Portami via di qua, sto male (Fiver #15.2016)

A Minor Place "The Youth Spring Antology"

A Minor Place “The Youth Spring Antology

Spesso tendo a confondere le sensazioni personali facendole passare inconsciamente per dati di fatto quindi potrei tranquillamente sbagliarmi, ma ho la netta impressione che nell’ambiente che sono solito frequentare non si  sia mai parlato così tanto di musica italiana come negli ultimi tempi. Che poi a pensarci anche solo un attimo quello di musica italiana è un concetto soggetto a libera interpretazione. Un po’ come la nazionalità dei calciatori in questa strana epoca. Cosa è che definisce italiano un musicista? Il solo fatto di essere nato entro i confini geografici o c’è dell’altro? Cito casi recenti solo come esempi : la musica di Birthh e dei Be Forest è musica italiana quanto quella di Calcutta e Colapesce? Giuda e Any Other sono italiani allo stesso modo di Caso e L’Orso? In altre parole: la musica italiana è un genere a se stante tipo il post rock, la new wave o il funky, oppure no? Per tanti anni gli addetti ai lavori si sono accusati l’un l’altro di provincialismo a seconda di chi a turno decideva di considerare la musica italiana come categoria a parte e chi no. Personalmente per sgomberare il campo dai tanti equivoci in cui mi è capitato di imbattermi negli ultimi mesi definirei effettivamente e senza alcun dubbio la musica italiana come specie autonoma in un unico caso: quando il cantato è in lingua madre. Che poi parlando di rock uscito dal punk in avanti questo succede anche nelle altre parti del mondo. Qualche caso di internazionalizzazione legato alla lingua francese, qualche altro a quella tedesca, poi riga.
Procedendo al passaggio successivo – verificato il teorema di cui sopra e semplificando i concetti – quando si è poi dentro alla categoria “italiana” due soli sono i modelli di riferimento cui attingere: target sanremese, un evergreen con progressive sofisticazioni apportate negli ultimi anni dalla presenza al festival di musicisti di estrazione alternativa; format cantautore anni ’70 più o meno (ma in genere molto meno che più) contaminato da istanze di rinnovamento.  Poche le eccezioni alla regola: l’hard core punk in blocco e quei gruppi che hanno un po’ mescolato le acque shakerando la metrica (CCCP? Offlaga? Massimo Volume?), tutti nomi che peraltro – per come la vedo io – sono comunque ancora classificabili come tipicamente italiani. Ricordavo di aver scritto qualcosa in proposito ai tempi, decisamente poco sospetti, della versione 1.0 di Sniffin’ Glucose e per curiosità sono andato a riesumare il quando (30/8/2006) e a rileggere il cosa: “L’altro giorno discutevo con un amico a proposito di musica e la nostra conversazione ruotava attorno a una canzone,  Portami via di qua, sto male, versione italiana di Get Me Away from Here, I’m Dying dei Belle and Sebastian proposta dai Perturbazione (nel disco tributo A Century of Covers pubblicato on line all’epoca dalla Kirsten’s Postcard). Il pezzo è una meraviglia nella sua versione originale, e lo rimane  anche nella traduzione italiana. Eppure, come l’ amico mi faceva  notare, la canzone potrebbe benissimo essere scambiata per una di quelle che annualmente invadono l’aria sull’abbrivo del Festival di Sanremo. Intendiamoci, le canzoni di Sanremo  mediamente sono peggiori, con tutta quella melassa spalmata sopra, quegli arrangiamenti orchestrali e quei fiori che spuntano fuori da ogni angolo. Le canzoni dei Belle and Sebastian e pure quelle dei Perturbazione sono un’ altra cosa. Ma il punto è un altro: una qualunque canzone cantata in italiano e dotata di una melodia pop appena un po’ accattivante, pare essere adatta a partecipare al Festival di Sanremo. Questo sosteneva il mio amico. E pensandoci non aveva tutti i torti. Perché a dire il vero quell’idea aveva già  attraversato il mio orizzonte all’ascolto di dischi come quelli degli stessi Perturbazione o che so, dei Baustelle, tanto per fare due nomi noti. Trovarsi a fare le medesime considerazioni sulla struttura di una canzone dei Belle and Sebastian però  fa davvero strano. E magari la questione ci fornisce anche qualche spiegazione sul perché molti ritengano che dalle nostre parti non esista una sufficiente cultura musicale e continuano a inviperirsi appresso a ogni successo locale, imbastendo confronti con ciò che succede al di là del confine. Tradotto: se i Belle and Sebastian anziché a Glasgow fossero nati a Busto Arsizio e si fossero chiamati La Bella e Sebastiano, sarebbero probabilmente finiti sul palcoscenico dell’Ariston. E pur proponendo le stesse identiche canzoni che stanno dentro If You’re Feeling Sinister e The Boy with the Arab Strap avrebbero certamente indispettito molti di noi, quelli stessi a cui le medesime canzoni cantate in inglese hanno viceversa regalato emozioni e lacrime”.
Dove sta il punto in tutto ciò? Da nessuna parte e ovunque, ognuno lo metta dove preferisce. Radici personali mi indirizzano verso una scarsa propensione e comprensione della musica italiana, ma è appunto una faccenda privata e non vuole essere una presa di posizione a favore o contro (il disco di Caso – per dire – ultimamente è stato uno dei miei ascolti preferiti), piuttosto una semplice constatazione di meraviglia nel vedere molta gente che conosco interessarsi tanto a un genere che pensavo gli appartenesse poco.
Perché ho scritto tutto questo oggi? Essenzialmente per due motivi: mi sono annoiato moltissimo a leggere e ad ascoltare un sacco di discussioni serie, a volte molto serie, riguardo i “nuovi cantautori italiani” (se ben ricordo si partì a sproloquiare sulla Kurt Cobain di Brunori sas) e volevo esprimere con me stesso il disappunto per la quantità di tempo che ho speso a interessarmi all’argomento (ovvio che sono fatti miei, ma tutto quello che scrivo qui fa parte dei fatti miei). Il secondo è che volevo bullarmi del fatto che con anticipo di 8 anni avevo collegato i miei amici Perturbazione al festival di Sanremo (non che ci volesse un genio, ma tant’è…).

Di seguito cinque esempi di canzoni innegabilmente non italiane in uscita, cantate e suonate da musicisti indubbiamente italiani:

A Minor Place “When Silvia Dies

Di loro ne avevamo già parlato qui poco meno di un anno fa. Ora escono con un disco nuovo che non si può raccontare e di cui non voglio nemmeno spiegare. E’ un oggetto bellissimo: l’assunto – mi raccontava Andrea, il cantante – è sempre considerarsi un appassionato, un ascoltatore più che un musicista. Non avrei esitazione, dovessi scegliere, su dove collocarmi. E allora,mi piace fare dischi che mi piacerebbe acquistare, tutto qui. E ho la fortuna di potermelo permettere: ho una Skoda con 250.000 km sul groppone, ma spendo xxxx euro solo per le copertine del disco. Non l’avresti fatto anche tu al posto mio? Si Andrea, se solo sapessi suonare un qualunque strumento e avessi la metà della tua capacità nello scrivere canzoni lo avrei fatto, eccome.

JJ Mazz “Asshole

JJ Mazz è l’ultima incarnazione di Luca Mazzieri, chitarra in Marla prima e A Classic Education poi , Mr Wolther in Wolther Goes Stranger e 1/2 di Barberia Records. Ci lega un antico rapporto di stima e capita che ogni tanto ci si confronti. Un paio di mesi fa Luca mi ha mandato il demo di quello che diventerà a breve il suo primo disco solista. Me lo presentò descrivendolo così: “20 minuti ma è un vero e proprio disco. il mio. non so bene cosa sarà. Mi piacerebbe una cassettina Barberia in 41 copie ( i miei anni). Mi piacerebbe suonarlo ogni tanto in qualche posticino piccolo tra amici, stile dive bar basso chitarra e batteria ma ancora appunto non so, intanto ho sentito il bisogno di farlo. Mi sono chiamato JJ Mazz”. Qualche giorno dopo gli risposi: “il disco non l’ho ancora inquadrato ma mi piace, Asshole per me è una hit se decidi di caricarla da qualche parte rendendola pubblica avvisami che la metto in un Fiver di Sniffin’ Glucose”. Detto fatto.

Jambox “Waikiki 513
https://soundcloud.com/jamboxtheband/waikiki-513/s-OoK8N
I Jambox arrivano da Torino e Spleen è il loro ep in uscita. Shoegaze molto rumoroso con una scia melodica di quello che a me sono sempre piaciute, tra My Bloody Valentine, Ride, Jesus and Mary Chain e dio solo sa cos’altro.

Dead Horses “The Cross

Di loro non sapevo assolutamente nulla finchè un paio di settimane fa non me li sono trovati davanti ad aprire la Uranium Night al Mattatoio di Carpi. I due ragazzi stanno seduti e suonano la chitarra, la ragazza in piedi pesta un paio di tamburi. Sangue, sudore, lacrime, ma alla fine sono solo sorrisi.

Sky Of Birds “Deceivers

Tra le frasi che loro stessi utilizzano per presentarsi quella più adatta di tutte è: realtà e illusione racchiusi nel tremolo di una chitarra nel deserto. Alcuni di loro stavano dentro ai Mosquitos (per chi li ricorda, e io me li ricordo bene), Blank Love è il primo album e il pezzo che ho scelto qui sopra mi ricorda i Feelies. Basta e avanza.

Arturo Compagnoni

The Poplover (Fiver #20.2015)

aminorplace
Ho scritto sempre pochissimo di musica italiana. Ricordo una lunga intervista a Daniele Rumori della Homesleep Records e poco altro. Un’etichetta che ha chiuso i battenti mentre non si può dire altrettanto dell’amicizia e stima che nacque quel giorno.
Non è mai stata una questione snobistica, penso. Quando nasceva l’occasione di muoversi per qualcosa che davvero mi piacesse l’ho sempre fatto al di là della provenienza geografica. Non vorrei sbagliarmi ma la primissima intervista uscita su di un mensile italiano ai Massimo Volume portava la mia firma, per esempio e ancora me ne compiaccio. Il problema casomai è sempre stato che di musica nata e prodotta in Italia me n’è piaciuta sempre poca. Tante cose carine, va bene. Alcune molto carine. Ma poco o nulla di quella roba che ti toglie il sonno, che ti manda in fibrillazione, che ti cambia anche un pò la vita.
Discorsi e gusti soggettivi, naturalmente. Non mi è mai interessato fare battaglie ideologiche. Nemmeno quando avevo vent’anni, figurarsi ora. Mi piace la statistica, però e forse è solo un problema di grandi numeri. Se ognuno di noi ha il mercato mondiale, ma anche solo quello anglo-americano, come punto di riferimento. Quanti mai potranno essere i dischi prodotti, pensati e suonati in Italia che davvero potranno fare breccia nelle proprie preferenze? Percentuale risibile, immagino, considerando i numeri della nostra produzione nazionale. Poi, se a uno interessa solo il giardino di casa non c’è nessun problema, figurarsi. Ma è un altro campionato. Pure io preferisco l’eccellenza regionale alla champions league, rimanendo in ambito calcistico. Ma la differenza tra Messi e il mio vicino di casa non penso che vada neppure spiegata.
Il circuito promo-recensione mi ha sempre creato un sacco d’imbarazzi, inoltre. Ne ho visti pochi (eufemismo), tra i giornalisti musicali, che sono riusciti a sottrarsi alla marchetta. Non di quelle finanziate, per carità. Ma il confine sottilissimo che rischia di confondersi tra amicizie, conoscenze e frequentazione degli stessi ambienti provoca comunque danni alla credibilità di una circuitazione che dovrebbe rimanere separata. Ma la divisione dei ruoli in Italia è davvero un concetto troppo complicato per il nostro dna, figurarsi in un’ambiente minuscolo come quello della scena musicale italiana.
Ogni tanto mi capita ancora che qualcuno mi mandi un promo o un link, come si usa oggi. Solitamente ringrazio e non prometto nulla. Al massimo si tratterebbe di una citazione tra queste pagine, comunque. Non proprio la maniera migliore di smuovere il mercato.
Quello che mi è successo con gli A Minor Place, non mi era ancora capitato, però. Ho apprezzato una loro canzone pubblicamente. Un innocente like su facebook, figuriamoci. In risposta ho ricevuto un messaggio privato da Andrea (il cantante) che mi domandava se poteva mandarmi un box di sette pollici della band. Alla mia solita rimostranza ha risposto in un modo che non poteva lasciarmi indifferente. Una cosa tipo: “non mi interessa se ne scriverai o meno, mi piace pensare che tu lo abbia nella tua collezione”. Vabbè, insomma, colpito e affondato.
Il mio è un’imbarazzante tentativo di mettere le mani avanti, perchè mi appresto ad utilizzare una serie di aggettivi che potrebbero farvi storcere la bocca.
Mi piace pensare che le persone, almeno un po’, si impara a conoscerle solamente leggendo quello che scrivono e, allo stesso modo, ascoltando quello che cantano. Mi piace pensare che ci si possa incontrare in mille modi differenti, anche senza mai essersi stretti la mano per davvero.
Mi piace pensare che sapesse perfettamente che non sarei riuscito a rimanere indifferente. Se potessi mandargli una fotografia della mia faccia quando per la prima volta mi sono rigirato quel piccolo ma incredibile box di sette pollici tra le mani si farebbe una grassa risata, ne sono certo. Una confezione bellissima, lussuosissima. Ogni canzone corredata da una cartolina con una fotografia e il testo della canzone. Sei dischi, dodici canzoni. Ognuno con una copertina illustrata in maniera divina. Un’operazione che mi ha ricordato la Hit Parade dei Wedding Present. 12 mesi per 12 singoli, di tanti anni fa. Sono sicuro che lo sapeva che lo avrei scritto o quantomeno pensato.
Comunque, confezione da sballo. Roba che chiunque ami il vinile, le copertine dei dischi, i booklet o quant’altro non potrà non apprezzare.
A MINOR PLACE – The Poplover

Rimane la musica, poi. Che non è decisamente l’ultima cosa che merita risalto. Sono canzoni che viaggiano alla ricerca della melodia perfetta ma con la consapevolezza che sarà improbabile farcela. Come succede nei dischi dei Pastels o nelle canzoni di Will Oldahm o nel catalogo della Sarah Records, che quantomeno a livello di attitudine mi sembrano un buon punto di riferimento. Il tutto è permeato da un senso di incompiutezza, di insicurezza diffusa. Il trucco è esserne consapevoli e mettersi comunque in gioco. Quando parte “The Poplover”, giochino degno di “Losing My Edge”, mi consegno senza rimostranze. Sono catturato, definitivamente. Forse perchè quella lista di concerti che compone il testo della canzone non è altro che la mia giovinezza, che ha trovato da oggi un’altra canzone a fargli da colonna sonora. E magari, davvero….I’m losing my edge……..but I was there. Perché c’è modo e modo di affrontare le vicende musicali, di ascoltare la musica, di relazionarsi a questo mondo.
Il mio modo e il mio mondo me lo sono ritrovato sulla scrivania, racchiuso in 12 canzoni e un piccolo, preziosissimo, box di cartone e vinile. Poplover, appunto.

DAY WAVE – We Try but We Don’t Fit In

Canzoncina al limite della perfezione, con tanto di coretti, melodia appiccicosa e spleen da non appartenenza in sottofondo. Qualcuno potrebbe obiettare che ricopia gli stilemi del rock indipendente più innocuo degli ultimi anni. Ma da queste parti bands come Real Estate piacciono da sempre, e neppure poco. Intanto mi limito a cliccare play, una volta, e poi ancora, e ancora….come se fosse una necessità tornare sempre nei soliti luoghi. E sentirsi a casa.
Ep di debutto in prossima uscita.

CHRISTOPHER OWENS –

Con tutto il bene che gli si vuole le ultime cose avevano tutt’altro che convinto. Le canzoncine slabbrate che ci avevano fatto capitolare con i Girls avevano lasciato il posto ad una ricerca della classicità di suoni e arrangiamenti decisamente forzata. Il disco nuovo è un ritorno alle origini, come se avesse deciso di fare penitenza e di concedersi nell’unico modo che davvero vogliamo. Quindi brevi intermezzi pop, scrittura semplice e piccole melodie. Il disco nel suo complesso zoppica un po’ ma una manciata di canzoni ce lo fanno ritrovare dove lo avevamo abbandonato, qualche anno fa. Tanto che viene voglia di aprire la finestra, lasciarsi travolgere dall’estate. Perché, come canta lui, it’s just the music of my heart…..

OSCAR – Beautiful Words

Non sembra di certo la canzone di un debuttante, questa. Manco fosse un punto d’arrivo più che una partenza, tanto sembra essere a fuoco, perfettamente calibrata. Un’atmosfera così prettamente britannica, inoltre, che fa venir voglia di tirar fuori Parklife, i Pulp, Scott Walker e Morrissey. Nomi enormi che messi di fianco ad un ragazzino come Oscar, 23enne londinese, rischiano di sembrare fuori luogo. Ma la verità è un’altra: questa è una canzone a suo modo anch’essa classica, che già immaginiamo cantata in coro, messa in coda alle serate indie-disco, con la gente ubriaca ad abbracciarsi felice in pista che si abbandona ad un’improbabile lento.

EZTV – Trampoline

Canzone nata sotto l’egida della grande stella. Big Star come punto di riferimento, Teenage Fanclub ad indicare la strada, tre singoli uno meglio dell’altro che anticipano un debutto per Captured Tracks. Suoni super classici, melodie cristalline che riportano in auge bands come i Feelies e i primissimi REM. Insomma, un gran bel sentire.

CESARE LORENZI