Pop kills your soul

agnelli

Per quelli che come noi hanno cominciato ad appassionarsi alla musica tra la fine degli anni ’70 e il decennio successivo le etichette discografiche hanno sempre rivestito una loro specifica importanza.
Il fatto di uscire per una label piuttosto che un’altra stabiliva di solito l’appartenenza a una tribù e spesso certificava la qualità della proposta offerta.
Rough Trade, Factory, 4AD, Alternative Tentacles, Creation giusto a dire le prime che ci vengono in mente, hanno tutte pubblicato almeno per un certo periodo di tempo, dischi che a comperarli a scatola chiusa non ti sbagliavi mai.

Anche in Italia di etichette discografiche importanti ne abbiamo avute.
Tra queste la Vox Pop per i nostri interessi e gusti personali è senz’altro stata una di quelle che negli anni in cui è stata in vita (tra il 1989 e il 1997) ha spostato cose e lasciato segni.
Per quel che ricordiamo da osservatori esterni (la Vox Pop aveva sede a Milano), giovani e magari anche un po’ ingenui, ci pareva che da quelle parti si fosse aperto un laboratorio importante. Un luogo dove si cercava, almeno agli inizi, di sommare un sano entusiasmo per musica e musicisti, un certo senso estetico e l’idea di dare in ogni caso un ordine alle cose rendendole appetibili al mercato e non semplicemente esercizi di stile fine a se stessi.
Riuscirono ad arrivare a un passo, forse anche meno, dal perseguire l’intento.
Poi il meccanismo si inceppò a causa del totale consumo delle forze disponibili e probabilmente pure per l’esaurimento di quel desiderio di divertimento che sempre ne caratterizzò scelte e gesta.

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Nelle scorse settimane ci è capitato per le mani un cortometraggio di cui non conoscevamo l’esistenza e che per quanto ne sappiamo è sempre rimasto inedito.
Un breve documentario che testimonia gli inizi di quell’avventura.
Oltre ai due personaggi che animarono la Vox Pop (Carlo Albertoli e Giacomo Spazio) ci sono dentro tre musicisti che in seguito sarebbero diventati, ognuno a modo suo, importanti: Mauro Ermanno Giovanardi, all’epoca noto come Joe, cantante dei Carnival of Fools e futuro La Crus; Stefano Rampoldi allora nei Ritmo Tribale, oggi a pubblicare dischi col solo pseudonimo di Edda; Manuel Agnelli, giovanissimo Afterhours che chiude il filmato con una cover acustica dei Joy Division.

E’ una testimonianza di un’altra epoca che ci limitiamo a condividere senza addentrarci in analisi o giudizi.
Un possibile spunto per qualche considerazione o semplicemente l’ennesimo esercizio voyeuristico per misurare come (e cosa) eravamo.
Fate voi.
Ci pare in qualche modo significativo e chiusura dell’ennesimo cerchio, scorrerne immagini e parole proprio nei giorni in cui gli Afterhours, indubbiamente a posteriori il più popolare tra i gruppi nati in casa Vox Pop, stanno mettendo in moto i festeggiamenti per il ventennale dall’uscita di Hai paura del Buio?, disco pubblicato dalla Mescal proprio nei giorni in cui Vox Pop chiudeva i battenti.

Sotto al documentario recuperiamo l’intervista a, Carlo Albertoli, con cui entrai in contatto via mail nella primavera del 2005, nel contesto di stesura della “Guida Pratica” di Rumore dedicata al rock italiano degli anni ’90.

Quando, come e perché è nata Vox Pop:
Anche se i primi dischi con il marchio Vox Pop sono del 1988, l’etichetta nasce ufficialmente nel novembre dell’anno successivo, come diretta conseguenza dell’avventura di Vinile, come gioco irresponsabile, come esigenza che prende corpo grazie ad un idea di Giacomo Spazio e alla voglia di cinque persone, presto ridotte a tre, di cui una in grado di investire sei milioni sei, di vecchie lire.
Vox Pop è nata perché ce n’era bisogno.

Quando, come e perché è morta Vox Pop:
Una mattina mi sono alzato, mi sono guardato allo specchio e non mi è piaciuto quello che ho visto. Ho detto basta anche perché l’avventura Vox Pop era già finita da tempo: per mancanza di soldi, per stanchezza, per l’indifferenza del mondo, per le pugnalate alle spalle di cui ancora porto i segni nel cuore.
Nel febbraio del 1998 il marchio Vox Pop è stato ceduto alla Flying Records. Tre mesi dopo me lo sono ripreso perché non mi hanno pagato, ma non ne ho più fatto niente.
Già che ci sono ci tengo a precisare che Vox Pop non è fallita, non si è lasciata alle spalle scie di creditori incazzati o di band sbandate. Vox Pop ha chiuso. Venduto il vendibile, pagati i debiti, chiuso bottega: tutti a casa.

Il momento in cui hai pensato di avercela fatta, e quello in cui hai pensato: la storia è finita?
Avercela fatta? Quando mai, ahimè. Ci sono stati momenti chiave, belli e brutti. In ordine sparso: il momento in cui siamo stati invitati a New York perché i nostri dischi in inglese piacevano; il momento in cui ho abbandonato il mio bel posto di commesso part-time in un negozio di dischi perché Vox Pop richiedeva oramai il tempo pieno; il momento in cui ho infilato il demo dei Prozac + nello stereo della macchina e dopo la prima canzone mi sono messo a suonare il clacson dalla contentezza; il momento in cui ho aperto Rumore e ho visto che la recensione di Germi di Afterhours era dodici righe in terza colonna; il momento in cui ho dovuto dire a Micro che non potevo più permettermi di pagarle uno stipendio; il momento in cui Mau Mau hanno firmato il contratto; il momento in cui Radio DJ ha cominciato a suonare i Sottotono; il momento in cui ho dovuto vendere il demo dei La Crus per pagare le bollette del telefono.
La storia è finita quando nessuna major si è dimostrata interessata a collaborare con Vox Pop a condizioni né strangolanti, né umilianti, che consentissero dignitosa sopravvivenza e ragionevole sviluppo a me e ai gruppi: le ho girate tutte. Volevo 400 milioni all’anno per mandare avanti un’etichetta con Afterhours, Africa Unite, Mau Mau, Prozac +, Sottotono, Technogod, Voci Atroci.
La EMI mi ha riso in faccia.

Il disco di cui sei più orgoglioso, quello che a conti fatti non avresti mai voluto uscisse per Vox Pop, quello che avresti voluto far uscire tu ma ci ha pensato qualcun altro:
Sono orgoglioso degli Afterhours, degli Africa Unite, dei Mau Mau, di Mr. Puma, dei Prozac +, degli OhmegaTribe, di Kriminale, dei Sottotono, degli Strike, delle Voci Atroci. Saluto i Persiana Jones e colgo l’occasione per dire che non mi sono mai piaciuti, ma che Silvio e Beppe pur con la zucca dura che si ritrovano sono degli ottimi guaglioni. Ma soprattutto sono orgoglioso e onorato di aver lavorato con Mr. Puma, personaggio fulminante, illuminante, commovente.
Sui dischi imbarazzanti, che cali il meritato oblio. Mentre dei contemporanei non invidio niente, ma se fossi in giro adesso mi intrigherebbe lavorare con Verdena e Caparezza. E Vinicio Capossela, naturalmente.

Come venivano gestiti i rapporti con musicisti, stampa e altre etichette discografiche?
Con sincerità – schietta e un po’ violenta, stile Vinile – con giusto quel minimo di distorsione creativa della verità che aiuta a campare ma non fa male al prossimo. Questo non ha aiutato, ma quando i rapporti tengono, capisci che ne vale la pena. Particolarmente refrattari a sentirsi dire come la pensavo, ovviamente erano i giornalisti: ho anche rischiato la denuncia da una che si era un pochino inviperita. Per fortuna c’era Micro che si occupava di lisciare penne e massaggiare palloni gonfiati. I rapporti con la stampa erano difficili: ho sempre digerito male indifferenza, paternalismo, supponenza, distrazione e palese ignoranza. Pochi quelli buoni.
A parte Micro e uno che se aveva tempo e voglia si occupava della grafica, dal 1991 in avanti ho fatto tutto io da solo. Se ci ripenso non riesco ancora a capire come.
Con Flying, che ci distribuiva, ho avuto rapporti ottimi, c’erano persone eccezionali che mi hanno veramente aiutato. Con BMG è stato un disastro. L’EMI una tristezza da barzelletta.

L’idea musicale di partenza era decisamente anglofona, poi la svolta:
L’idea di passare al cantato in italiano è stata dei gruppi. Noi nel frattempo avevamo compreso che certe velleità di esportazione erano per l’appunto soltanto velleità e che se avevi qualcosa da dire in Italia, ad un pubblico italiano, tanto valeva farlo in italiano.

I tuoi anni ’90 e gli anni ’90 della tua città, Milano:
I miei anni ’90 li ho trascorsi incatenati alla Vox Pop, mentre intorno Milano si sgretolava sotto i colpi dei vari Pillitteri e Formentoni. Persone tante, amici pochi. Gli squat alternativ-chic mi davano l’orticaria. Per dirla con l’autorevole poeta meneghino Manuel Agnelli: l’alternativo è il tuo papà. Mi piace ricordare la breve stagione del Tunnel, locale disposto a rischiare ed un posto dove la musica veniva trattata con rispetto.

Hai nostalgia di quegli anni?
Assolutamente no. Vox Pop è stato il mio lavoro e la mia fidanzata, i gruppi i miei bambini. Adesso ho una moglie bella e vera e una pupa fantastica. Sono stati anni eccitanti ma terribilmente pesanti: quando fai cento milioni di debiti per pubblicare dei dischi che non sai se venderanno, può capitare ed è capitato di svegliarti la notte per il panico, e non è bello. Non so chi me l’abbia fatto fare, ma l’ho fatto. Però ora sono contento che sia tutto finito.

Col senno di poi: cosa cambieresti oggi delle decisioni prese allora?
Non darei il controllo della società parallela di edizioni musicali ad un criminale, nonché grandissima testa di cazzo. Per il resto ho fatto tutti gli sbagli più volte. Ma non ne sono pentito.

Ha un senso, secondo la tua esperienza, mettere in piedi un etichetta discografica in Italia? Tu lo ritenevi un passatempo in attesa di diventare grande o pensavi potesse trasformarsi nel lavoro della vita?
Diventare grande? Ho iniziato Vox Pop all’età di 28 anni e quindi già piuttosto cresciutello, magari non ancora per gli standard della gerontocrazia italiana (quanti ultratrentenni e quarantenni nei gruppi ancora considerati giovani?) ma comunque ancora in grado di intendere, volere e sognare. Non ho mai pensato, voluto, progettato di fare il discografico fino al momento in cui mi sono trovato a farlo. Ho fatto dischi con passione ed entusiasmo – certo non come hobby – e avrei anche continuato, ma non è stato possibile, perlomeno non nel modo in cui volevo farlo io.
Per mettere in piedi un etichetta discografica in Italia bisogna secondo me essere matti, oppure avere tanti soldi. Ma soprattutto NON considerarlo un passatempo.

Arturo Compagnoni

Non c’è niente che sia per sempre*

“Nel nostro suono si possono percepire tutti gli errori: i buchi sono lì, si sentono, la musica diventa vulnerabile e invita alla critica.childish
E noi incoraggiamo sia la critica che la vulnerabilità perché queste sono le cose per cui vale la pena fare arte.
Se ascolti gli Stones, i Kinks, i Clash o qualsiasi altro gruppo rock and roll al suo inizio quello è l’elemento che cerchiamo.
Anche ora, dopo 25 anni, quando registriamo un disco, vogliamo che chi lo ascolta pensi che sia il primo disco del gruppo.
Questo è il nostro obiettivo: avere quell’energia, altrimenti non vale la pena suonare.
Crescere significa essere capaci di accedere a quelle parti di noi che uno vuole: il bambino dentro di noi, e non il teenager.
La gente pensa che rimanere giovani significhi comportarsi come teenager irresponsabili.
Ma quando hai 30 anni non devi più fare finta di essere un teenager: devi accedere a ciò che vuoi, ciò di cui hai bisogno”.

Billy Childish

Come ci insegnano i libri di storia più o meno contemporanea, il piano quinquennale è stato uno strumento di politica economica adottato da alcuni Paesi socialisti durante il secolo scorso.
Su Wikipedia c’è anche una pagina che spiega nel dettaglio di cosa si tratta.
Meglio si trattava, stante il fatto che il concetto di socialismo è ormai da tempo un soprammobile vintage poggiato su un vecchio scaffale della memoria.
Un po’ come i cimeli dell’Unione Sovietica allineati sui banchetti di certi mercatini dell’usato: i busti di Lenin, gli orologi e le bussole stellati di rosso, le bandiere color porpora vellutate e bordate con frange giallastre.
Comunque sia il piano quinquennale, proprio quello di cui cantavano i CCCP nel loro primo album, individuava determinati obiettivi di carattere economico da raggiungere in un periodo di – ovvio – cinque anni.
Il concetto, con riguardo ai vari settori dell’economia, fu introdotto per la prima volta da Stalin alla fine degli anni ’20 e fu in seguito rielaborato e proposto da altri paesi comunisti tra cui Cina e Vietnam.

Lasciando da parte politica ed economia, faccende di cui nulla so, trovo che il concetto di piano quinquennale dovrebbe essere assunto a sistema per ogni faccenda importante che affrontiamo nel quotidiano.
Credo fermamente che sarebbe cosa buona e giusta delineare con un certo rigore i limiti temporali entro cui far vivere le cose, dandoci una regola che vada bene per tutto e per tutti, così che nessuno ci rimanga male.
Lo sapremmo da subito: ogni cosa importante deve durare al massimo cinque anni, poi basta.
Proroghe e rinnovi sono ammissibili ma vanno valutati con attenzione ed approvati caso per caso da un arbitro esterno.

CCCP

Le cose, in generale, dovrebbero andare avanti il giusto, importanti o meno che siano.
Quelle brutte perché naturalmente non abbiamo nessun desiderio di sperimentarle per un tempo superiore a quello strettamente necessario a farle finire.
Quelle belle perché basta un niente a trasformarle in altro e mandare tutto, come si suol dire, in vacca.
Ad esempio una qualunque storia d’amore non ha senso debba durare per più di un lustro.
Fosse per me lo metterei per legge che dopo cinque anni (e sono stato pure largo) qualunque coppia debba sottoporsi ad un esame accurato al cospetto di un giudice imparziale, inflessibile e munito di un manuale che elenchi la necessaria presenza di una serie di elementi oggettivi per consentire il proseguimento del cammino intrapreso cinque anni prima.
Se superi l’esame vai oltre, altrimenti ognuno a casa sua.
Basta con le storie che vanno avanti per inerzia.
Quale lavoro non viene poi a noia dopo 60 mesi?
O se vogliamo vederla dalla parte di chi vi paga per lavorare: in quale lavoro si da ancora il meglio di se dopo un lasso di tempo del genere?
L’esperienza acquisita nel quinquennio può compensare l’entusiasmo smarrito?
Ammesso che esistano lavori entusiasmanti, fosse anche solo per un giorno, una settimana, un mese.
Tra le cose importanti della vita manterrei una sola eccezione: l’amicizia.
Quella dovrebbe durare.
Quando dura aiuta sul serio a vivere meglio.

collageMa in realtà, come sempre, volevo scrivere di musica, mica di grandi sistemi.
Una volta mi capitò di affermare che il rock and roll dovrebbe essere una faccenda esclusivamente adolescenziale.
Naturalmente non è vero, non del tutto almeno.
E’ però vero che l’adolescenza, con tutto il suo carico di stupidità e ignoranza, ingenuità e innocenza, consenta di azzardare entusiasmi e di accollarsi rischi che successivamente diventano difficili da gestire e a volte impossibili da accettare.
Per non parlare della passione, che invariabilmente con il passare del tempo tende a sbiadire, sfumando dal rosso acceso alle varie tonalità dell’arancio, scivolando poi sui colori pastello prima di congelarsi in un grigio sbiadito ed uniforme.
E’ da quell’entusiasmo, da quei rischi affrontati con spavalda euforia, da quelle passioni bruciate in un attimo che in genere nascono le cose che poi meritano di essere tramandate ai posteri.
Per questo personalmente credo che un gruppo dovrebbe sciogliersi entro i primi cinque anni di vita.
Per questo ritengo che l’album d’esordio sia quasi sempre il migliore all’interno della discografia di qualunque gruppo.
L’ipotesi che nel tempo la pratica possa rendere perfetti non riveste il benché minimo interesse per il sottoscritto, più o meno quanto l’idea di esaurire la vista alla ricerca delle increspature che sottolineino le imperfezioni di un debuttante.
Sinceramente non mi è mai importato di verificare quanto tecnicamente i musicisti siano migliorati disco dopo disco.
Anche perché di tecnica non ho mai capito una sega.

Slanted and Enchanted è il mio disco dei Pavement, anche se non ha le canzoni di Crooked Rain Crooked Rain né l’estro sbilenco di Wowee Zowee.
Il primo disco dei Velvet Underground è la storia, così come lo sono il primo dei Clash o il debutto degli Stooges.
Anche se dopo sono arrivati capolavori come White Light/White Heat, London Calling e Fun House.
Mi piacciono quelle band che rompono le righe prima di rompere i coglioni, mi piacciono i concerti che non superano i 45 minuti e i film che non varcano la soglia dell’ora e mezza.
Mi piacciono gli amori che spariscono prima di camuffarsi in consuetudine e le persone che smettono di parlare un attimo prima che il mio pensiero traslochi da qualche altra parte.
Mi piacciono i long drink serviti in cilindri lunghi e sottili, che finiscono in fretta lasciando ancora ghiaccio sul fondo del bicchiere.

La cosa più bella che mi sia mai capitata di leggere circa questo argomento, tema che mi sta davvero molto a cuore, fu il manifesto che la Sarah Records pubblicò su New Musical Express e Melody Maker nell’agosto del ’95.
L’etichetta in realtà visse più di 5 anni essendone trascorsi 7 tra la data della prima uscita (il 45 giri di Pristine Christine dei Sea Urchins) e l’ultima (la compilation There and Back Again Lane).
In maniera ingenua e romantica e proprio per questo bellissima, scrivevano:adayfordestroying
Quando avevi 19 anni non hai mai desiderato creare qualcosa di puro e meraviglioso solo perché un giorno tu potessi distruggerlo?
Niente dovrebbe essere per sempre.
Le band dovrebbero incidere un solo singolo poi sciogliersi, le fanzine pubblicare un numero perfetto poi chiudere, gli amanti lasciarsi sotto la pioggia alle 5 di un mattino e non rivedersi mai più.
L’abitudine e il timore del cambiamento sono le peggiori ragioni che possano spingerti a mandare avanti qualcosa.
Il primo atto di una rivoluzione è la distruzione e la prima cosa da distruggere è il passato.
E’ una cosa spaventosa.
Come innamorarsi.
Ma ci ricorda che siamo vivi.

*Afterhours, Non è per sempre

Arturo Compagnoni