Arctic Monkeys “Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not”

arceys_rel_9

Quando la sbornia di indie rock targato anni ‘00 ha accusato la sua naturale risacca con il passaggio di decade, ci siamo trovati con l’hard disk pieno di chitarrine e gruppi misconosciuti non arrivati mai al banco di prova del secondo disco. E’ difficile dire quali catalogare sotto gli errori di gioventù o a quali concedere l’onore delle armi; sta di fatto che, nell’ossessione di inizio millennio per le melodie facili e la cultura da NME, i gruppi che poi si sono rilevati dei cavalli di razza superando la prova del tempo si possono contare in punta di dita, anche fra quelli maggiori. Uno di questi fortunati casi è sicuramente quello degli Arctic Monkeys.
Sono nato nel ’92 e questa strana passione per l’indie rock mi ha investito all’incirca a metà adolescenza, c’erano già gli Strokes, i Franz Ferdinand, gli Editors e gli Interpol, tutti gruppi che hanno contribuito a formare il canone dominante del mainstream musicale di quel vicino-lontano decennio. Non mi convinceva appieno, pur rispettando, né il rock muscolare e la posa di maledettismo della band di Casablancas, né la raffinatezza ed eleganza della formazione di Paul Banks e neppure la baldanzosa sfrontatezza del quartetto scozzese di Kapranos. Avevo bisogno di un gruppo che incarnasse le gioie e i dolori della gioventù con energia e immediatezza e che, a suo modo, gridasse un ingenuo vaffanculo al mondo degli adulti senza stare troppo a pensare alla costruzione della propria immagine: quel gruppo l’ho ritrovato nei primi Arctic Monkeys. Prima di Josh Homme, del desert rock, della rinnovata attenzione per i Beatles, delle ballad strappalacrime, dell’aura da sex-symbol, insomma di tutta quella intersezione di fattori che hanno contribuito a trasformare i ragazzi di Sheffield in un sapido fenomeno pop, gli Arctic Monkeys erano dei quasi ventenni che parlavo senza troppi patemi d’animo delle scazzottate, delle serate nei locali, degli amori e della vita di strada di una gioventù borghese in cui riconoscersi. Lo facevano rinnovando la gloriosa formula del brit rock e aggiungendoci quell’irriverenza giovanile e quella voglia di “fare casino in sala prove” che li hanno imposti subito all’attenzione mondiale. Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not, qualunque cosa la gente dica che io sia, io non lo sono: era questa la loro attitudine. E a riascoltarlo a distanza di dieci anni quel disco dall’artwork aggressivo (un volto con una sigaretta fra le labbra e il cd a fare da posacenere strapieno, come a ribadire gli umori saturnini da teenager della middle class inglese) non perde il suo smalto. E come potrebbe: The View from The Afternoon e I Bet You Look Good On Dance Floor sparate in successione, una doppietta letale che mette subito in mostra i talenti del gruppo, la bravura di Matt Helders nel macinare qualsiasi suono sui tom della batteria, dimostrandosi uno dei musicisti più vigorosi della sua generazione, e la capacità nel songwriting di Alex Turner, frontman silenzioso ma carismatico. E questi sono solo i primi episodi di un album che annovera una sequela di brani entrati di prepotenza nella scaletta di tutte le heavy rotation radiofoniche del periodo: il rock ubriaco di Fake Tales on San Francisco e When The Sun Goes Down, il cinico intimismo di Mardy Bum che li metteva in contatto con il sound delle fraterne formazioni di Pete Doherty (e anche qui fra Libertines e Babyshambles si parla di qualcosa di inglesissimo e provocatoriamente generazionale), la frenesia danzereccia di From The Ritz To The Rubble e Red Lights Indicates Doors Are Secured, e per finire la magniloquenza cinematica di A Certain Romance (e arrivati a questo punto non si può non versare qualche lacrimuccia sul climax ascendente delle chitarre imbizzarrite). La prima volta che vidi gli Arctic Monkeys dal vivo fu qualche anno dopo quel clamoroso esordio del 2006, era già passata acqua sotto i ponti e io avevo implementato il noise fra i miei ascolti. Loro erano impegnati nel tour di Humbug,il disco della svolta “adulta”, mi colpì molto lo scarto fra i brani dell’ultimo album, così particolareggiati e cerebrali, sebbene indubbiamente di ottima fattura, e l’irruenza dei vecchi pezzi tratti dal loro primo album e da Favourite Worst Nightmare ( questo sì, un secondo lavoro che supera il banco di prova di cui sopra); la band di Turner era avviata nella lenta trasformazione che li ha portati a essere oggi una solida realtà anche fuori dalla nicchia dorata del genere indie, ma io ebbi l’impressione che qualcosa fosse cambiato irrimediabilmente, che una stagione della gioventù fosse finita e che non sarebbe stato più possibile sbattersene le palle della realtà circostante con la medesima franchezza. Ecco, forse è questo il significato delle band e degli album generazionali, che ci ricordano con quale ingenuità (che è in stretta parentela con la genuinità) abbiamo aderito in passato a un determinato sistema di valori, e a volte è bello ripescarli per far risalire a galla tali emozioni. Nel mio caso tutto si svolge a livello epidermico, è la mia faccia che, nell’ascolto del cd, riadatta i lineamenti, recupera i connotati di una volta; e mi ritrovo a guardare lo specchio con un inconsolabile broncio.

Giovanni Bitetto

Questo pezzo, come tutti quelli che leggerete in questi giorni, sarà pubblicato su carta nel numero speciale della fanzine No Hope, distribuito in occasione del No Glucose Festival il 21 e 22 maggio al Mikasa.


Baseball Gregg live @ No Glucose – 21.05.15

indie pop ain’t noise pollution (parte 5) 10-1

Bobbie Gillespie PRIMAL SCREAM

Bobbie Gillespie PRIMAL SCREAM

10 – 1

10) Primal Scream – Velocity Girl (1986)

Bobbie Gillespie, anche se inviso a molti, è un uomo con una visione. Cominciata dietro i tamburi dei Jesus And mary Chain e approdata spesso “altrove”. Uno dei passaggi fondamentali del suo itinerario è sicuramente questo singolo. (M.B.)
Sono stanco di essere frainteso quando parlo di musica. Capiamoci una volta per tutte: a me non interessa tutta la musica. Se capita che parliamo di musica POP io non intendo Madonna e Michael Jackson o Pharrell Williams e Lady Gaga: quelle cose sono totalmente fuori dai miei orizzonti, non mi interessano, non le ascolto e non ho alcuna opinione da esprimere in merito. Se parliamo di musica POP gli ottantacinque secondi di Velocity Girl sono per me pura, semplice e perfetta musica POP.
Esattamente come i centosettantadue secondi che trovate poco sotto alla posizione numero 8. (A.C.)
È una vita che rompo le balle ad Arturo. Me lo ha visto scrivere più di una volta, immagino. Me lo ha sentito dire in ogni tipo di situazione: in compagnia dietro ai microfoni di una radio, per esempio; o nelle conversazioni tra amici alle tre di mattino con un grado alcoolico oltre ogni limite. Lui sa, insomma. Sa quanto ami questo gruppo. Questa canzone in particolare. Impossibile spiegarne i motivi. Semplicemente la canzone che ho sempre sognato di poter scrivere, un giorno. (C.L.)

9) The Stone Roses – The Stone Roses (1989)

Analizzare i motivi della grandezza di questo disco è difficile nonchè inutile. Non so se Madchester è stata solo l’epoca della felicitá chimica e non mi interessa. So solo che cè una scena in Spike Island, il film sul mitico concerto dei Roses del 90, che riassume bene tutto. I protagonisti, senza biglietto, sono confinati fuori dall’area dove si svolge il concerto quando, da dentro, parte I Am The Revolution. Compare la Felicitá sui loro visi e io, con la pelle d’oca, ballo e canto davanti alla tv mosso da una forza soprannaturale. (M.B.)
Il primo Stone Roses è un grande disco, capace di riassumere i venti anni precedenti la sua uscita mischiando con semplicità disarmante rock, pop, funky, dance. Eppure in fondo in fondo continua a sfuggirmi l’importanza capitale che viene ancora oggi attribuita a quel disco e a quel gruppo. (A.C.)
Consumai letteralmente i primi singoli, quelli cha anticiparono questo disco. L’album, inutile dirlo, fu uno dei “miei” dischi e tale è rimasto. Mi ricordo che una stroncatura del primissimo concerto italiano sul Mucchio Selvaggio mi diede la certezza assoluta che ero sulla strada buona. Poi uno dice l’importanza della stampa musicale. (C.L.)

8) The La’s – There she goes (1990)

Un album unico ed enorme. Lee Mavers, il Brian Wilson della nostra generazione senza uno Smile a guastarne il ricordo. (M.B.)
Ecco, appunto: centosettantadue secondi di pura e semplice perfezione POP. Vedi alla posizione numero 10. (A.C.)
Ho sempre letto la stampa musicale inglese. Lo facevo anche in quei giorni a Londra. Era aprile del 1989 e i La’s erano il gruppo del momento in Inghilterra, nonostante non avessero ancora inciso nient’altro che due singoli. I soldi lasciati ai bagarini fuori dal locale non li ho mai rimpianti. Mi feci travolgere da quaranta minuti scarsi di perfezione pop. Il giorno dopo acquistai There She Goes e divenne immediatamente una delle mie canzoni preferite di sempre. (C.L.)

7) Arctic Monkeys – I bet you look good on the dancefloor (2005)

Copio e incollo il giudizio che diedi, sulla vecchia versione di questo blog, all’indomani dell’esibizione al Pukkelpop festival del 2006. Arctic Monkeys: molto giovani. Molto spocchiosi. Un paio di pezzi molto belli. Molto sopravvalutati… Dopo 8 anni il mio giudizio non è cambiato di una virgola. Questa musica, per me, non è “importante”. (M.B.)
Ho stimato gli Arctic Monkeys in ogni fase della loro carriera e continuo a nutrire verso di loro sincera stima e ammirazione. Ma non mi sono mai piaciuti sul serio. Questo pezzo però era e rimane una bomba. (A.C.)
Che questa sia una grande canzone non c’è nessun dubbio. Poi capita che le strade delle persone si dividano, anche di quelle che condividevano storie d’amore veramente importanti. Per gli Arctic Monkeys ho avuto una cotta passeggera. Mi è passata da un pezzo e vederli ora non mi fa veramente più nessun effetto. Non si tratta nemmeno di cuore spezzato, ormai è semplice indifferenza. (C.L.)

6) Joy Division – Transmission (1979)

Sinceramente faccio fatica a scrivere qualsiasi cosa a proposito dei Joy Division. Diventare banali è una certezza, in questo caso. Cosa volete che vi dica? Ho fatto la trafila: recuperato gli album, li ho ascoltati fino a consumarli. Di più non so. Ci sono certe bands dove davvero diventa superfluo parlarne. (C.L.)
I dischi che ho in casa ho smesso di contarli da un pezzo. L’ultima volta che ho provato a farlo eravamo sopra i 5.000 titoli. I più vecchi li ho in cassetta, poi vinili e cd. Di alcuni dischi ne ho due copie, di altri addirittura tre, generalmente in formati diversi. Dei due album dei Joy Division ho la versione in cassetta, quella in vinile, le ristampe rimasterizzate in cd con aggiunta di un disco dal vivo cadauna e per non farmi mancare proprio nulla acquistai pure il cofanetto quadruplo Heart and Soul e la raccolta Substance. Non so se i Joy Division siano il mio gruppo della vita, di certo ci vanno vicini. (A.C.)
Arturo aveva Still. Era doppio, quattro facciate. Lo ascoltavamo in religioso silenzio. Pomeriggi passati così, senza fare altro. Tornavo a casa con tutti i compiti da fare ma ne era valsa la pena. (M.B.)

5) My Bloody Valentine – You made me realise (1988)

Qui si spingono al limite….e vanno oltre. I MBV mi hanno sempre dato l’impressione di partire dove molti hanno mosso a loro volta i primi passi ma di riuscire sempre a spostare i confini appena più avanti. Adoro ascoltarli in cuffia e ancora oggi non finiscono di stupirmi. Penso che sia il miglior complimento che si possa fare ad un musicista. (C.L.)
Questa canzone è come una linea spartiacque per l’indie rock: c’è un prima e c’è un dopo. I MBV, dal canto loro, sono il durante. (A.C.)
Musica “importante”, altro che Arctic Monkeys. Musica grazie alla quale, un giorno, non mi vergognerò di rispondere orgogliosamente a chi mi chiederá cosa facessi quando avevo vent’anni: “ascoltavo i My Bloody Valentine, cazzo”. (M.B.)

4) The Fall – How I wrote “Elastic Man” (1980)

Ne abbiamo parlato a lungo. Dei Fall di Mark E. Smith. O meglio, lo ha fatto Compagnoni in questo articolo qui. Meglio di lui non riuscirei comunque a dirlo, tanto vale rileggerlo. (C.L.)
Ogni loro disco ha almeno una canzone da ricordare. E di dischi ne hanno fatti davvero parecchi. Ancora oggi quando voglio raccontare a qualcuno di un nuovo gruppo che accende il mio entusiasmo ma che non so esattamente come catalogare tiro fuori il nome dei Fall. Poi per evitare approfondimenti mi giro e me ne vado. (A.C.)
Il mio pezzo dei Fall è Hit The North pt 1. Me ne innamorai dopo aver visto Mark Smith biasciarlo annoiato in un concerto londinese di tanti anni fa. Ognuno dovrebbe avere un pezzo dei Fall preferito. Dovrebbe essere una domanda obbligatoria nei test attitudinali. “Pezzo dei Fall preferito?” Il mondo sarebbe un posto migliore. (M.B.)

3) Orange Juice – You can’t hide your love forever (1982)

Un gruppo che dovrebbe essere amato solo per il nome che si è scelto e un album che andrebbe consumato allo sfinimento fosse anche solo per il titolo. Se non siete così romantici da convincervi con le parole puntate subito tre canzoni come sampler del disco intero: Falling and Laughing, Tender Object e Consolation Prize. Dopo non potrete più farne a meno. (A.C.)
Ci sono gruppi che piacciono solo per la musica. Gli Orange Juice no, non solo per quella. Quelle giacche troppo strette, gli occhiali da sole e quel ciuffo ribelle che cadeva sugli occhi, lo confesso, sono stati l’immagine che vanamente ho cercato di replicare negli anni della mia adolescenza. Sempre meglio che paninaro, no? (C.L.)
Stile e sostanza. Rip it up and start again, un monito al quale ho cercato di attenermi nel corso degli anni. Con alterne fortune. (M.B.)

2) The Jesus and Mary Chain – Psychocandy (1985)

Ci sono dischi che diventano capi saldi della tua formazione musicale. Alcuni te li tiri dietro per sempre, altri nel tempo sfumano quell’importanza che inizialmente avevano. Se hai la fortuna di vivere in diretta l’attesa per l’uscita di uno di quei dischi, il privilegio di ascoltarne in diretta la musica al momento della sua uscita, la botta di fortuna di vedere il gruppo nel tour che accompagna al tempo l’uscita di quel disco (Vidia Club, Cesena, 25/5/1986), la voglia di ascoltare ancora quell’album, quasi trent’anni dopo la sua uscita oggi con lo stesso entusiasmo di allora. Ecco, se ti capita tutto questo sei un privilegiato. Me ne rendo conto. (A.C.)
Era una uno bianca, mi sembra di ricordare. Eravamo in 4 e ci sparammo 600 km in poche ore, tra andata e ritorno. Non avevo ancora compiuto diciotto anni.  Jesus and Mary Chain a Correggio fu uno dei primi concerti seri della mia vita. Psychocandy me l’aveva già cambiata appena qualche mese prima. (C.L.)
Ne avevo sentito parlare da Rockerilla. Feci una richiesta radiofonica a Radio Città Futura. Il primo singolo Never Understand. Qualche minuto di attesa e poi scariche di energia statica a invadere l’aria. Sotto intuivo della melodia. Mi ricordo distintamente in ginocchio sul letto a controllare se la radio si fosse desintonizzata. Era, invece, il rumore del futuro. (M.B.)

1) The Smiths – This Charming Man (1983)

Ci sono gruppi, ci sono dischi e ci sono canzoni che cambiano la vita, non ci sono cazzi. Se la pensate diversamente vuol dire che la musica la vivete diversamente da come la viviamo noi. Dico di più: ci sono giri di chitarra, meglio se suonati impiegando il minor numero di note possibili, che ti lasciano addosso cicatrici che nemmeno il solco di una lama lascerebbe. Penso a giri come quello che apre Marquee Moon o ai primi sei secondi di This Charming Man: a punctured bicycle, on a hillside desolate, will nature make a man of me yet ?. (A.C.)
Quello che sono diventato, nel bene e nel male, lo devo a due bands in particolare. Una sono i R.E.M. e l’altra gli Smiths. Tutto il resto è venuto dopo. (C.L.)
14/5/1985, gli Smiths a Roma. C’ero. Avevo 21 anni. Niente è stato più come prima. (M.B.)

leggi la prima parte, i dischi dal  50 – 41

leggi la seconda parte, i dischi dal  40 – 31

leggi la terza parte, i dischi dal  30 – 21

leggi la quarta parte, i dischi dal  20 – 11