I dischi che piacciono solo a me, credo #48

Peter CoyleI’d Sacrifice 8 Orgasms With Shirley MacLaine Just To Be There (Big Big Massive, 1988)


Conosco gente (conoscevo, via… il passare dell’età almeno porta consapevolezza e cesoie affilate) che metteva una tacca sulla pistola – no pun intended – ad ogni donna vidimata. Passata per le Forche Caudine, intendo. Consuetudine bizzarra ne convengo, pure molto cafona sebbene ancora in voga anche tra i vostri beniamini pop. Consuetudine che non intendo commentare, tanto più che io l’ho sempre messa in atto con i dischi, che almeno durano molto di più di qualche amore sebbene le gradazioni siano le medesime (da ‘poor’ a ‘mint’, in pratica). Mi spiego: sono in grado – dopo tutti questi lustri – di estrarre dal cilindro tutte le informazioni relative all’acquisto di (quasi) ogni singolo pezzo in mio possesso; perlomeno dei pezzi più importanti. Che poi questi, nel mio caso, rappresentino la quasi totalità del patrimonio è altro par di maniche. Certo, pure di alcune bizzarrie mi è rimasto tatuato addosso e su Filemaker Pro almeno il giorno dell’acquisto o il negozio, e sono consapevole che gettare soldi da Cheapo Cheapo il giorno della Befana 1999 per i singoli dei Younger Younger 28s non sia propriamente da persone che dovreste annoverare tra gli amici. Io ve l’ho detto, poi vedete voi.

Per farla breve: potrei dirvi esattamente dove ho fatto mio il primo agognatissimo disco dei Ramones (da Gola, una fredda mattina in cui non c’era lezione. Per me); non avrei esitazioni nel commentarvi il lungo viaggio verso le Marche nel quale mi si svelò The Seduction dei Ludus, in un tardo pomeriggio di sole e Campari. O il fetido scantinato in cui – nel primo settembre londinese della mia vita – arraffai con mia somma gioia et godimento High Holy Disco Mass dei DVA (notate la sottigliezza) e un Fourth Drawer Down gatefold. E ancora: Storm The Gates Of Heaven di Jayne County & The Electric Chairs (vinile rosso) del quale vi ho già ampiamente scartavetrato i santissimi tempo addietro. O Colloquio dei Le Masque, l’unico vinile giunto tra le mie mani in piena notte. E ancora Temptation dei New Order, uno dei primi 12″ arrivati in casa – acquistato alle quattro del pomeriggio del 15 maggio 1982 (un Blue Saturday) e lasciato sul piatto a pulsare per mesi. Up, down, turn around please don’t let me hit the ground.
E poi Coil, Menswear, Dare degli Human League, Cardiacs. I ‘miei’ Garland Jeffreys, presi quasi tutti in blocco durante un week end compulsivo di metà novanta. O la Joan Armatrading di My Myself I che cercai alacremente grazie a Carlo Massarini. O ancora i Passions di Sanctuary, ovvero una delle epifanie della vita, rivelatasi tra una mozzarella in carrozza (alle acciughe, chiaro… mica serve sottolinearlo) e uno sciopero. Insomma tutto ‘sto bla bla bla (non è un gruppo) è conservato dentro quei quattro miseri giga della mia scatola cranica. Non ci credete? Prendiamo The Correct Use Of Soap dei Magazine ad esempio, disco che conservo uno e trino con la prima copia comperata agli albori delle fiere del disco, la seconda – quella USA con titolo in rilievo e copertina bianca – a Camden Lock per due sterline e la terza (quella in cd) in un periodo di riedizioni compulsive assieme a Play e al cofanetto. Potrei altresì dirvi di The Spangle Maker dei Cocteau Twins, costato come un Bulgari in prossimità della Pasqua del 1984 (12.500 lire da Compact Disc. Dodicimilacinquecento!) o Suedehead di Morrissey su 12″, regalo di una bella donna il giorno di San Valentino del 1988. O ancora del mio primo Sulk (Stereoclub, dopo un attesa infinita) e così via fino al Numero Uno, il decino di Paperone del quale sarà necessario parlare in separata sede perché non ne vado granché orgoglioso. Insomma vi potrei fare una mappa della mia vita solo mettendo ordinatamente in fila i miei vinili, come un Rainman a 33 giri che non sa chi gioca in prima base. Li conosco quasi tutti quei figlioli prodighi pronti a ritornare sulla retta via, ovvero la mia umile magione. Quasi, già. Ci sono delle pecorelle smarrite che sfuggono ancora al controllo, mi osservano dall’alto degli scaffali e non mancano di farmi un rassegnato risolino di canzonatura ogniqualvolta – raramente, invero – io li rimetta sul piatto.

Peter Coyle è uno di queste pecorelle. L’uomo preda dei sogni adolescenziali di tutte le mia compagne di classe (tolta la testa d’uovo dall’immenso Q.I. che trovava arrapante Freddie Mercury), l’uomo sorridente a Top Of The Pops con il sodale Jeremy Kelly in quel tenue declinare pop di Eyeless In Gaza chiamato The Lotus Eaters. L’uomo che dedicava singoli a Louise Brooks (It Hurts), l’uomo titolare di una discreta attività in proprio pure (sei album a tutt’oggi). Nemmeno dopo una infinita serie di rimandi e incroci ho ricordi dell’acquisto del suo debutto, quel I’d Sacrifice 8 Orgasms With Shirley MacLaine Just To Be There (carino il titolo, vero?) che ho riesumato giustappunto qualche giorno fa, giusto per vedere e dire a tutti l’effetto che fa (o solo provare ad espandere quei quattro giga di poco sopra). Niente, zero. Un vero e proprio buco nero. L’archivio dei file di casa – sorta di Babele delle buone maniere – non ha altresì aiutato: nessun cenno sulla data, zero informazioni riguardo il prezzo pagato per cotanto manufatto, nessuna collocazione geografica d’acquisto. Lo ritrovo tra quelli archiviati (e vidimati, dunque già con la tacca sulla pistola) ma non ne conservo memoria e questa è una cosa che certifica l’essere bacucco. Insomma, tra queste quattro mura Peter Coyle non ha coordinate; è un apolide senza alcun documento, privo di passaporto vinilico. A dar retta alla morale imperante andrebbe lasciato affogare su mp3 o aiutato a casa sua, ma qui gli scaffali sono aperti a tutti, come giustifica quel Giovani Giovanotti ancora sigillato che occhieggia dall’angolo più remoto della truppa di quelli formerly knows as ‘ancora da ascoltare’.

Lo prendo (Coyle, non il Cherubini), lo prendo e lo riguardo nel suo splendore – stavolta sì ‘mint’ – scoprendovi all’interno meraviglie mai assimilate appieno, tra un foglietto da amanuense e una timida cartolina. Chissà da quanto giace speranzoso di una seconda chance. Chissà quando l’ho comprato. Chissà perché, pure. A parte lo strepitoso titolo. Ma la prima mattinata di freddo della stagione incalza e quell’orrendo ellepi dei Tulpä (arraffato qualche giorno fa solo perché erano su Midnight Music) reclama pulizia dei padiglioni auricolari. Umbratile clima da Coyle allora, laddove unire piacere e dovere si chiama fare di necessità virtù: Hungry comincia al suo meglio quasi fosse uno scherno Psychic Tv (circa Ov Power) declinato su un’alcova etero in odor di trip hop. La sorpresa è grande ma il difetto di memoria ancor di più se è vero che Mouth Of Need si immagina adagiata su una Motown in riva al Mersey: groove aguzzo, sospirar di riverberi e un sacco di domande a frullare in testa. Hey Hearthlings bissa lo stupore scoprendo sempre più un Coyle dall’afflato black. Peter And The Family Stone. Sì, ma… aspetta: O My God sarebbe stato un succoso successo indie, se solo ce ne fossimo accorti al tempo. Non è mai troppo tardi. O quantomeno non lo è ancora se diamo ascolto a quel loop di arpeggio secco di funk bianco che spaia la geografia britannica tra un Bristol, un falsetto arido e un Jamiroquai che non è difficile tratteggiare indie. L’invocazione ci sta tutta. Black Angel non sai se proviene dalla giugulare di Barry Adamson o dalla colonna sonora di Shaft. Solo vergata da Trent Reznor. Ci credereste che l’efebico mangiatore di loto si potesse scoprire così nerborutamente peloso? Dovrei recuperare le compagne di classe, per chiederlo, ma temo siano su qualche gruppo di whatsapp ad organizzare vendite di Olio31 per la Just. 8 Orgasms si spiega da sé ma di mio vi aggiungerei un fattore sorpresa scoprendovi sull’attacco una vocalità da teatro kabuki. Drumming feroce e sibillino, qualche ‘surface noise’ di synth e Coyle che rincorre gli incastri ritmici per quattro minuti. Peter Gabriel III in osmosi con il Tricky di Maxinquaye o soltanto Liverpool che sa farsi Sheffield prima di ritornare alle brughiere umide della casa madre senza alcun senso del peccato (questa la capiremo in tre, mi sa) con Dawn With No One. Così fa Moonshine, che svicola in un synth pop ondivago, nervoso e schizofrenico. E ancora il funk all’aceto di Suck On The Sugarbone, più adatto ai Renegade Soundwave e alla Mute o la schizoide Say Something che quasi quasi ti par di udire Danielle Dax e invece non credi alle tue orecchie. Vedi un po’ il Coyle cosa ti combinava, ostia. Whore Me Whore You continua con un’irrequietudine sacrificata sull’altare della bizzarria armonica ma è con la soavità post coito di Into The Waves che ci accendiamo la sigaretta, stremati ma appagati.
Lo ripongo tra i casi irrisolti e penso che al cambio attuale l’esordio di Peter Coyle consta di 12 tracce, metà delle quali valevano ampiamente il sacrificio del titolo.

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo #36

Dälek Negro Necro Nekros (Gernd Blandsten, 1998)

Non sembro uomo da hip hop, non sono uomo da hip hop. Mai portato cappellini imbarazzanti o pantaloni di tre taglie più grandi. Mai battuto un ‘cinque’, manco ai tempi di Jovanotti. E degli italici epigoni mi sono genuflesso sugli Onda Rossa (e l’Isola) Posse e poco altro. Ergo, stop al panico e tirem innanz che mi preme sottolineare l’assioma. Non sono precipuamente uomo da hip hop, lo ribadisco, tanto più che – per carattere, censo, antropologia spiccia e fede calcistica – non ho mai agognato al Club degli Sboroni, quel Rotary di Neanderthaliani che credono d’aver visto la luce e di conoscere una pagina in più del libro; egotici, pieni di sé (e di te, loro fine ultimo), mai domi eppure dominanti. Zecche tacchenti che non ammettono repliche o critiche. Quelli che ti spoilerano la vita prima ancora che accada, quelli che ‘io so’ io e voi non siete un cazzo’. Gente di cui l’hip hop da copertina è stato pieno, almeno per un buon paio di lustri, mentre ero intento a girar pagina – semplicemente – in cerca dei necrologi. Quindi non sono (mai) stato uomo da hip hop (e tre!) essendo nato in mezzo al fangoso guado dove sguazzavano con fatica 400 Blows e 1000 Violins, che a far numeri sono buoni tutti. A meno che non mi vogliate iscrivere nelle liste di collocamento di quell’eterogeneo miscuglio (non necessariamente black) che mette in fila un po’ di tutto, dai De La Soul ai Consolidated, da MC 900 ft. Jesus agli Outkast, dai Disposable Heroes Of Hiphoprisy a – persino – PM Dawn. Mi fermo lì, dove gli spigoli si curvano ma non per questo non ti entrano nelle carni, se ci cozzi contro. La roba tosta (Public Enemy in testa) la conservo da un’altra parte, sotto il santino di Ulrike Meinhof.

Ho sempre pensato fosse un po’ troppo… come dire… anacronistico e tirato per i capelli (per chi ancora ne avesse, certo) vantare nel proprio dna qualche filamento di una filosofia di vita nettamente agli antipodi da una popolazione che si è dovuta ciucciare 2000 anni di Papato e che ha dato i natali a Dante e al Rinascimento. Certo, La Divina Commedia è hip hop ante litteram, parolacce incluse, ma noi siamo sempre stati quelli di “Francia o Spagna purchè se magna”, figuriamoci se saremmo mai scesi in piazza per qualche rivoluzione nel Bronx agitando un fucile a pompa o una molotov, ‘chè già al casello dell’autostrada cominciamo ad aver problemi e ‘teniamo famiglia’. Però è anche vero che ogni regola vuole la sua eccezione per vidimarla, e – per quanto mi riguarda – alcuni dischi di genere sono stati degli ordigni pronti a scoppiarmi in faccia senza che me ne accorgessi. Cosa bizzarra e curiosa piuttosto ed anzichenò visto che – nel 1998 – ero imbambolato sui Boo Radleys e Screwdriver (il cocktail, sia chiaro). Non ero uomo da hip hop. Punto.

Uno di questi dischi però mi entrò a gamba tesa in casa, nella testa e negli ascolti. Io che manco sapevo se ‘sto Dälek fosse un solista, un gruppo o un gelato. Io che ero fermo (vetusto babbione) ai Dalek I Love You, peperoncini wave dei primi ottanta, tanto per sottolineare come la sconfitta ce l’abbia nel sangue. Scoprivo invece che si trattava di un duo: Dälek (appunto: vero nome Will Brooks) e Oktopus (Alap Momin) sorta di Justin Broadrick dell’hip hop, due omaccioni in confronto ai quali il tenerone del Miglio Verde pareva Don Lurio. Bastò un solo secondo, appena introdotto sul lettore questo Negro Necro Nekros per capire che si faceva sul serio, che la voglia di portare quel plasma sonoro fuori da ogni confine dandogli una geografia frastagliata e apolide era spasmodica… e forse nemmeno loro riuscivano a capire dove sarebbero atterrati. Un solo secondo nel quale parecchi dei miei ascolti si dissolsero nella calce viva (un nome? I Cast). Un secondo nel quale compresi che a spararle grosse sono buoni tutti, a prendere il bersaglio molti meno.

Un disco (un mini, in verità) che era hip hop quanto i My Bloody Valentine erano shoegazer. Ergo un cicinin, forse. E proprio la banda di Kevin Shields faceva capolino in qualche frattura di questi 5 brani, assieme a mille altri strani incrociatori sonori: dai Faust agli Einsturzende Neubauten, dai Neurosis agli Young Gods, dai Pharcyde agli Scorn, da Ornette Coleman a William Burroughs. C’era un sacco di roba qui dentro, e ti ci voleva una vita per riuscire a decifrarla tutta. Ci vorrebbe pure una sorta di Harmonic Google Translator – aggiungerei – per decrittare adeguatamente qualcosa che verrebbe ascritto all’hip hop solo convenzionalmente e per una questione di latitudine, quando invece è apolide già di suo. Sitar, lunghe code strumentali in odor di rovente prog, percussioni industriali, stacchi di melmosa ambient, calor bianco e facce (non ‘faccette’) nere. Nerissime. Incazzate e furibonde senza mai aver bisogno di scandire slogan da discount. Altresì privi della retorica stantìa riguardo ‘la musica del ghetto’, o ‘dell’unica arma, oltre al basket, per risollevarsi da una sorte già segnata’. Fuffa, almeno in quel finir di millennio, nel quale gli adepti erano già sufficientemente adulti per abbandonare la scuola dell’obbligo, pronti ad iscriversi all’università (non della vita, vi prego) di questo favoloso consenso popolare che a noi – molliccioni bianchi – era scoppiato addosso lasciandoci un ghigno malevolo. Insomma: niente macchinoni, gnocche supreme e chincaglieria dorata. Niente sparatorie, denti d’oro o mattonazzi da 18 carati al dito. I Dälek avevano ben altre frecce in faretra: una ricerca spasmodica in primis, e poi delle geometrie aguzze; ma anche un senso hardcore nelle liriche, uno spettro sonoro che fondeva jazz a psichedelia metallica, che urta e geme su concreti frattali di progressive, che non ha paura di campionare qualsivoglia frammento di suono per innestarlo in questo blues del nuovo millennio, per una volta davvero black and proud. Negro Necro Nekros usciva nel 1998 e difficilmente qualcosa ci aveva scarnificato così a fondo la ghiandola pineale, incapaci di mettere a fuoco immediatamente cosa ci fosse sotto quella coltre di lapilli, pur avvertendo di pancia che, ‘lì sotto’, stava avvenendo un’eruzione. Con la U, sia chiaro.

Sono solo 5 brani, ornati da una copertina alla Eraserhead dove già da Swollen Tongue Burns (posta in apertura) pare di avvertire i Disposable Heroes Of Hiphoprisy, solo in combutta con gli Scorn. Accelerazioni, improvvisi mutamenti di rotta, fiati, paludi psych e battiti saturi. Minutaggi estesi quando non estesissimi (i dodici minuti di Praise Be The Man, dove il respiro di John Lennon viene immerso nell’assenzio industrial e affiorano i Faust), spettro sonoro eterogeneo (le tablas e l’atmosfera asiatica di Three Rocks Blessed) a dimostrazione di come vi fosse una volontà lancinante nell’elaborare tracce che erano qualcosa di più di uno slogan con la data di scadenza impressa sui campionamenti. Images Of .44 Chasing è la trascrizione dei Can nati nel Bronx o di Terry Riley a corte dei Consolidated. O, ancora, più semplicemente, una meraviglia. The Untravelled Road è jazz. Moderno, scomposto e davvero rivoluzionario. Ornette Coleman che rivede ‘L’Uomo dal Braccio d’Oro’ sotto una pioggia di fuoco e di Pasti Nudi. Cinque brani, cinque round che ti lasciano al tappeto, non serve molto altro per perimetrare questo disco. Che è un unico continuum assolutamente devastante, con alcune oasi di purezza classica a rinfrescarne il cammino. Certamente non la materia per gli azzimati modernisti che affollano il MiAmi squirtanti terzine da cantautorato nostrano, ma è innegabile come Negro Necro Nekros sia stato il suono del futuro, in quel sonnacchiante 1998. Mi sa che lo è ancora.

P.S.: mentre pirleggio da solo – da buon multitasking – imbambolato su questa orribile sciacquatura di luoghi comuni propinatavi, sto dando un’occhiata impulsiva al legno piegato delle librerie. Beh, sono sufficientemente stivato di Run DMC, N.W.A., Public Enemy (sotto il santino di eccetera eccetera), LL Cool J, Beastie Boys, Wu-Tang Clan, Eric B. & Rakim, Futura 2000, Afrika Bambaataa. Ma anche di 400 Blows. Quindi, cazzo dico? Yo!

Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo #30

MadonnaRay Of Light (Maverick, 1998)

Dev’essere stato il 1998. Era sempre il 1998, se ci penso. Ogni anno era il 1998; ogni stagione, ogni estate, Natale, cena, uscita, emozione, disagio. Ogni morte e resurrezione, ogni messa di suffragio, centrifuga dell’anima o Eight Miles High era il 1998. Dal 1996 al 2003, almeno. Accidenti, ‘sta cosa del tempo che passa ‘però no’ mi urta assai. Comunque: MTV la si guardava solo al bar – tipo ora d’aria per i carcerati – con il gomito e il pacchetto di sigarette appoggiati al bancone, a fare i ganzi di periferia con l’occhio spento, l’aria da Raymond Chandler e la tenuta alcolica di Hemingway. Pagliacci d’aperta campagna. Appuntamento defatigante durante la settimana e convocazioni pre partita per il week end. Titolari e riserve. Massaggiatori e medici al seguito. Spalti semivuoti, luci al neon, un freddo becco e falli laterali. No pun intended.

Organizzati benissimo, che credete, anche se so a cosa state pensando: no, niente gnocca mi spiace. Insomma… non mi ricordo più che volevo dire. Ah sì: MTV. Passava sempre Frozen di Madonna, che c’aveva uno spleen mica da ridere e anche qualcosa d’altro sotto. O i No Doubt e Anouk, nomi sui quali stendo un velo (di uranio impoverito) pietoso. Poi era una lunga sequela di programmi dei quali non capivo nulla, probabilmente per la mia età già avanzata. Pseudo indagini sociologiche, dove uno smilzo blaterava ‘che nemmeno il Ghezzi più lisergico (credo sia quello che poi ha aperto una casa editrice, è caduto in disgrazia e poi è diventato dirigente Rai. Porello). Poi c’era una ciccetta minuta con un programma di cucina ma aveva anche pubblicato un libro fotografico sulle migliori copertine di dischi. Boh. Bella topina se ben ricordo, taglia XS. Sparita subito. Forse non era granchè come cuoca.

Infine l’apoteosi magna, ‘na roba brutta forte: un programma dove ancora non ho capito di cosa si parlasse. C’era il Nick Rhodes de noantri (quello che ha battagliato per anni con la figlia di Dario Argento e che adesso sproloquia come Mago Otelma), una pianola e un nanerottolo tutto faccia (nanerottolo che credo sia un po’ famoso oggi, dacchè le ha provate tutte per eoni) al quale il Nick Dick chiedeva continuamente sigarette, punzecchiandosi. Un po’ di pubblico giovane et ambrosiano e via. Due stagioni di questa gag. Le ragazze impazzivano, io alzavo le mani, probabilmente per la mia età già avanzata (ma questo l’ho scritto poco sopra). Ecco, rimpiango i Magoo e Cha Cha Cohen che mi portavo sempre dietro in auto tramite una C90, i Southern Comfort, gli shot di tequila prima di fiondarsi a ballare, il biliardo intriso di cenere sopra il quale qualcuno stendeva giuovani donzelle in sul calar del sole per un Depeche Love. Rimpiango la mia taglia dell’epoca, la noncuranza, lo scrutare del mattino attaccato con il nastro adesivo alle ultime avvisaglie della notte. Rimpiango chi portava a casa chi, l’attimo di babysitting con la figlia di Kim e Thurston. Rimpiango persino l’inutile girare a vuoto in solitaria e la trafila di due di picche in pieno volto, che ero un mago nel votarmi alle cause perse. Ma Empty V proprio no, eh.

Ho transitato davanti a ciò che resta di quel bar giusto un’oretta fa, con una stretta al cuore e una tumultuosa umidità addosso. Non è più tornata l’estate in quella strada a senso unico, viuzza che potevamo percorrere in precario equilibrio tenendo d’occhio una sola direzione. Vige e impera un autunnale grigio color suburbia, qualcosa che ha l’ansia cara ai romanzi di William Gibson, qualcosa che mi ha riportato subito alla mente il video di Madonna. Appunto. Sempre piaciuta e non ho mai fatto diga a riguardo. Tolte le prime cose scioccherelle e barely legal – quelle incise per vendere bigiotteria – l’ho sempre trovata maggiore della somma delle sue parti. Che non erano disprezzabili – se capite cosa intendo – e il video di Justify My Love (slurp!) era lì a certificarlo, tanto ha turbato i miei sonni. Diciamo che da Erotica me ne interessai anche per questioni strettamente musicali. Non avevo resistito e mi ero pigliato pure il libro con la copertina di metallo dove giocava al soft core patinato. Bel disco Erotica, il mio preferito pure se strumentalizzato, immerso in polemiche sciocche e poco ascoltato davvero, credo. Troppo obnubilati dalla pruderie sessuale (di lei tutto si può dire ma non che non abbia mai lottato per una liberalizzazione del sesso e delle cause LGBT, di qualunque genere) che ne stava a sottendere. Eppure conteneva – tra gli altri – un pezzo di classic disco sopraffina (Deeper And Deeper). E poi Bedtime Stories, ottimo lavoro e apice mai più superato di una carriera da multinazionale dello spettacolo.

Sono altresì conscio che dovrei darmi una regolata a riguardo; che non è possibile farsi piacere quasi tutto e tutti, trasversalmente; che dei paletti andrebbero innalzati a monito e futura memoria, soprattutto dei duri e puri che invocano una Guantanamo ad ogni 45 giri da classifica che ti porti in casa; che da Madonna a Giorgia (o chi per essa) poi è tutto un attimo, come diceva Anna Oxa. E dunque la Ciccone e i Ciccone Youth staranno anche bene assieme sugli scaffali ma poi corri il rischio di far la fine di quegli chef che inventano piatti cromaticamente stupendi e dai nomi evocativi (“spuma di zenzero su julienne di carapace”, tipo) ma immangiabili. ‘Fanculo. Tanto su Instagram chi vuoi che senta il sapore?

Mi viene un groppo in gola a rivedere il video di Frozen, vacca boia. Qui su Youtube a rifarmi la convergenza alle emozioni e alle nostalgie tramite quel seppiato gelido, quel blu da ultimi cinque minuti di vita, quelle tastiere gassose e quei corvi alla Poe. L’incedere umbratile di un pezzo che per sua natura dovrebbe essere smaccatamente pop e invece scarnifica le emozioni finendo col sembrare un ipotetico singolo dei Suede periodo Dog Man Star o un qualcosa che proviene da una 4AD dove il quattro sta per quarta dimensione. La sua In The Air Tonight, praticamente.

Love is a bird, she needs to fly let all the hurt inside of you die, you’re frozen when your heart’s not open”.

Mi sentivo proprio in quel modo: un frigo dove tenere le bibite al fresco, sotto chiave. Che gnocca però, nel video. Così ho estratto Ray Of Light dalla piccola ma deliziosa discografia della Madonna in mio possesso e l’ho inserito nel lettore per scoprire se la macchina del tempo fosse una condizione della mente. Cd, usato, preso in un mercatino al cambio di 10 liquirizie Goleador. Nisba, niet, no. Lo ricordavo più in forma e lo ritrovo appesantito dall’età. Curvy, ecco. Che non è obeso, ha solo adipe nei punti giusti. Un disco nato come omaggio alla maternità senza Immacolata Concezione che l’aveva colpita in quell’anno; edificato dai suoni di Babyface e Patrick Leonard, subito ripudiati per tornare a William Orbit. E si sente dacchè i 13 brani sono un excursus dentro una sorta di sdoppiamento sensoriale tra ambient priva del peccato originale e techno spiegato alle masse. Il disco dalla gestazione piu lunga della pluriennale carriera di Nostra Signora delle Copule, altresì lavoro che portò fisicamente al limite l’intero hardware di Orbit fino a farlo collassare in un delirio di suoni etnici e impiego di strumenti tradizionali esotici, ritardando le registrazioni per impraticabilità del campo. Un disco maturo Ray Of Light, da ‘splendida quarantenne’ direbbe Mollica. Un disco milfodromo, direi io che sono cafone e terra terra, Difatti oggi suona sciapetto e buono come sottofondo per lezioni di Pilates di avvinazzate cougar. Un guado sonoro sorvolato da ponti di corde instabili, spesso inutili e sicuramente poco funzionali alla placidità dell’acqua che scorre sotto di loro. Fanno poco le atmosfere etniche se non richiamare alla mente patologie nostalgiche come quelle nelle quali sono testè caduto. Tempus Fugit, e sovente è pure impietoso. Lo è con me, figuriamoci con i vinili, sebbene recente qualche solerte funzionario belga (i belgi han sempre qualcosa da dire, sono dei Tin Tin per vocazione) abbiano chiamato in causa un presunto plagio del singolo ai danni di Ma Vie Fout Le Camp di Salvatore Aquaviva. Inutile aggiungere che il tutto si è risolto in tarallucci e birra trappista.

Non fu un vero e proprio raggio di luce, ma qualcosa che ci andava appresso in un pianeta che stava suo malgrado per cambiare, e molti – io per primo – non sapevamo da che parte prendere quella sfera piena di angoli. Qualcuno (il Melody Maker)  tirò in ballo Saint Etienne e Homogenic di Bjork per spiegare la complicata grandezza di un semplice album di pop. Che è invecchiato male, ne convengo, ma mi porto addosso, fosse solo per l’apertura alare del singolo. Ray Of Light rimane un disco languido, ed è forse questa la sua più grande virtù, cristallizzata nel suo tempo. Sofficemente sensuale e cinico, talvolta amaro, pieno di suoni che si spargono per l’aere e lo fanno sembrare una lezione di Tai Chi dell’anima.

Insomma, pur suonando ancora da Dio (del resto in casa non si fanno mancare nulla) Ray Of Light ha un sacco di rughe, quasi quanto la titolare, eppure può contare su grandi canzoni, forse tra le migliori di uno sterminato canzoniere: Drowned World/Substitute For Love per esempio, dal retrogusto Streisand anni settanta e lampade optical dove William Orbit si supera nel ricreare mosaici di bleep su chitarre acustiche west coast. L’uomo itera anche su Swim, che ad unire diavolo ed acqua santa era mastro sopraffino. Buone vibrazioni si spandono anche dalla title track, dove Alanis Morrissette goes techno. Oh, insomma… cosa serve che io stia qui a spiegarvelo quando ha venduto oltre 20 milioni di copie rendendo dunque il titolo della rubrica quantomeno bizzarro. Non so quanti tra gli affezionati lettori di SG ce l’abbiano negli scaffali ma vi assicuro che con un paio di eurini ve lo portate a casa e – non vi piacesse, cosa piuttosto probabile – potreste puntellarci un tavolo. Eppure è bello sentirla rincorrere col fiatone i Massive Attack in Candy Perfume Girl (che groove, accidenti), canzonare i Leftfield in Skin tramite un arrangiamento sopraffino. O ancora decelerare sullo svincolo per il Fridge con Nothing Really Matters e Sky Fits Heaven; condurre l’India e l’etnico prêt-à-porter dentro Shanti/Ashtangi tanto che mancano solo le tablas di Talvin Singh. E se del singolone s’è scritto assai la tiriamo in derapata con The Power Of Good-Bye, che gli va appresso di un’inezia; To Have And Not To Hold che – bellissima – gira al ralenti come un derviscio rotante immerso in vasche ambient; Little Star che lascia le mani rimaste impiastricciate dal curry del Buddha Bar e Mer Girl che chiude sigillando la Veronica dentro l’Apollo (la navicella, ma anche l’etichetta) prima di lanciarla nello spazio siderale. Troppo? Chissà…Voi comprate questo disco – usato, come tutti noi – e fate finta che sia ancora il 1998. Io vi offro un Southern Comfort al solito bar. Arrivate presto che si gela.

Michele Benetello