Loveless (Fiver # 22.2017)

                                            Poppies  

Innamorarsi è una faccenda importante, anzi di più: un’esigenza vitale. A volte ce ne dimentichiamo e smettiamo di provarci insabbiandoci fatalmente nelle basse maree del quotidiano, peggio ancora, sempre più spesso di quest’urgenza nemmeno ce ne rendiamo conto, la scartiamo preventivamente distratti dalla convinzione che non innamorarsi sia una situazione normale, uno status quo non emendabile.
Cominciamo a rinunciare prima ancora di iniziare a provare, o smettiamo troppo presto.

Ci pensava l’altro giorno mentre era alla ricerca delle possibili cause all’inerzia che da qualche tempo pareva essersi impadronita di un po’ tutte le cose che gli giravano attorno. Presumeva che questa indolenza,  questa pigrizia che assaliva la mente prima ancora che il corpo, avesse anche a che fare con la carenza di stimoli e con la loro conseguente ricerca, fallimentare quanto continua. Non aveva idea se questa cosa fosse comune ad altri, in realtà poteva anche essere solo una questione di età. La sua età.
Comunque era già da un pezzo che gli capitava: gli eventi si succedevano e lui non poteva fare a meno di essere presente, continuava a incontrare persone ma mancavano drammaticamente gli scarti in avanti. Procedendo in orizzontale non riusciva a sfruttare alcuna spinta verso l’alto perché i motori che dovevano fornire quel moto ascensionale funzionavano al massimo a un quarto di quel che sarebbe dovuto essere il loro regime standard: non stava più andando da nessuna parte, insomma.
Fare le cose che da sempre era stato abituato a fare, quelle che in certa misura gli davano piacere ed erano in grado di generare entusiasmi, non spostava più alcun equilibrio: farle o non farle era diventato sostanzialmente irrilevante. Con la differenza – non da poco – che il non farle era molto meno faticoso che il farle. Quindi si chiedeva sempre più spesso se ne valesse la pena. E la risposta a quella domanda era invariabilmente una e una soltanto.

Rispetto all’innamorarsi aveva da sempre una sua teoria: immaginava che la propensione ad infatuarsi di qualcosa o di qualcuno dipendesse anche dalla quantità di amore a disposizione in ogni momento.  Come se ognuno di noi avesse in dote una specie di vaso destinato a contenere le emozioni che periodicamente si colma per poi svuotarsi. Nei momenti di piena non è possibile  andare oltre con il caricamento di ulteriori quote di affetto e viceversa  quando scarico lascia un oceano di spazio per invaghimenti estemporanei  che vengono trattati alla stregua di amori della vita. Giunto al punto in cui era arrivato lui iniziava a temere che quei canali dedicati a fare entrare e uscire amore dal suo personale vaso delle emozioni non facevano passare più nulla, come se si fossero nel tempo ossidati, incrostati dalla spessa patina delle troppe abitudini sedimentatesi e intasati dal sudiciume delle delusioni patite. E questo era un problema più serio di quanto poteva apparire ad un primo superficiale esame.
Forse era il tempo per iniziare una massiccia bonifica di quei canali, forse era il tempo di rimettersi in movimento, forse era il tempo di tornare a innamorarsi, o almeno anche solo  provarci.
Partendo dalle canzoni, delle le persone avrebbe cominciato ad occuparsene più avanti.

Alvvays “In Undertow

A proposito di innamorarsi, alcuni miei amici hanno sviluppato negli ultimi anni una passione fuori dall’ordinario per questa band canadese. Suppongo che sulla seduzione da essi esercitata un ruolo lo abbia anche il sorriso biondo della cantante, Molly Rankin. In ogni caso la canzone che annuncia il loro secondo album, Antisocialites (bel titolo) in uscita il prossimo mese di settembre, promette benissimo.

Poppies “Told

Questi me li ha segnalati Cesare e li piazzo qui anche solo per il gusto di farlo incazzare scippandogli per l’ennesima volta il merito della scoperta. Arrivano da New York e la canzone qui sopra è uscita su un sette pollici cui è appena seguito un ep con dentro canzoni in cui si sente di più la voce della biondina di cui alla foto sotto al titolo di questo post. Una ragazza di quelle che a occhio è troppo facile innamorarcisi, quindi lasciamo stare.

Splashh “Waiting a Lifetime

Non mi pare di aver letto in giro reazioni a questo nuovo disco degli Splashh che a parer mio è invece decisamente buono. Ma forse sono io che non le ho viste, da qualche tempo ho ripreso a leggere libri e quello che passa in rete passa anche lontanissimo dai miei occhi.

Noise Addict “The Frail Girl

La meravigliosa Numero Group ha appena fatto uscire un doppio vinile che raccoglie tutte (credo) le canzoni che sono state al tempo pubblicate dai Noise Addict, uno di quei gruppi che quando li ritrovo mi verrebbe voglia di rispolverare la mia vecchia concezione manichea del mondo. Quella che traccia una riga e da una parte stanno coloro che senza aprire wikipedia sanno dirmi anche in una sola frase chi erano i Noise Addict, dall’altra tutti gli altri.

Sea Pinks “Watercourse

Da Belfast, giro Girls Names, sei dischi in sette anni: il caro vecchio indie rock di una volta.

Arturo Compagnoni

Fiver #03.07

Alvvays

Alvvays

Se c’è una stagione che a me e Yuki sta sulle palle è l’estate.
9 del mattino, arranchiamo lungo lo sterrato che ci divide da una sottospecie di edicola (in realtá un asse di legno con sopra pochi quotidiani all’interno di uno squallido villaggio vacanze deserto).
Ci guardiamo. Caldo, sudore. Mi implora di tornare a casa.
I percorsi della vita mi hanno portato a trascorrere le settimane estive in un non-luogo dove il massimo della proposta culturale è la sagra della melanzana.
Certo una volta era peggio, non potevo rifugiarmi su pitchfork o spotify ma è una magra consolazione.
Il tutto sovrastato dalla fastidiosissima sensazione che tutti si stiano divertendo un mondo. Risate dalla spiaggia, echi di partite a carte. Nelle orecchie i racconti di Arturo e delle sue serate all’Hana Bi.
Fanculo. Scanso l’ennesimo piatto di melanzane fritte e cerco conforto, come al solito, in una cuffia e in un libro.

Honeyblood – Fall Forever

Critica aspramente e insolitamente divisa sulle due ragazze di Glasgow (una si chiama Shona, adorabile nome da personaggio di Ken Loach). Mentre corro con Fall Forever nelle orecchie il vento mi sbatte in faccia un volantino con sopra scritto LUSH. Riesco a non cadere. Il cielo si è coperto e il mare ha improvvisamente assunto una tonalitá  grigio scuro. Mi sento giá meglio.

Alex G – Harvey

Nell’ultimo complicato periodo mi è capitato di dividere attese e sofferenze con Gennaro. 19enne toscano dai tratti quasi indios e di una innata gentilezza e serenità nonostante circostanze veramente poco piacevoli. Alex Giannascoli ha 21 anni e me lo ricorda un sacco. Una manciata di canzoni messa insieme nella sua cameretta del Temple college, North Philadelphia, che mischiano Beat Happening, Sparklehorse e tutto il meglio del rock-indipendente slacker degli ultimi venti anni.
Il tutto con grande personalitá e “gentilezza”. Scommmetto che a Gennaro, per il quale probabilmente il termine slacker è una marca di costumi da bagno, piacerebbero molto.

Menace Beach – Fortune Teller

Buone cose stanno uscendo dal giro Hookworms. Una delle loro produzioni più “normalizzate” sono questi Menace Beach. Partono fuori giri come se avessero esumato una outtake pop dei My Bloody Valentine e ci srotolano sopra una melodia appiccicosa che sentita più volte assume una direzione diversa ogni volta.

Alvvays – Archie, marry me

È un dato di fatto che di tutte le coppie di amici presenti al mio matrimonio un buon 90% si è separato nel corso degli anni. A questo punto le cose sono due: o è stato un inevitabile trend generazionale o essere al mio matrimonio portava sfiga.
Non so a chi sia rivolta questa richiesta da parte dell’adorabile Molly Rankin ma io mi sbrigherei ad accontentarla. Probabilmente se mi sposassi oggi invece di Smells like teen spirit al taglio della torta ondeggerei sulle note dream pop di Archie, marry me dall’incedere immediatamente classico.

Beverly –  Honey do

Quando ero ragazzo nei lunghi pomeriggi oziosi estivi inforcavo la bici e mi dirigevo al molo di Senigallia con Rockerilla sotto braccio ed un pezzo di pizza al rosmarino nel cestino. Non possedevo ancora un walkman e smanettavo su una radiolina alla ricerca di un pezzo dei Cure o dei Clash. Mi accontentavo anche dei Simple Minds. Oggi mi sparerei nelle orecchie  questa meraviglia da Breeders/Belly ammarate negli anni ‘010 uscita dalla penna di Drew Citron (tipino alquanto interessante) e mi sentirei, ingenuamente, un gran figo, come allora.

MASSIMILIANO BUCCHIERI