I dischi che piacciono solo a me, credo #52

Alice In SexlandAlice In Sexland (Casal Gajardo 1991)

Inutile accapigliarsi nel fare approfondite ricerche in rete, vi trovereste sommersi da pagine di manga giapponesi (quando va bene, dacchè esiste un fumetto con un nome simile) o di porno fantasioso ed equilibrista (e non è detto che sia un male). Non sono state tramandate notizie in misura abbondante e congrua riguardo quel disco da pomi d’ottone e manici di scopa a nome Alice In Sexland, banda inspiegabilmente scomparsa tra le pieghe del tempo a dispetto di un esordio incredibilmente variegato. Godurioso assai aggiungo, e che potrebbe fare la gioia di tutti i trenta-e-qualcosa innamorati dell’indie rock più sbilenco e inclassificabile. Gli Alice in Sexland, già. Banda che sei lustri orsono, mese più mese meno, era la ‘grande cosa’ sotterranea del rock italiano. Ma grande davvero, per quanto apostrofarli semplicemente rock sia delitto di lesa maestà dinanzi a cotante diagonali armonie. Eravamo tutti convinti fossero destinati a gloria magna, capitalizzando intuizioni personali che pochi – allora come oggi – avevano avuto il coraggio di affontare. Invece la vita è come è perché è stata come è stata e Alice rimane nome dimenticato, scivolato a valle, nascosto da tonnellate di ciarpame ‘italiano cantato in italiano’ di cui i mercatini van ghiotti (nel pagarveli 3 euro) e fieri (nel rivenderveli a 25). Ed è un peccato – ma anche una fortuna per gli sprovvisti, magari a causa di striminzita anagrafe – che al costo di un foglio da cinque possiate ancora portarvi a casa questo incanto nel fulgore del vinile gatefold.

Il 1990, anno sabbatico e screamadelico, guado e Giano Bifronte tra un prima rigido e conservatore e un dopo anarchico e (volendo) danzabile. Gli Alice In Sexland erano lì, perennemente in equilibrio, indecisi sulla direzione da intraprendere e per questo pronti a crearne una interamente ascrivibile a loro. Laddove tutti diaframmaticamente litfi(s)bavavano loro andavano ad abbeverarsi in mari di LSD & MDMA, di heavy appuntito, progressive saltellante, cantautorato eccentrico (chi ha detto Kevin Ayers?) e di ritmiche indolenti. Un casino, insomma. Ma un casino bello, eccitante, strappamutande, persino fastidioso nella sua bulimia sonora. Misteriosi, sessualmente arroganti, mancuniani nei fraseggi, prog(ressisti) nelle involuzioni. Insomma: unici in un panorama che davvero stava cominciando a creare scene, scenette e canoni standardizzati. Parevano una comune di viveur in bolletta, guidata da quel Michael Hutchence nebbioso a nome Davide ‘Marte’ Martinello, sempre Eight Miles High e dal personale vocabolario convesso che puntualmente si riversava nelle fumose liriche da bardo seicentesco. Credo di averli visti in azione una mezza dozzina di volte, all’epoca, e credo che in nessuna di queste volte io mi sia sentito soddisfatto appieno. Non mi piacevano, o meglio: non li capivo. Troppo molli per il mio sciocco sentire asserragliato su un sistema binario che andava da 808 State a EON e viceversa. Eppure continuavo a seguirne le gesta sui palchi; intrigavano, ammaliavano, erano una sorpresa continua. Potevano incazzarsi tra loro (accadde: al Fener Music Festival) e poi raccontare fiabe surreali di copule tra gufi e civette. Ma era il 1990, no? Dove nulla era vero ma tutto era permesso; anche avere la lungimiranza magna di acquistarne comunque il debutto (uscito dopo Let’s Roll Another One, nastro autoprodotto) e provare ad approcciarli cum grano salis al ritorno dal negozio, nel caldo della fumosa magione. Ed è lì, tra quei tormentati scaffali e quel bradisismico periodo, che ne compresi la reale grandezza venendo risucchiato dentro i solchi di un mondo surreale.

Prodotto da Carlo Casale di Frigidaire Tango fama assieme a Alessandro Pizzin dei Ruins l’eponimo debutto su ellepi dei transumanti rockers di stanza tra Padova e Rovigo (indecisi anche nella geografia) è davvero qualcosa di alieno e avverso per l’Italia di quegli anni. E come provare ad innescarveli addosso senza usare iperboli fuori luogo o sembrare il solito vetusto retromane? Immaginate la recente svolta dei Jennifer Gentle soltanto con un amore a sottendere verso band del sottobosco coevo (Telescopes, Thousand Yard Stare). Immaginate gli immensi e autoctoni Gurubanana/NanaBang (ne parleremo approfonditamente, prima o poi). Immaginate un inconsapevole anticipo di Janes’s Addiction e Flaming Lips (assieme) o un Syd Barrett felice d’ecstasy ai tempi del Madchester. Immaginate i Teardrop Explodes (quelli di Everybody Wants To Shag, ovvio) assieme a Le Orme di Verità Nascoste e gli Eat di Sell Me A God. O i They Might Be Giants nati nel delta del Po(p). O. Immaginate, potete. Psichedelici loro malgrado, pop in senso lato, heavy nelle sortite, lenti ma capaci di accelerazioni armoniche improvvise. Freaks in un mondo di rockers, con glam e un po’ di Canterbury nella zip dei pantaloni e organetti Doors/Inspiral Carpets a massaggiar loro il culo mentre ficcano le dita nel naso degli Yes. La porca Alice è questo, ma è anche molto di più. È l’indugiare in lunghe suite o in canzoncine perverse, è una sorta di indecisa gang bang tra il Banco del Mutuo Soccorso e i primissimi Blur, è un’invasione di arpeggi, accordi, cambi di tempo. E pop. Tanto pop. Ma un pop che viene da lontano e forse neanche dall’America (ma ci sono i Doors) che è lontana, dall’altra parte della luna. Facile allora farsi prendere la mano da fantasmi albionici: e se di Barrett e Ayers già s’è detto (ma loro non sarebbero d’accordo) vi aggiungo coriandoli baggy di Donovan col Fentanyl. L’Italia comincia ad accorgersene in quel sgomitare di decennio, il pubblico accorre sempre più numeroso, finiscono addirittura alla TV cecoslovacca per un esibizione che ancor si mormora ‘fantasiosa’. È tutto pronto, manca il disco. Sono appunto i corregionali Casale e Pizzin a prendere in mano e imbottigliare l’esotica essenza freak del quartetto (con l’innesto alla batteria di J.M. Le Baptiste di Frigidaire Tango) in studio. Ne emergono, tra doppisensi hardcore e pericolose marcette pallide, con una meraviglia unica, simil-paisley e irripetibile. Difatti non si ripeterà.

Ornato da una copertina a metà tra un manga tetragono (eccoli), un’opera incline a Emerson Lake & Palmer o Yes e una sigla per cartoni animati bizzarri si entra subito nel mondo strampalato e bislacco di questi bizzarri Duchi della Stratosfera padana. Quarantasei secondi di intro psych come il caramello che cola dalle cosce di Judy Garland e già partono fuochi colorati con la suprema End Of His Nose dove già ti immagini al Marquee nel 1974 a sputare sangue e sudore sopra un riff killer sul quale Marte cerca disperatamente la sua Alabama Song prima che la canzone svicoli altrove, rincorsa dai nostri. Che inseriscono anarchici spezzoni di XTC, Walt Disney (Bibbidi Bobbidi Boo!), un ponte (di corde) che oscilla pericolante tra Santana e la Mahavishnu Orchestra e una chiusura che profuma di patchouli. Ma mica è finita, aspirate profondamente e rilassatevi davanti a quella Hail To Thee che dorme serena e umida tra le lenzuola del Morrison Hotel prima di trasformarsi in qualcosa di croccante alla Happy Mondays. Non fai in tempo a gioirne che The Sentinel spariglia. Farebbe invidia a Damon Albarn o al pardo Jason Pierce ma è troppo pigra per sventolar loro addosso cotante armonie. Ladies and Gentlemen we are floating in Sexland. Svogliata e svagata si invola dalle parti di una immaginaria marcetta sudista da blues cubico diretto da Julian Cope. This is the story, this is the glory. The story and the glory will never die. Cadere nei misteri e nel bianconiglio superdotato che si fa giga irlandese di Do You Believe In Magic? o ancora nella dermatite da solchi Gong di The Itch-Hitcher (And The Legendary Discovery Of The Water) è un’esperienza lisergica e sibillina. I sei minuti di Spiderella si vestono malsani e balcanici dentro una filastrocca buona per uno spezzone drogato di Fantasia diretto da Stan Ridgway o soltanto i Mekons di Crime And Punishment. Sei minuti nei quali cambiano timbro e registro più volte innestandovi un rizoma di pop italiano ai limiti del prog e della PFM. O Here I Am! che chiude in bellezza tra strani drappi di brit pop d’ansie. Avete l’emicrania, vero?

Parrebbe fatta dinanzi a cotanto (fuori di) senno armonico, eppure, nonostante una bulimica caccia da parte delle etichette, la cosa non quaglia e anzi: Marte – vero direttore d’orchestra del pornazzo – è insofferente, si tuffa nell’elettronica, poi riemerge ma ha fame di suoni. Si sciolgono, anzi no. Si fermano tre anni, un’enormità per la grande corsa del treno rock and roll. Quando tornano, nel 1995, con il nome Aliceversa e la forzata conversione all’italico idioma è finito tutto. “Perché di solito Alice dava degli ottimi consigli, poi però li seguiva raramente”. O solamente perché dopo un orgasmo vi è un fisiologico periodo refrattario a seguire. Ore Disturbate (Pick Up, 1995) perde tutta la rubiconda follia dell’esordio assestandosi su una onorata manovalanza in odor di rassicurante e metallico hard prog.

Di Alice si sono perse le tracce suppergiù 25 anni fa tra un Brucaliffo, una Lepre Marzolina, un Cappellaio Matto e le più disparate categorie di Youporn, dove qualcuno – magari svagato come questi Paperoga del pop italiano – ci inserisce pure Blonde On Blonde. Le otto tracce di Alice In Sexland invece si spargono ancora ariose, bizzarre e contemporanee oggi più di allora, nonostante i quasi trent’anni di onorata – seppur vergognosa – sottoesposizione. Provatelo. Il sottoscritto, Xhamster e il Gatto del Cheshire lo consigliano assai. Credo dovreste essercene grati.

Bada al senso, e i suoni baderanno a se stessi” (Lewis Carroll)

Michele Benetello