I dischi che piacciono solo a me, credo #31

One DoveMorning Dove White (Boy’s Own Recordings, 1993)

“Come hai trascorso gli anni Novanta?”, chiede con una cravatta perfettamente intonata e un ghigno sotterraneo, uno di quei ghigni pieni di pruderie, sarcasmo e beghinaggio coatto. Vorrebbe conoscere particolari intimi, baccanali über alles, orge da far invidia a Tigellino. Vuole sapere se il rock and roll si porta dietro tutto il resto. Stolto. Mi viene invece da rispondergli ‘quali?’ ma navigo appena sopra il pelo dell’acqua, guadagnando tempo per far mente locale mentre sbatto le palpebre con la frequenza delle ciliegie che girano sulla slot machine, che c’ho avuto anche io una Prima e una Seconda Repubblica, ostia. Senza alcun Pio Albergo Trivulzio e avendo rimosso subito chi fosse il mio Antonio di Pietro. Ero innocente, comunque. Va sottolineato. In ogni caso mica ne ho avuto uno solo, di ‘anni novanta’, io. Per chi mi ha preso? Cazzo dice? Surfo alla grande, sbattendo la testa sulle onde cominciando a far di conto. Credevo che gli Orb fossero la grande vera rivoluzione alla ‘un sacco bello’; che l’esordio dei Manics riportasse i T-Rex dentro la tv (“Well, I Love Tv and I Love T-Rex” è una citazione che solo gli affiliati più cari capiranno); che Nirvana e Soundgarden fossero da rispettare ma non quagliavano così tanto con me (‘me’ coglione, almeno per i primi); che l’esordio dei Suede fosse moscerrimo ma Dog Man Star un grandissimo album. Del 1973. O che il brit pop fosse l’ultima vera rivoluzione alla quale potevo avere accesso, spesso finta e plasticosa e per questo appagante assai. Potevo dirgli degli Scorn, degli Altern-8, dei rave e dell’ambient più ostica e cosmica; degli Spiral Tribe e dei Psychick Warriors Ov Gaia; dei Kong (eh, bravo… i Kong. Che banda!) e i Drug Free America; dei Campag Velocet e Mr.Cd; di Irresistible Force e dei DexDexter; delle nove (nove!) pisciate fatte durante un soundcheck dei Buzzcocks (ma eran già i 2000, mi sa); delle lunghe traversate Venerdì sera-Domenica mattina senza dormire e con solo una maglietta di ricambio, quella con la dicitura ‘my favourite thing has gone away and I know it won’t be easy now, but I’ll manage somehow’. Troppo corta tra l’altro, mi scoperchiava un ombelico tutt’altro che glabro. O ancora la Monarch Airlines, i sottoscala a Soho dove vendevano GBH e io pensavo si riferissero al gruppo punk. E ancora le nottate in Chalk Farm; magagne fisiche assortite; diaspore in giro per l’Italia, da Biella a Marina di Gioiosa Ionica. Potrei dirgli del Popkomm a Colonia e di uno scrostato bancone di bar assieme a Jad Fair senza dire una parola mentre i Cornershop ancora orfani (ma per poco) di Norman Cook si montavano un palco edificato su cassette di birra. O del tour europeo, ecco! Di una semi rissa a Magdeburgo e una notte a Berlino che, a momenti… Potrei dirgli di donne (poche, pochissime) e di dischi (tanti, tantissimi). Uno in particolare. Ma non so se sia questo ciò che vuole sentirsi dire. Potrei davvero – invece – parlargli di un disco che era ed è una pepita d’oro incastonata tra i ventricoli. Sì, potrei dirglielo e quasi quasi sarei tentato di. Un disco che sono aduso arieggiare ancor oggi, che ha un quarto di secolo sul groppone e rappresenta esattamente la mia metà. Anagrafica e sonora. Summa teologica di tutta quella fibrillazione atriale scaturita da Screamadelica l’enorme lavoro approntato da Ian Carmichael (ex The Orchids e produttore sensato oltre che avvezzo ai nuovi suoni in auge), Jim McKinven (ex Altered Images) e Dot Allison. Uni e trini. Ce l’avevo sulla punta dell’ipofisi l’elegia degli One Dove, ero pronto a sommergerlo di iperboli e friccicori de core, tanto era stato maledettamente anni novanta, quel disco. Suoni che convergevano su grandi canzoni, tra dub, ambient, Brian Eno, Portishead (ma qui siamo davvero qualche spanna oltre sulla breve distanza), King Tubby, Jah Wobble e Twin Peaks. Canzoncine ovattate, tessiture elettroniche e un senso della melodia quasi spectoriana a dare un senso di classico. Dei Dead Can Dance post acid house, ecco. Con la voce fredda e nuvolosa di Dot Allison a glassare di cirrocumuli nebbiosi le partiture degli altri due. Tutto quello che avrebbero dovuto essere i Saint Etienne, se Fox Base Alpha fosse stato coperto dalla neve di un dicembre in bianco e nero.

C’è Andrew Weatherall a dirigere, lui che li aveva scoperti e fortissimamente voluti sulla propria Boy’s Own per divulgarli al mondo. Ed è uno dei mille motivi per i quali sarò sempre fedele e devoto all’uomo barbuto. Fail We May, Sail We Must. Che stracazzo di disco Morning Dove White, vacca boia! E come vorrei davvero che questo copuloso papero azzimato ne venisse irretito e me ne chiedesse una copia, magari su doppio vinile con quella copertina di carta porosa che pare messa lì apposta per assorbere le lacrime. Probabilmente lo aiuterebbe nelle sue battute di caccia, pure. Perchè questo lavoro (a proposito: titolo che riecheggia il nome della nonna Cherokee di Elvis Presley) è un disco da gocce di pianto eroiche ed erotiche, di quelle che bagnano le federe dopo abbandoni piovosi. Un disco romantico, e proprio per quello mi trattengo dal porgerglielo su un piatto d’argento. Non capirebbe. Capisco io invece cosa mi provocò assumerne le gesta poco alla volta, aspettando con ansia la versione in vinile e tutti i 12″ che riportavano mai meno che egregi remix ad opera di questo o quel Merlino elettronico del tempo, da Secret Knowledge a William Orbit, dai Sabres Of Paradise agli Underworld, dacchè brani che sembravano proprio destinati alla permutazione armonica. Me li marchia a fuoco, i novanta, ‘sto cazzo di Morning Dove White e vorrei condividerlo con qualcuno che – lì fuori – ne potesse contenere la bellezza diafana all’interno della propria cassa toracica, fosse solo per quel nome – Dot Allison – che è perspicace specchietto per le allodole. Lo guardo, questo pirla di proporzioni abnormi, e sono davvero tentato di immolarmi per i suoi peccati, dandogli una possibilità di redenzione. When Doves Cry.

Glasgow è fredda, ha gli inverni che sanno di Charles Dickens e Jane Eyre, e non vi sono bianche colombe a volteggiare sui comignoli o a fare il nido tra le intercapedini delle insegne dei pub. Ci si ristagna dentro, casomai, con la testa china su boccali e banconi di legno scrostato. È lì che nel 1991 si accorpa il trio, attorno al Toad Hall Studio, baricentro della scena e di proprietà del Carmichael. Si fanno chiamare Dove, hanno un singolo (Fallen) fuori per la Soma Records (quella di Da Funk) ma sono costretti a cambiare repentinamente denominazione a causa di un campione italo disco che a sua volta era stato furtato ai Supertramp. Peccatucci con i quali si cominciava seriamente a far di conto, in quei primi anni novanta. One Dove allora, che la colomba che porta la speranza è una e una soltanto. È qui che entra in scena Weatherall, spettatore casuale di uno dei primi concerti del terzetto e pronto a comprendere da subito l’importanza di quel brano diafano, quasi da Cocteau Twins riconvertiti alla trance. Si avviluppa su una sorta di partitura ambient dai fraseggi house, con il valore aggiunto dato dalla voce di una non ancora trentenne studentessa di chimica, tal Dorothy Elliot Allison. Meraviglia che richiama – più in alto del sole – la sbornia “we wanna be free we wanna be free to do what we wanna do and we wanna get loaded and we wanna have a good time”. Anche noi. Lui non perde tempo: all’inizio del 1992 (con l’appoggio economico della London Records) li chiude in studio assieme ad un parterre de roi comprendente Hugo Nicholson (Bocca Juniors), Jah Wobble, Gary Burns (The Aloof), Andrew Innes (Primal Scream), il jazzista Eddie Higgins, Jagz Kooner (Sabres Of Paradise), Stephen Hague (produttore storico di New Order e Pet Shop Boys) e se stesso in guisa di direttore d’orchestra sintetica. Ne escono con tanto e troppo. Morning Dove White è talmente oltre nel suo gassoso dna che la London non sa che farsene e anzi preme per rendere il tutto più malleabile, adatto alle radio e screamadelicamente simile al monolite di Bobby & Co. Il braccio di ferro dura dodici mesi e quattro singoli (Transient Truth; Why Don’t You Take Me; Breakdown e White Love), poker d’assi dai risvolti dorati. La spunterà la band ma sarà una vittoria di Pirro. Lambiscono la top 40 senza risultare decisivi. Steven Dalton sul NME lo snobba come uno dei tanti epigoni creatisi dopo la sbornia Primal Scream, Select è più lungimirante pur avanzando delle riserve. Vorrei dire ‘sciocchi’ ma non sono autorizzato a farlo, posso solo esortarvi a scendere nelle galassie gospel di questo catarinfrangente miscuglio di suoni e colori pastellati, con le mani alzate al cielo e l’immagine dello spirito santo a riportarvi sulla retta via. È proprio Fallen ad aprire il doppio vinile, prima che la burrosa White Love (Guitar Paradise Mix) si irradi come uno spettro Spacemen Three lanciato nel cosmo da una base chimica situata a Tangeri. Kraut Rock e psichedelia digitale che per osmosi si fondono in un derviscio rotante house. Dieci minuti e quattordici secondi di prelibatezza, acqua viscosa e liquore che scendono lungo i cursori del banco mixer. Breakdown (Cellophane Boat Mix) ha le rotaie del trip hop e i gangli di un confetto che pulsa serafico. Spaziosa e atmosferica farcisce di fumogeni una immensa interpretazione gospel della Allison. There Goes The Cure vanta Sua Santità Jah Wobble e un afflato da Le Mystère Des Voix Bulgares a letto con Brian Eno. Incommensurabile come dei Felt che reinterpretano Twin Peaks all’ombra delle fanciulle in fiore. Se la scalata al Paradiso avesse una colonna sonora allora la condurrebbe questa bianca colomba. Sirens ha la stazza di un Pet Sounds nel liquido amniotico, i ragazzi suonano con piume di cristallo mentre Dot lascia cadere parole in forma di lacrime sul microfono: plant your secrets in my silence, my sadness caught in your gaze. Riecheggiare in baie poco profonde di Cocteau Twins e My Bloody Italo House mentre Gary Burns all’Hammond tira giù la sfera celeste prima di imbracciare il basso e condurre galeoni di dub fumoso nello stupore di My Friend. La loro Loaded inserita a forza su un Metal Box perso nella Via Lattea. Che disco Morning Dove White, che impresa titanica la resa omogenea di diversi stilemi, e che forza sovrumana per calarli perfettamente nel loro tempo. Quando arriva Transient Truth non sai se sono i La Dusseldorf remixati dagli Orbital o se le allucinazioni uditive hanno preso il sopravvento. Vi è ancora un afflato dub emesso in assenza di gravità, appuntite scorie techno, un lungo segnale pulsante proveniente da un punto imprecisato e un ipnotico loop terzomondista che ha le impronte digitali di Andrew Weatherall. Entrambi (il pezzo e Sua Maestà) conducono alla più grande canzone d’amore degli anni novanta: Why Don’t You Take Me.

Oh baby when I sit and dream the skies cry with me, now that I’m alone your voice wraps round me. You had all and you were robbed, you lost me and I lost you, do you know that we lost even”.

Julee Cruise che scappa con la signora del ceppo e un disco di canzoni di Natale sotto braccio, i Saint Etienne che rifanno Tiger Bay con gli occhi umidi, Amy che l’avrebbe cantata da par suo e chissà se, Phil Spector che sevizia i musicisti e Lost That Loving Feeling, Brian Wilson che annuisce e chiede altri canali. Angelo Badalamenti non pervenuto. Io? Io non riesco a estirparmela di dosso da un quarto di secolo e così spero di voi. Tremolante nell’incedere, soul nella costruzione, gospel nel porgersi a Dio, perfetta nell’arrivare a destinazione in guisa di prece. Prendete e ascoltatene tutti. Dopo l’omelia la messa finisce, e si fa presto a genuflettersi quando ci si affida nuovamente a White Love in una Piano Reprise e le porte della chiesa si chiudono alle tue spalle.

La leggenda (piccola ma significativa) One Dove è racchiusa tutta qui, in questi nove brani. Non vi sarà null’altro: né vagheggiarsi di magnifiche sorti né un secondo album pressochè finito (la letteratura tramanda anche qualche brano, da Bubble Funk a I Hate The Sun, da Perfect World a Fight Or Flight). Giace ancora in qualche scantinato, ad assorbire tutta l’umidità dei nostri cuori sgualciti, consapevoli che non vi sarà più un’altra colomba a bruciarsi le ali nel perlaceo cielo mattutino. Cosa resta, dunque, di tutti gli One Dove che abbiamo creduto di amare da giovani? Una carriera solista di Dot Allison, e non è poco. Avrei voluto dire a quel coglione tutte queste cose mentre gli aggiustavo – canzonandolo – la cravatta perfettamente intonata. Renderlo edotto, farlo partecipe del mio entusiasmo, catechizzarlo al terzetto. Ma lui, tutte queste cose, mica poteva saperle o condividerle. Allora gli ho risposto: ‘sono andato a letto presto’.

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo #22

Marxman33 Revolutions Per Minute (Talkin’ Loud, 1993)

Lo sapete riconoscere un bel disco? Sempre? Tutte le volte che vi capita sotto le mani o le orecchie? Siete sicuri? Oppure avete bisogno di lasciarlo decantare, prendere aria, iterarne gli ascolti? Dipende dal disco, risponderebbero i sapienti, con mucho gusto e altrettanta ragione. Che mica sempre gli amori si palesano con colpi di fulmine, e anzi: meglio qualcosa che ha bisogno di tempo per germogliare, innestando radici, sia una donna o qualche solco. Ognuno di noi ha le proprie innumerevoli liste (di dischi, non di donne) ma – sovente – in queste liste i Marxman non vi entrano.

Ed è strano assai visto che, in quel 1993, per un infinitesimale istante sembrarono (e furono) la risposta anglo-irlandese ai Public Enemy. Virata pop celtico. Agguerriti, arrabbiati, pronti a farsi bannare dalla BBC per Sad Affair, brano contenente il motto che ogni britannico ha imparato ad odiare negli anni: “tiocfaidh ár lá“, ovvero null’altro che lo slogan dell’IRA. E invece quei primi anni novanta erano giorni di distensione sonora, di fraseggi e unioni armoniche tra le più disparate. Di proclami guerrafondai affrontati con un certosino gusto pop, la mano tesa e una miriade di produttori. Proprio come questo 33 Revolutions Per Minute (a proposito: c’è mai stato un titolo più bello?), arrivato come una meteora cantata da un angelo (c’è la Sinead su Ship Ahoy, ricordatevelo) e altrettanto velocemente sparito nel cosmo dopo un ulteriore prova (Time Capsule) datata 1996. Altri tempi, e hai voglia poi a dire che lo sciocco guarda il dito anche durante l’eclissi visto che ora persino l’ultimo giannizzero della bachata ha 12 album alle spalle e una miriade di singoli. Liquidi. Solo sette in carriera invece per i Marxman (e nuovamente a proposito: c’è mai stata denominazione sociale più bella? Forse sì, ma pure questa non scherza). Sette singoli, tre dei quali estrapolati da questo esordio pressoché perfetto. E quanto eravamo entusiasti e grati a queste nuove sonorità che si palesavano per l’aere come un matrimonio misto, dove gli Shamen viravano dalla psichedelia all’elettronica senza sembrare opportunisti; dove Gary Clail bruciava immolandosi con uno dei dischi più belli dell’intera storia britannica (Emotional Hooligan); dove gli Orb ridisegnavano l’UFO Club; dove la On-U Sound si apriva al mondo vestendo di nuovo come le brocche del biancospino il ritorno di Little Annie (Short And Sweet. Favoloso per non dire immenso). Quanto fu rivoluzionario quell’impeto danzereccio virato in mille salse, quanti mondi ci diede l’opportunità di conoscere, quanto ci aprì – in definitiva – gli occhi con uno di quei giochini da cruciverba emotivo che, con un unico filo, univa i puntini da God Save The Queen a Firestarter rendendoci consapevoli che – forse – c’era stata più rivolta incontrollata in un qualsiasi white label degli Shamen passato allo Shoom che in tutti i mariachi col pugno alzato e la chitarra belluina dei Rage Against The Machine. Oppure no, ma era comunque bello confondersi.

Cotanto senno invece non attecchì, sembrando soltanto l’ultima moda in fatto di meretrici ritmici, qualcosa da batterci il piedino il venerdì sera con una pinta in mano (non c’erano ancora le aperiminchie tutto chiacchiere e latino-americano). Ma quanto armeggiavo con questi suoni, dentro una camera che pareva un Loft di Mancuso campagnolo e in seconda, provvisto di 12” sparsi per terra, cavi, giradischi spaiati e un mixer di legno (giuro!) che sembrava provenire dagli scontri di Stonewall tanto era vetusto. Aveva solo due canali e mi era costato 70.000 lire, il decennio prima. Lo considero ancora come il decino di Paperone e nulla al mondo mi toglie di dosso quel sapore di tavole fumose, vinile gracchiante, liquido per pulire i solchi e copertine appiccicate dal caldo. Da farci un profumo alla Davidoff solo per noi, vecchi bacucchi del vinile che ancora innalzano barricate a tutte le pubblicità Vodafone con la scosciata di turno. Ridateci Britney, che almeno cantava Toxic.

Ma sto divagando.

Sto divagando quando invece mi piacerebbe riaccendere quella febbrile ansia positiva che ci colpiva su ogni disco pronto a portare più avanti (o di lato, che così non offri mai la schiena al nemico) la nostra idea di rivoluzione. Che accadeva 33 volte al minuto. RPM, giusto. Invece mi sento come uno di quei coglioni alle Termopili, uno inutilmente indaffarato a mettere le dita nei buchi della diga. Un giapponese nascosto nella foresta, 25 anni dopo la fine della guerra. Un coglione, l’ho detto. E così spero di voi, assicurandovi che – alla fine – è un complimento. Perché nessuno ci toglierà mai quel batticuore, quella voglia di scoprire ed informarsi, quella fatica (anche fisica) che si doveva mettere in atto per recuperare e poi comprendere un disco. Pesano i dischi, accidenti. Pesano un botto, non ci stanno sull’iPhone, non hanno un suffisso punto wav, necessitano cure e non li puoi eliminare con control alt canc. Te li tieni, a monito e futura memoria di cosa eri in quel determinato passo della tua esistenza. E anche se siamo di bocca buona, abbiamo scheletri negli armadi (talvolta vere e proprie salme) e siamo affetti da lune nostalgiche e sciocche retromanie quanto avremmo bisogno oggi come oggi di quei tempi, fosse solo per stringerci come legione romana dinanzi a “gli ultimi posti in aereo storie di palme nel cielo foto con l’hashtag io c’ero andale, andale portami giù dove non si tocca dove la vita è loca andiamo a ruota questa notte è nostra faremo come il vento da 0 a 100”.

Farei anche io come il vento, un ghibli rovente che deterge e cauterizza stando attento, ma non mi è concesso perché lo chiamano progresso. Lo so fare anche io il rappettino, stronzetta. Rap prima di te. Posso invece solo fare come il giapponese e fingere di non aver perso la guerra, magari ascoltandomi ancora e ancora – in loop – cotanta meraviglia chiamandovi tutti a raccolta. Da 0 a 100.

Oisin Lunny e Hollis Byrne erano i Lenin e McCarthy dell’hip hop isolano, pronti a salpare sulla scialuppa marxista prima di autoaffondarsi in mare aperto, resistendo alla tentazione del riciclo o del recupero. Non vi saranno altre note, band o progetti da parte della coppia, con il primo pronto a dedicarsi alle colonne sonore (Derailed consta di un suo pezzo) e il secondo sparito in un anonimato coatto. Così si fa, altro che ‘mille e non più mille’. Eppure quanta roba sono riusciti a stivare in quella scialuppa chiamata 33 Revolutions Per Minute, a partire dall’hip hop balcanico e celtico di Theme From Marxman, traccia che apre il disco con impagabile sagacia (Here to break necks and make socialist sex I flex like Marc Bolan from T.Rex) e che passa il testimone a All About Eve, altra meraviglia che unisce in osmosi il campione di High Steppin’ Hip Dressin’ Fella delle Love Unlimited innestandolo su uno Stevie Wonder d’annata (I’d Be A Fool Right Now). Stupeficio da anime candide, che siano Soul II Soul o De La Soul. Non porta una ruga addosso e non ha nemmeno bisogno di chirurgia plastica tanto è perfetta di suo. Father Like Son spinge sulla frizione della protest song in bilico su tempi grami, che siano stati di John Major, della Guerra del Golfo o dell’ex Yugoslavia. Mantra metallico che sa sì da Al Stewart ma posto sotto ipnosi da Chuck D. Mi entusiasmo ancora per questi 10 brani, e come potrei non farlo quando si palesa Ship Ahoy, forse uno dei 5 singoli più importanti degli anni novanta. Quattro minuti di perfezione assoluta dove cozzano balli irlandesi, Van Morrison, i Massive Attack e un bhangra rap. L’impossibile che si fa divino. Hip Hop che diventa ‘altro’ mutando pelle e riflessi mentre i quattro (oltre a Byrne e Lunny sono della partita anche MC Phase e DJ K One) gettano macchie di colore su una tavolozza intonsa proveniente da altri tempi. Sublime come il fiato sul collo di notte in riva al mare, sventolando una bandiera del cuore ad una nave che non arriverà mai. Sarebbe difficile far di meglio dopo cotanto senno e invece Do You Crave Mystique s’innalza alle stesse altezze rarefatte. Proveniente dalla penna di Gladys Shelley, trasmuta la grande tradizione orchestrale americana in un Unfinished Sympathy alla Prince. Prodotto da Barry Manilow, però. Sad Affair alza il livello dello scontro tramite un proclama contro la dominazione inglese in Irlanda. Invettiva durissima, sputata e spietata che i nostri incollano al muro con un retrogusto trip hop così barricadero da rimanerci incollato anche tu. Droppin’ Elocution sarebbe stata bella indossata da Lee Perry o Dr. Alimantado con quelle ritmiche aride e disossate (Revolution is not anarchism not cynicism or an anachronism there’s isms and schims, the cast iron prisms). Un po’ Consolidated un po’ no. Dark Are The Days percuote flauti e vero hip hop tramite l’innesto di Leroy Quintyn (già collaboratore di Chaka Khan) mentre Drifting è un acid jazz che avanza come una pantera di notte, in cerca di copule tra amanti. Curvilineo, sensuale e prodotto – pensa un po’ te! – dai Gang Starr. Chiude Demented ed è un ottimo sigillo di classico hip hop dinoccolato.

Mi sembra meno amaro questo sole acido e incattivito dal suo continuo roteare dopo l’ascolto ripetuto dei Marxman e – sebbene sia passato un quarto di secolo – non ho perso la speranza di un mondo ‘altro’ e non allineato. Un mondo con pochi scarti sociali e ancor meno umani. Magari non serviranno 33 rivoluzioni per cambiarlo, ‘che una ben assestata basta e avanza. Fatelo vostro se amate celarvi all’urlo belluino della folla, se vi piace sezionare le parole col coltello invece di gettarle alle ortiche o solo agli sciocchi, 33 Revolutions Per Minute rimane ancor oggi una risposta forte e decisa; una risposta sociale, emotiva, marxista. E geografica dacché continua a dimostrare che anche Dublino poteva essere Bristol.

Dica trentatrè.

Michele Benetello