowie sono tra il pubblico e ne restano così rapiti da rasarsi le sopracciglia il mattino dopo e porre le basi per Ziggy Stardust. L’eccentricità del folle Rogers è un’eccentricità fatta di costumi sgarcianti, volgarità spicce, sessualità esplicità, teatrali manifestazioni d’esibizionismo. Come Bowie molti – negli anni – ne prenderanno le movenze a modello. Fa di più l’isterico Wayne, pronto ad accusare di plagio il Duca tramite quella Queenage Baby che – a suo giudizio – è null’altro che il prototipo di Rebel Rebel. Nel 1974 è la volta di Wayne County And The Backstreet Boys, registrano tre brani per la raccolta Max’s Kansas City e si esibiscono regolarmente al CBGB, Partenone Punk dove Wayne diviene il dj residente (sua la deflorazione in America di Anarchy In The UK) e trova il tempo per spaccare una clavicola con l’asta del microfono a Dick Manitoba dei Dictators in una leggendaria rissa omofobica da palco. E ancora: compare nel leggendario (stavolta davvero) Blank Generation, film di Amos Poe. Poi vola a Londra. E’ il 1977, incontra Derek Jarman e recita in Jubilee prima di venire immortalato anche in The Punk Rock Movie di Don Letts. Se mi permetteste di usare l’abusato termine ‘seminale’ lo spargerei un po’ ovunque come Cream In My Jeans, tanto per parafrasare uno dei cavalli di battaglia del nostro. Poi – finalmente – forma Wayne County & The Electric Chairs rubando Henry Padovani all’ex amichetta Cherry. Il chitarrista è appena stato silurato da un terzetto che consta di tal Gordon Sumner al basso (Sting per gli amici e – di lì a poco – per il mondo) e il batterista Stewart Copeland. Sono già i Police comumemente intesi ma non lo sanno, perlomeno fino a quando appunto Padovani viene estromesso in favore di Andy Summer. Ma questi sono incesti rock goduriosi da leggere sebbene poco funzionali alla storia.

Degli Electric Chairs ne lessi con somma avidità e altrettanta ignoranza su un vecchio numero di Popster, dove il solerte Gabriele Ansaloni (in arte Red Ronnie) ne tesseva le lodi, magnificando un mondo rumoroso, promiscuo, caciarone ma pieno di libertà creativa che mi provocava intensa fibrillazione. Un gruppo punk trainato da un travestito sopra le righe. Mica erano i Tubes e il loro innocuo Circo Barnum, vacca boia. Questo titolava i brani Fuck Off o – appunto – Cream In My Jeans e chiudeva i concerti esortando – erm, come dire – gli astanti a sodomizzarlo (If You Don’t Want to Fuck Me, Baby, Fuck Off). Cose dell’altro mondo, per un implume tredicenne. Mi sembrava un marziano, un immaginario abitante delle Pleiadi, Il Jobriath immerso nei Ramones, il Sun Ra del CBGB. Ci vollero 10 anni e quel fantomatico viaggio a Berlino per farlo mio seppure con un artifizio matematico dacché al Wom ne avevano categoricamente negato l’esistenza in negozio. ‘Non è in catalogo‘ disse il solito commesso annoiato, categoria merceologica verso la quale – oltre a provare istintiva avversione – credo di avere calamita emotiva. Ma mica lo freghi un candido provinciale incazzoso provvisto di un pregno e ben più sincero amore verso il rock and roll rispetto ad un coglioncello teutonico. Voi vi vestivate di pelli esprimendovi a grugniti mentre nosotros costruivamo ponti, acquedotti ed eravamo provvisti della più nobile arte oratoria. Quindi fanculo, rastakrautpasta. Io l’avevo visto Storm The Gates Of Heaven. Vinile color lavanda. Originale Safari Records. Era rinchiuso dentro una porticina situata sotto le vasche da dove si palesava ogni ben di Dio. Non ero venuto a Berlino per portarmi a casa un qualsiasi manufatto che avrei potuto agevolmente scovare anche nel capoluogo d’origine. Era lì, intonso, e nessuno mi vedeva. Come rubare il Topkapi in pieno centro città. Lo afferrai, inserendolo nella pila degli acquisti (da dove svettava un Dee Dee King) prima di appropinquarmi alla cassa con la mia miglior faccia di cazzo. La cassiera non fece una piega inserendolo nel computo totale. Era catalogato, dunque. Stronzo tedesco dell’ovest, che l’armata Rossa possa avere il tuo scalpo. Lo avevo cercato per così tanto tempo che necessitava doverosi festeggiamenti, una volta tornato a casa.

A tutto questo pensavo nel finto dormiveglia mentre la macchietta continuava il suo monologo. Zitrone, zitrone! Pareva Ezra Pound, ostia. E mi stava rovinando l’eccitazione di quel pezzo di vinile, lo stesso che sto riascoltando ora e che non ha perso un grammo della sua malefica e sboccata attitudine rock and roll. Lo ritrovo intonso e con l’attenta produzione di Martin Birch (Black Sabbath, Deep Purple). Storm The Gates Of Heaven mantiene tutte le promesse della sarcastica (e meravigliosa) copertina, santino blasfemo tra un fumetto Marvel, un frammento di qualche categoria di X Hamster e una solenne presa per il culo. Comincia in eccellente e godurosa maniera proprio con la title track, ovvero i Damned (Phantasmagoria è giusto dietro l’angolo) che si fanno cabaret; un tenebroso boogie sopra le righe con un incedere men che formidabile. Non è punk, non è glam, non è new wave, non è rock and roll, ma è tutto questo, legato da un filo di sperma. Ergo singolo perfetto, qualcosa che sta tra gli Alternative Tv di Action Time Vision e un Lou Reed stranamente allegro. Una Alabama Song piena di cazzi e con un cambio armonico che – oltre a farsi storia – se non vi fa muovere il piedino significa che siete morti. Cry Of Angels è un altro bel pezzo da novanta: ha le stimmate del glam, porta in sé l’embrione delle Runaways e dei Blondie, ma in sovrappiù sa inventare parte dello street rock losangelino che di lì a qualche luna andrà a dipanarsi. Speed Demon è una meraviglia contagiosa come il miglior rock and roll anni settanta, il punk lo intravede con il lumicino ma qualsiasi (ripeto: qualsiasi) banda con l’acne che si sia fregiata del suffisso indie negli ultimi 20 anni si è inconsapevolmente rivolta a questi tre accordi, si chiamino Libertines, Jet o Strokes. Speed come il titolo e wikipedia sonora dello scibile rock. Mr. Normal oscilla su un filo teso a venti metri da terra, tra liturgie Alice Cooper, svisate Black Sabbath e un’inconsapevole rivolo bianco di punk; la band sferraglia come se non vi fosse un domani e la Principessa canta come se battesse il tacco sui capezzoli di Julia Roberts. Poi arriva l’altro monolite di carriera, ovvero quella Man Enough To Be A Woman che, oltre ad essere il titolo dell’autobiografia del nostro (Serpent’s Tail, 1996) diviene leggendaria da subito con quell’aria malefica da Velvet Underground, svicola lenta tra chitarre adatte a Clapton accordate su una tensione maligna. Manifesto programmatico di un’artista (e una band) che meriterebbero ben altri consensi. Trying To Get On The Radio pare presa di peso da Berlin tanto si genuflette sulla letteratura Reediana. We’re gonna try to be commercial, just like we did it at rehearsal. Inutile dire che – come la We Want The Airwaves dei Ramones – non ce la faranno mai. Grazie a Dio. Gli Electric Chairs sono patrimonio solo nostro, mio e di voi quattro che sfidate i centri commerciali e i White Christmas, ma in tutto questo gli archi di Trying To Get On The Radio – come Baby, I Love You dei fratellini – è la cosa che più si avvicina al Natale dell’intera discografia. Siamo quasi alla fine e i merletti di Wayne/Jayne riescono a schiaffare ancora luciferine zampate: I Had Too Much To Dream Last Night è la più bella cover di sempre degli Electric Prunes, il nostro la canta come se fosse Kylie Minogue o Lana del Rey e la dicotomia è da lacrimuccia facile e sacrosanta. Tomorrow Is Another Day chiude con un venticello da West Coast per una ballatona – erm… – strappamutande che sa da Perfect Day, rendendo Storm The Gates Of Heaven un disco meraviglioso, senza un solo calo di tensione, corroborato di tracce men che splendide ma ancora troppo sottovalutato. Seguiranno l’interlocutorio Things You Mother Never Told You (Safari, 1979) dove spicca una ramonesiana Wonder Woman e l’incendiario e imprescindibile – ma per davvero – Rock And Roll Resurrection (In Concert) (Safari/Attic, 1980) dove Wayne muore, sostituito da ora e per sempre da Jayne. Registrato a Toronto la notte del 31 dicembre 1979 è un parossistico concentrato di glam e furiose cavalcate hard, cattura la banda in eccellente stato di grazia ma ne rappresenta pure la pietra tombale.

Oggi Jayne ha 71 anni, sembra la vecchia zia pazzerella ed eccentrica, una Maga Magò del punk, un Quentin Crisp in gonnella, passa le giornate a dipingere ed inveire su Facebook contro Trump e gli omofobi. Non riesce nemmeno a vivere di rendita di un tempo che fu. Fa tenerezza e l’impressione è che non se la passi granchè bene. Del resto manco io sono più quel virgulto sbruffone di Berlino. E non ho mai recitato in Jubilee, per dire. Ma ho imparato a dire zitrone.

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo #40

Enzo MaolucciBarbari e Bar (I Dischi dello Zodiaco, 1978)


Non vado più al bar, da anni. Non c’è nemmeno più ‘un bar’, a dirla tutta. Un bar come si deve, intendo; non quelle leziosità da colazioni e aperitivi che chiudono rigorosamente alle otto (alle ‘venti’, scusate). Cazzo chiudi alle otto? Cosa sei, un furgoncino della Bo Frost? Uno sportello dell’Agenzia delle entrate? L’Ikea? Un supermercato bio? Il bar, soprattutto quelli decentrati – che ‘periferia is the new loud’ – sono dei posti di ristoro mica da ridere, e voi potete smerigliarmi la cippa ad lib con i vostri salatini, la pasticceria mignon e il macchiato in tazza grande con il cuoricino sopra, la soia e il cacao magro. Mavaffanculo te e quegli orrori, amico.

Vuoi mettere un bar come si deve? Di quelli che puzzano di sudore, calce viva e linoleum unto? Di quelli che stanno sparendo e forse solo in qualche sperduto promontorio dell’Appennino o nella provincia meno caotica ancora resistono, tra un vecchio con la testa dentro il calice di rosso e la vegliarda dai capelli blu e le calze sempre smagliate, incazzata col mondo ma pronta a infilare il naso per chiedere i Gratta&Vinci? No, dico… vuoi mettere? Sono spariti, quei bar, hanno fatto la fine della gloriosa mezzala calcistica, impacciata retorica da Stefano Benni o Ligabue e poco altro. La stessa che sto facendo io, chiaro. Non potevi fermare la provincia o certi quartieri periferici delle città di media grandezza, erano organismi che nulla avevano a che vedere con il rispettabile – e molliccio – centro. E non era manco questione di spiccia lotta di classe. Non solo, quantomeno; che a quegli anni settanta un’obiettiva rispolveratina andrebbe fatta, accidenti. Se è pulito non è un bar: regola numero uno. Le brioches devono essere stantìe o quantomeno confezionate: regola numero due. Il gestore deve avere una preparazione junghiana per sopportare gli avventori; regola numero tre. Mica ci fermiamo qui eh. Numero quattro: bestemmie esotiche. Numero cinque: si parla di figa, calcio e rock and roll, senza tanto ciurlare nel manico ed esattamente in quest’ordine. Se vuoi entrare per catechizzarci con Hegel, Baricco o Banksy, beh… Catechizzali a casa tua, che questo è un ring di nasi rotti e venuzze arrossate non un planisferio di cervelli intonsi.

Accidenti, c’ho dei ricordi in quel bar che nemmeno le imboscate nei ripostigli della scuola possono competere. C’era il sosia di Jimmy Somerville, tanto per cominciare. Identico. Uno Smalltown Boy tanto small. Non parlava mai, si appoggiava al banco di prima mattina e beveva una serie impressionante di calici di rosso senza proferir favella. C’era uno stronzo di mezza età che aveva scialacquato una vita a bordelli e – nei suoi momenti migliori, tra un’invettiva maligna e l’altra – alzava le sedie con i denti. C’era un vecchio con tre anelli d’oro grandi come noci che si sedeva sempre di fianco al bancone e non andava assolutamente disturbato, uno che ti raccontava come curarsi lo scolo do it yourself con abluzioni saline. ‘Te lo devi sparare dentro l’uretra con una cannuccia o una pompetta. Brucia e devi stringere i denti, ma così almeno non ti fai maneggiare l’affare da qualche medico ricchione. Perchè io non lo sono, chiaro?’ ‘Ah, beh, certo… grazie per il consiglio’. C’era il satanista buono come il pane, uno convinto di essere un membro dei Black Widow. Solve et Coagula. C’era la mazza da baseball sotto il bancone, scleri assortiti quotidiani e periodi di risse – pesanti – continue. Carabinieri, ergastolani, ragazzine timorate di Dio e Southern Comfort. Tanto Southern Comfort.

E vi posso dire anche il giorno in cui sentii di avere una casa e un’ambasciata in territorio ostile: 5 maggio 1998. “Ei fu”. Un martedì, mi pare. Di ritorno da una cena di pesce decisi di fermarmi per dare una chance a questa nuova gestione, tanto più che vi bazzicavano un bel po’ di personaggi con i quali ero solito trovarmi a mio agio. Una slot machine sopra i gelati, puzza di fumo, appiciccaticcio in terra, una sfilza di bottiglie da paura e una rivista con Asia Carrera (che non era propriamente una Porsche. O forse sì) a svettare. Calendario del gommista a far pendant in duplice filar. Non serviva altro. L’avevo frequentato nei primissimi anni ottanta quel postaccio, in una improbabile gestione edificata su racconti hard core del titolare e sacchetti di patatine. Durò qualche anno e poi andò tutto in malora, innescando una girandola di gestori che non avevano la minima idea di cosa si sarebbero accollati. Almeno fino a quel maggio di fioretti.
E’ il posto che fa per me, mi dissi, e non solo per la Carrera; che non era propriamente una Porsche. O forse sì. E nemmeno per i ricordi delle patatine. Così diventò il mio Buen Retiro e il mio Taj Mahal. Ogni santo giorno che Iddio mandava in terra io ero lì, immolato su quelle rumorose saracinesche e alle bestemmie esotiche (il punto quattro) che trasudavano dai muri. Abbarbicato alle tavole di fòrmica, con il gomito sul bancone e le gambe incrociate a discettare amabilmente di calcio, musica, desaparecidos, ciccette. E della Carrera. Che non era propriamente una Porsche. O forse sì.  Avevo (avevamo, si era un nutrito gruppo) organizzato le uscite comparandole alla quotidianità, ergo dal lunedì al venerdì era tutto un timbrare il cartellino: capatina post lavoro alle 18 per captare chi ci sarebbe stato durante la serata e il tuffo carpiato (spesso con un coefficente abominevole) dopo cena. Una partita a carte, un po’ di MTV nella angusta sala giochi, due colpi al flipper, tre soldini al juke box con la selezione ferma al 1982 (Din Daa Daa di George Kranz un must, lì dentro, cantato da precchi avventori con una impressionante serie di rutti) e un Southern Comfort. Poi nanna, come cherubini. Ma dal venerdì… Oh, dal venerdì era Exile On Main Street. Appuntamento inderogabile alle 21,30, impeccabilmente vestiti. Tequila (non Tila), Southern Comfort, Tequila, Vodka. Tequila. Tequila. E poi via col nightclubbing più sfrenato, spesso portandoci dietro l’amato barista, ‘che quelle saracinesche sferragliavano come Blixa e a noi partiva l’embolo da quanto ci pareva d’essere a Soho nel 1956.

Sapete quando ci si riempie la bocca – soprattutto nei luoghi di lavoro – con la fetida frase ‘siamo una grande famiglia’? Ecco, noi lo eravamo davvero. In una maniera difficile da spiegare ma che aveva una solida base, ovvero quella di essere tutti incollati alla stessa classe sociale. Spiaccicati sopra come mosche anaffettive. Nessun principino stizzoso, qualche lupo spelacchiato e un bel po’ di disadattati (categoria, quest’ultima, nella quale non mi riconosco. Sottolineo). Non era raro portare a casa in spalle qualcuno privo di conoscenza. Non era raro scambiare quattro chiacchiere con qualche Scarface dalle nocche tatuate e dal codice fiscale nebuloso. Così come non era raro veder sgattaiolare individui (di entrambi i sessi) dietro la porta che conduceva alla cambusa. Kambusa One, l’amaricante. Beata gioventù, immolatasi su ferite difficilmente rimarginabili e su un’errata percezione di invincibilità che è peculiare per quell’età. Ho visto ragazze piangere e coetanei cadere per terra; coltelli e uomini in divisa. Ho visto botte e baci; schiaffi e copule; bottiglie e proposte di matrimonio. Ho visto un sacco di cose, seduto sulle sedie che s’affacciavano in strada, al freddo e con quell’orrido Jagermeister che fingeva di farmi digerire. Sarebbe stata più funzionale la Carrera, che non era propriamente una…

Parlavamo di dischi, anche. Tantissimi e i più disparati vista l’eterogeneità degli avventori. Non era un Groucho Club, ecco, che se c’era da sporcarsi le scarpe di fango con gli Skunk Anansie, Lenny Kravitz o – addirittura, vedi #30 – Madonna mica ci tiravamo indietro e anzi si faceva notte fonda.

È che allora non avevo la minima consapevolezza che nel 1978 un incazzato cantautore torinese avesse dato alle stampe un velenoso daze bao in musica chiamato Barbari e Bar. L’avessi saputo sarebbe radicamente aumentata la percezione dell’importanza di quei tavoli di fòrmica. Vi cozzai contro tre lustri abbondanti dopo, in modo rocambolesco e Hornby-ano, tramite interposta persona che, a 2 euro cadauno, svendeva la collezione di dischi del cognato. Era audioleso – l’interposto non il cognato – e capirsi fu assai difficile nonostante una discreta lista in word. Insomma, presi una ventina di pezzi, alcuni dei quali a scatola chiusa. Maolucci era uno di quelli. Mi catturò da subito con quell’aria da Luciano Lutring e quei testi crudi e dolorosi che pochi uguali ebbero (e hanno) nella discografia italiana. Cercai di informarmi, scoprendo un misconosciuto ma eccentrico cantautore sabaudo, laureatosi con una tesi dal titolo Beat e Beatles (la prima in Italia di argomento musicale) così come era prima anche la radio libera da lui fondata (Radio Torino Alternativa). Maolucci aveva una carriera antagonista di tutto rispetto, ben lontana dagli afflati prèt-a-porter dei 99 PoSe; aveva organizzato dibattiti per la Fondazione Agnelli e partecipato a L’Altra Domenica di Arbore ai tempi dell’esordio (L’Industria dell’Obbligo – I Dischi dello Zodiaco, 1978). Maolucci era uno che – a tempo perso – suonava la chitarra. Eppure i bar cantati in questi otto brani sono tutti cittadini, completamente diversi da quello che accoglieva le mie terga ogni sera. Qui non vi è spazio per la – appunto – retorica di provincia del volemose bene dopo esserci tirati due pugni. Qui si faceva sul serio: droghe pesanti, violenze, cinismo e sputi. Si immerge nella Torino degli anni di piombo senza mandarle a dire, colpendo furiosamente ovunque con liriche affilate e crude che fanno sembrare L’Avvelenata di Guccini la Barbie Girl degli Aqua. Oggi verrebbe messo al bando senza indugio alcuno ma allora ci si poteva permettere di essere liberi, perchè per esserlo bisogna anche volerlo, sia chiaro.

Lo cerco furiosamente tra le cataste dove il caos acquista una parvenza di ordine e lo ritrovo acuminato e tagliente come ricordavo, intriso di Lolli, Guccini, un Bennato con i canini immersi nelle viscere, eskimo e Lotta Continua. Affianca l’epopea di Finardi e Camerini con una rabbia (e una lucidità) udite poche volte in patrio suolo ma ha anche il grande demerito di arrivare in un momento storico dove la figura del cantautore impegnato è inflazionata. Maolucci va oltre però, usando la penna come un rasoio da killer prezzolato. Un disco, lucido, crudo, anacronistico finchè si vuole ma necessario, e chissà che qualcuno si decida a ristamparlo su adeguato supporto. Comincia subito con la bomba: Torino che non è New York tirando di spada.

Si ammazzano a Torino, Torino che non è New York. La diva, suicida arrapante, ha fatto piangere presidenti americani e la mezz’ala ammazzata per gioco demente ha fatto piangere i romani scemi.
Ad altri basta invece un bel maschiaccio senza poesia, ma ti pesa sai, gioia mia, e ci crepi “vecchia checca”, sangue e rimmel tra le mani…

Scarnifica Pavese, Re Cecconi (o Gigi Meroni, chissà), la Monroe, Buscaglione, Pasolini, Tenco. Ne dissacra le morti su un corposo arrangiamento dal vago sapore rock e mi piacerebbe assai che qualche buontempone avesse l’ardire di pubblicare tutti i testi su un agile volumetto. Così, giusto per esporsi al rancore social o prendersi quel paio di denunce che fanno curriculum. L’apocalisse continua con Al Bar Elena dove, su una base sorniona di pop italiano ‘impegnato’ piscia raffiche infuocate (Al Bar Elena non ci torno più. Entro al Bar Castello, me ne bevo un altro. La padrona con il cancro è sempre là. Da dieci anni non mi fa pietà). Un Giorno da Leone anticipa lo swing di Sergio Caputo innestandolo negli Area e nella PFM in una convergenza parallela da Mariano Rumor. Chi ha interrotto Stockhausen racconta il momento in cui il nostro andava ad interrompere i famosi minuti di silenzio del maestro davanti ad una platea già allora snob. Finisce sulle pagine dei giornali e ci scrive una canzone alla Guccini. Il fascino discreto della borghesia morta anche oggi suonerebbe così. Il Barbaro Ulisse è una rasoiata in pieno petto celata dentro un pop rock di grana fina. “Le ore 7 e 20 minuti di coraggio: la sveglia telefonica è un destino come un altro. Mi può strappare via da un orgasmo tutto mio oppure può salvarmi dall’incubo più vero. Per un sinistro impiegato di lotta come me il primo intervento contro il giorno è una bestemmia (per niente alternativa. Le ore 8 e 20 minuti di erotismo: segretaria premestruale da spogliare in ascensore. Sbadigli interpretati come smorfie di piacere ma la porta si apre sempre mentre sento di venire). La ascolto e mi sento come chi sa piangere, di notte, alla mia età. E scovatelo voi, uno così, oggi. Al Bar di Vasco ha dei fiati meravigliosi e una scrittura gregoriana (da De Gregori) che sa farsi forte (da Fortis). Anche …E grazie Miller è un’introspezione che sa da continuum con la precedente; sono le due ali che conducono alla chiusura, affidata alla title track, un pop rock dai cambi ritmici repentini nel quale la rabbia si annacqua per donare una parvenza di luce alla fine di un disco liricamente non facile.

Oggi, che di barbari siam pieni, quel luogo dell’anima che mi allietò la fine del millennio non esiste più; è stato sostituito da uno di quei postacci alla apericazzo, brioches al pistacchio e crostini al salmone. Lacca, botti, vetri, specchi, bicchieri che pesano quanto un piatto di pasta, sopracciglia sfumate, cocktail, scarpe di legno senza calzini e reggiseno a balconcino. Un erotodromo di mezza età (che Maolucci avrebbe raso al fuoco con l’Agent Orange) dove vige una sola parola d’ordine: “posso aggiungerti al gruppo di whatsapp?”. Il nostro barista è scappato all’estero con la cassa e un buco nero, ma quando se n’è andato il soldo di cacio di Somerville gli ha detto ‘Don’t Leave Me This Way’. Senza alcun falsetto.

Post scriptum: e Mao-lucci? C’ho perso il sonno e i polpastrelli per scovare notizie fresche dacchè il presenzialismo non è mai stata la sua arma migliore. Nel 1980 brevetta una chitarra elettrica prodotta dalla Eko (la Short-Gun M33, chi ce l’ha batta un colpo di plettro, grazie), incide una manciata di dischi (L’Immaginata, Tropico del Toro, De Liberata Mente – quest’ultimo mai pubblicato) e poi sparisce per due decadi abbondanti. Oggi il nostro ha settant’anni, portati come ognuno desidererebbe, è il presidente della Federazione Italiana Survival  Sportivo Sperimentale (FISSS), disciplina da lui inventata e promossa nel 1986 a livello nazionale. Collabora con il Salgari Campus, un vero e proprio campo di allenamento di 120 mila metri quadri sulle colline torinesi dividendo il proprio tempo tra spedizioni in zone impervie e primordiali dell’Africa e il meritato relax nella sua casa sulla spiaggia a Msambweni, nella costa sud del Kenya. Torino non sarà New York, ma Nairobi sì.

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo #23

Genesis… And Then There Were Three… (Charisma, 1978)

Ci vuole una discreta dose di coraggio per parlare di certe cose. Coraggio che va trovato dentro di noi, racchiuso da qualche parte, in scrigni inaccessibili protetti da una spessa coltre di pudore. Merce rara e pregiata che – mi è stato insegnato – non andrebbe mai esposta a facili consensi.
Cavatela con quello che hai, ragazzo, senza cercare facili scorciatoie” era un mantra inculcato dalla più tenera età, ‘che i paracaduti sono imprescindibili certo (non so se mi spiego), ma se riesci ad atterrare privo di quelle mutande di tela allora puoi andare ovunque. Senza mascherarmi per una imbarazzante versione di Karl Ove Knausgård però almeno una volta nella vita un atto di profonda catarsi è cosa buona e giusta, fosse solo per ‘vedere e dire a tutti l’effetto che fa’. Che poi – incidentalmente – questo disco dei Genesis sia (almeno per me) merda purissima, privata delle uniche due sagome a me simpatiche (Hackett e – ovviamente – Gabriel) non ha importanza e vi pregherei di non prendermi troppo sul serio, che il dolore è la cosa più comica che esista, una volta che l’hai superato. È un disco che mi cozzò contro proprio all’uscita e che funestò uno dei periodi più duri della vita. Oh, ma… Niente storie dickensiane, sia chiaro, ognuno di noi è lastricato di sofferenza, l’unica cosa davvero democratica di queste sporche vite a cottimo. Dolori, lutti, crucci, scelte difficili, inciampi. Spesso inestricabili e che cercano continuamente di venire a galla, liberandosi da quello scrigno che – ad ogni passar di luna – diventa simile a un macigno.

Follow You Follow Me la udii da una radiolina scassata in una vetusta trasmissione radiofonica della zona, condotta da un improbabile seguace delle Heart. Le Heart! Una delle band più inutili dell’intera storia dell’umano ingegno, roba che i Texas potrebbero tranquillamente assurgere al rango di novelli Kinks, al confronto. Eppure quel compassato speaker non mancava mai di magnificare l’operato delle sorelle Wilson, proponendo intere facciate, memorabilia, curiosità, continui aggiornamenti sui tour e tutta la letteratura a loro ascrivibile. Due coglioni immensi. Ma io ero lì, abbarbicato a quella radiolina minuscola in precario equilibrio sul tavolo, mentre tentavo di studiare geografia o la nascita della lingua Occitana. Ostinato e caparbio nel cercare di trovarlo simpatico e farselo – per necessità – amico. Il giorno che trasmise il nuovo singolo dei Genesis pioveva a dirotto, un giorno qualsiasi di un autunno davvero duro da superare; mi alzavo continuamente dalla seggiola, incapace di concentrarmi e innervosito da quegli spifferi che entravano da una finestra che aveva visto secoli migliori. Ero a casa da solo, come ormai succedeva da mesi, stritolato da subdole febbriciattole – oggi posso raccontarne con cognizione di causa – probabilmente di origine psicosomatica. Mio padre stava morendo. Accanimento terapeutico lo si chiama con una punta di civetteria oggi, per non appellare le cose col proprio nome. Accanimento terapeutico. Terapeutico, già. Come no. Evito i dettagli più intimi della malattia (vissuta quasi interamente in casa dopo alcuni soggiorni ospedalieri) ma ricordo benissimo il momento in cui venne condannato a morte: mi aveva accompagnato a fare degli esami per tentare di scoprire la natura di quelle maledette febbri, cogliendo l’occasione per sottoporsi ad un check up perché ‘mi sento un po’ fiacco da qualche tempo e ho continui dolori intercostali’. Un uomo forte e robusto di oltre un metro e novanta non poteva essere fiacco, ne andava del proprio ruolo sociale al bar, che diamine! Ricordo benissimo tutto come fosse stamani. Ricordo che uscii dall’ambulatorio e la dottoressa fece un segno a mio padre: “entri, dobbiamo parlarle”. Follow You Follow Me, proprio.

Da quel momento partì una tregenda ingestibile dacchè il verdetto non lasciava scampo: tre mesi. Una stagione, come le foglie. Un metro e novanta d’uomo barattato con una stagione. Non ci fu bisogno di grandi parole tra noi. Eravamo adulti no? Ero un ometto e avevo capito tutto. Ci guardammo in silenzio. Lo vidi cupo fumare l’ultima sigaretta prima di gettare il pacchetto; il desiderio finale di un condannato a morte, probabilmente. Non disse una sola parola. Dopo qualche giorno era già in ospedale a far da cavia, captai da mezze parole come fosse stata una scelta personale; non vi era speranza ma almeno che quegli esami – invasivi, certo. E dolorosissimi per l’epoca – e quell’operazione effettuata per studiare l’aggressività del male, potessero servire a qualcosa, in futuro. Magari proprio a me. Ripeto, lungi da farne uno spaccato dickensiano, la vita continua e spesso è edificata proprio sulle scomparse altrui, che ti sedimentano dentro e fan da fondamenta per quei domani che corrono sempre troppo veloci. Ne erano passati quattordici di mesi il giorno in cui Follow You Follow Me interruppe la dittatura delle Heart. Quattordici mesi e ancora resisteva, strenuamente e caparbiamente. Ne aveva da erodere quel nemico, prima di far cadere in ginocchio un uomo di quella stazza che non voleva darsi per vinto. Gliene rimanevano ancora nove davanti, ma nessuno poteva saperlo. Il pomeriggio del nuovo singolo dei Genesis avevo compreso tutto da tempo, senza farmene una ragione ma – almeno – il quadro clinico e un futuro incerto mi erano ben chiari. Paradosso vero? Aver chiaro un futuro incerto. Sarebbe stato pianto (poco, avevo fatto la scorza) e stridor di denti. L’incipit di quella canzone ebbe il merito di sigillare quel momento per sempre; che poi incidentalmente fosse anche una signora canzone per me – allora – non aveva importanza. Ne assimilai ogni goccia, simile a quella pioggia che non voleva cessare di battere sui tremuli vetri. Eppure odiavo Phil Collins, odiavo la faccia da Cocker Spaniel di Rutherford, odiavo la mediocre mancanza di carattere di Banks. Odiavo la prosopopea dei vestiti da fiorellino di Peter Gabriel. Parliamoci chiaro: non potevo prendere sul serio uno che si vestiva da margherita. Now I Wanna Sniff Some Glue, mica ballare il Foxtrot.

Odiavo tutto, mi sa. Ma ne avevo ben donde. Su Follow You Follow Me quel pomeriggio crollai. No, nessuna tragedia o sceneggiata, pure se sarebbe stata giustificata eccome per un imberbe pischelletto costretto a relazionarsi da subito con la solitudine, ma crollai. Venni a patti con il senso della perdita e mi entrò dentro, radicandosi. Lo fece proprio su un singolo tratto da un disco di merda. Ma non siamo noi a sceglierci le canzoni, spesso avviene il contrario. Grazie a Dio. E mi sento, ora, di chiedere scusa a tutti quei seguaci dell’agnello sdraiato su Broadway. Non me ne vogliate, ero figlio di quella terra di mezzo di elfica memoria. Troppo giovane per averli apprezzati nel loro momento di massimo fulgore, troppo vecchio per – un domani – poter approcciare la rivalutazione postuma di quei progster mielosi. I Genesis sono stati l’esatto volto del nemico, la truppa avversaria da spazzare via a colpi di maglio e di Mosrite. Il marciume che aveva reso puzzolente un intero pianeta sonoro. Eppure ero lì, aggrappato alle terzine di quelle tastiere e alla voce del già canuto Collins: stay with me, my love I hope you’ll always be right here by my side if ever I need you. Vacca boia ce lo aggiungo io.

Me lo feci prestare dopo qualche tempo quel long playing, molto dopo. Ben oltre i nove cruciali mesi, per essere preciso. Non credo di essere mai riuscito ad ascoltarlo per intero una sola volta, fermandomi quasi sempre alla sega primaria dell’iniziale Down And Out, che – riascoltata – oggi mi farebbe rivalutare gli Asia. Una fatica immensa quel disco, un marshmallow nauseante, una pomposa masturbazione tastieristica, una fatica spezzata da vaghi ricordi di Undertow (graziosa la penna di Tony Banks) e dal profumo postumo di Ballad Of Big, che scopro già prova tecnica di Invisible Touch (e così Scenes From A Night’s Dream). Saltavo sicuramente Snowbound e la sua solita pomposità piena di glutine per arrivare al tormentone strappamutande. Ecco, mi fermerei anche qui visto che … And Then There Were Three… è il più bel disco che odio e si tiene in vita solo grazie al singolo di poco sopra. Tenne in vita anche me, sono sincero, dandomi un momento esatto a cui poter attraccare ogni volta che la vita mi avesse messo davanti un ostacolo. Hai superato Follow You Follow Me e tutto quello che a lei era collegato; adesso puoi superare tutto senza menartela tanto, coglione.

L’incipit di La Mia Lotta di Karl Ove Knausgård è chiaro, conciso, talmente banale da rasentare una geniale stupidità: per il cuore la vita è semplice: batte finché può. Poi si ferma. Cuore. Heart. Le Heart, chissà se battono ancora i palchi, se tormentano degli imberbi adolescenti, se hanno ancora seguaci così caparbi nel proporle alla radio. Ma anche i Genesis non furono degli sciocchi titolando il disco …E Così Rimasero In Tre…, quasi fosse un monito e un epitaffio del loro epocale cambiamento. Noi rimanemmo in due invece; il cuore di mio padre si fermò l’undici agosto del 1979. L’album non l’ho mai comprato.

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo # 16

Rikki And The Last Days Of Earth – Four Minute Warning (DJM, 1978)

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Non so voi, ma io mica sono nato ‘imparato’, anzi. Non che lo sia ora, e quindi figuriamoci al tempo dei Beatles al Vigorelli, ma credo che a voler sapere tutto ci si faccia solo una discreta figura di guano. Tanto più che non posso vantare battesimi del pentagramma dal pedigrèe purissimo; nessun Abbey Road o Electric Ladyland. Niente Let It Bleed, Live At The Apollo o Blonde On Blonde. Macchè. Non solo per motivi strettamente anagrafici (a 18 mesi l’era dura farsi consigliare un ellepi, figuriamoci avere ascolti definiti, che per addormentarmi serviva inserire nel mangiadischi “Sono un simpatico” di Celentano) ma anche di concreto Q.I. Cosa di cui difetto. Ho sempre navigato dentro i banali laghetti del pop più o meno intelligente (ma ‘più meno che più più’), tra rive melmose e qualche giretto al largo, dove l’aria è più fresca e l’acqua più pulita. Resta il fatto che – dovesse arrivare un Pol Pot degli ascolti – io sarei irrimediabilmente spacciato con il mio imprimatur ascrivibile a Laurent Voulzy, per quanto Rockollection rimanga ancora un bel pezzone da mercimonio alcolico, cravatte slacciate e copule sul sedile posteriore, che non di soli Ok Computer vive l’uomo. Figuriamoci io.
È – piuttosto ed anzichenò – un bene, che così tieni sempre desta l’attenzione e riesci ad entusiasmarti ad lib per qualche piccolo (o grande) manufatto. Una lunga strada, quella dello scibile musicale, retta parallela che ci lambisce per una intera vita senza mai darci la vera percezione di toccarla appieno, lastricata com’è da pietre miliari, massi, nuggets & pebbles. Una fatica calpestarci sopra sapendone riconoscere la caratura. Lavoro immane ma pieno di soddisfazioni.

Insomma tutto questo pistolotto da vecchio e sdentato bacucco solo per trovare un gancio che conduca a Four Minute Warning, disco che scoprii tardissimo e ancor più tardi feci mio tramite vecchia C90 gentilmente doppiata da amico compiacente. E… ci credereste? Non mi colpì. Nessuna conversione per la via di Damasco, nessun fulmine emotivo. Eruttai un semplice ‘carino’, che è – più o meno – l’equivalente di ‘simpatica’ quando eviti di ammettere che quella compagna di classe che ti sbatte appresso le ciglia non è propriamente Jayne Mansfield. Un piacevole ponte sospeso sul guado tra rimasugli glam e del punk già inconsapevole new wave. Quanto si riesce ad essere sciocchi in giovane età, nevvero? Eppure ‘volli, sempre volli, fortissimamente volli’: troppo interessante immergersi in una compagine di benestanti ostracizzati da tutta la nascente scena punk, troppo sugosa la vita di Rikki Sylvan (Notato il nome? Ma nasceva come Nicholas Condron), pronto a farsi accerchiare da altri piccoli Lord Brummel come Valac Van Der Veene, Hugh Inge-Innes Lillingston, Nigel Bartle. Non li nominerò tutti ma quelli dal nome tutt’altro che proletario sì, tanto più che Lillingston divideva i banchi di scuola con David Cameron. Giusto per certificare l’assioma di gruppo assolutamente fuori dagli schemi, anche per censo. Tutto ‘troppo’, ed era questo il valore aggiunto di una banda che aveva eretto il proprio tratto distintivo su teatralità, clamore futuristico (anzi: glamore, ma mi soffermerei sul suffisso ‘amore’) e pomposità punk transumante wave; ossimoro bellissimo che ognuno di voi potrebbe far proprio rispetto alla sensibilità che possiede.

Insomma: Four Minute Warning è un piccolo (per vendite. E mai ristampato, tolta una scrausa versione siglata Anarchy Records; peste colga la discografia tutta) ma grande (per spermatozoi rock) disco che ho scoperto tardi, come vi dicevo. E susseguendone ascolti su ascolti. Troppo tardi forse, che le orecchie troppo smaliziate non sono un bene, ma tutta quella teatralità anni settanta che colava – a proposito: pochissimi prenderanno DAVVERO da qui, di prim’acchito mi sovvengono i Punishment Of Luxury – era una indecisa macchina del tempo che non sapeva o voleva farsi post-punk. La letteratura pop lo riporta unica genesi, attorniato da cinque singoli (uno dei quali – Twilight Jack – comunque contenuto nell’album ma mai effettivamente immesso sul mercato). Basterà per consegnarlo agli annali.

Ci giro attorno da millemila righe e ancora non riesco a darmi e darvi la netta percezione di un disco che è maggiore della somma delle sue parti e che è divenuto (all’epoca, ma anche oggi) il piede di porco con il quale scardinare il rock infilandone come perline i vari movimenti che si stavano susseguendo. Tocca usare il mirabile dono della cristallina sintesi appannaggio del buon Eddy Cìlia che – in uno dei rarissimi (l’unico?) articoli autoctoni sul manufatto in questione spiegava con una precisione chirurgica che: se a Berlino invece di David Bowie ci fosse andato Ziggy Stardust 4 Minute Warning sarebbe stato il risultato, City Of The Damned la sua Heroes”. Gioco, partita, incontro. Così è, se vi pare, e miglior definizione non avrebbe potuto esservi per spiegare quel 45 giri datato 1977 che molte cose avrebbe spiegato agli Ultravox con il punto esclamativo e tanti sentieri avrebbe disboscato per rendere la via più agevole ai boy scout che ne avessero voluto intraprendere il cammino. City Of The Damned è uno dei singoli più interessanti emersi dalle macerie fumanti del 1977, crasi mirabile tra Sparks, Virginia Plain, Lodger e il punk comunemente inteso. Sottolineo il concetto Punishment Of Luxury sperando di far cosa gradita e ‘aggiungi al carrello’. Due minuti e sedici secondi di macchina del tempo nella quale viene stivato di tutto, Arca di Noè sgomitante di Duran Duran, primevo Gary Numan (Sylvan andrà a mixare Replicas e The Pleasure Principle), Thomas Leer, Doctors Of Madness (ne parleremo, prima o poi), i Japan coevi di Adolescent Sex e – diomio! – i Magazine. Non voleste credere a me le tredici tracce potrebbero farvi spalancare la bocca e cristallizzare la mascella, aveste la costanza di approcciarle.

Outcast porta i Cockney Rebel dentro Klaus Nomi invitando gli Hansa Studios a fratturare in maniera scomposta mezza facciata di Low, stupefacente per impeto e per magniloquenza si pone come decisa testa di ponte new wave. E’ il 1978 e nessuno (tolti Colin Newman e i suoi Wire, forse) sapeva dove saremmo andati a parare. Rikki si tuffava dal lato giusto, invece, strappando un pallone dall’incrocio dei pali per consegnarlo ai posteri. B Movie è il più bel pezzo mai apparso su For Your Pleasure (solo suonato a 45 giri, e con Ronson in formazione). Picture Of Dorian Gray sferraglia e cavalca su un isterico Peter Hammill che si fa Rick Wakeman, mentre No Wave (It’s So Simple) spiega già tutto dal titolo con quella sua nu disco moro(ck)deriana. Non c’è LaDonna Adrian Gaines (Donna Summer per gli amici) ma un Sylvan che vuol farsi Cerrone e Suzi Quatro assieme. Aleister Crowley è un glam ottocentesco suonato sull’Orient Express in un talamo di riverberi; Amsterdam scivola nell’autocompiacimento ma si rialza prima di toccar terra con Solo Street, titolare di uno dei passaggi strumentali più cesellati di sempre. Loaded ha essenza di Banshees e d’assenzio, Sylvan crea in vitro lo spirito di Howard Devoto spingendo su un istrionico prog punk. La citata Twilight Jack prova ad andare in esilio sulla strada principale mentre Victimized è la vera e propria unica spilla punk del disco, aguzza ed appuntita. Disco che si chiude con la title track, dove ancora riemerge lo spirito di Steve Harley, facendone una Sebastian da nuovi romantici, che – a proposito – assai prenderanno da qui.

Four Minute Warning rimane disco bellissimo, una rarità priva dell’allure mediatico che usualmente colpisce manufatti di tal sorta. Forse la vera new wave nasce in questo momento, su questi 13 brani damascati da un senso del grottesco vittoriano. Rimane, dopo 40 anni una galassia totalmente incontaminata, l’anello mancante tra alcune specie musicali mai estintesi, un lavoro che, per qualche astruso motivo, non ha avuto la vera esposizione che meritava e giace nelle retrovie dei culti a buon mercato. Un disco per pochi suo malgrado, insomma. E un po’ mi dispiacerebbe che cadesse in mani impure o ne venisse fatto scempio. Ve lo dice uno stupido perché Rikki non può più farlo, dicono abbia già avuto il suo ultimo giorno sulla terra. R.I.P.

Michele Benetello