Youth (Fiver #37.2016)

Miei cari VECCHI amici, ma che cosa è successo? Non può essere aver comprato una macchina a rate, una casa col mutuo a trentacinque anni. Non avere una compagna, una moglie, una figlia.
Non è un lavoro che non piace, che doveva essere “per un po’” mentre si aspettava Godot, il sogno che doveva materializzarsi quasi da solo, tra una lezione all’università e una canna e sono passati vent’anni.
Cosa vi è successo? Non sono le basette grigie, più soldi messi in banca che sul bancone di un bar.
Vi vedo.
Non camminate mai col naso all’insù, non andate mai a bere in un posto che non conoscete. Non entrate in un locale solo per vedere cosa c’è, chi ci suona. Non vi fermate a guardare una vetrina con vestiti di cui non v’importa più, non fate le file per una mostra, non prendete un aereo per stare una sera in una città che non avete mai visto, solo per sentire suonare uno che ha la metà dei vostri anni.
Mattinate a stare seduti in ufficio a guardare su Facebook le foto delle colleghe divorziate chiedendovi dov’è finita la voglia di andare a ballare, di bersi due pinte in più alle sei del pomeriggio, solo per sentire quella leggerezza inutile e immotivata. Di entrare in un negozio con le mani che non vedono l’ora di sfilare dalla confezione quel vinile appena uscito che non ci potrà essere modo migliore di spendere la prossima ora.
Dov’è che vi siete incastrati? In quale pensiero triste?


Non è fare i giovani, non è sentirsi giovani. Non mi sentivo giovane a vent’anni, figuriamoci adesso che ne ho il doppio.
Non è fuggire dal proprio tempo, dal momento, dal “quello che è stato è stato e ormai”, non è la paura di non essere più il centro del mondo, di una scena.
Lei ha venticinque anni. Parla con la foga di chi ha venticinque anni. Consapevole, decisa, sfrontata come chi ha venticinque anni.
Lei ha un sacco di cose da dire. Ha studiato tanto, viaggiato tanto, amato tanto, vissuto tanto che potrebbe essere più vecchia di me e invece ha quindici anni di meno.
Voi stareste a guardarla perché è bella. Perché è fresca e la freschezza piace anche a chi si è rinsecchito.
I sorrisi che non riempiono di rughe il viso hanno il trasporto di quello non è più.
E voi stareste a guardarla. Solo guardarla.
Non sentireste quell’energia, quella forza di chi si sbatte, di chi corre da sempre, forse perché sa da quando è nata che il bel mondo, quello dei due soldi ma un po’ per tutti, del se finisci le scuole uno straccio di lavoro lo trovi e se poi fai l’università basta aspettare il tuo turno che il culo prima o dopo lo appoggi su una sedia comoda e tranquilla, non c’è mai stato.
Quel mondo che a noi era stato promesso e poi negato, per lei non è nemmeno mai esistito. E allora da sempre va e va e va e corre che non ce n’è se non corri e vivi e ti sporchi e piangi e sudi e ridi fino ad avere il mal di pancia.
Ma voi, imbambolati, stareste solo a guardarla perché quella forza, quella rabbia, quell’energia non riuscirebbe più a passare camicie che sono diventate impermeabili a tutto, che fanno scorrere come pioggia qualunque cosa che anche se vi passa vicino non riuscite ad afferrare più.


Non è la paura di non essere più il centro di un mondo, di una scena.
Ma l’esserne pienamente consapevole.
E allora?
Io cammino col naso all’insù perché sono curioso: voglio vedere chi si affaccia a quella finestra così in alto, immaginare cosa vedrà da lassù, quale disco starà mettendo sul piatto mentre fuma affacciato al balcone, respirando i raggi di sole che lì sotto, nei piani ammezzati d’occasione ma con una stanza in più, lì non arrivano mai.
È sentire il battito, la fame, la voglia così forte che ti contagia, che passa tutta perché la mia maglietta si bagna e non scherma un cuore che vuole ancora sentire quelle vibrazioni che lo fanno tremare come dieci, come venti, come trent’anni fa.
È che io lei non la guardo e basta, mi lascio trascinare da quella foga, quell’energia che ricarica un po’ anche me, che mi fa venir voglia di correre ancora che si può correre senza smettere mai.
È sentire improvvisa la voglia di sorridere per uno scoiattolo che ti attraversa la strada in un parco mentre il sole disegna favole di luce sul fiume e hai voglia di ridere perché tutto, con quella luce, per un momento non può che essere meraviglioso.


E allora basta, vi prego. Basta con questa pippa che “tanto si è già sentito, già visto”. Basta.
Va bene, se mi chiedi quando mi sono emozionato di più in un negozio di dischi è stato il pomeriggio in cui col mio amico Zollo, due nerd quasi metallari in un paesino a scartabellare i cd che i vinili non si stampavano praticamente più, ho fatto partire a tutto volume Dirt, Alice in Chains.
Ed era l’inizio dei novanta.
Che il pezzo che mi ha fatto tremare di più è stato Wake Up, Mad Season. Che ho capito cosa vuol dire suonare una chitarra col sangue ascoltando In Utero, Nirvana con i postumi di un acido in una corriera che andava a Barcellona. Che il film più bello di sempre è Trainspotting e se la gioca solo con Pulp Fiction. Che era stupendo leggere Welsh, il Philip Roth di American Pastoral, il miglior Auster e potremmo continuare così all’infinito. Che c’erano Winona Ryder e Johnny Depp per innamorarsi e le camicie a scacchi e lei col collarino, il vestito nero sopra il ginocchio e i Dr. Martens.
Sì, l’amore è Edward Scissorhands, la musica è Seattle.
Le lacrime i Mazzy Star.
E l’unico uomo per cui potevo perdere la testa era Brian Molko perchè avevo diciott’anni e ancora qualche dubbio e di David Bowie ero già innamorato ma così etereo e distante che non aveva nemmeno un corpo. Lo aveva Ewan McGregor in Velvet Goldmine e se uscivo col boa blu elettrico e le unghie con lo smalto nero era solo perchè speravo di incontrarlo e sedurlo.
Ed era la fine dei novanta.
Ancora adesso se sto male mi guardo i Die Hard col miglior Bruce di sempre.
Sono figlio dei novanta, amo i novanta.
Ma avete rotto il cazzo con sta malinconia da novanta.


E vi perdete Damon Albarn che le cose migliori le scrive oggi, altro che nel novantasei, Sufjan Stevens, Bon Iver, Ty Seagall, i Fidlar, Angel Olsen, Anika e una quantità indefinibile di concerti strepitosi a cui non andrete mai.
Le serie tv su Netflix che noi nei novanta ce le sognavamo.
Sì, lo so che abbiamo avuto Twin Peaks. Poi ci gasavamo con Beverly Hills 90210 e Friends.
Adesso hanno un True Detective e un Black Mirror all’anno.
Gli anni novanta sono stati una bomba, sì. Ma per noi erano tutto solo perché ci abbiamo compiuto i 14, i 17 i 19 anni e avevamo quella foga. Quella della ragazza che voi guardereste e basta perché non volete più sentire. Sentire così forte.
Il mondo non era più bello o più brutto.
Se allora non avessi avuto paura del mondo, dei corpi, degli sguardi avrei viaggiato molto di più, conosciuto molto di più e forse sarei stato più felice.
Ma tutto quello che non ho fatto, non l’ho fatto io. Non me l’ha negato nessuno.
Il mondo ti fa quello che tu gli lasci fare. Me lo ha detto tempo fa una ragazza che in poco tempo mi ha cambiato la vita. Mi ha insegnato a non avere paura.
E allora, come si cantava nei novanta, wake up (not anymore) young man, it’s time tu wake up: gli anni novanta non torneranno.
Nemmeno i nostri vent’anni (e per fortuna, vi confesso io).
Ma nemmeno tutto quello che vi state perdendo.
Non rimanete su quel viso senza rughe, lasciatevi prendere dalla forza delle cose che dice lei, che ha quindici anni meno di voi. Lasciatevi ricaricare le batterie che di strada ce n’è ancora da fare. Ancora un sacco di posti da vedere, musica da sentire, occhi da incontrare.
Tiratelo su quel naso, che il cielo ha sempre da raccontare qualcosa che non sapevi.

Fabio Rodda

Are you giving me your heart??

AngelOlsen_byZiaAnger2

Ci sono arrivato per caso, in una di quelle serate passate di fronte allo schermo di un pc, cercando di schivare gli ultras da tastiera che infestano il web. Non so se avete presente, uno di quei momenti dove vi sembra che tutto il mondo (o magari solamente i vostri amici virtuali) abbia opinioni circostanziate, brillanti, definitive su qualsiasi fatto di cronaca.
Oscar a Sorrentino? Segue una valanga di insulti, precisazioni, battutine, freddure. In mezzo pure qualcosa di brillante, a dire il vero, che viene però affogato nella moltitudine di parole inutili.
Il giorno dopo è comunque tutto archiviato.
E si riparte, di nuovo.
Luci della centrale elettrica?
E via andare, un diluvio di cazzate scritte come tanti editorialisti del New York Times de noantri.
La sensazione è di inedeguatezza, di non appartenenza. Nulla di snobistico, intendiamoci. Anzi, al contrario. La scelta di rimanere fuori dall’arena, ai margini. Un’altra volta.

Are you lonely too?
Are you lonely too?
HIGH FIVE

Poi, come spesso accade, ti salva la giornata una canzone. Che sembra volerti tirar fuori da quel vortice. Sei da solo anche tu? Dammi un cinque! Così sono io.
E’ una voce fragile, la canzone è però accativante, direi pop. Il ritornello è irresistibile, neanche fosse una cover di Nancy Sinatra, con quell’andamento quasi country.
Hi-Five di Angel Olsen è sostanzialmente una di quelle canzoni che emerge, cattura, ti fa comprendere immediatamente che vale la pena investirci del tempo.jag244cvr

Angel Olsen parlando del disco che contiene la canzone in questione (il brillante Burn Your Fire For No Witness (Jagjaguwar Records) racconta che è nato proprio come assunzione di responsabilità. Talvolta è necessario distaccarsi anche dai propri amici, familiari, conoscenti per dare semplicemente ascolto alla propria anima. Angel Olsen ha coniugato in canzoni questa necessità personale. Ha per la prima volta registrato in uno studio professionale (è il terzo album), per la prima volta le priorità sono state semplicemente le canzoni. Si capisce quando un brano nasce da una forte spinta, come dire, di fermento emotivo.
Quando in quei pochi minuti si ritrova la vita di una persona.
Angel Olsen ha fatto un disco così: capace di raccontarsi con forza. Ho pensato al debutto di PJ Harvey, in qualche occasione. Non tanto come suoni ma per quel mettersi a nudo in maniera così definitiva.

Burn Your Fire For No Witness ha un altro grande merito: è un disco non di genere. Perchè ai brani più accattivanti, la già citata Hi-Five o l’altro singolo Forgiven/Forgotten, fanno da contraltare le composizioni più minimali, solo voce e chitarra. Il tono è quasi spettrale, lontano anni luce dal pop radiofonico degli episodi precedenti. Ma questi sono alla fin fine proprio i momenti che rischiano di rimanere più a lungo archiviati in memoria.

Angel Olsen é giunta ad un bivio, sembra lasciarsi definitivamente alle spalle il passato nei club piú scassati del circuito folk di Chicago (qualcuno la ricorderá anche sul palco con Will Oldham in un tour italiano) per ritrovare la propria frangetta catapultata tra le pagine della poca stampa musicale che ancora ha un ruolo.

Angel Olsen ci fa sentire semplicemente meno soli: sono canzoni che mettono in luce la consapevolezza della scelta di rimanere ai margini, in un ruolo che non vuole essere consolatorio ma dettato da una semplice scelta di parte. Senza nessuna polemica, senza doversi giustificare con nessuno. Alla ricerca di un posto dove poter venire a patti con se stessi.

Cesare Lorenzi

fiver #01.2014

Per quanto riguarda noi di Sniffin’ Glucose la musica non è mai un sottofondo.
E’ una colonna sonora costante delle nostre giornate.
Ne scandisce ogni singolo momento, condiziona l’umore, risucchia quantità di tempo e denaro impressionanti.
Potremmo affermare senza timore di smentita che la musica definisce le nostre vite così come sono, per quello che sono.
Ne’ più ne’ meno.
Così ogni 30 giorni scrivere a turno di 5 canzoni che in qualche modo hanno per noi rivestito una particolare per quanto soggettiva importanza nel mese precedente ci pare un modo per fare il punto non solo sui nostri ascolti ma sulle nostre vite in generale.
Su quello che ci è successo e su come è successo.
Sniffin’ Glucose
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Gennaio è lungo, Gennaio è finito.
Tiro fuori dalla tasca un foglietto appallottolato e gli do un ultima occhiata prima di buttarlo.
Sopra ci sono 5 nomi.

  • Perfect Pussy “Driver”

Mi hanno attirato da quando hanno intitolato la loro debut tape “I’ve lost all desires for feeling” (con un titolo del genere dovrei quantomeno chiedergli i diritti).
Meredith Graves ha uno sguardo acuto e dice cose tipo “Another good thing about our name is that it heads off assholes right out of the gate. Nobody can look at me and say shit about my appearance or my body, which is all too common for women in music. It’s like, “Are you going to call me a cunt? Are you going to tell me I’m ugly? Well, here’s my band name—do your worst, motherfucker.”
Scommetto che quacuno prima o poi gli avrá detto “lavati la bocca signorina prima di parlare”.
Meredith se ne fotte.
Alla grande.
Urla ancora piu forte.
E ci piace ancora di più.
Si chiamano Perfect Pussy (esatto) e “Driver” suona come un treno deragliato che si schianta sulla nostra indifferenza.

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  • Moose Blood “Moving Home”

Da canterbury, emo prima che diventasse una parolaccia.
“Forget about what I said, I was drunk when I said it
I got the note you wrote, I cried when I read it
I don’t wanna speak, just let me watch TV”
con un osservatorio privilegiato sulle nostre sale da pranzo, evidentemente…

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  • No Joy “Last Boss”
Shoegaze a casa mia è un complimento e sullo stesso muro su cui ho inciso col fuoco le parole Ride, Pale Saints, Lush ho attaccato un post it con scritto No Joy from Montreal.
Non è ancora caduto.
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  • Angel Olsen “Forgiven, Forgotten”
Emaciata folk singer fino a 5 minuti fa.
Prende Breeders Belly PJ Harvey Hole e le mette in un frullatore.
Che palle, roba gia sentita.
Cos’è il 1992?
Però, ti prego, mettila su un altra volta.
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  • Stephen Malkmus & The Jicks – Covo Bologna 24/1/2014
Stick Figures in Love/Summer Babe
Arrivi infreddolito e stanco con in tasca la lista della spesa alla conad della mattina seguente.
Dopo 30 minuti urli e canti abbracciato ai tuoi migliori amici come a degli sconosciuti.
Alla fine Malkmus fende la folla e alla tua timida pacca sulla spalla risponde con un ghigno ed un “thanks for coming.”
E a un tratto tutto acquista un senso.

Massimiliano Bucchieri