Il giorno perfetto. La notte perfetta (Fiver # 27.2017)


16 luglio 2013.
La mattinata è calda già alle dieci e nel cortile di Vicolo Bolognetti il sole picchia senza pietà sulle assi di legno. Giro a tamponare con gaffa e viti le parti bruciate, scollate o che si sono alzate per la temperatura e le migliaia di persone che anche ieri notte le hanno calpestate.
Sono arrivate le prolunghe per il palco. Questa sera occorre ampliare il normale spazio su cui hanno già suonato band straordinarie, l’anno di grazia di quella meravigliosa follia che è Bolognetti Rocks: Pan del Diavolo, Offlaga Discopax, His Clancyness, Beatrice Antolini, Nada Malanima.
E Johnny Marr, Tom Tom Club. Arriveranno Glen Hansard, Toys, Pere Ubu, Jonathan Wilson.
Ma stasera suonano i più grandi della stagione. Per me i più grandi di tutte le stagioni e tra i più grandi e basta.
Fa caldo, il palco va su liscio, agganciamo i pezzi e montiamo il tnt nero che stasera tutto deve essere perfetto. C’è tensione nell’aria, siamo tutti elettrici. Oggi è il giorno in cui non si può sbagliare.
Le undici e arriva la chiamata: ci siamo, dal cancello posteriore stanno entrando due furgoni. Fonico e roadie sono qui.

Rimango sul palco. Sto legando delle fascette quando il cancello in fondo si spalanca. Vedo entrare i ragazzi del Covo coi tecnici. Poi di fianco a loro due figure che non posso non riconoscere.
Mi giro, guardo Mars: “quei due sono Peter e Leah, cazzo ci fanno qui a quest’ora?”.
Scendo dal palco con le mani che mi sudano per l’emozione: li ho visti suonare ai Magazzini Generali a Milano in inverno e ricordo quel messaggio a Daniele dieci minuti dopo la fine del concerto “quest’anno se vuoi che facciamo il Bolognetti voglio BRMC headliner”. Qualche mese dopo, quel pomeriggio al Covo: “ragazzi, si può fare. Ci stanno. Facciamo soldout e andiamo a breakeven e niente più, ma un nome così in cartellone…”.
Non c’è più niente da dire. Si farà. Bisogna solo resistere alla voglia di spifferarlo a tutti: ma lo sai chi suonerà in ‘sto posto che qualche anno fa d’estate era solo un pisciatoio all’aperto per cani e punkabbestia? Ma ti rendi veramente conto?
Hi, nice to meet you” e sorrido a Peter e Leah che mi dicono i loro nomi stringendomi la mano mentre vedono i miei occhi innamorati. Lo so come vi chiamate, ho il cuore a mille.
Sorrido: “ragazzi, accompagnateli in camerino”.

Peter mezz’ora dopo è sul palco a collegare pedaliere e ampli come un qualsiasi ragazzino di una band sconosciuta. È silenzioso, rapito da quello che fa e dalle ore che non ha dormito nemmeno ‘stanotte. Arrivano da un’altra data in Europa e poi ripartiranno verso est. Sulla faccia, anni di questa vita. “Sono a tua disposizione”, gli dico. “Mi porti una redbull? Please”, mi sorride.
Fa caldo. Leah rimane in camerino. Non sta molto bene in questo periodo e chiede se conosciamo un medico che parli bene inglese. È sabato. A metà luglio. A Bologna. Non ci sono neanche i medici di base che sono tutti in riviera con le famiglie. Dove lo troviamo un doctor anglofono? Giro di telefonate. Pochi minuti dopo: “fra mezz’ora il medico è qui”.
Anche questo miracolo è fatto. Arriva una macchina, entra nel cortile un uomo dall’aria simpatica, la borsa da dottore dei film in mano. Sparisce subito in camerino. Ne esce dopo una ventina di minuti: tutto bene. Leah sta bene, è pronta per il soundcheck.
Il tuo compenso?
Mi date due accrediti per stasera?
Vorremmo abbracciarlo tutti. Sentiamo che c’è l’energia giusta, che tutto si sta incastrando come non mai. È il giorno perfetto.

Arrivano i buttafuori, i baristi. C’è una vibrazione nell’aria che non si è mai sentita. Tutti sentono che sono parte di qualcosa che nessuno credeva possibile.
Leah sale sul palco e comincia a picchiare sulla batteria. Gnappo e gli altri che ci danno con fog machine e luci.
Arriva anche Peter e la sua chitarra fa tremare le finestre del palazzo storico. Questa volta meno ansia sui decibel. Abbiamo i limiti, ma oggi se si sfora di qualcosa va bene lo stesso. Per un’ora e mezza questo posto deve diventare una magia.
Il sole si abbassa. Arrivano i fotografi, gli addetti stampa. Ci prepariamo ad aprire i cancelli, le casse per il ritiro dei biglietti, quella per gli accrediti. Il concerto è soldout da settimane.
Entra una macchina nel cortile della scuola. È Robert. Lo saluto, lo accompagno in camerino.
Pochi minuti e sono tutti e tre sul palco. Soundcheck all’americana: mezz’ora, un mini concerto per la gioia dei presenti che già si avvicinano al palco, ballano, applaudono.
Sta per succedere qualcosa di incredibile.
Mars mi prende da parte, la millesima paglia smangiucchiata in bocca. Mi guarda e mi dice: “tu ti rendi conto che fra dieci anni, quando questo posto sarà di nuovo un cortile del cazzo con la breccia per terra e le paglie spente nelle piante da quelli che lavorano negli uffici, qui passerà qualcuno che dirà a una tipa che è qui a studiare: “ma lo sai che io dieci anni fa qui ci ho visto suonare i BRMC?” E lei, gli dirà: “ma valà, ma che dici?
E noi sapremo che l’abbiamo fatto veramente”.

È buio. Devo entrare in camerino e prendere le ordinazioni per la cena da Peter, Leah e Robert. Sono agitato come un ragazzino. In mano un rotolo di carta. Saluto, chiedo. Poi li guardo: “guys, sorry, can you?” e loro sorridono, firmano e mi ridanno il poster che è ancora appeso sul fianco del mio armadio.
Il cortile si riempie in poche decine di minuti. La gente è caldissima: ma quando mai ricapiterà di vedere i BRMC su un palco a un metro da te? Dove li puoi quasi toccare?
La tensione sale alle stelle, sono quasi le dieci, la sicurezza che gira e controlla entrate e uscite. Prova luci. Prova mixer. Dalla postazione pollice alto. Si apre la porta della mini palestra che noi abbiamo trasformato in camerino. Escono due buttafuori con le transenne che creano un corridoio diretto al palco. Sale un boato dalla folla che si spinge verso di loro.
Peter e Robert imbracciano le chitarre e attaccano. Il suono è potentissimo, quasi violento. Io sono nervoso. Forse troppo volume, ci romperanno le scatole di sicuro. Cinque minuti e il capo della sicurezza mi chiama: alla porta c’è uno che si lamenta del volume e vuole parlare col responsabile. Chiamano sempre me per queste stronzate. Esco, rassicuro una signora: “ha ragione, è un po’ più alto del solito. Solo per stasera, ma fra un’ora finisce tutto. Vuole entrare a fare un giro?” se ne va maledicendomi e ridacchiando. Guardo Giorgio: “stasera non ci sono più per nessuno. Finché non finisce il concerto il responsabile sei tu, se non arriva qui l’esercito io non esisto”.
Questa sera è mia.

E quel palco sarà bello come non mai, né prima né poi. E mille persone che saltano tutte assieme e quando parte Spread Your Love sembra che il pavimento debba crollare e la folla è un unico ruggito e Lei mi trascina in prima fila a saltare e cantare a squarciagola e niente è mai stato così bello e io non mi sono mai sentito così vivo e forte, come se niente potrà mai più andare storto. Come se niente potrà mai più far paura.
Salto e canto. E penso che l’ho fatto io. Che l’abbiamo fatto noi. Che questa serata pazzesca è tutto merito nostro e nessun altro poteva fare una cosa così magica perché ci abbiamo messo tutto l’amore, tutta la forza. Tutto noi. E loro non smettono di suonare quel pezzo e non vogliono più scendere dal palco. Peter si fa passare una sigaretta dal tizio di fianco a me che si allunga sulle transenne per mettergliela in bocca. Cantano e suonano e non smettono, riprendono il giro e la gente è in delirio. Il pezzo durerà più del doppio di quello che è su disco.
I Black Rebel Motorcycle Club suonano sul palco del Bolognetti Rocks come se non ci fosse nient’altro, come se fosse l’ultimo concerto della vita.
È la notte perfetta.

Alla fine, qualche vecchietto che mi sbraita addosso per il casino, di fuori. Giorgio ha tenuto tutti buoni mentre aspettavano il responsabile che venisse a farsi sbranare. Ma io rispondo sorridendo. Negli occhi e nelle orecchie la notte più bella della mia vita.
Torno dentro. C’è da portar fuori la band da dietro, dal cortile dell’Orfeonica, dove il driver aspetta col furgone pronto. Entro in camerino, accompagno i tre. Robert e Leah salgono per primi e mi salutano dal finestrino. Peter è un metro dietro, con me. Gli dico che sono stati pazzeschi. Mi guarda estraniato. Poi vedo i suoi occhi stravolti che si accendono per un attimo: mi riconosce. Mi abbraccia: “thank you, man” e sale in macchina.
Se ne vanno. Io rientro e mi siedo, da solo, per qualche minuto. Respiro. Guardo il cielo limpido. Sorrido.

Post scriptum

Sono passati quattro anni esatti da quella notte pazzesca. La vita va come e dove vuole e tante persone che erano lì sono ancora qui, tutti i giorni, con me. E di questo sono felice e ringrazio.
Altri, che sono stati fondamentali in quelle ore, non fanno più parte, volente o nolente, del mio orizzonte. La vita va come e dove vuole.
Ma dopo una notte come quella, sai che amerai lo stesso per sempre tutti quelli che c’erano. Ci siano o no oggi, per quello che sono stati in quel momento magico e irripetibile.

Spread your love like a fever
And don’t you ever come down

Fabio Rodda

1996 – 2017 Choose Life (Fiver #10.2017)

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Scegliete la vita. Scegliete Facebook, Twitter, Instagram e sperate che a qualcuno da qualche parte freghi qualcosa. Scegliete di cercare vecchie fiamme, desiderando di aver agito diversamente. E scegliete di osservare la storia che si ripete. Scegliete il futuro.
Mark Renton, Trainspotting 2 – 2017

Ho speso troppo tempo e il tempo si è accorciato*

Autunno, forse inverno millenovecentonovantasei. Nelle sale italiane esce Trainspotting.
Io scrivevo, di nascosto da tutti, il mio primo romanzo. La mattina (tardi) andavo a lezione in Zamboni 38, in via Centotrecento e conoscevo randagi come me e guardavo le ragazze che sembravano di un altro mondo, quello in cui ci si sta bene, comodi e sereni.
Il mio era tutto uno spigolo, pieno di trabocchetti, che ovunque ti voltavi succedeva qualcosa da cui nessuno ti avrebbe salvato.
La notte vagavo, con un clan di poeti estinti strafatti, a caso per una città in cui ancora riuscivamo a perderci. Nessuna scena, nessun riferimento: solo strade e periferie e bar del centro e spazi occupati e droga e qualunque cosa facesse dimenticare di esserci.
Piazza Maggiore. C’era un cinema che forse, di nuovo, ci sarà. C’era un cinema e io quella sera, così stravolto che alla scena in cui Rentboy si fa un’overdose, la scena in cui quel genio di Danny Boyle lo fa sprofondare col suo tappeto nel pavimento sulle note di Lou Reed, a quel punto io volevo scappare via dal cinema che il cervello mi stava schizzando fuori dalla testa.
Mi teneva per un braccio lei, che non ricordo come si chiama. Bellissima, aveva il viso d’angelo di Liv Tyler ma era di Vicenza e punk. C’eravamo conosciuti di mattina, poche settimane prima, a lezione di Estetica. Lei che domanda “è libero quel posto?” indicando lo scranno di fianco al mio e io che non ci credevo che una così volesse sedersi vicino a me.
E poi fogli di quadernone in cui ci scrivevamo da un banco all’ altro anziché seguire il corso (ho dato quell’esame tre anni dopo, lei chissà…) e poi “andiamo a vedere Trainspotting?” e poi per andare a mangiare qualcosa all’Osteria dell’Orsa ci siamo persi – fattissimi, bellissimi- e un’ora dopo l’abbiamo trovata ma lì c’erano già Marco il poeta e il mio miglior amico ubriaco che suonava il sax da solo al piano di sotto e lei non l’ho vista mai più, persa tra le nebbie di quell’inverno che sapeva di albe metalliche e facce che si sovrapponevano a ritmi allucinati di birre, mescalina e anfetamina che tanto eravamo tutti sempre strafatti.

In corridoio ho scritto una frase che so ripetere ma non riesco a ricordare*

Poi, dov’ero? Dov’ero io quel capodanno. Mentre i Massimo Volume suonavano Lungo i bordi al LINK di via Fioravanti. Dov’ero? In quale buco a rintanarmi? Per quale paura, quella volta? Per quale terrore? Di essere abbandonato da chi? Di non essere amato da chi? Solo per compensare tutto quello che era mancato prima.
Ma per compensare occorreva vivere, invece ci nascondevamo. Solo noi, come fratelli di sangue, come i ragazzini di Stand By Me mai cresciuti, legati dall’aver visto troppo chiaro quel segreto segreto agli altri: che la vita è feroce, che non c’è speranza ma andiamo avanti lo stesso, che anche se abbiamo vent’anni non c’è un cazzo da ridere.
Dov’ero, quel 31 dicembre? Sfasciato, in qualche angolo di niente, con uno di voi. Maledetti quanto me. Ci siamo soffocati a vicenda, ci siamo salvati la vita a vicenda. Ci siamo amati come nessuno mai prima né nessuno più potrà.
No, ero solo a lavorare. In quella cucina di quell’albergo. A pagare anche le tre Ceres di merda offerte ai due disgraziati miei compagni di sventura, due camerieri uno di Bari e uno chissà. A pagarle al banco dell’albergo in cui avevo lavorato dalle sei del mattino alle due di notte. Mi sa che ero lì.
Ma sarei potuto essere ovunque. Comunque, non sarei stato dove era giusto essere, dove bisognava essere. Ti ricordi, Paolo? Fuori luogo. Questo era come ci descrivevamo: sempre da un’altra parte, anche se il fiuto ci diceva che ce n’era una giusta, noi non potevamo starci. Potevamo passare, ma dovevamo presto andarcene. Non avere un posto. Non far sapere che c’eravamo.
Noi, sempre dal lato sbagliato. A pochi metri da. Giusto in ritardo. Appena appena ma no.
Non potevo. Non ho mai potuto esserci. Sentivo la vita come un film che ti scivola davanti, come un fiume che scorre mentre tu stai sulla riva. Seduto. A guardare, sognare, quello che si muove lì sotto, ma non hai il coraggio di buttarti. Non c’è nessuno, non c’è mai stato nessuno lì sulla riva con te a dirti “dai, salta, male che vada ci sono io a prenderti”, mai nessuno che entrava in acqua prima per farmi sentire che anche se non toccavo, ci sarebbe stato lui a tenermi su. Mai. Nessuno.
E così ho rinunciato. E così ho guardato. Mi sono seduto al bordo della vita e l’ho osservata scorrere via.
Diverso. Sempre. Loro, gli altri, loro erano di un altro mondo.
Il fatto è che loro sapevano di poter tornare. Qualunque cosa fosse succedeva, avevano un posto in cui tornare.
Io quel posto non l’ho mai avuto. Io ho sempre saputo che se partivo era per sempre. Che ogni “ciao” era un “addio”, che nessuno avrebbe tenuto la porta aperta, si sa mai che avessi avuto freddo, o solo voglia di tornare.
Noi avevamo solo noi. E lo sapevamo.

E così veniamo avanti / simili in tutto a quelli di ieri / aggrappati a un’immagine / condannata a descriverci*

Gli Afterhours ai Giardini margherita. Forse l’ho solo sognato. Millenovecentonovantanove. Possibile fossero loro? C’ero. Ma non mi ricordo. Ricordo Barbara, io pazzo di lei, lei che giocava con me, com’era giusto: troppo bella e troppo giovane per poter pensare a domani. Io troppo fragile, come un pupazzo di cristallo su una pista da bowling. Io domani ce l’avevo sempre in testa e domani era niente. Lei che conosceva il bassista della band e “vieni a vederli, sono forti” e chissà se perché geloso o solo ubriaco ci sono arrivato e ho qualche ricordo confuso di un sacco di gente che cantava e io che cercavo solo lei immaginando che sarebbe finita in camera con quel basso di fianco.
Neanche due anni dopo. Già stufo di Bologna, annoiato dal suo provincialismo, stretto in quella che era già una mamma troppo presente, troppo accogliente, troppo tutto. Se quella volta fossi rimasto a Berlino? Sognavo una città lontana, enorme, in cui nessuno mi vedesse, in cui poter rinascere: diventare. Se fossi rimasto, cosa sarebbe successo?
Ma non potevo. Chi sarebbe tornato se fosse servito? Chi avrebbe mollato tutto? Chi avrebbe sacrificato ancora qualcosa?
Chi aveva bisogno di sentirsi un supereroe, perché solo un supereroe sopravvive a qualunque peso gli si metta addosso.
Sono tornato. E ho incontrato lei, che mi ha salvato la vita. Per farlo l’ha chiusa in una stanza pulita e perfetta da cui non sono più uscito per quasi dieci anni. Non l’avessi incontrata sarei morto, lo so. Incontrarla mi ha costretto a diventare chi non ero, la parte di me che mi avrebbe salvato. Adesso so anche questo.
Trasformarti per salvarti, dimenticarti di te per sopravviverti. Poi, ritrovarti all’improvviso e rovesciare tutto. Rompere tutto. Scappare. Ricominciare. Trovarsi a pezzi. Perdere tutto. Ritrovare la propria faccia in uno specchio grande quanto un cd in dieci metri quadrati di casa, piano terra, che per entrare bisognava cacciare a bestemmie gli spaccini magreb.
Ricominciare. Ma con dieci anni di troppo sulla schiena. Ripartire da dove avevi lasciato, senza più bisogno di sconvolgerti per dimenticarti di esistere ogni sera. Con una vita in più vissuta e cucita sulla pelle, disegnata sulla pelle.
È il tempo, sempre il tempo che ti frega. Non puoi ricominciare, perché puoi ripartire, ma sei un altro. Più vecchio, più ferito, più duro. Più quel cazzo che vuoi, ma un altro.

Scuoti i tuoi angeli drogati Fausto/stasera ce ne andremo in giro/per le vie del centro/allegri come vecchi bonzi ubriachi/consapevoli che il peso del mondo è un peso d’amore/troppo puro da sopportare*

Oggi. Vent’anni e qualche mese dopo quella sera al cinema Arcobaleno con la Liv vicentina (se solo ricordassi come ti chiami ti avrei cercata per chiederti di venire con me al cinema e poi tornare a dimenticarci di nuovo che esistiamo) sono a poche decine di metri da lì, di nuovo seduto sulle poltrone comode davanti ad un enorme schermo in una sala semivuota. Pomeriggio e sono solo. Trainspotting2 (per un colpo di fortuna in lingua originale) ed ho paura. Di quello che sentirò, di quello che vedrò. Dei capelli ossigenati di SickBoy (sarai ancora così figo da farmi credere di essere gay?), delle rughe sulla faccia di Mark Renton. Di quelle che vedo sulla mia. Della voglia di ricominciare – e da grandi se si fa si fa per bene- ad avere come unica meta della giornata la fine della giornata in qualcosa da fumare, sciogliere, spararsi in qualsiasi modo, che sempre dondola davanti alla mente come un ciondolo che cerca di ipnotizzarti.
Comincia il film e ho un tuffo al cuore. Cazzo, sì: Rent ha cambiato faccia. È così anche per me, vero? Se qualcuno non mi vedesse da vent’anni rimarrebbe colpito dai capelli grigi, dalle borse sotto gli occhi, dai segni lì attorno, vero?
Il film fila via e io sono così emozionato che quando esco mi fa male la schiena per quanto ho tenuto contratto tutto.
Prima c’è un’opportunità. Poi c’è un tradimento.
La storia della vita di tutti. Il tempo è l’opportunità. Il tempo è il tradimento. Impari a non perdere l’opportunità quando hai troppa roba dietro da guardare. Quando davanti ce n’è meno di quella che è passata.
Non so dare un giudizio sul film, non riesco ad immaginare cosa ne penserebbe un ventenne. Non penso sia un film per un ventenne. Penso che questo film Danny Boyle l’abbia girato apposta per noi, Paolo. Davide. Sì sì, proprio per noi. Per ricordarci ancora una volta quello che sappiamo già bene: che prima c’è un’occasione, poi un tradimento.
Che commemorare è nostalgia, che siamo sempre dei fottuti tossici, ma abbiamo cambiato la materia delle nostre dipendenze. Che lo saremo sempre perché se sei così non cambi mai, puoi solo scegliere di scegliere, come abbiamo fatto.
Vent’anni dopo il tempo in cui sceglievamo di non scegliere.

Vince chi non si illude/Noi che accendiamo lumi/Per nascondere le luci/Noi che accendiamo lumi/Per nascondere le luci/Noi*

Rinascere. Cambiare. Diventare qualcun altro. Sei sempre chi sei ma sei un altro.
E allora Rentboy sei ancora quella splendida faccia da bastardello che eri nel 1996. Franco e Spud, sentirvi parlare mi ha strizzato lo stomaco e portato indietro di vent’anni, al mio viaggio a Edimburgo, allo sballone di Leith che dopo aver visto la mia ragazza mi aveva consigliato, Tennent’s Super in mano a metà mattina, di girare i tacchi e tornare nelle vie del centro fra i turisti e i tipi in kilt che suonavano le cornamuse. SickBoy, sei ancora così figo ma la tua amica Veronika lo è molto di più: malgrado tutto, confermo i miei gusti in fatto di gambe magre e gonne cortissime.
Trainspotting2. Gran sound, gran ritmo. Tanta nostalgia, tanta paura. Tanta voglia, tante possibilità. Come la vita. Scegli la vita.
Non vorrei tornare ai miei vent’anni per tutto l’oro del mondo. Ma vorrei incontrarmi una notte, ventenne, solo per dirmi “vedrai, che ce la fai. Ce la farete tutti. Contro ogni previsione, fra vent’anni sarete tutti vivi e tutto sarà andato comunque bene. E allora, fregatene. Niente dipende così tanto e solo da te. Lasciati vivere. Vivi quello che vuoi. Si può sempre tornare indietro. Si può sempre tornare a casa. Si può trovare una casa anche se non hai mai sentito di averne una. Vai. Parti. Corri. Fai tutto quello che ti va senza paura, senza pensare sempre a doverti costruire scudi, armature, paracaduti. Vai, buttati: anche se nessuno ti ha insegnato a nuotare, imparerai da solo e sarà bellissimo”.
Non si può, lo so. Rivoglio indietro la mia cazzo di vita. Lo dice Franco o SickBoy, a un certo punto del film. Mi sono venuti i brividi. Non si riavvolge niente, non si torna indietro, non si mettono a posto le cose. Mai. Puoi solo andare avanti cercando di far sì che quello che hai dietro faccia pochi danni a quello che ti rimane da fare, da provare.
Quindi? Quindi Trainspotting è un capolavoro, come i vent’anni. Trainspotting2 un gran bel film. Come i quaranta: pieni di opportunità, di energia, di voglia di fare. Travolti dai ricordi, dalla malinconia. Con la paura di vivere nel passato e il terrore di perderlo quel passato buttandoselo definitivamente alle spalle.
Occorre incanalare l’energia, dice Rent. Come? Andandosene. Io a vent’anni me ne sono andato. A quaranta ho tanti pruriti di partenze.
Tempo davanti. Quanto? Chi lo sa. Quanto impegnativo? Dipende da me. Quanto felice? Dipende quasi solo da me. La fortuna? Ormai non ci si può più affidare, ma ci si può sperare.
Vent’anni sono difficili. Quaranta sono meglio. Anche se certe mattine pesano un sacco.
Danny Boyle è un figo. SickBoy, mi dispiace ma c’è Veronika. Spud ti adoro, Franco. Beh, Franco è Franco. Rantbello, sei tutto quello che avrei voluto essere se non avessi avuto veramente niente da perdere, o se avessi avuto veramente qualcosa a cui tornare.
Mi accenderei una sigaretta adesso, fuori dal cinema, ma non fumo più.
Due passi per pensare e tornare nel 2017, Bologna. Alla mia vita responsabile, almeno a volte e affidabile, ogni tanto.
Poi vado a farmi un paio di birre. Appuntamento con due occhi che ti sdraiano anche da lontano. Forse le racconterò tutto questo. Probabilmente non le dirò nulla di tutto questo.
Il tempo? Il tempo rimane quello che ti frega.

Un po’ di tempo fa lessi un’intervista a Ottavia Piccolo, l’attrice, e lei diceva pressapoco “certe volte l’esistenza mi sembra come una prova generale e mi stupisco che non ci sia poi un’altra possibilità dove tutte le cose verranno fatte meglio, dove questa è solo una prova di quello che sarà”. Personalmente ho convissuto per tanto tempo con l’idea che poi tutto sarebbe rifatto meglio. Si pensa che la maturità ti porterà una consapevolezza maggiore di quello che stai facendo, una profondità maggiore questo e quell’altro… poi invece alla fine ti rendi conto che quello che sai fare è questo, lo stai facendo e un’altra occasione non ci sarà. Ciò è abbastanza traumatico, insomma.
Emidio Clementi – Mucchio n. 675, 2010

*Massimo Volume

Fabio Rodda