I dischi che piacciono solo a me, credo #51

Wonky AliceAtomic Raindance (Pomona, 1992)

Lunar Adam, where have you been?
I’ve been to a place that exists in a dream
But the dream is cracked and we are too
I want this world to smother you

La sera, prima di addormentarmi, sono solito fare degli esercizi ‘spirituali’. Fermi, nulla a che vedere con birichinate new age, omelie macrobiotiche o esortazioni a rendere verso qualche divinità. Nulla di tutto questo, mi preme sottolinearlo subito e in maniera netta. Ho una visione abbastanza concreta di ‘sto porco (im)mondo che ci circonda per scialacquarla su preghierine, questue e salmi responsoriali. La divina provvidenza ha dimora altrove dalle mie mura, non essendosi mai rimboccata le maniche preferendo vivere di rendita conto terzi. Li chiamo esercizi spirituali perché ognuno c’ha i suoi pensieri e “I’ve got the spirit but lose the feeling”. Nulla più. Mi soffermo semplicemente a stilare un resoconto della giornata e approntare una veloce scaletta per la seguente. Poca roba come vedete, soprattutto un’ottima scorciatoia per cadere nel più breve tempo possibile tra le braccia di Morfeo. Che non è il capitano della Nabucodonosor nella Trilogia di Matrix, sebbene nel dubbio sia sempre meglio la pillola blu, visto il casino successo con quella rossa. Esercizi difficili, soprattutto di questi tempi, dove l’insicurezza e la paranoia non inducono certamente ad un rapido sonno, che quel sol dell’avvenire splenderà fuori ma dentro di noi le nuvole si raggrumano con ampie volute.

Soprattutto cerco di scegliermi un disco da riascoltare il giorno dopo, aiuta tantissimo l’esercizio mnemonico. Almeno così mi par di ricordare. In ogni caso le immagini random che si presentano (avrò comprato i taralli al peperoncino? Segnare subito) assolvono degnamente al loro compito: penso a cosa indossare, se la camicia necessita di essere cambiata, quando sono prenotate le vaccinazioni dei cani, a chi devo rispondere, la quantità di vino ancora in casa, i problemi urgenti in ufficio, se Kylie Minogue sta bene. Cose che probabilmente molti di voi fanno tra un lavoretto e l’altro, dacché multitasking. Virtù che non mi appartiene. Io ho i miei tempi, e in genere sono quelli dei gloriosi ellepì. 40 minuti circa, otto brani come da manuale. Poi senza accorgermene mi ritrovo con la sveglia che sibila e tutto da rifare. Ricordo solo il disco e non i taralli, in pratica. Fatica immensa ma gioia non da poco avendo davanti un’intera giornata d’attesa verso il padellone nero scelto al caldo del mio lettuccio. Lo posso capire il Leopardi.

L’altra sera, dopo una scorpacciata di Telegiornali, Cassandre e sapientoni ero particolarmente provato psicologicamente. Non tanto per la rarefazione sociale o il domicilio coatto imposto, su quelle cose – da buon orso bruno marsicano – me la cavo egregiamente, potrei vivere una vita senza chiacchiericcio petulante o qualcuno che debba assolutamente rendermi partecipe delle sue turbe. Piuttosto non avevo appigli concreti sui quali far forza e scrutare l’orizzonte. Le notizie erano (e sono) discordanti, tutti sapevano tutto e – cosa non da poco – una buona fetta di chi avrebbe dovuto star zitto seminava cinguettanti haiku di segale cornuta. Mi è salito il Tribunale del Popolo e – con un’ansia ben motivata – sono andato a letto promettendomi un necessario giro di vite: un unico notiziario serale e apparecchio televisivo rigorosamente solo dopo le ore 19. Possibilmente sintonizzato su quel canale a pagamento che ultimamente sono costretto ad appellare come Netflux. Avevo migliaia di dischi nascosti tra le pieghe della memoria, della rete e degli scaffali, non mi sarei fatto circuire così facilmente dagli strateghi della paura. Dovevo far diga, per quanto possibile. Sul comodino giaceva ‘Perché alle donne scappa sempre e agli uomini no?’ di Mark Leyner e Billy Goldberg, tomo sciocchino all’ennesima potenza e quindi antidetonatore potenzialmente invincibile. Mi ci sono messo con tutte le buone intenzioni del mondo, cercando di scacciare quelle immagini da corsia d’ospedale e quell’odore di disinfettante che da qualche luna non mi abbandona mai, in una sorta di memoria olfattiva. Tre pagine e già pensavo agli ellepi. Mi sentivo più sereno nel ripassare ad occhi chiusi sterminate discografie, accurate liste o piccoli manufatti rimasti pressoché sconosciuti. Del resto, come dicevo, ognuno ha i propri esercizi spirituali con i quali far fronte alle avversità dell’esistenza. Per qualche bizzarra concatenazione mnemonica – mentre riponevo il libro sul comodino – una copertina mi è riapparsa davanti agli occhi, improvvisamente e senza alcun motivo preciso. Non l’ho scacciata e anzi. Felice di veder confermata la mia teoria, nella quale il figliol prodigo non è mai scappato di casa ma si è solamente nascosto nel tinello. Ho rivisto nitidamente quell’immagine da space rock abbinandovi subito ricordi di un quartetto decisamente astruso, solito impastare lieviti sonori parecchio eterogenei. Atomic Raindance dei Wonky Alice mi ha circumnavigato la mente tutto il giorno appresso mettendomi una fregola senza precedenti verso l’agognato ritorno a casa. Una doccia, un bel bicchiere di corroborante Lagrein, cinque taralli (ho la scorta, tranquilli) e la febbrile ricerca tra gli scaffali – lì esattamente tra Wonder Stuff e Woodentops – per un bel viaggione tempestato di scorie lunari e ragnatele chitarristiche. Ne avevo bisogno.

Siamo nei primissimi anni novanta, guado sonoro in cui i britannici oscillano tra shoegazer e prodromi di pop che di lì a poco transumerà brit. Yves Altana è mediterraneo di cuore e di pelle essendo nato in Corsica, isola lontana dai palinsesti rock e lambita solo superficialmente dai vari tour che contano. Pochi, pochissimi gli artisti che la inseriscono nelle loro sortite dal vivo, tra questi pochi gli Opposition. Suonano in una chiesa sconsacrata di Ajaccio nel 1981 e il nostro vede la luce e anche qualcosa di più. Scappa a Londra, poi ritorna nell’isola. Poi ci ripensa. Anzi no. Forma i Chrysalids assieme all’ex One Thousand Violins John Wood e infine fissa la residenza in quel di Manchester proprio mentre la città sta diventando Mad. Ma al nostro non interessa; ha un solo amore nel cuore, cresciuto nel tempo: Mark Burgess e i suoi Chameleons. È da qui che prendono spunto e arazzi armonici i Wonky Alice. Servono Sirius e Insects And Astronauts in guisa di singoli apripista perché la particolare poltiglia di Altana prenda forma, ma è dentro al primo che si nasconde l’intera grandezza del quartetto. Lì, nascosta tra le pieghe del 12” vi è una traccia di trasfigurante bellezza dove – da materia informe – si crea la pietra d’angolo per tutto quell’agglomerato chitarristico inglese che lambirà gli anni novanta meno brit, da Whipping Boy a Puressence. Si chiama Stone Circle ed è il quartier generale dal quale scatenare la caccia al tesoro se queste cartelle vi instillassero una pur minima curiosità. Come che sia: all’arrivo di Atomic Raindance le scoppiettanti curiosità del pop coevo hanno poco in comune con una band che fa di Hawkwind meno bellici, post punk delicato e Mercury Rev un osmosi bizzarra. Difficile afferrarla l’Alice, sempre in bilico tra svanite suites sature immerse nel delay e nostalgica new wave, tra space rock anni settanta e post punk dal retrogusto progressive. Degli Ozric Tentacles post punk, volessimo giochicchiare con la forma piuttosto che con la sostanza.

Lunar Adam è inserita in bella mostra ad inizio long playing giusto per mettere in guardia gli sprovveduti. Filastrocca arabeggiante cantata con voluttà Charlatans e ricamata da chitarre Kitchens Of Distinction con un piglio à la Cope. Esplosioni improvvise di sei corde e gragnuole freak che si ergono anche in Radius (ciao Interpol, bello ritrovarvi in questa macchina del tempo) e nella cinematografica Sirius, buona per una Siouxsie assoldata come Bond Girl. Non hai il tempo di metabolizzarne la portata che Son Of The Sun è pura materia con la quale sono fatti i Chameleons, l’anima di Mark Burgess plana dall’alto benedicendo cotanta meraviglia. Origami cristallino su sei corde e dolce mandala rugoso che ancora non ci si crede. Vi basti cotanto dogma per annettervi al culto della traballante Alice, minuti di gioia profonda dove le chitarre si sdoppiano come filamenti di dna siderale, riattorcigliandosi nel freddo del cosmo preda di una psicosi. Bark Psychosis. In sovrappiù faticano sui cinque esatti minuti di Sundance, che brucia come l’astro chiamato in causa senza proferir parola alcuna prima di trasfigurarsi nell’estasi chitarristica. E siano benedetti i miei esercizi spirituali per aver estratto dalla polvere un disco che non ascoltavo da qualcosa come trent’anni, avendoci dato i due giri di prammatica al momento dell’uscita per poi rivolgere le attenzioni a tutt’altro fuoco modaiolo. L’ho lasciato bruciare nell’ignavia per (anche) mia colpa, mia maxima et grandissima colpa. Permetto il diffondersi del suo aroma per casa da giorni solo per espiare, scoprendovi sempre nuove angolazioni. Come il gancio sinistro di Captain Paranoia, brano in cui il cerchio si chiude laddove era iniziato, tanti anni prima, con gli Opposition a marchiare a fuoco un ragazzetto bruciato dalla salsedine, dal timbro vocale di Julian Cope e dalle reti dei pescatori. E, mentre Astronauts e Moon procedono assieme in duplice filar, indissolubilmente legati dai vari suffissi post (che siano punk o rock) il tutto troppo presto si chiude proprio con Atomic Raindance, apocalittica e bruciante nella sua veemenza.

Finisce qui, senza nemmeno un sussulto da NME e sugli ultimi solchi di questa canzone, l’avventura dei Wonky Alice e della loro ingenua psichedelia post punk fuori sincrono. Dimenticati ai quali non è stata data nemmeno l’occasione di una ristampa, indulgenza plenaria che tocca prima o poi a tutti. Tempo che non sempre è galantuomo e che sovente si fa fuorviare da lusinghe e sirene, proprio come me. Rimangono pulviscolo discografico nel grande oceano dai mille gradi di separazione. La diaspora sarà leggera e senza traumi, con Karen Leatham a migrare nei Fall (e a firmare la copertina per Planet Helpless dei Puressence, altro cerchio che si chiude) prima di ritornare dal suo nocchiero Altana, finalmente in pianta stabile con i Chameleons per una proficua collaborazione con il di loro leader (recuperare Paradyning su Dead Dead Good del 1995). Nocchiero che verrà chiamato a bordo anche da The Bardots e I Am Kloot prima di venire inghiottito dal grande oceano degli incompiuti.

Stasera, coricandomi, cercherò un altro disco, come sempre. Ma sono conscio che non potrà avere il potere taumaturgico di Atomic Raindance, perché le rivelazioni – anche se di seconda mano – non ti bussano al cuore ogni sera. Allora leggerò qualche pagina svogliata che mi strappi dai brutti pensieri, dalle preoccupazioni di un tempo mai vissuto prima nella sua brutale tragedia e che mi faccia finalmente scoprire ‘perché alle donne scappa sempre e agli uomini no’. Vi terrò informati.

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo #34

Billy MackenzieOuternational (Circa, 1992)

Nel 1992 Billy Mackenzie è un uomo e un’artista allo sbando. Quello che – esattamente 10 anni prima – era stato il volto e il compositore più astruso (e inclassificabile) occhieggiante dalle copertine delle riviste, il musicista più eccentrico e glam della sua era, l’uomo citato da Morrissey (con il quale si rumoreggiò un flirt) in William, It Was Really Nothing, nel 1992 stava cercando di sopravvivere a se stesso. Ancora per poco però: solo un disco (Beyond The Sun – Nude, 1997), 5 anni e una manciata di pastiglie di Amitriptilina lo separavano dall’oblìo. Un oblìo così ardentemente inseguito lungo tutta una carriera che appellare altalenante è arrotondare per estremo difetto. Una decisa marcia verso la rimozione della sua immagine pubblica e una distruzione scientifica della sua arte. Sabotatore nato, il Billy e – aveste quell’età che si avvicina al mezzo secolo e/o qualche vetusto amico in Inghilterra – saprete che la di lui leggenda si è edificata su bizzarrie (antenati gypsy; concerti punk assieme alla mamma; fughe nel bel mezzo delle registrazioni); trivia (un matrimonio negli Stati Uniti con una probabile erede di Howard Hughes. Per inciso: un omonimo Howard Hughes finirà davvero negli Associates); cazzate inenarrabili (tre bottiglie di Baileys al giorno e la capacità di espellerle a comando) e disastri perseguiti con raro acume, ma anche con almeno quattro o cinque pagine di pop lussuoso, sibarita e inarrivabile. Nel 1992 Billy è un uomo finito dunque, una nota a piè di pagina. È ritornato a vivere a Dundee facendo il pendolare verso l’odiata Londra soltanto nei fine settimana, tanto per rimarcare come quell’arte da lui tanto agognata sia diventata un noioso lavoro. C’è un treno che fa la tratta in poche ore e – ogni venerdì pomeriggio – Billy Mackenzie salta controvoglia in qualche vagone. Ha ancora rare braci della sua scoppiettante ironia e della sua tellurica arte pop; cerca qualcuno disposto a dargli un’ultima possibilità e quel treno è un simbolismo non da poco. Nell’ambiente lo si guarda con un misto di pietà, rispetto e magari con un risolino che riporta ai gloriosi tempi, quando era solito prenotare due suite nei migliori alberghi della capitale e i concierge invece di veder arrivare Alan (Rankine, sodale per osmosi in quella congrega diversamente pop chiamata Associates) dovevano sorbirsi Tonto e Thor, i due levrieri afgani. Deiezioni su persiani purissimi, caviale, salmone stufato, Dom Perignon e il conto (extra cleaning compreso) da inviare alla Wea. Max Hole – che di quella corazzata era il boss – rideva scuotendo il capo e firmava l’assegno. So’ ragazzi.

Del resto Sulk era stato l’album con la A maiuscola, in quel 1982, e – sebbene fosse costato un fottìo per l’epoca – era pur sempre stato acclamato dal Melody Maker quale disco dell’anno, portandosi a casa vendite cospicue, un paio di singoli nella Top Ten e una futuribile epifania in guisa di 45 giri (Party Fears Two) di cui ancor oggi si vagheggia. Non voleste credere a me, Simon Reynolds è lì a certificarlo. Un disco che aveva ridefinito il concetto di pop, portandolo ‘oltre’ con un pomposo agglomerato di arrangiamenti e un istrionico concetto dello studio di registrazione: palloni di elio usati per assorbire i suoni, lastre metalliche fatte vibrare per dare un senso di ampiezza e spazio, chitarre riempite di urina, smodato uso di piste (non solo del mixer) e tubi dell’aspirapolvere usati come microfoni. Doveva suonare ‘costoso’, ebbe a dire la premiata ditta, babilonese negli intenti, sparksiano nel suo edonismo. Così fu. Ma nel business con gli avanzi dei rimpianti ci fai poco. Billy svicola, si cela, scapriccia, punta i piedi, è emotivamente autistico, wagneriano nei confronti della pecunia, dissipata in maniera bulimica. Anela al successo ma quando lo raggiunge ne rifugge, sabotandosi. Gli Associates – una volta intravisto il tetto del mondo tramite Seymour Stein della Sire – svaniscono in una nebbia di dubbi e autocompiacimento. L’uomo è pronto a firmare un contratto da 600.000 dollari su un tovagliolo del Camden Palace per il lancio negli Stati Uniti, ma Billy ne rifugge inorridito. Ha paura, il palco non lo regge, desidera diventare un certosino amanuense dello studio di registrazione. Gli alibi sono intercambiabili ma il risultato no. Alan giustamente s’incazza come un cane (Tonto o Thor?) al quale han sottratto l’osso dorato così faticosamente perseguito e sbatte la porta. Gli Associates non esistono più, viva gli Associates. Sigla da allora faticosamente portata avanti (di lato, meglio) dal solo Billy, che non ne combina una di giusta e ha un talento innato nell’imboccare strade perdute.

Perhaps (Wea, 1985) è un confuso miscuglio di registrazioni durato tre anni e portato al parossismo, un’altra ventagliata da centinaia di migliaia di sterline (Max Hole firma ma comincia a sorridere meno). Nel 1985 il disco è pronto ma Billy è insoddisfatto. Spariscono i nastri. Maigret scuote la testa e non trova il colpevole, Billy sogghigna e lo registra esattamente nello stesso modo, confusione compresa. Manca assai, uno come Alan Rankine (chiedete a The Edge dove abbia imparato ad usare la chitarra come una Gillette Fusion Proglide), eppure c’è Those First Impressions, zuccherino pop come pochi e – soprattutto – Breakfast, la quadratura di un cerchio dove orbitano Scott Walker e Richard Clayderman. Ci puoi vincere Sanremo con una canzone così, o farti venire a prendere sotto casa da Burt Bacharach. Ma Billy non lo sa. Registra un duetto con Annie Lennox (allora davvero la star planetaria per antonomasia) e getta il nastro in un momento di confusione. Gli viene altresì offerta la parte da protagonista e un intero caveau di sterline per Absolute Beginners ma – nonostante un imminente bancarotta e pesanti flirt con l’eroina che lo confinano in uno squat della capitale – rifiuta con garbo. Poi arriva The Glamour Chase e stavolta piscia davvero fuori dal boccale con un’accozzaglia di omo-disco (Reach The Top, manco i Pasadenas), cover astruse in salsa techno-teutonica (Heart Of Glass), folk per boscaioli (Country Boy) e zuccherine ballate pop (Take Me To The Girl). La Wea ne blocca l’uscita (rimarrà inedito fino al 2002). A Max Hole girano i coglioni, smette di firmare e finalmente lo chiama a raccolta. Avrà a raccontarne negli anni – di quell’ultima seduta – con un malcelato senso di nostalgia ma anche con la consapevolezza di essere sempre stato due passi dietro l’incosciente candore autolesionista del Mackenzie.

Sapevo che Billy non avrebbe mai avuto vendite milionarie, ma a noi non interessava. Era un nome di prestigio nel catalogo, un po’ come Tom Waits per l’Island. Artisti che DEVI avere e per i quali i meri calcoli economici sono ininfluenti. Ma eravamo in rosso di due milioni di sterline e Billy non ne voleva sapere di smettere. Lo chiamai a raccolta e gli dissi che poteva ritenersi libero dal contratto. Non fece una piega. Mi chiese solo se potevo pagargli un taxi per tornare a casa. Certo – dissi – nessun problema. Tempo dopo mi arrivò in ufficio la fattura. Si era fatto riportare a Dundee. Questo era Billy”.

Ci riprova con la Circa Records (sussidiaria Virgin) per l’indeciso Wild And Lonely (1990), dove schiaffa qualche zampata (Fever, un rap come solo Billy Mackenzie poteva intendere; il poppettino sintetico di People We Meet; la solita ballatona col wonderbra di Where There’s Love) ma le unghie hanno la micosi. Pare scientemente deciso a bruciarsi in vampate di combustione artistica.

Nel 1992 Billy Mackenzie è dunque un uomo e un’artista allo sbando, caparbiamente ostinato come quel treno che fa un’unica tratta. Le etichette si guardano bene dall’annetterselo. Porta guai dicono; è un pozzo senza fondo di pretese e sperperi; è capace di chiedere scarpe rosse per tutti gli strumentisti altrimenti si rifiuta di registrare. Si limita a fare noiosa manovalanza e comparsate (Holger Hiller, Barry Adamson, Loom, Boris Grebenshchikov), il suo talento va di pari passo con la sua calvizie: s’incanutisce, si secca, ne perde i bulbi piliferi. Cade a terra senza darlo a vedere. Guarda disincantato un mondo che non gli appartiene più e che – forse – aveva sopravvalutato (tra le righe di Club Country c’è già scritto tutto: if we stick around we’re sure to be looked down upon).

È ancora la Circa a dargli un’ultima possibilità tramite un contratto disseminato di steccati e paletti: vai e non peccare più. Billy fa lo scolaro diligente, il pendolare del quale si disquisiva poc’anzi. Intensi week end di registrazioni assieme ad una manciata di nomi eccellenti (Moritz Von Oswald, Thomas Fehlmann, Boris Blank, Ralf Hertwig) per il primo lavoro solista. Outernational vaga in una terra di nessuno, apolide. La cinica e istrionica verve degli Associates è solo un ricordo, di Babilonia non rimangono nemmeno le macerie. Outernational implode in un junghiano esame di coscienza, dove la tristezza ha un passo da Portishead (sentire la title track, messa come manifesto programmatico ad inizio disco e intrisa di Station To Station). Un disco prettamente elettronico, poco ascrivibile al nostro non fosse per quella supervoce, quivi sfruttata ad un decimo delle proprie possibilità (ma c’è Baby, e poi ne parleremo). Trip hop in odor di seduta psicanalitica, simil house con tentacoli di dolore e la convinzione d’aver fatto il proprio tempo. Billy Mackenzie è un superstite che tenta di rifarsi il verso, adoperandosi con linguaggi consoni ad un periodo storico che non gli appartiene più. Sarà flop pantagruelico (solo 5000 copie vendute), ma pure deciso cambio di rotta, frattura netta tra un ‘prima’ isterico pieno di lustrini e paillettes e un ‘dopo’ francescano.

Un disco che ha un avanzare felino, che non sgomita e anzi sceglie scientemente di rimanere nelle retrovie, al freddo e al gelo. Un album glaciale e anaffettivo, di crioterapica bellezza edificata su suoni e racconti. Un disco da aperitivo delle proprie consapevolezze. Feels Like The Richtergroove deboleggia su canovacci cari a The Glamour Chase (e probabilmente ne è un candido scarto) tra reminiscenze acid house vestite bene e i Fluke. Billy gigioneggia con svisate d’ugola rhythm and blues ma la discesa libera di patimenti è già cominciata (those heartbreak moves just bring me closer dreaming myself away, I count the days until they’re closer). Opal Krusch è un canto alla Faithless, un downtempo che porge la guancia a Bachelorette di Bjork. Colours Will Come (singolo estratto) non le manda a dire col suo in(ter)cedere da MTV: “the message is clear, you are what you fear in this world of confusion”. Ritornello da opera pop (Poperetta, no? Tanto per citare), allure da Paradise Garage (Larry Levan avrebbe gradito eccome) e grandissima performance vocale, ma anche illusione pressante di un’inconsistenza che farà grandi gli Hot Chip. E poi il superbo gotha: Pastime Paradise, miglior interpretazione dello Stefano Meraviglia di sempre (assieme a quella di Ray Barreto). Tra incedere reggae e una supervoce sempre sul punto di trattenere gli ottani scoppiettanti. Wonder, appunto. Coolio, di lì a poco, prenderà scrupolosa nota e royalties; non così l’etichetta che lo annuncia come probabile singolo e ne tiene ibernate le copie. Grooveature ci riporta a terra sulle ali di una edonistica depressione. Billy si limita a sussurrare, cinematografico quanto un fotogramma di Scandalo Al Sole, anticipando il new soul che di lì a poco si andrà a dipanare. Sacrifice And Be Sacrificed è un’allupata pantera deep house disegnata sul cofano di una Rolls Royce; brano da notte fonda e da ultimo bicchiere lavato male, mentre piovono nuvole su porfidi resi sdrucciolevoli dalle lacrime degli amanti. Brano costruito sul nulla, riverberato da spifferi d’assenze e con Shirley Bassey quale santino che occhieggia dal cruscotto, ondeggiando. “Vai piano, Billy”. E poi Baby, e lì viene giù il firmamento. Scritta in combutta con gli Yello esplode (anche su singolo) in una immensa resa vocale, adagiata su una scrittura pop anni sessanta, su cirrocumuli di tastiere in penombra e un ritornello inarrivabile. Una Never Turn Your Back On Mother Earth (Sparks) da dopo bomba. A quei 5000 coraggiosi di poco sopra (minoranza silenziosa alla quale mi pregio d’appartenere) andrebbe dato un premio alla lungimiranza.

Un disco che avrebbe potuto essere grande Outernational, immerso nel cemento a presa rapida del dolore di un uomo appesantito dalla vita, consapevole di non aver più nulla da dire e per questo deciso di dirlo al meglio delle proprie possibilità. What Made Me Turn On The Lights si spaccia in sordina tra gli apici del lavoro, schernendosi. La si immagina adagiata su Protection dei Massive Attack senza apparire sacrilegio o ucronia musicale. E chissà davvero cosa sarebbe stato quel disco se impreziosito in qualche passo dalla voce del nostro. In Windows All chiude cristallizzando il futuro. Echi da Blade Runner e da innamorati Kraftwerk per una ballata romantica che avrebbe dovuto apparire su The Glamour Chase. Un’esca che porterà dritto – con uno iato di cinque anni – a Beyond The Sun e alla morte di uno dei più eccentrici e visionari talenti pop che l’Inghilterra abbia mai avuto. Outernational – a dispetto del suo quarto di secolo – rimane disco notturno, da sfrecciare su lunghe autostrade, perdendosi in zone industriali abbandonate; un lavoro che ha acquisito consapevolezza e spessore con il passare del tempo. Fate come quei 5000, siete sempre in tempo, magari con la puntuale ristampa Cherry Red del 2013.

È vero che ognuno ha i suoi 15 minuti di notorietà, resta il fatto che io ne ho avuti solo sette e mezzo.”

Con i soldi dell’anticipo per Sulk mi comprai una Mercedes. Non ho mai avuto la patente quindi dovetti assumere un’autista. Donna. Facevamo lunghi giri per le strade di Londra mentre mi masturbavo sul sedile posteriore. Non so che fine abbia fatto quella Mercedes.”

Questo era Billy.

Michele Benetello