I dischi che piacciono solo a me, credo #29

VV.AA.Hybrid Kids – A Collection Of Classic Mutants (Cherry Red, 1979)

A me sono sempre piaciuti i matti, quelli veri. Sono, in un certo qual modo, rassicuranti nel loro mondo a più dimensioni fatto di verità a noi ancora ignote. È che sovente ho difficoltà a riconoscerli, non sapendo se ci sono o ci fanno, ma – seguendo un semplice assioma – se mi instillano il dubbio tanto a posto comunque non devono essere. Li chiamo ‘matti’ ma avete capito; intendo quelli pieni di spifferi e dirupi; quelli che ad ogni sputar contro rispondono con un sorriso ed una alzata di spalle, incapaci di comprendere il gesto. Quelli che fanno e facevano harakiri per non dare un dispiacere al nemico. Quelli che la favella non la trattengono ma se la rivoltano contro, che non premeditano e sono viscere anziché intelletto, ‘che troppa testa fa male e fa male alla testa. Quelli lì. Non gli eccentrici esibizionisti alla Marina Abramovich, ego buttato nell’acqua calda, robaccia fine a se stessa spacciata per ‘qualcosa’ giusto per strappare qualche gridolino orgasmico ai vernissage finemente ingioiellati. Roba da teste d’uovo, Pinhead col capello pazzo, il lupetto nero, un copricapo eccentrico, Karma Police in cuffia e il flute in mano, gente che non ha mai bevuto una Kambusa One, l’amaricante. O un Punt e Mes. Quelli del: ‘Ah! Il montaggio analogico!”. Lo gradisce un prosecchino?

I matti, i visionari; quelli timidi che rifuggono dal mondo e da questo ne vengono ricambiati. Gente bizzarra, balzana, stravagante, insolita, bislacca, strampalata, dalle immense possibilità artistiche, controllate controvoglia e dissipate in uno scientifico disintegrare e occultare. Personaggi (vivi o morti, poco importa, importa quello che ci hanno lasciato) di cui si sente parlare raramente, volutamente nascosti in un sottobosco nel quale sovente si deve rovistare con caparbietà per trovarne tracce. Sono sicuro abbiate una pantagruelica lista anche voi, magari comprendente Kevin Ayers, Gary Clail, Paul Quinn, Jayne County, Peter Blegvad, Pete Astor, Anthony Adverse, Peter Godwin, Al Comet, Isabelle Antena, Meira Asher, Bram Tchaikovsky, Martyn Bates, Thomas Leer,  Berntholer,  Billy MacKenzie, Herbie Mann, Luke Haines, Gavin Bryars, Harold Budd, Martin Newell, Ed Ball, Bernard Szajner, Terry Hall, Joe Tex, Harry Thumann, Louis Tillett, Bill Drummond, Amon Tobin, Wreckless Eric, Zeus B. Held, Vinny Peculiar, Dominic Sonic, Jean-Claude Vannier, Ann Steel, Louis Eliot, Kim Fowley, Judie Tzuke, Andy Votel, Karen Dalton, Billy Childish, Dan Treacy, Boyd Rice, Jona Lewie, Little Annie, Rudolf Rocker, Mathilde Santing, Andrew Poppy, Bill Pritchard, Poly Stirene, Eleanor Rigby, Paul Simpson, Klaus Nomi, Anna Domino, Bill Nelson, Paul Roland, Sondre Lerche, Vic Godard, Bill Sharpe, Phil Schoenfelt, Virna Lindt, Robert Gordon, Paul Haig, Garland Jeffreys, Pat Fish, Mantronix, Elton Motello, Honey Bane, John Howard, Rachel Sweet, Ute Lemper, David Holmes, Danielle Dax, Virginia Astley, Natacha Atlas, Cath Carrol, Shuggie Otis, Cassell Webb, Beaumont Hannant, Robert Haigh, Tim Hardin, David Harrow, Julie Covington, Richard Hawley, Kevin Hewick, Richard Jobson, Jay Jay Joahnson, John Moore, Cha Cha Cohen, Guy Chadwick, Charles Augins, Anita Lane…

… e Morgan Fisher, ad esempio. Uomo che non ho mai saputo incasellare e per questo m’ha sempre intrigato assai. Hybrid Kids lo acquistai quasi inconsciamente con la mia ignoranza adolescente (virtù che mi porto ancora appresso). Usato, tenuto malissimo ma ad un prezzo invogliante; ne fantasticavo new wave alla Devo, esorcismi Wire, faretre X Ray Spex. Del resto il titolo conduceva da quelle parti, no? Che ne sapevo di dove buttavo i miei sudatissimi soldi? Morgan Fisher era un bel nome e me lo immaginavo nella formazione degli XTC (ci sarebbe stato benissimo, a ripensarci) o a produrre gli Squeeze. Insomma, ero limitato e grandissima fu la delusione al momento di mettere sul piatto quella gracchiante marmellata. Cazzo di roba era, quella? Marcette da cartoni animati? Prese per il culo belle e buone? Esperimenti sociologici della BBC? Dove cazzo stava il rock, il post-punk, la new wave? Non c’era nulla di nulla, manco una reminiscenza Boston o un onanismo Yes. Nulla. Ruttini dopo la porzione di latte in polvere, ecco cos’era. Mi incazzai di brutto, io volevo – se non Spizzenergi – almeno qualcosa che avesse una struttura conosciuta, che mi facesse sentire al sicuro, qualcosa in cui riconoscermi. Hybrid Kids diede una spallata menefreghista a tutte le mie convinzioni, facendomi vacillare. Lo accantonai. Quei pochi fogli da mille erano stati buttati al vento; certo non era la prima volta e sicuramente non sarebbe stata l’ultima, ma questa bruciava più di tutte. Dovetti aspettare qualche anno, centimetri di polvere a depositarsi sopra quella copertina slabbrata e consunta e la consultazione – cartacea – di qualche enciclopedia rock per scoprirne la genesi, ben prima che Google assolvesse al suo compito. Scoprii Stephen Morgan Fisher come uomo proveniente dal rhythm and blues, tastierista eccentrico e deviato conosciuto principalmente per la sua militanza nei Mott The Hoople ma dimenticato con i Love Affair quando – appena diciottenne – ottiene un numero uno nella classifica inglese tramite Everlasting Love. E ancora Third Ear Band e  British Lions (supergruppo sorto dalle ceneri degli Hoople). Pronto – addirittura – ad accompagnare i Queen in tour nel 1982. L’avessi saputo allora avrei buttato quei fogli da mille nel letame, dimostrando invero la mia stoltezza. Avrei dovuto informarmi, chiedere, setacciare il setacciabile, ma il buco del culo del mondo espelle solo scorie, spesso manco digerite, quindi dovetti far di necessità virtute. Mi mancava un pezzo fondamentale del puzzle, per venirne a capo, ovvero quel Miniatures – uscito in sordina nel 1980 – contentente 51 (cinquantuno!) abbozzi di brani da gente quale Residents, John Otway, Robert Wyatt, Fred Frith, Lol Coxhill, Robert Fripp, Andy Partridge, Quentin Crisp, Trevor Wishart, Hector Zazou, Ivor Cutler, Dave Vanian, Half Japanese, Simon Jeffes, Mark Perry, Michael Nyman, David Cunningham, Kevin Coyne, Etron Fou Leloubran, Pete Seeger.

Riprendo fiato per dire che, probabilmente, un disco simile sarebbe stato il colpo di grazia tanto suona alieno ancor oggi, soprattutto per la fatica di raccogliere a corte artisti così disparati. Ma erano altri tempi, e – giochiamoci la carta dei luoghi comuni – tempi in cui poteva accadere davvero di tutto, persino che io gettassi sudatissimi soldi. Miniatures m’avrebbe ammazzato con la sua didascalica voglia di sparigliare le carte, tagliandone gli angoli affinchè ci facessero sanguinare all’atto di gettarle sul tavolo. Brandelli di suono cesellati come quarzo e gettati nelle saline a disgregarsi. L’attesa come stile di vita e ogni cosa a suo tempo (che è sempre galantuomo, bene sottolinearlo), questo avrei dovuto capire. Come che sia Hybrid Kids rimase almeno due lustri negli angusti scaffali dell’epoca. Poi un giorno decisi che avrei dovuto scenderci a patti se volevo progredire e proseguire verso tutto il sommerso che mi attendeva; quel disco avrebbe potuto essere una buona base di partenza verso l’ignoto, tanto più che già l’avevo in casa. Rimasi nuovamente basito nell’ascoltare quell’eccentrico panegirico, farina dell’intero sacco di Fisher, pronto a spendersi nei 13 brani a lui interamente ascrivibili. Certo, le denominazioni di fantasia abbondano, e vi è un intero disco di cover immerse nella soda caustica e fatte a brandelli. Decostruzionismo ornato da una copertina tratta da Three Studies for Figures at the Base of a Crucifixion di Francis Bacon. Avete presente? No? Fate un giro in rete e poi saprete cosa aspettarvi visto che l’interno è esattamente identico, solo virato in una sorta di techno pop schizoide, pirico e avanguardistico (base dalla quale furteranno assai di lì a poco i Silicon Teens di Music For Parties). Che sia la D’Ya Think I’m Sexy di Rod Stewart (siglata British Standard Unit) o una Wuthering Heights irriconoscibile e dub fumata da Jah Wurzel; che siano gli improbabili Punky & Porky che dissacrano e smembrano God Save The Lean e Pretty Bacon (non sono dei refusi) in versioni da ospedale psichiatrico e Lounge Lizards. Che siano i Burtons a giocare ai Madness con Mac Arthur Park; R.W. Atom che opera una autopsia su You’Ve Lost That Loving Feeling; gli U.S. Nurds che ci pigliano per il culo con una Get Back da glam sotto Lexotan o Malcolm Galaxy che zompetta come un Walt Disney ingroppato alla Pantera Rosa sopra Fever. Che sia chi diavolo volete ma il risultato non cambia: un disco che rimane fuso e fuori di testa anche oggi, a 39 anni di distanza, pure se abbiamo imparato ad assimilare di tutto, dall’isolazionismo ai Gerogerigegege. Hybrid Kids non mi strappa un sorriso, né un cinico e dissacrante (nonché liberatorio) ‘vaffanculo’, mi pone solo una cruciale domanda, anzi due: Morgan Fisher era (ed è) realmente un signore bizzarro ed eccentrico? E, se sì: che cosa ne penseranno all the young dudes?

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo # 18

Patty Pravo – Patty Pravo (RCA, 1979)

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Le estati una volta erano scandite dai ritmi circadiani dei gelati. Le mie estati, quantomeno; quelle che bussarono alla porta sul finir degli anni Settanta. Il mattino era allenamento, zingarate e schemi: discesa in cortile, due fischi per le convocazioni, un paio di puntuali marachelle, l’ira funesta del macellaio bestemmiante, qualche canzone dalle varie radioline dislocate strategicamente in tutto il paese. Roba tipo Rubettes, Alunni del Sole, Middle Of The Road, Mia Martini, Abba. Drupi. O il sempiterno Lucio Battisti, che a Radio Capodistria pareva non possedessero altri dischi, maledetta la logorrèa di Luciano Minghetti! E poi ci si poteva dedicare alla certosina compilazione del programma completo della giornata. Che poteva significare Mundialito del quartiere tramite un pallone sfondato-ma-sfondato-davvero nel campetto dietro casa (macchè Brasile, dovevate venire in Veneto durante i mediani anni Settanta. Il look Mario Kempes è nato qui); le biglie dei ciclisti (il mio Marino Basso era imbattibile); una spedizione in avanscoperta verso nuovi quartieri che stavano nascendo; l’invenzione dei “Giochi Senza Frontiere” effettuata chiamando a raccolta tutti gli ‘underqualcosa’ del paese. Oppure un battagliare pallido e assorto contro la vicina stronza e cafona.

Optavamo quasi sempre per l’ultima soluzione, da bravi babbei visto che vendeva gelati e spuma (se non avete mai bevuto la spuma siete degli Axl Rose qualsiasi) a 10 metri da casa. Tradire il suo bar fumoso e umido significava salvarsi dal tetano ma anche dover attraversare la trafficatissima arteria principale, strada napoleonica dalla quale i nostri genitori ci mettevano in guardia appena uscivamo dall’utero materno tanto era pericolosa; quindi l’acquisto dalla megera era obbligato. Non era nemmeno vecchia, a dirla tutta. Era proprio stronza, palesemente stronza e pronta ad accusarci di qualunque cosa avvenisse nel raggio di un chilometro dal suo localaccio infame. Il nostro mattino era sempre lastricato di buone intenzioni e di un sole con un gusto e un odore radicalmente diverso da quella palla di fuoco che incendiava il pomeriggio, dopo l’abbuffata e il pisolino. Il mattino non aveva polvere, sapeva già di siesta, ti entrava nelle narici assieme al panino con la mortadella che alle dieci veniva recapitato da un catering sbrigativo e tutt’altro che premuroso. Erano comunque tutte ore che ci separavano dal gelato, categoria merceologica che – allora – poteva vantare un marketing sopraffino e irraggiungibile. Quanto ci piaceva sentire il rumore dei coperchi nero pece che si chiudevano su quei gusti da Prima Repubblica: cioccolato, limone, vaniglia, fragola. Stop. E vaffanculo i vostri Grom.

Quanto fantasticavamo sopra quei cartelloni pubblicitari in metallo pieni di immagini e colori accesi. Il ghiacciolo era un must, proletario ma dall’alto rapporto qualità/prezzo. Potevi ciucciarlo mezz’ora fino ad indolenzirti la mascella, come le foglie di coca per i boliviani. Io prendevo anice. O il Fortunello, che invece era sfigato come pochi (anzi: afigato, con la A privativa) e che sapeva da cartone per imballaggi, O ancora… come si chiamava quello con la pubblicità disegnata da Jacovitti? Eldorado? E poi l’insulso Dalek e il miraggio Toffy. O il Twister, l’orrendo Zaccaria (ma si puote chiamare un gelato Zaccaria?) e il suo contraltare proletario, ovvero Gommolo. Il Lemonfragola, freddo come un disco dei Pan Sonic. E ancora: il Gran Kros della Tanara, sorta di Gronchi Rosa dacchè tutti ne parlavano ma pochi l’avevano effettivamente mangiato, e quindi a noi pareva quasi un millesimato. O il Camillino, un gelato che sapeva di ristrettezze economiche sin dallo stupido nome. Il Piedone, fuffa per sprovveduti. Il Rocket Besana. L’Hippy (non Lippi), svanito come Paperoga. Il Pepito Toseroni. Tu dimmi se non è genio semantico questo. Le coppette erano ancora un lusso inavvicinabile, avrebbero dovuto arrivare le Olimpiadi di Mosca per permetterci di posare le labbra sulla Coppa dei Campioni Motta. Quindi ogni pomeriggio – alle 16 in punto – rimanevamo dieci minuti buoni a guardare e toccare i cartelloni pubblicitari, facendoli vibrare manco fossero dei Theremin.

E poi c’era il Paiper che faceva storia a sè.

Ovvero il gelato più buono di tutti i tempi, inarrivabile per il prezzo ma concupito dall’intero scibile umano del quartiere. Riuscii ad ingurgitarlo solo un paio di volte prima che sparisse nei meandri della globalizzazione, ma tale fu la foga che morsicai pure il tubo di plastica per non cedere un grammo di quel nettare. Best. Ice. Cream. Ever. E di quella pubblicità vogliam parlarne? Con Patty Pravo a recitare la terzina più bella di sempre (“Posso dire una parola? Lo sappiamo, c’è un Algida laggiù che ci fa gola”). Più che un gelato un pensiero stupendo.

Appro e posito della Strambelli: quanto avevo adorato quella donna (quasi quanto quel gelato, ovvio), che a me già allora sembrava futuristica e fantascientifica. L’avevo udita ovunque in tenera età, superstar autoctona che nel mio ranking sonoro ha sgommato in faccia a Mina per gran parte di carriera, dalla scelta degli autori alle interpretazioni. Concerto Per Patty (ARC, 1969) era un must nella discografia parentale, Pazza Idea (RCA, 1973) immenso grazie a quel Morire Tra Le Viole sdegnosamente e snobisticamente rifilato sul lato B dell’omonimo 45 giri. Insomma, dopo il recente successo di Miss Italia (album contenente Pensiero Stupendo e – soprattutto – la superlativa Johnny) Patty era tornata, ed era tornata proprio in prossimità dell’estate con un nuovo disco che io dovevo accontentarmi di seguire da una scassata radiolina. Munich Album veniva chiamato quasi ovunque, sebbene fosse un semplice ‘Patty Pravo’ il titolo. Cosa aliena nel panorama italiano, come sempre era stata aliena Patty. Registrato a Monaco in preda a fregole assortite e a un nuovo compagno (anzi due, in transumanza: Jack Johnson dei Flamin’ Groovies e Paul Jeffery), con inserti disco, vaneggiamenti elettropop, krautismi geografici, glam rock e un occhio alla solita leziosità Lou Reed virata synth. Musicisti stranieri e un nugolo di autori pronti a consegnarle alcune canzoni, da Cristiano Malgioglio a Ivan Cattaneo passando per quel Maurizio Monti che rimane uno dei più eclettici e raffinati compositori di pop italiano (sua la Johnny di poco sopra e quella Per Una Bambola che ammutolirà l’intero Festival di Sanremo del 1984). Sebbene oggi suoni ingenuo e iperprodotto il singolo Autostop impazzò un po’ ovunque in quell’estate 1979, anche dalle nostre radioline; audace e vetriolico stomp elettronico interpretato con la solita noiosa e svagata magniloquenza: “…mi fermai, salì il deficiente, autostop”. Un po’ Kraftwerk, un po’ disco frattaglia, gommosa quanto basta eppure indissolubilmente tanto Patty Pravo.

Ma vi era ben altro all’interno di quelle 10 tracce assolutamente avulse dal percorso artistico di quella donna straordinaria e altrettanto straordinaria interprete, sin dall’iniziale New York, pezzo già portato a Sanremo qualche mese prima dalla Carneade Lorella Pescerelli e scritto – tra gli altri – da Flavio Paulin, uomo transumante dai (non rabbrividite) Cugini di Campagna ma titolare in proprio di uno dei dischi elettronici più interessanti del nostro angusto paese (Paulin, RCA, 1979). Un pezzo che è già Prins Thomas senza saperlo; e chissà davvero che ne farebbe lui, oggi, di cotanto pulsare se solo gli capitasse a tiro. Every Dream (Is A Bit Of A Heartache) è un delizioso cremino avanzato dagli anni Settanta più glam, tra Suzi Quatro e coretti Slade. Si alza l’asticella con Il Re, forse il pezzo più incisivo del disco, quasi sette minuti di proto-wave dal testo dada immersa in una interpretazione fuori dal comune con complicate svisate vocali e una coda alla Eno/Byrne/Fripp. Stica & Meco. E poi Male Bello dove – tra Amanda e Diamanda – porge l’altra guancia della sofferenza, una Pazza Idea che si scontra con la realtà, inventando letteralmente la prima Gianna Nannini:

Dai, parcheggia sul mio corpo
senza farmi tanto sanguinare!
Tu sei il male bello da masticare…

Io Che Amo è una malgiogliata che prende corpo con gli ascolti e si ascolta con il corpo; Dimensione rimane aulica, algida e teutonica, spazzata da venti strambellici; una Space Oddity in Riva degli Schiavoni, di notte. Cry Cry Gotta Worry è prescindibile come un singhiozzo di Neymar a fine partita. C’è pure Keith Forsey (come ‘chi è Keith Forsey?’) a ornare Donna Do You Wanna (A ‘Summer Song’) rock disco plasticosa che si fa altrettanto prescindibile. Chiude Tie A Ribbon Round My Soul e di Bonnie Tyler non ne voglio parlare.

Se in generale l’impressione è che la voce di Patty Pravo perda numerose sfumatore quando alle prese con la lingua anglosassone è altresì vero che mai, come in questo disco, cerchi di ampliare le sue possibilità vocali. Immane esborso economico della RCA e vendite deludenti a seguire, con l’immediato ripudio da parte della titolare. Da allora e per sempre si vuole Patty Pravo passo interlocutorio (quando non minore) di una discografia pantagruelica, stilosa, stivata di gemme pop e – sovente – coltissima (se vi avanzano quattro euro fate vostro senza indugio Mai Una Signora, del 1974).

Mi piacerebbe invece che, a 40 anni di distanza, vi approcciaste con orecchie smaliziate a questo coraggioso Bignami di pop sintetico e italianissimo a dispetto del parterre de roi dispiegato, moltissime delle vostre convinzioni sullo stato della musica italiana potrebbero vacillare sotto i colpi di questo strano Golem bavarese, ennesima riconferma della lungimiranza di un’artista assolutamente unica e – soprattutto – mai (sottolineo mai e sottolineo Mina) doma o solo disposta a rinchiudersi nelle dorate prigioni della noiosa tranquillità artistica.
Siamo alla fine, ancora un piccolo sforzo.

Patty Pravo non quadra ma sigilla un cerchio, consegnando ai posteri una Nicoletta Strambelli mutante e radicalmente diversa. Ad una delle vette di carriera va infatti a contrapporsi la discesa agli inferi della sua insofferenza umana: il disco viene promosso pochissimo dalla titolare (Autostop solo ottantottesimo tra i singoli più venduti del 1979), pronta di lì a poco a trasferirsi negli Stati Uniti per tre anni eufemisticamente definiti dalla letteratura pop ‘avventurosi’. Tra foto soft core per Men e Le Ore, pettegolezzi su una presunta tossicodipendenza e rigetto della discografia in toto questa ‘fuga da New York’ (il brano) ma anche da Monaco sigillerà per sempre la Patty Pravo universalmente conosciuta. Bisognerà attendere il Festival di Sanremo del 1984 per rivederla, quando – agghindata come una geisha robotica – presenterà al pubblico la meraviglia siglata Monti della quale si disquisiva poco sopra. Ma poco importa come e cosa ha fatto Nicoletta Strambelli dopo quel 1979 (oggi sembra Lord Voldemort, ne convengo), per me rimane sempre La Ragazza del Paiper.
Il gelato, ovviamente.

Michele Benetello