Blue Monday (Fiver #10.2018)

Ci sono giorni in cui hai talmente tanto dentro che il mondo là fuori sembra inaffrontabile, che il cielo grigio è lo specchio perfetto di quel che hai dentro, che la pioggia non dà nemmeno fastidio per quanto sorda e cieca tu riesca a diventare al mondo.
Giorni in cui vorresti sederti in un angolo, aspettare che finisca l’inverno, che finisca l’intero anno o l’intero decennio pur di non dover ancora e ancora sopportare e ancora e ancora combattere. Ci sono giorni in cui ti alzi e ti stampi in faccia un sorriso che se lo guardassero gli occhi di un bambino piangerebbe inconsolabilmente dalla paura.
Ci sono giorni in cui non sei tu: è il mondo, è la vita, è il karma o forse solo un flusso di eventi nel quale ti sei accidentalmente ritrovato, ma che non ha niente a che vedere con te, con quello che sei, con quello che immaginavi saresti stato o avresti mai voluto.
E allora respiri, prendi fiato, riempi i polmoni più di coraggio che di aria e stai attento a non farti fottere dalla speranza che domani vada meglio, che quella puttana è fin troppo brava a togliere e mai a dare se finisci per farci troppo affidamento.

New Order- Blue Monday

Affronti le giornate come fossero macigni, guardi gli altri esseri umani come fossero lampadine spente mentre tutto ciò di cui avresti bisogno è un po’ di luce, un po’ di calore.
E nessuno che si accorga mai che siamo tutti meno forti di quello che sembriamo: siamo fragili, fugaci ed effimeri, combattiamo battaglie quotidiane per le quali nessuno ci ha mai preparato, nessuno ci ha mai armato, con le sole nostre forze che poi sprechiamo più a lamentarci per quanto siano difficili quelle battaglie che a combatterle davvero.

Arcade Fire – My body is a cage

La condivisione della gioia, del bello, del positivo, porta presenza e calore. La condivisione del tormento, del disagio, dell’inadeguatezza percepita e subita, porta buio e disincanto. Nessuno vuole il tuo buio, nessuno vuole il tuo disincanto. Nessuno vuole ascoltare le tue lamentele, i tuoi piagnistei, non importa quanto tu ne abbia diritto, non importa cosa tu stia vivendo: ognuno ha la propria croce, e la propria croce è sempre più grande e più pesante di quella dell’altro (quella, invece, la gestiremmo tutti con l’audace maestria di chi i problemi sa solo giudicarli, mai capirli davvero).
I tuoi drammi, le tue angosce, i tuoi lamenti, sono solo tuoi e puoi solo pregare che non lo siano per sempre, ma imparare ad accettarli è tutto quel che ti è concesso fare.

Baustelle – Andarsene così

E allora devi ridere, devi ridere su tutto e di tutto: su quello spazzolino in più che un tempo ti dava gioia vedere nel tuo bagno al mattino, nella casa in cui vivi da sola, e che adesso usi per togliere lo sporco dalle fessure più piccole, anguste e impossibili da raggiungere.
Devi ridere sul sentirti dire che forse è il momento di farsi tante domande, di mettere in dubbio le tue capacità, di chiedersi se sei adatta al mondo che hai scelto. Perché ovviamente se inizi a chiederti come mai le cose vanno in un certo modo miracolosamente le risposte arriveranno, tutto cambierà, arriverà la primavera e fioriranno i ciliegi.
Devi ridere delle assenze, delle mancanze, delle incomprensioni. Del fatto che quando tutto quello di cui avresti bisogno è un abbraccio, arriva l’ennesima strigliata perché non è con il broncio che si affronta la vita.
Devi ridere del capo che ti tratta come “il pakistano che porta i panini a pranzo”, della collega che ti tratta come se non avrai mai alcun valore al mondo.
Devi ridere perché questo è un mondo che non accetta la tristezza, è un mondo che non accetta la resa, è un mondo che non da pausa, nemmeno per un momento.
Devi ridere perché il tuo ragazzo non vorrà mai una persona che si lamenti e autocommiseri, vorrà proattività, forza, volontà, coraggio e determinazione.
Devi ridere perché tua madre non pensi che alla soglia dei trent’anni senti e patisci che della vita non hai capito un cazzo, che ti sei arenata su uno scoglio e ti fa paura persino provare a mettere un piede nell’acqua. Devi ridere nonostante tu sia in mare aperto e nessuno ti abbia mai insegnato a nuotare.
Devi ridere per non essere un peso, per non essere un problema. Devi ridere per accettare che le maschere servono a non mostrare i volti che nessuno vuole vedere, dei quali a nessuno importa.

Cigarettes after sex – Apocalypse

E poi devi fermarti, respirare ancora, e stavolta portar dentro solo silenzio. E con quel silenzio devi fare solo ciò che può davvero far bene a te, che può darti pace, che può darti vita: e allora piangi, o corri, o leggi, o rivedi per la milionesima volta i film con cui sei cresciuta da bambina che ti riportino tanti di quei bellissimi ricordi che forse, pensi, persino nella realtà i Patronus esistono davvero.
Ti rialzi, ti rimbocchi le maniche, conti su l’unica persona sulla quale puoi contare nonostante le mille intorno che sai essere tu, tu e nessun altro. Ci riprovi ancora e ancora ad affrontare una vita che è tutta una beffarda presa in giro, ingiusta e malefica come nemmeno la peggiore trama fiabesca avrebbe saputo dipingerla.
E poi, alla fine, quando avrai abbastanza forza da affrontare ancora e ancora tutto questo, dovrai fare una scelta.
Puoi spiegare che non c’è niente di sbagliato nel soffrire, non c’è demonizzazione nella tristezza, non c’è colpa, non c’è vergogna, puoi tentare di raccontare il tuo mondo, quello che provi, quello che vivi. O puoi tacere, tacere per far un favore a te stessa e a nessun altro che tanto non sarebbe in grado di capire, non sarebbe in grado di cambiare o, peggio, non ne avrebbe nessuna voglia, nessuna intenzione, nessun reale motivo.

Godspeed you! Black emperor – We drift like worried fire

Roberta Gallo*

*La musica non dovrebbe mai essere solo un sottofondo quando la si ascolta, dovrebbe dar voce a tutto quello che non riusciamo a esprimere, a ciò che teniamo dentro bloccato nella speranza si tramuti in altro. Io faccio questo, scrivo non di musica ma grazie alla musica, grazie a tutto il bello che ogni pezzo che amo riesce a trasmettermi.
Laureata in lettere, amante del latino, finita nel web marketing perché la vita a volte fa scherzi davvero strani. Scrivo sempre per qualcuno o per qualcosa, soprattutto quando penso che non dovrei farlo.

Blue Monday (Fiver #24.2015)

neworder
New Order – Blue Monday
Tell me how do I feel
Tell me now how do I feel

Il lunedì è sempre stato un giorno strano. Per tanti è un giorno fa-ticoso, si rientra nel tram tram delle cose dopo il weekend. C’è un po’ di stanchezza nel pensare che hai davanti un’altra settimana di un lavoro che, quasi sempre, non vuoi ma devi. Che prima di un’uscita come si deve passeranno giorni, a meno che tu non abbia vent’anni e poco altro da fare. E tutti a lamentarsi che è lunedì.
Per me è sempre stato un giorno che dà sicurezza: torni proprio al tuo tram tram, alle tue cose, alle consuetudini che, alla fine, ti sei cercata tu. Per me la domenica è sempre stata il giorno difficile, quello che non ci si arriva in fondo. La domenica piena di malin-conie, di ansia o di nervoso. Il giorno dello scarico. Delle tensioni accumulate che fanno saltare i nervi se hai qualcuno che può farti da sacco da box. O della tristezza, se non ce l’hai.
La domenica è sempre stata un giorno da cercar di digerire. Ma il lunedì, non so, l’ho sempre trovato rassicurante. più facile.
Oggi è diverso. Sarà che questo novembre sembra voler scaricare tutta l’acqua del cielo sul mio terrazzo, che il mix del pezzo è arrivato e lo ascolto da due ora ma non capisco se mi piace o no, non capisco se ne sono felice.

Arcade Fire – My Body Is A Cage
My body is a cage
That keeps me from dancing with the one I love

Finito. Il primo pezzo del primo disco: il mio sogno che diventa realtà. E non riesco a ridere a crepapelle o piangere o gridare. Lo ascolto e non capisco, non capisco la mia voce, la mia chitarra, le mie parole. Non capisco, come se ci fosse una distanza fra me e me, come se non fossi del tutto io che vengo fuori dalle casse, così pulita e senza fruscio che sembra non essere me. Forse, solo, non ci sono abituata.
Sarà che Isabella guarda la finestra da stamattina e poi viene a miagolare e strusciarsi in cerca di coccole che non ho la forza di farle. Sarà che non riesco a smettere di pensare che vorrei chiamar-ti e farti sentire il pezzo e chiederti: «che ne dici, amore?».

Black Heart Procession – The Letter
And I know it’s not easy
Things can be so wrong
As we are lost in the waves

Per la prima volta oggi penso che il lunedì sia veramente uno schi-fo, che la domenica è difficile se sei sola, ma se lo sei hai un’amica sola come te e puoi passarla in tuta sul divano a guardare film stu-pidi e sparlare delle altre a casa ad annoiarsi coi morosi, mariti, figli. O puoi sbronzarti con lei di vino bianco e ridere fino a che ti scoppia la testa. Se non sei sola è da passare sotto le lenzuola con chi ami. E se ne vola via comunque.
Di lunedì se sei sola, ti senti sola. E le amiche sono a lavorare, co-me sarò io fra qualche ora, solito pomeriggio in libreria a vendere roba illeggibile a gente che non sa leggere. L’ultimo best seller sul cibo o sul sesso, o tutte e due le cose assieme, tanto si scrive solo di scopate e mangiate: nei tempi bui i bisogni primari si ammantano di bellezza. Solite cinque ore a rimettere a posto volumi che mai vorrei in casa mia, a stupirmi per i buchi tra i classici che neanche vengono riordinati, a dispiacermi per i capolavori che leggo e rimangono qualche settimana in scaffale per poi sparire nel nulla dei libri dimenticati.
Magari sono fortunata e oggi pomeriggio mi chiederanno Agota Kristof, Martin Amis, Bret Ellis e non E. L. James, Tondelli e non Baricco. Magari riesco a non annoiarmi per qualche minuto.
Il pezzo sfuma per quella che credo sia la decima volta. Isabella sbadiglia. Ti sei stufata anche tu di sentire sta lagna, vero? Metto su un caffè, che è meglio. Magari mi sbaglio e mi passa un po’ di questa pesantezza. Magari non metto sul piatto ancora Ofeliador-me

Ofeliadorme – The King Is Dead
The King is dead and I’m not the queen
The kingdom’s ruined and I’m not the queen .
Forgive me

e ascoltiamo un po’ di Crocodiles: un po’ di sole della California per far smettere di piovere.

Crocodiles – Mirrors
Something in the way you crucify me,
it makes me smile

Attacca “I Wanna Kill” e catturo Isabella che già aveva capito il momento e stava per saltare fuori dal balcone: meglio la pioggia che ballare con me. E invece la stringo e saltelliamo assieme sulla chitarra di Charles e lei mi guarda con odio e poi scappa e a me per un attimo viene da ridere: ti ricordi quando la prendevi e poi ballavamo i lenti tutti e tre assieme? Quanto abbiamo riso per le sue facce da gatta torturata? Quanto abbiamo riso assieme, noi?
Mi fermo. Isabella miagola, questa volta vuole la pappa. Uno scroscio più forte di traverso bagna i vetri della finestra. Le luci, fuori, trasformano il vetro in un quadro.
Ti odio perché siamo stati troppo felici.
Tiro la linguetta della scatoletta che non vuole aprirsi. Cazzo, neanche una scatoletta riesci ad aprire? Tiro più forte e il dito scivola e un secondo dopo sto sanguinando sui bocconcini di salmo-ne, Isabella miagola e io non riesco a non piangere. Piango perché il dito fa male, perché piove e sono stanca, perché è un fottuto lunedì e il disco è bellissimo ma io non riesco ad essere felice perché tu non lo ascolti con me e lo so che non poteva e lo so che non si riusciva e lo so che. Lo so, ma non me ne faccio un cazzo di saperlo e questo è un maledetto lunedì che odio.
D’ora in poi, come tutti, dirò che il lunedì è un giorno di merda e sarà colpa tua. E di questa scatoletta. Ti odio. Piove ancora. Avrei voluto. Il dito quasi non fa più male. Isa fa le fusa mentre mangia.

FABIO RODDA

Questo “Blue Monday” è il riadattamento per Sniffin’Glucose di un pezzo scritto e pubblicato il 23 giugno scorso sulla mia pagina fb.
https://www.facebook.com/pages/Fabio-Rodda/512576248828913?fref=ts
Fa parte di un progetto nato lo scorso autunno da una foto che ha dato vita a due personaggi, Adam ed Eve, nomi ispirati agli eterni amanti di Only Lovers Left Alive.
Sono spezzoni notturni; fotografie, appunto, di un racconto. Il racconto di una frattura, di un amore spezzato. Enorme. Forse morto, ancora non lo so.
Sono tutti scritti di getto e pubblicati senza nessuna revisione, sempre legati al link di una canzone che li ha ispirati e seguiti dalla scritta TOBECONTINUED. Potete trovarli tutti sulla mia pagina.
Se diventeranno parte di un racconto vero e proprio non lo so, per ora ho sol-tanto deciso di continuare così: a buttar fuori quello che mi gira nella pancia senza aspettare che il mattino porti consiglio.

Play your f*****g list!! (Fiver #03.12)

Sleater Kinney

Sleater Kinney


Non so se si cadrà nella consuetudine delle classifiche di fine anno anche da queste parti, alla fine. Ne avevamo discusso tra noi e la conclusione è stata unanime: meglio lasciar perdere, in quanto è diventata una pratica imbarazzante ed abusata (poi, magari non resistermo, meglio mettere le mani avanti). In questo periodo dell’anno siamo letteralmente invasi di classifiche di ogni tipo. Utilizzate ormai come veri e propri strumenti di marketing, vedi Rough Trade (99 sterline, offerta speciale, ti accatti la top 10) oppure tutta la stampa di profilo internazionale a caccia di click o qualche lettore in più del normale.
Il periodo in effetti si presta ai consuntivi, in quanto è una delle poche stagioni dove le nuove uscite si diradano e scorrere alcune di quelle liste consente magari qualche recupero dell’ultima ora. Ragionare un attimo su quello che è capitato negli ultimi 12 mesi a bocce ferme mi ha consentito però di ribadire una sensazione che ho avuto per tutta la stagione: il 2014 è stato un eccellente anno musicale, di grandi dischi, pubblicati in particolare da gruppi nuovi (diciamo bands che non esistevano prima del 2010).
Mi vengono in mente Parquet Courts, Ought, Nothing, Viet Cong, Proper Ornaments, Sleaford Mods, Happyness, Protomartyr, Total Control, Eagulls, Angel Olsen. Ne sto sicuramente dimenticando qualcuno e mi sono limitato solamente a scorrere velocemente i nomi che abbiamo pubblicato noi di Sniffin’Glucose in Fiver nel corso dell’anno, tra i nostri favoriti.
Quello che voglio dire è: abbiamo davvero bisogno del ritorno dei Ride? O degli Slowdive? O dei Jesus and Mary Chain? Quando abbiamo così tanta musica di qualità “nuova” di zecca. Niente contro questi gruppi, ben inteso. Alcuni sono tra i miei favoriti di sempre ma davvero: ne abbiamo bisogno? Penso di no, sinceramente. E mi sorprende l’entusiasmo con cui vengono accolti questi ritorni in particolare dai più giovani. Mi risulta sinceramente incomprensibile.
Sarebbe ora di liberarsi per sempre di questa fottuta retromania, di gente che da vent’anni non è capace di scrivere uno straccio di canzone e nonostante tutto continua a monopolizzare l’attenzione della scena.
Come abbiamo già detto in altre occasioni: si tratta di vivere il momento e non di rincorrerlo.
Se il fanatismo da retromania fosse impazzato già in passato mi sarei perso con tutta probabilitá  i Mudhoney davanti a 40 persone, i Nirvana pre Nevermind, i Pixies del primo album in un clubbino di periferia neppure esaurito,  i Primal Scream che facevano il verso agli MC5. Magari avrei dato la precedenza a qualche artista bollito, capace solamente di riproporre stancamente le solite vecchie canzoni. Si tratta il più delle volte di una rappresentazione di quello che è stato a discapito dell’energia del momento, dei vent’anni che non potranno comunque più tornare. Meglio, molto meglio, quelli che si mettono in gioco nonostante tutto: che non hanno paura di mettere in mostra qualche ruga di troppo ma che sono ancora capaci di scrivere una canzone come si deve. Thurston Moore e Bob Mould sono i primi che mi vengono in mente, ma non sono i soli.
Non è una questione di carta d’identità quindi, ma di spirito e attitudine, al solito.
Crogiolarsi nella propria leggenda, per la gioia di fan attempati e qualche ragazzino che non poteva esserci per forza di cose all’epoca originaria sembra essere il nuovo filone dell’industria discografica che si occupa di spettacoli dal vivo. Coachella (probabilmente il più importante festival al mondo) è nato ed ha avuto fortuna proprio in questa maniera: ogni anno mette in cartellone una reunion, non importa se supportata da una qualsivoglia vena artistica ritrovata. L’offerta che avrebbero fatto a Morrissey e compagni per un esclusivo ritorno degli Smiths è una roba che sta a metà strada tra la leggenda e la letteratura, arrivando addirittura a mettere sul piatto la trasformazione del festival in un evento vegano al 100%.
Quello che non si fa per il vile denaro, del resto.
Mi viene in mente una delle ultime canzoni pubblicate dalle Sleater Kinney prima del loro recentissimo ritorno:
You come around looking 1984
You’re such a bore, 1984
Nostalgia, you’re using it like a whore
It’s better than before
You come around sounding 1972
You did something new with 1972
Where is the fuck you?
Wheres the black and blue? (Sleater Kinney – Entertain)
A proposito di Sleater Kinney….
 

SLEATER KINNEY – SURFACE ENVY

Uscirà a gennaio il nuovo album del gruppo di Olympia, esattamente a 10 anni di distanza dall’ultima pubblicazione. Sembrava che non fossero mai andate via, a dire il vero. Le discografie post Sleater Kinney di Corin Tucker e Carrie Brownstein (Corin Tucker Band e Wild Flag) hanno sempre mitigato la ferita e dieci anni sono volati in un lampo. Sono stati sufficenti questi pochi accordi per riportarci però con i piedi per terra e farci capire che ne abbiamo ancora bisogno, come e ancor più di prima. Questa è una canzone che ce le riporta in pista in una forma strepitosa. Pezzo con un gran tiro, che non molla la presa, con un riff e un ritornello che entrano in testa e non si fanno dimenticare. Non è sufficente dire: un grande ritorno. No, non basta. Questa è una di quelle faccende che ti fanno ringraziare il fato e non so cos’altro. Una di quelle cose che ti rendono l’esistenza migliore, insomma.
 

CHROMATICS – CLOSER TO GREY

Semplicemente irresistibili, da sempre. E ancora oggi, con questa nuova canzone che preannuncia un nuovo attesissimo disco. Due minuti giusti giusti di ritmi sintetici che rimandano alla new wave marcata di nero a cui fa da contraltare una melodia che sembra uscire dal catalogo produttivo del migliore Phil Spector. Canzone meravigliosa. Aspettative altissime per l’album, a questo punto.
 

AMEN DUNES – SONG TO THE SIREN

Questa è sostanzialmente la cover di una cover. Sì, perchè la versione che ne fecero This Mortal Coil trasformò per sempre un brano (di Tim Buckley) irremidiabilmente in una cosa completamente differente dall’originale. Una canzone splendida che diventò una sorta di invocazione mistica, quasi una preghiera pagana dall’impatto emozionale devastante. Forse, la migliore cover di tutti i tempi.
Amen Dunes fanno riferimento proprio alla versione di This Mortal Coil in questo caso e pur non aggiungendo nulla di nuovo (cosa pressochè impossibile, del resto) si limitano (si fa per dire) ad aggiornare la canzone al loro impianto sonoro fatto di chitarre appena accenate e di una voce che (inevitabilmente, visto il pezzo) si avventura alla ricerca di pathos, di forza e intensità.
 

WILL BUTLER – TAKE MY SIDE

Ho ascoltato questo pezzo la prima volta non sapendo di chi fosse. Ho pensato: figo, sembrano i Violent Femmes! E poi, ancora, i Dream Syndicate. Una canzone semplice semplice che fa il suo sporco lavoro, insomma, efficace e cattiva al punto giusto. Una volta che si scopre che è il brano che prennuncia il disco solista di quel Will Butler che capeggia le megastar Arcade Fire si potrebbe anche chiedersi perchè. Ma il rock’n roll è roba che offre risposte più che porre domande. Non resta che cliccare play un’altra volta.
 

DEAN BLUNT – LUSH

Questo è il classico album che spiazza manco fosse Messi all’interno dell’area di rigore. Catalogato come artista provocatore, irriverente e sperimentatore Dean Blunt, inglese della periferia di Londra, se ne esce con una collezione di brevi canzoncine irresistibili che si alternano a lunghe suite strumentali. Un deciso passo avanti nei territori dell’accessibilità a forza di samples dei Big Star e dei Pastels che si adagiano su una struttura di ritmi ed atmosfere degne del Gil-Scott Heron più minimale.
Lush è il pezzo che apre l’intero album (Black Metal) e con il suo arrangiamento orchestrale e i suoi 100 secondi di durata ti fa immediatamente comprendere che questa è una faccenda che merita assolutamente il nostro tempo.
 

CESARE LORENZI

FIVER#01.07

Caribou

Caribou

Ci sono canzoni che hanno bisogno di spazio, ci sono suoni che crescono piano piano, ci sono momenti che sono improvvisamente giusti per qualcosa che fino al giorno prima non lo era affatto.
Bisognerebbe inventarsi una rubrica “le migliori canzoni di gennaio” che venga scritta e pubblicata 6 mesi dopo. Spesso infatti si rischia di scrivere a caldo cose che nel giro di qualche settimana creano qualche imbarazzo.
Sono contento di non aver mai parlato degli Arcade Fire e del loro nuovo disco, per esempio. Ci è voluto mio figlio, quello di 11 anni, che ascoltandoli in macchina mi ha chiesto: questa è la musica che si suona sulle navi da crociera, vero? Ho farfugliato una risposta tipo: non proprio. Per fortuna il discorso è finito lì e non ho dovuto aggiungere ulteriori spiegazioni. Guardandolo nello specchietto retrovisore ho comunque visto che la sua testa era già persa in altri pensieri. Io però ci ho rimuginato sopra. E in effetti quella canzone, non mi ricordo nel dettaglio quale, anche se è probabile fosse una di quelle influenzate dalla musica haitiana, suonava davvero come fosse quella di un’improbabile band d’avanspettacolo.
Da quel giorno non ho più avuto il coraggio di mettere quell’album ed è probabile che passerà qualche mese prima che mi capiterà di farlo nuovamente. Ogni tanto sono gli accadimenti più banali che ti aprono finalmente gli occhi, o le orecchie in questo caso. E comunque spesso ragionare con la testa di un bambino è più utile di quello che si possa pensare.

THEE OH SEES – The Lens

Ad avere fretta si rischia di perdere certi passaggi e di dare certe cose per scontate, dicevamo.
Ci si accontenta magari delle formule abusate. Tipo quella che vorrebbe i Thee Oh Sees come paladini del garage-rock più deragliante in circolazione. Piccola verità ma fondamentalmente anche solo una porzione di tutta la storia. Perché il nuovo album (“Drop”), già in circolazione da qualche mese, è indubbiamente un disco ambizioso, suonato e prodotto come mai nessun lavoro precedente del gruppo. Un album che travalica i confini abituali. La canzone che lo chiude è una faccenda di arrangiamenti d’archi e melodie quasi eteree, che ricorda i Beatles in versione psichedelica, periodo Sgt. Peppers. Un gioiello, insomma.

STRAND OF OAKS – JM

Questa è una canzone che mette i brividi. Impossibile resistere al suo concentrato di epica a stelle e strisce. Chitarre che neanche il miglior Neil Young, in quella che qualcuno definirebbe senza timore di smentita una cavalcata elettrica. Una ballata dedicata a Jason Molina (“JM” il titolo) che omaggia non solo un’artista gigantesco ma sottolinea ancora una volta il potere terapeutico di certe canzoni. Se vi è capitato di rinchiudervi in una stanza in penombra, con meno di diciotto anni sulla pelle, cuffie in testa, volume esagerato, a maledire tutto quello che fosse al di là della porta della vostra cameretta e avete pensato che solo quella canzone (non importa quale, ognuno di noi ha la propria) poteva salvarvi la vita, non potete esimervi dall’ascoltare questo brano. Racconta di voi, di come eravate prima e di quello che siete diventati ora…...I’m getting older every day, still living the same mistakes…I got your sweet to play…..

CRAFT SPELLS – Twirl

Tutta questa ballotta di band legate all’indie americano contemporaneo mi lascia solitamente freddino. Gente come Beach Fossils, Wild Nothing, gli stessi Real Estate. Mi piacciono, in fondo, perché toccano le corde giuste ma senza esagerare. Perché sono fighi e furbi abbastanza da rimanere nel perimetro di uno schema precostituito che non comporta nessun rischio. Portano a casa il risultato senza entusiasmare, con poco sangue e arena a fare da contorno. Poi la canzoncina carina, sopra la media, la indovinano e te la infilano sempre nel disco. Fanno sì che continuiamo a muovere il capo seguendo il ritmo, battendo il tempo con il piede. Rassicurati, in qualche modo, di poter continuare a vivere in un limbo di eterna indecisione. “Twirl” è un gran pezzo, ecco.

CARIBOU – Can’t do without you

Un ritorno superlativo. Punto.
Questa canzone è una celebrazione dell’estate, delle cose positive delle nostre vite, dei nostri amori. È la forza trascendente dell’arte musicale che ha lo stesso potere della droga con il vantaggio di non doverne subire le conseguenze negative. È la musica che si connette direttamente al nostro cuore, che ci tira fuori dal vortice, che ci trasporta ad un altro livello. In un posto migliore di quello dove eravamo prima. Una canzone che fa mettere le cose in prospettiva.

A SUNNY DAY IN GLASGOW – Crushin’


Ora che abbiamo potuto tirare fuori dallo scaffale il vecchio catalogo 4AD. Ora che abbiamo sistemato la discografia degli Slowdive, recuperando nei mercatini dell’usato i pezzi mancanti. Ora che non dobbiamo più vergognarci di essere stati quelli che amavano le band che “si guardano le scarpe”. Ora abbiamo anche qualcuno che da quel periodo coglie ispirazione e allo stesso tempo si sposta un paio di passi in avanti. Quel qualcuno è A Sunny Day In Glasgow, band di Philadelphia che nel corso del tempo ha più volte cambiato line-up e che ha pubblicato un nuovo album notevole. Questa canzone in particolare ha tutto quello che è necessario per piacerci in maniera definitiva. Qualsiasi pezzo che inviti in modo così esplicito all’ennesimo “innamoramento” estivo non può lasciarci indifferenti, del resto.

CESARE LORENZI