I dischi che piacciono solo a me, credo #33

UltrasoundEverything Picture (Nude, 1999)


Avete anche voi i dischi ‘importanti’ che trascendono il mero valore qualitativo, vero? Quelli che poco hanno a che vedere con la ragione ma molto con il cuore e qualche volta con il suo surrogato pulsante? Quelli che vi siete spesso trovati davanti – sbattendoci addosso, senza sapere il perchè – in molti snodi della vostra vita? Certo che li avete, ci mancherebbe. Ne sono sicuro. Sovente non volete parlarne, perchè è troppo doloroso, per pudore o anche soltanto per vergogna… Mica decidi tu che musica discinta ti viene incontro quando hai cazzi e mazzi. Magari. Ma non sempre ti capitano tutte le fortune. Parlo di quei dischi magari non all’apice delle vostre preferenze eppure simpatici come le compagne di classe alle medie, le uniche disposte a legare con voi – cedendo per questo posizioni su posizioni nel roster scolastico – a causa di affinità elettive che esulavano dal mero scompiglio del corpo. Ecco, avete capito: quelli. Vero che li avete?

Non parlo di ‘in una relazione complicata’ anche se – in genere – è sempre lì che si va a parare, guardando le home page. Lì o nelle dinamiche familiari. È che gli Ultrasound sono venti lunghissimi anni che mi cozzano contro ad ogni giravolta della vita; non ne conosco gli imperscrutabili motivi ma ogniqualvolta la mia esistenza ha uno scarto, un’impennata, un salto nel buio o una derapata… Bamm, loro si ripresentano. Un po’ come i Dire Straits, che mi ammorbano le gonadi da sei lustri e non riesco a togliermi di torno. Una tragedia, questi ultimi. Che poi… Non che io sia tenacemente fanatico e, a dirla tutta tutta, saranno tre le canzoni che davvero mi piacciono. Degli Ultrasound dico, non di Knopfler e soci. Quattro, via. Forse cinque, sono sincero. Magari sei, ecco. Diciamo sette e non se ne parli più. Che faccio, lascio?

Ho sempre avuto difficoltà a comprendere l’esaltazione e le lodi sperticate che per un nanosecondo li avvolsero, abbracciandoli, nel 1998 o giù di lì. Troppo progressive, troppo barocchi, troppo pomposi, lenti, melliflui. Poco, pochissimo anni novanta, alla fine. Decennio di sbornie e euforia psicotropa senza fine nel quale loro recitavano la parte dei beghini altezzosi e snob. Però c’era qualcosa. C’era che la scrittura non aveva equivalenti nell’Inghilterra del tempo; c’era che Andrew Wood mi era simpatico con quell’aria da anti rockstar sovrappeso. Sembrava Oliver Hardy in La Ragazza di Boemia. O Meat Loaf dopo un restyling da Antena. Lui, afflitto da pinguedine coatta e decisamente lontano dai canoni delle faccine che amministravano il Brit Pop con sapiente tecnica computistica. Movimento dal quale ne erano ampiamente fuori, avendo esordito nel 1997 e quindi non facendo parte di quella combustione durata suppergiù 18 mesi. Erano lì, in una terra apolide, in mezzo a fricchettonaggini anni settanta, implumi canzoncine retrò, mirabolanti suite orgiastiche, lunghe e spossanti cattedrali di pop sinfonico. Dei Cardiacs in fissa con i Genesis, se proprio volessimo usare iperboli (Selling England By The UltraPound), per quanto la banda di Tim Smith sia sempre stata un punto di riferimento imprescindibile tanto da convincere Wood a riformare il gruppo nel 2010 per un concerto in favore dello sfortunato leader dei Cardiacs che – nomen omen – aveva avuto un infarto.

Insomma, ‘sto cazzo di Ultrasound: cinque che se non ci fossero stati li avrebbe immaginati Walt Disney tra un trip e l’altro di Fantasia. Five Get Over Excited, provate a visualizzarli: uno spilungone emaciato alla chitarra (Richard Green) in odor di anoressia e con uno sguardo da Scooby Doo; un barbuto nerd alle tastiere (Matt Jones) prossimo al bikerismo; un batterista mollaccione (Andy Peace) con l’aria da roadie dei Coldplay e una biondina isterica (Vanessa Best) da aperitivo in centro. Basso e cori, quest’ultima. Fan quattro, dite? Mi sono tenuto l’asso alla fine: Andrew ‘Tiny’ Wood, cantante dalla mole particolare, un Sylvester bianco, un Antony agghindato da paggetto vittoriano. Stazza da sumo e ugola da seconda fila in chiesa. Cazzo di banda era, quella? Il mondo voleva glamore alla Placebo (lo stava avendo, accidenti) e questo crogiolo di disagio stilistico usciva con un doppio cd farcito di canzoni lunghe quanto una coda in autostrada (l’ultima dura 39 minuti). Tutti sbracciavano in prossimità dei fasti di Carnaby Street, loro si rifacevano a Tarkus. Ostia.

After-rock tentarono di chiamarlo, qualcosa che non aveva la lamentosa consistenza dei Radiohead (pure se qui Nigel Goodrich produce un paio di tracce) o la luccicante eltonjohnatura dei Muse; stava ad un livello più basso, fatto di lunghi intermezzi e portentose armonie, ritornelli veraci e svisate infinite. Prog, sì. O qualcosa di simile. Ma un prog riveduto e corretto dall’isteria brit, incidentalmente forgiato da canzoni che molto dovevano all’Inghilterra tutta, sia stata quella di Bolan, di Cat Stevens o – appunto – dei Cardiacs. Gente strana, gli Ultrasound. Gente che si permetteva di lasciar fuori dall’esordio il monolite più conturbante di carriera, ovvero quella I’ll Show You Mine che è una delle mie tre o quattro canzoni degli anni novanta e non saprei spiegarvi il perchè. Pochi minuti che hanno l’incedere di un’amplesso, preliminari e climax compreso, e che regalarei ad ogni esponente meritevole e provvisto di tette affinchè comprenda che con una manciata di accordi si possono fare tante cose. Anzi, parecchie.

I’ll show you mine if you show me yours
All that we have is each other

Everything Picture è un disco che mi porto appresso senza apparente ragione, chewing gum sonoro attaccato all’orlo dei pantaloni. Non mi appartiene ma mi orbita attorno, sovente mi infastidisce e spesso rammenta di maledirmi per non aver mai avuto la possibilità di vedere gli Ultrasound su un palco. E’ lontano dai miei istinti e pure dalle mie consapevolezze, è un calabrone armonico che per la sua struttura non dovrebbe volare e piacermi e invece riesce in entrambe le cose. Un paradosso che non finisce di condurre stupore, soprattutto perchè mi porta a spasso dalle parti del prog, che per me ha la stessa valenza della kryptonite per Superman. Mi irretisce, riesce a calamitare le mie attenzioni ed è nauseantemente affine al sottoscritto. E questo non mi piace. E’ ingombrante, barocco, spossatamente prolisso, è come avrebbero potuto suonare i Magazine orfani di John McGeoch ma con Jonny Greenwood in formazione. Ed è proprio la chitarra di Richard Green la peculiarità di una banda a latere rispetto all’intero panorama coevo. Ha l’odore di certi Smashing Pumpkins innestati sui Van Der Graaf Generator con origami di tastiere, ikebana di chitarre, haiku vocali. Un teatro Kabuki dell’Inghilterra tutta, seduta a guardare il brit pop che si allontana dalla riva.

Cross My Heart dura sette minuti, Happy Times (Are Coming) otto e mezzo, Suckle giusto quei trenta secondi in meno della precedente, My Impossible Dream è ancora un Moloch da quasi cinquecento secondi, Stay Young si arrampica per metà dell’ossimoro di warholiana fama (e difatti fu eletto singolo della settimana per NME), la title track da sola sfiora il primo tempo di una partita di calcio. Same Band, che ha ‘solo’ quattro minuti e nove secondi d’incedere fa la figura della loro Blitzkrieg Bop. Everything Picture At An Exhibition, verrebbe da dire. O Punk Floyd come qualcuno in Albione scrisse. Insomma, sgombrate il campo dalle tutine Blur o Oasis e dalle giacche (su pelo diafano) del Jarvis. Non c’era un cazzo di isterismo modaiolo negli Ultrasound, e anzi cosa aspettarsi da un gruppo che nella prima incarnazione sceglieva l’irritante moniker Pop-A-Cat-A-Petal (dal nome di un vulcano messicano) esordendo nel 1994 con un nastro su Org?

Il colpaccio lo mette a segno Fierce Panda invece, il miglior talent scout in guisa di etichetta del biennio, lesta ad annettersi qualsivoglia nome interessante di quei 24 mesi cruciali. Il risultato è un gioiellino barocco chiamato Same Band. Luccica su 45 giri portando in dono l’abbraccio della Nude Records, il monumentale primo album e un’esposizione mediatica centripeta. L’ambizione e l’ego son grandi, il minutaggio di Everything Picture ancor di più: due cd, 11 brani, 102 minuti di musica. Sette dei quali occupati dall’iniziale Cross My Heart. Ha già in vitro gli accordi che renderanno umbratile il peccaminoso pop di I’ll Show You Mine, li immerge in acquaragia Cluster, vira dalle parti dei Porcupine Tree meno lisergici e sferraglia in un guado tra i Telescopes e il kraut rock prima di sfumare per osmosi dentro Tommy degli Who e – appunto – a Same Band, primo grande (ma grande davvero) pezzo di carriera. Un ipnotico loop di tastiera vintage a pulsare e orde Mordor di strumenti ad avvilupparglisi appresso, Sturm Und Drang Emerson Lake & Palmer che giocano ad un emaciato post punk con i Magazine di Secondhand Daylight. Popgressive da Geneva e Flaming Lips al botulino. Il Fat-tastico Tiny declama come se avesse il cuore addolorato dall’ascolto di Scott4, ciondolando parole col moccio al naso (I’d kiss you if you weren’t a girl), la canzone si incide a fuoco sulle pareti di un 1998 – altrimenti – nebuloso assai. Basterebbe questo per giustificare l’approccio all’album ed è altresì un crimine contro la discografia la decisione della Nude di non iterarne l’uscita su singolo. Stay Young prosegue nel candore e nella magniloquenza, ha le stimmate dei Genesis di mezzo (citofonare casa Rutherford e Hackett) ma è capace di svicolare in un decadente inno alla Roger Waters (hey kids, rock and roll is here so scream all you want it’s a naked pagan glory celebrate the new… Gary Glitter’s gone to seed so who will lead us now?). Glory Glory Ultrasound. E ancora l’arrampicata ai rarefatti Ottomila di Suckle, tra bordate tastieristiche e sei corde kamut che si librano su avventurose scale; Vanessa contrappunta i cori con rara indulgenza sexy, l’assolo di chitarra è qualcosa da sparare nel cosmo con una psicocromia alla Ride, i cambi armonici sono epici. Suckle è polvere di stelle pop sepolta sotto lapilli di cenere pirica purissima. ‘Babies’… in verità, in verità vi dico che la cleptomania baustellica potrebbe trovare nuova linfa in questi accordi sconosciuti ai più. Si torna sulla terra con Fame Thing, rock and roll glitteroso alla David Essex. Happy Times (Are Coming) chiude il primo cd e non è difficile fantasticarvi poltiglia Ok Computer resa bolo da una produzione che già profuma di Kid A. Gli Yes intenti a rifare Ricochet Days dei Modern English non sarebbero caduti lontano.

Potrebbe finire qui, tanto Everything Picture (assieme a Ladies And Gentlemen We Are Floating In Space, del quale rappresenta la versione prog) ha rappresentato il paletto di frassino nel cuore di un agonizzante brit pop. Ne è il contraltare impegnativo e tutt’altro che immediato, lo scarto armonico pronto a  rendere visibile ciò che per sua natura è irrimediabilmente demodè. Invece vi aspetta un secondo cd di meraviglie, dove l’iniziale Aire & Calder ha un profumo da Wall Of Voodoo indie immaginatisi nel 1975 ed è bissata dal Neil Young che si fa Pulp di We Love Life (ma anche This Is Hardcore, anzi: Lardcore) di Sentimental Song. Troppo prolissi, dite? Troppa ambiguità di fondo, mancanza di riferimenti, obiettivi e focalizzazione? Eppure è proprio questo il tratto saliente dell’impegnativo lavoro. Che sia voluto o istintivo è questione di lana caprina e ognuno ha probabilmente la propria verità riguardo un canzoniere sempre in bilico, oscillante tra istinto e ragione, con la seconda a prendere spesso il sopravvento tramite un delirio d’onnipotenza sonoro mai domo. E’ ambizioso Everything Picture, egotico, sovente ridondante. Eppure la qualità delle canzoni è innegabile, fatte non furono per vivere in classifica (sebbene l’album recuperi un dignitoso numero 23 in quella inglese) ma per seguir virtute e canoscenza. Floodlit World (altro 45 giri, singolo della settimana per il Melody Maker) in questo senso è inequivocabile: ha uno dei mille Bowie nelle corde e la statura di hit minore, di quelli diesel e con il passo da montagna. Jason Pierce e Le Orme avrebbero gradito. Costa fatica cotanto senno e difatti My Impossible Dream mostra segni di cedimento. Rappresenta il momento in cui la stanchezza prende il sopravvento dopo tanto battagliare, pezzo minore di un disco che comincia a farsi bulimico e pomposo. Ha un retrogusto – strano ma vero – da Pere Ubu (non a caso rifaranno Final Solution in una versione irrorata di Xanax nel I’ll Show You Mine Ep) ed è l’unico sassolino nell’ingranaggio onirico. Chiude la traccia che titola l’album e – come s’è detto – sono 39 minuti di viaggi astrali tra Pippi Calzelunghe, Spiritualized e muri di feedback impreziositi da falsetti prima che tutto si fratturi per diventare un Metal Machine Music at Pompei. 102 minuti. Al cambio attuale quasi quattro album dei Ramones. Tanto dura la maratona di Everything Picture, una maratona che necessita garretti e resistenza per essere portata a termine. Nulla è immediato in questo disco, niente è regalato all’ascoltatore e se qualcuno di voi necessitasse di maschia foga, bicipiti e testosterone farebbe bene a non metter piede in questo baccanale barocco. Le Colonne d’Ercole degli Ultrasound si inabissano qui, tra tensioni latenti, divergenze sonore, l’accidia di Wood e l’abbandono di Green, vera anima musicale del quintetto, lesto a transumare di lì a poco nei Somatics senza lasciare grosse tracce. Sarà lo stesso Andrew Wood a chiudere l’avventura con poche e concise parole, quasi fosse stata una necessità familiare edificata su scontri e litigi: “non avevamo nulla in comune, non uscivamo in compagnia, non avevamo nemmeno la stessa età… Perchè avremmo dovuto stare assieme per registrare un altro album?”

Same Band, certo.

Serviranno 13 anni per il ritorno a casa: Play For Today (2012) è figliol prodigo in catalogo Fierce Panda. Chiude l’era dei barocchismi ed è – fondamentalmente – un disco di brit pop fuori tempo massimo. Viene trainato da Beautiful Sadness, brano che si sarebbe agevolmente guadagnato tutte le classifiche. Del 1996. Di Real Britannia (2016) si spergiura gran bene avendo ricevuto stellette un po’ ovunque in Albione: da Mojo a Uncut a – ohibò – Prog Magazine. Non mi è ancora entrato a corte (ma posso affermare senza timore di smentita che Kon-Tiki è un pezzone memore del 1998), e resto fortemente dubbioso di poter avere a che fare per l’ennesima volta con Same Band. Tantomeno Stay Young, ‘che il tempo passa per tutti e figuriamoci per loro. Altresì temo, tremo e fremo per ulteriori 102 minuti di musica.

Quindi: ora che avete avuto modo di vedere il mio disco ‘importante e che trascende il mero valore qualitativo’ (che pirla, eh?), mi piacerebbe conoscere il vostro, perché I’ll show you mine if you show me yours all that we have is each other.


Michele Benetello

I dischi che piacciono solo a me, credo #27

Campag VelocetBon Chic Bon Genre (PIAS, 1999)

Tolti i beneamati Associates (e collegati) non sono aduso ad ossessioni (piuttosto ad idiosincrasie invero: vedi i Genesis di qualche settimana fa), ma qualche bel manufatto tatuato sul cuore, sugli arti e sull’impianto stereo lo possiedo pure io. Non da diventarci completista o accumulatore seriale, ma poco ci manca. Pure non tantissimi i nomi di questa piccola setta che mi porto addosso. Poca roba, pochissima, priva di grossi nomi e numi. Un Partenone senza divinità praticamente, visto che non alberga Dylan e non alberga Young. Ma han stabile dimora Cohen, Walker, Hammill e il Bruce. Potrei continuare per lustri con quest’Overlook Hotel dei cuori solitari. Cioè io. Inutile pure che stia qui a far una noiosa lista di nomi (anche perchè sarebbe oltremodo trasversale, una lista che va dai Therapy? ai Coil passando per Pankow e Menswe@r), chi mi conosce non avrà difficoltà a decodificare queste impronte digitali emotive, e – anche se non fosse – che importa?

Come che sia e senza ciurlare troppo nel manico, l’ultimo vero grosso sussulto del millennio mi giunse con i Campag Velocet. E io so che molti altri sono devoti al culto di questa chiesa pentecostale del pop inglese, molti e variegati pure, ‘che a far proselitismo parevo uno di Dianetics o dei Testimoni di Geova. Pigiavo citofoni con Bon Chic Bon Genre sotto braccio, indossandone orgogliosamente la t-shirt. Non un ‘disco che piace solo a me’, di questo ne sono certo; sia per l’effettivo valore del manufatto e della band sia avendo contribuito in larga misura – e sfido chiunque a contraddirmi – nel renderlo visibile a più persone possibili piazzandone negli anni almeno 50 copie. Campag Velocet e Simon Warner sono i miei beniamini anni novanta ai quali ho dedicato più tempo e porzioni di stipendi, regalandoli a destra e a manca con l’illusione del fanciulletto che alberga in me. Soprattutto Bon Chic Bon Genre però, un disco STUPEFACENTE (in tutti i sensi) e talmente variegato da sembrare una maionese pop impazzita. Un disco che mi colpì prepotentemente proprio durante un soggiorno britannico, uno di quelli che ero solito sobbarcami quando ero giovane, smilzo, capelluto e in auge.

Finire il millennio con una gita a Londinium, una paccata di amici – parecchio eterogenei – e con qualche pesante scazzo attorno non ha prezzo, se ci ripensi con quattro lustri di ritardo. E fanculo Mastercard. Credo fosse stato fine agosto, gli Animalhouse impazzavano in ogni dove e noi eravamo ‘pronti a riceverli’ (dio, che forte che sono). Camminavamo come pazzi da un capo all’altro della città. Pizza Hut, usato sicuro, qualche libro (pochi), molti dischi, birre, intere nottate da Victor de Milo, un taglio di capelli imposto ad uno dei ragazzi dopo una mattinata in un pub, stalkeraggio coatto a due olandesi (non da parte mia, sottolineo) e ai membri dei Menswe@r. Va che scemi, eh? Noi, non la band meglio vestita d’Inghilterra. Infine, una sera, decidemmo di tradire il Victor per andare all’Annexe – pure se fuori tempo massimo con l’età – solo per ritrovarci in una coda epocale con squinzietti e squinziette di almeno 10 anni più giovani. Qualcuno potrebbe scambiarlo per turismo sessuale tipo Thailandia, ma c’era una missione a sottendere l’entrata in quell’asilo infantile di Adidas. Un caldo becco, comunque. Incontrammo delle amiche italiane (alcune lavoravano lì, altre erano in vacanza) e ci mettemmo diligentemente in attesa sotto una stranamente torrida serata albionica. Ricordo le bici scassate con le quali giravano, ricordo il male alla schiena ed un sacco di magliette Pulp e di ‘sayonara’ tutto attorno. Ricordo poco altro, a parte che il rum&cola era scadente. She said “Fine.”
And in thirty seconds time she said…
Poi entrammo. Il dj ospite quella sera era Pete Voss dei Campag Velocet (ad oggi – ripeto – uno degli ultimi Sudditi di Sua Maestà ad avermi entusiasmato per un disco, dopo di lui forse solo Eddie Argos). Agghindato come Querelle de Brest sparò uno dei set più folli mai uditi in vita mia. Non ero uno sprovveduto, negli anni avevo avuto modo di sentire alcuni tra i più bravi miscelatori italiani (compresa parte della Triade Acida), ma quello che fece Voss mi lasciò al suolo tramortito. Assolutamente tramortito e incapace di reagire. Una scaletta eterogenea e perfettamente mixata, dove Britney Spears si incastrava sui Manic Street Preachers mentre Wire e Beastie Boys scorrevano in sottofondo; dove i Prodigy fondevano sui Black Sabbath e i Led Zeppelin leccavano i Suede.

Sempre. Rigorosamente. In. Battuta.

Tutto questo mentre lui si arrampicava ovunque, tarantolato come Iggy. Saltava in piedi sui piatti, abbordava squinziette mai domo (arigato), si aggrappava alle luci del soffitto, mixava contorcendosi come James Chance. Sudava copiosamente, soprattutto. Io invece dovetti sedermi, un po’ per la stanchezza, un po’ perchè effettivamente l’uomo mi aveva steso. Tornammo a casa devastati da cotanto senno armonico, chiedendoci come fosse stato possibile mixare cose così eterogenee e soprattutto ‘lontane’ dal sentire comune. Britney Spears stava dall’altra parte della barricata difesa dai Manics, accidenti. In piccolo – molto piccolo – mi ero reso conto d’aver assistito ad uno sconvolgimento personale, simile a quello che deve aver colpito i fortunati alla visione del Baldelli degli anni d’oro a Lazise o all’Afrika Bambaataa nel Bronx. Si fa di necessità virtute, no? Il giorno dopo – con calma – andai in cerca del 12” di Vito Satan (che era già contenuta nell’album, ma noi siamo malati che ci volete fare?), l’Italia era lontana ancora qualche giorno ma non serviva troppo tempo per capire come quella band fosse – lì e ora – la perfetta intersezione di gran parte dello spettro musicale britannico. Un po’ come il dj set al quale avevo assistito, la notte prima.

Bon Chic Bon Genre ha tutto: un titolo sufficientemente ambiguo (trivia: preso di peso da una rivista porno s/m francese), una grafica della madonna (peculiarità dei nostri, immediatamente distinguibili) e una serie di canzoni (11, per la precisione) killer e difficilmente etichettabili. 11 canzoni che son sottile fil rouge di quattro lustri di pop indipendente inglese. Già dall’iniziale traccia che dà il titolo all’album si capisce che i nostri non scherzano: techno satura buona per Mad Max o qualche rave con le piattole (e sentitevi la versione contenuta nel 12″ di Vito Satan!), dance come avrebbero potuto intenderla gli MC5 se fossero stati prodotti da Derrick May. Novanta secondi scarsi ma uno dei manifesti programmatici dei nostri, pronti a scegliere quale denominazione sociale le italianissime biciclette Campagnolo. Eppure il bello deve ancora venire, ocio. Only Answers Delay Our Time è il più sentito apocrifo dei primevi Public Image Limited tanto che par di udire in lontananza Levine a rasoiar terzine e Voss a declamare litanie e nonsense (You can ask any crap corduroy question); Cacophonous Bubblegum sterza dalle parti degli Stone Roses, solo immersi in una sorta di liquoroso dub cosmico diretto da Jah Wobble. To Lose La Trek oltre ad essere un calembour fonetico di quelli grossi grossi è pure uno dei massimi ordigni di hip hop meticcio mai esplosi in Gran Bretagna, scarno, smilzo, disossato da ogni surplus ma ammantato di una superba aurea ritmica. Tr-Hip Pop Carveriano.

E poi, cazzo: Vito Satan: ovvero come si costruisce un pezzo indie pop per antonomasia. “Feels so good stood by your graveside head in my hands let me understand my plans I never pried inside your thoughts awaiting your defence”. Brano che – in un mondo ideale – sarebbe stato lo stura classifiche, il singolo capace di far coesistere Waterfall (non a caso mette le mani sul disco Paul Schroeder, già collaboratore di Squire e compagnia) e Psychedelic Furs sullo stesso pentagramma innestandovi una coda acida e rumorosa. Il 45 giri perfetto per chiudere un millennio nel migliore dei modi tramite un arpeggio iniziale semplicemente delizioso. Sauntry Sly Chic gioca con le spoglie mortali del baggy sound; Lunedì Felici di andare in processione da Kurtis Blow. Drencrom Velocet Synthemesc cita Burgess (naughty young devotchka no need for spatchka) ma sferraglia in un Metal Box claustrofobico su intarsi malati di chitarre in odor di Telescopes e kraut rock. Sfinano abilmente la tensione con la simil ambient riverberata di Skin So Soft, onda di petrolio shoegaze sul Mare della Tranquillità. Come avrebbero potuto suonare gli Slowdive con degli elettrodi attaccati al culo e Brian Eno in mente. Emozionante nella struttura e nella spasmodica ricerca del climax. Pike In My Life / Schiaparelli Cat porta Kinks e Pixies dentro un bosco di feedback in cerca di ossature jazz col contatore Geiger. Caught Unawares ha le stimmate dei Primal Scream di Echo Dek inchiodate su una croce On-U Sound con chiodi Spacemen Three. Harsh Shark non saprei spiegarvela senza tirare in ballo la pazzia chimica dei Flowered Up e il Madchester più bieco e completista.

Non vi è altro, ma vi è comunque tanto per ingozzarvi golosamente. O quantomeno abbastanza per iscrivervi a questa messa di suffragio. BCBG è un disco ondivago, che viaggia in apnea e che non ha paura di rollare tra Leftfield, brit pop della seconda generazione, hip hop, rap old school, post punk tirato a nuovo e indie malferma. E io sono certo che – tra di voi – ci sarà qualcuno che mi farà andare in tripla cifra, con quelle 50 copie di poc’anzi. Me lo dovete per avervi schiaffato sotto il naso cotanta regale maestrìa. Ma… ci credereste? Bon Chic Bon Genre, tolto un nugolo di aficionados, non sortì l’effetto sperato. Troppo deboli le ali della PIAS, troppo strano quel trapasso di millennio in altre faccende affaccendato, troppo tutto, anche una certa difficoltà caratteriale dei nostri. Due copertine dei settimanali inglesi, qualche apparizione televisiva, un paio di festival. Adieu. E solo Iddio sa quanto mi piange il cuore non poterne parlare come di un infettato Screamadelica prodotto da Alan Vega.

Serviranno cinque anni per iterare cotanta magia con l’altrettanto ottimo It’s Beyond Our Control, proponendosi stavolta come degli Sly And The Family Stone del rock anglosassone. Un disco che è la perfetta continuazione del debutto, soltanto priva del fattore sorpresa e smaccatamente in bilico tra la black music più bastarda (Ain’t No Funky Tangerine andrebbe proposta quale abbecedario di ogni A Certain Ratio) e incursioni sonore post-punk alla Blurt. Poi basta.

Qualche anno dopo, quando decisi di iscrivermi in quel simpatico ricettacolo di anime candide chiamato Facebook (ben prima dei No Vax e delle scie chimiche), la prima disavventura social mi capitò proprio con una tizia discretamente rancorosa, pronta ad attaccarmi duramente (pure in maniera personale) riguardo i Campag Velocet, manco fossero stati collaborazionisti del regime dei Colonnelli o avessero pisciato sui caffè di Starbucks. Capii immediatamente il significato del termine ‘bannare’.
Motivo in più per amarli.

An old voice from the ashes whispers deja vu, brings you to this space in time, returns this place to you.

Michele Benetello