Dear life, I’m holding on (Fiver 01.2018)

Beck-extended-ds-bb24-2017-a-billboard-kls-fea-1500
Tell me, do you feel alive??

Il fatto che se lo chieda uno come Beck, in un certo senso è rassicurante. La domanda è posta immediatamente, tra le pieghe della prima canzone del nuovo album. Dimmi, ti senti ancora vivo?
Arrivati ad un certo punto diventa inevitabile domandarselo, alla soglia dei cinquanta diventa una sorta di passaggio obbligato, posso immaginare.
Il disco di Beck mi è piaciuto perché è un album che si pone delle domande, in qualche caso anche scomode, di quelle che ognuno di noi tende a procrastinare all’infinito. E risponde nell’unica maniera possibile, in fondo. Come è lecito attendersi da un figlio della California come lui, con lo sguardo rivolto sempre avanti. Ci spara in faccia una dose di positività esagerata, senza diventare mai stucchevole. Una maniera per dire che è ora di mettersi il vestito buono, prepararsi ad uscire, lasciare da parte la negatività e celebrare la vita e di conseguenza la musica.
Non mi veniva in mente nessuna canzone che potesse riassumere i buoni propositi di inizio anno che ognuno di noi è solito fare ad inizio anno meglio di questa.

BECK – Colors

Un episodio di qualche mese fa: un concerto, un piccolo club. Sul palco uno che negli anni novanta suonava nel miglior gruppo sulla faccia della terra, i Pavement. Non una roba qualsiasi, insomma. I commenti di tre ex-giovani (tra cui il sottoscritto, naturalmente), coetanei di Spiral Stairs, evidentemente fan della prima ora, sulla prestazione del gruppo erano un misto di cinismo, indifferenza e tracotanza. “Ma dite che alla tipa che balla in quel modo piace davvero?” -indicando una ragazza, presa bene, sotto il palco. “No, quella viaggia con la band”. “Cazzo, sembra una band del dopolavoro ferroviario”…..e via di questo passo.
Una volta giunto a casa mi sono accorto che la percezione della serata era stata completamente differente, in particolare per i ragazzi più giovani. Ho capito che il problema non era Spiral Stairs, che in fondo aveva fatto un concerto discreto, allo stesso modo non era una questione che riguardava l’entusiasmo di quelli che ai tempi dei Pavement probabilmente non erano ancora nati ma esclusivamente dell’atteggiamento fastidioso che avevo tenuto per tutta la serata. Il problema ero io, insomma.

All the colors, see the colors, make the colors, feel the colors
She says
See it in your eyes
All the colors, see the colors, make the colors, feel the colors
Tell me, do you feel alive?

Questa cosa mi ha fatto pensare e non è un caso che ne scriva ora, a distanza di qualche mese. Nel frattempo il nuovo album di Beck non è più così tanto nuovo ma nonostante sia un disco “facile”, di consumo frivolo, da ballare cucinando ha continuato a rimanere stabile tra i miei ascolti preferiti ed è finito nella mia personale top 10 di fine anno (che devo ancora decidermi a fare, tra l’altro). Perché giunge un tempo dove le foto con il broncio non vanno più bene. Il bianco e nero stufa.
La musica ha un valore che è più grande di quello del singolo individuo, è il frutto dello sviluppo di una comunità (anche se una canzone nasce in una cameretta davanti ad un pc) e tutti i nostri “self” vanno lasciati in disparte. Anche se ci costa doverlo fare. La musica, quello che rappresenta, quello che ha significato nella nostra esistenza merita uno sforzo genuino che è una questione di rispetto in particolare verso noi stessi. Il disco di Beck mi ha ricordato tutto questo e non è poco.

TY SEGALL – The Main Pretender

Ho perso il conto, sinceramente. Non so davvero più raccapezzarmi tra tutte le nuove uscite di Ty Segall, tra singoli, EP, progetti paralleli e quant’altro. Quello che mi passa tra le mani lo ascolto sempre, però e spesso finisco per acquistarlo. Una canzone come questa, che anticipa un nuovo album, non può non piacermi, del resto. Ty Segall ha le stigmate del rock’n roll ben impresse nel proprio DNA e non sbaglia un colpo, mai. Neppure se tentasse di farlo apposta.

SHAME – One Rizla

Lo so, ne abbiamo già parlato. Ma questi sono dettagli quando ci prende la fotta giusta per qualcuno. Questa canzone è un SINGOLO. Punto.
Ha un giro di chitarra sentito mille volte, un sapore inizio anni ottanta manco fosse una canzone dei primi Bunnymen purgata dall’anima dark. Il cantante ha una faccia da schiaffi degna dei primi Oasis ma un cervello più fino. Ne viene fuori una canzone da cantare a squarciagola, indice sollevato ad indicare le stelle, come se fosse tutto al posto giusto e tutto avesse un senso.

GRAHAM COXON – Falling

Questa è magnifica. Davvero. Dimenticatevi i Blur e tutto il resto. E’ una ballata classica che regala brividi dal primo all’ultimo istante. Scritta da Luke Daniel, un amico di Graham che si è tolto la vita poco dopo averla composta. Uscita in digitale e su 7 pollici con una parte dei proventi destinati alla Campaign Against Living Miserably. Il nome di Epic Soundtracks mi si para davanti e davvero non mi viene in mente nessun accostamento migliore per fare un complimento a qualcuno. Brividi.

INSECURE MEN – Subaru Nights

Lo devo confessare: i Fat White Family non mi hanno mai colpito più di tanto. Tant’è che quando ho letto di questo progetto di Saul Adamczewski, nato come passatempo o poco più, sono partito leggermente prevenuto. Invece in questo caso l’uomo è andato proprio in una direzione che ha finito per toccare le corde del mio personale gusto: sparita l’irruenza punk un po’ caciarona, mood riflessivo, strumentazione minimale e registrazione low-fi. Canzone sostanzialmente pop ma con un retrogusto amaro, nessuna spensieratezza all’orizzonte, alla faccia dei buoni propositi.

Cesare Lorenzi

An old passion. For Tomorrow. (Fiver #08.2015)

BLUR

BLUR

Credo sia innegabile che per tutti esistano Passioni e passioni. Storie fondamentali che poi finiscono. Fiammate insane che bruciano nello spazio di poco tempo. Relazioni che durano tutta una vita anche se poi, dopo tutto, in nessun momento sono mai stati la “tua storia più importante”.

Ci sono due nomi che mi vengono in mente, ovviamente a livello personale, quando cerco di applicare all’ambito musicale questa teoria (esercizio tipico per chi alla musica ha assegnato una centralità nella propria vita per molti altri incomprensibile), i REM e i Blur.

Gruppi che mi hanno accompagnato nel tempo senza mai tradirmi e che hanno punteggiato fasi e momenti della mia vita ma senza essere mai, se non per brevissimi momenti, veramente imprescindibili.

Quando, nei giorni scorsi, è uscita la notizia del nuovo album dei Blur, atteso da anni, in questa overdose quotidiana di notizie, l’effetto è stato un po’ quello della lettera che estrai subito dalla pila, o la mail o il messaggio di whatsapp che vai a leggere per primo, una questione di sentimento sempre ben presente, o semplicemente di rispetto. E a un tratto mi sono tornati alla mente i particolari della nostra “relazione”.

Reading Festival 1991Reading 1991

Setlist: Explain, Bang, High Cool, Bad Day, Oily Water, She’s So High, Turn It Up, There’s No Other Way, Wear Me Down, Mr. Briggs, Slow Down, Come Together, Commercial Break

Damon con un caschetto biondo improbabile. Blur piazzati a metà pomeriggio, molto lontani dagli headliner Carter USM e James, con la stampa inglese che li da già per finiti.Io nel pratone con una compagnia improbabile a chiedermi perchè mi sono perso i Nirvana il giorno prima.

Reading Festival 1993

Setlist: Intermission, Popscene, Come Together, Colin Zeal, She’s So High, Sunday Sunday, Bank Holiday, Pressure On Julian, Commercial Break, There’s No Other Way, Chemical World, Coping, Parklife, For Tomorrow, Advert.

Una tenda imballata, il palco come un salotto. Modern Life is Rubbish. For Tomorrow che  sembra Bowie. Euforia contagiosa. Un impressione di decollo imminente.

Factory, Milano 12/11/1994

Setlist: Lot 105, Coping, Jubilee, Popscene, Tracy Jacks, End Of A Century, Chemical World, Badhead, There’s No Other Way, To The End, Advert, Supa Shoppa, Parklife, Girls & Boys, The Debt Collector, Bank Holiday, This Is A Low

Parklife, l’apoteosi. Per una sera Milano mi sembra Londra. La Londra che non c’è più. Comprare Ep e magazines la sera tardi da Tower Records a Piccadilly, il Melody Maker, il Notting Hill Records Exchange…

Vox Club Nonantola (Mo), 14/3/1996

Setlist: Intermission, Popscene, It Could Be You, Charmless Man,Tracy Jacks, End Of A Century, Coping, To The End, Entertain Me, Jubilee, Mr. Robinson’s Quango, Globe Alone,Advert, Bank Holiday, Supa Shoppa, Country House – 1st Encore – Girls & Boys, He Thought Of Cars, Stereotypes, This Is A Low- 2nd Encore -Parklife – The Universal

Country House, la gazzarra con gli Oasis. Il Britpop degenera. The great escape. L’edonismo. Una sensazione di vuoto.

Taratata, Paladozza Bologna 1/3/1999taratata1marzo

Può esistere qualcosa di più assurdo dell’accoppiata Blur/Grignani impegnati in mini show introdotti dal desaparecido Enrico Silvestrin a favore delle telecamere televisive? Non credo. Dalle gradinate amore per i Blur adulti di Beetlebum e Song 2 ma la classicità farlocca di Tender mi sconforta. Per una coincidenza a posteriori veramente bizzarra gli altri megaospiti stranieri di quella sgangherata trasmissione furono proprio i Rem…

Primavera Sound, Barcelona 2013

Setlist: (Theme From Retro), Girls & Boys, Popscene, There’s No Other Way, Beetlebum, Out Of Time, Trimm Trabb, Caramel, Coffee & TV, Tender, Country House, Parklife, End Of A Century, This Is A Low -Encore – Under The Westway, For Tomorrow (Visit To Primrose Hill Extended), The Universal, Song 2

Quattordici anni dopo ci ritroviamo. Invecchiati. (Io peggio indubbiamente) Ma dopo un iniziale imbarazzo l’abbraccio è di quelli caldi e sinceri.

E arriviamo ad oggi. Go Out è fuori. Niente di incredibile ma è un pezzo non banale da preferire a molte altre cose in circolazione che giocano “sicuro”. Una certezza a cui (ri)aggrapparsi.

Il nuovo album esce il 27/4 e saremo lì in tanti, innamorati o semplici compagni di percorso.

Una passione con la p minuscola ma che fa parte in maniera indiscutibile della mia Vita.

Blur – Go Out

Yung- Nobody Cares

Semplicemente una bomba. Da Aarhus, Danimarca.

Parte arpeggiato, si trasforma in un invito a pogare, si arresta, cambia strada e si conclude come un inno generazionale con quel “Nobody Cares” urlato parossisticamente.

In mezzo tante di quelle idee da riempirci un album e una giostra impazzita di riferimenti inglesi, americani e australiani.

Impensabile perderseli al prossimo Beaches Brew.

Cheatahs – Sunne

Lo so, lo so. Loveless. My Bloody Valentine. Lazarus. Boo Radleys, blah, blah. Chissenefrega. Tipiche sonorità che su di me hanno lo stesso effetto della presa del dito Wuxi…Kung Fu Panda anyone? Insomma, Skatoosh! Tornano i Cheathas con 4 tracce che compongono il Sunne Ep e mi spaccano il cuore in due un’altra volta.

Il tutto incomprensibile per chi guarda da fuori, come il vero amore d’altronde.

Krill – Tiger

Chissà se ne hanno venduta almeno una delle mozzarelle nelle quali avevano posizionato una chiavetta usb con la loro musica..

Dall’eccellente Exploding In Sound Records di Brooklyn, dalla quale sono in arrivo anche i potentissimi Pile, i Krill si ripresentano dopo l’interessante ma incompiuto Lucky Leaves del 2012.

Chitarre storte, melodie accennate, potenza trattenuta. Tiger si ferma un attimo prima di diventare un pezzo dei fratelli Kinsella, un attimo prima di diventare un pezzo dei Pavement, un attimo dopo avermi fatto (quasi) innamorare.

Boxed In – All Your Love Is Gone

Ricordo un’assurda trasferta di mezza estate, diversi anni fa, ad Arezzo per vedere gli Lcd Soundsystem che avevano pubblicato da poco tempo il primo album e una manciata di singoli. Partenza a metà pomeriggio, autostrada imballata. Caldo africano.

Nell’incantevole (!) cornice dello stadio comunale James Murphy e soci mi acchiapparono letteralmente braccia e gambe scaraventandomi in un’insensata, irrefrenabile danza. Alcune ore dopo, a notte fonda, il ritorno a Bologna sulla multipla del mio amico Marco, ovviamente placidamente addormentato accanto a me,  si trasformò in un’ epica battaglia con il sonno che se l’avessi persa non sarei ora qui a raccontare.

E i Boxed In? Ah, ok. Sono inglesi, nell’album vogliono giocare a fare i Disclosure con poca fortuna ma questo pezzo, ogni volta, mi fa sentire allo stadio comunale di Arezzo e mi dipinge un sorriso malinconico sulle labbra.

Massimiliano Bucchieri

Novanta e non sentirli

Cloud-Nothings---Gemma-Harris

CLOUD NOTHINGS

Si fa un gran parlare di anni ‘90, di quanto fosse meglio allora.
La musica, innanzitutto. Ma non solo quella. No, si dice che è stata l’ultima stagione del rock inteso nella sua forma classica. L’ultima epoca che consentiva di immedesimarsi, di trovare addirittura rappresentazione. Tutto vero, probabilmente.

Ma in questa ricostruzione non è che mi ci ritrovo proprio, oppure più semplicemente vedo le cose da un’altra prospettiva. Forse perchè non ho mai affrontato le vicende legate alla musica come se si dovesse scegliere davvero da che parte stare, come se ci fosse una contesa da dirimere. Non mi sono neppure mai preoccupato di prendere posizione nella celebre querelle Oasis vs Blur, per dire.

Dei primi amavo l’ignoranza sopra le righe coniugata al talento di scrivere canzoni capaci di celebrare l’adolescenza. Dei secondi la capacità di omaggiare la storia del pop inglese in maniera così ruffiana. Oppure, per andare ancora più in là nel tempo, davvero sarei costretto a scegliere tra Rolling Stones e Beatles? Anche volendo, mi risulta pressochè impossibile.
Alla fin fine mi sono sempre limitato a seguire un gruppo, una band, un cantante, un dj, qualsiasi cosa mi piacesse, per quello che proponeva, per come lo faceva. Per la maniera di affrontare il mondo, insomma. Questione di attitudine, innanzitutto. Poi anche di suoni e canzoni, naturalmente. Come già diceva qualcuno più autorevole e importante di me: l’arte che più ci piace è quella dove ci si ritrova almeno un poco.
Ecco, magari la domanda da porsi è se davvero le cose si sono trasformate così tanto, dagli anni novanta fino ai giorni nostri.
Sinceramente non me ne sono accorto.
Il mio modello di ascoltatore, presumo particolarmente attento, in quanto appassionato, funziona sempre allo stesso modo. Nel 2014 come nel 1994. Sono cambiati tanti dettagli di contorno. Ma la sostanza mi pare immutata.
Nel 1994 lo schema era: comprare la stampa musicale inglese per segnarsi nomi, date e luoghi. Vent’anni dopo è cambiato il modo, in effetti. Adesso è il web a fornirci le informazioni. Ma il risultato è sempre il solito: nomi che non è più necessario segnarsi come un tempo in un’agenda in quanto si approfondisce subito. Un clic e si ascolta.

In maniera più superficiale? Boh, non mi sembra. Se una band mi piace, compro il disco, allo stesso modo di un tempo, con la differenza che adesso è più semplice. Lo ascolto, se mi capita vado a vedere il gruppo dal vivo. Magari mi programmo una vacanza appositamente. Giusto per avere un’occasione di capitare ad Utrecht, che altrimenti chi mai ci sarebbe andato.
Mi viene il dubbio che alla fin fine sono rimasto uguale io, il mondo attorno è cambiato e non me ne sono accorto. Non che mi stupirebbe particolarmente, poi.

Ma questi anni ‘90? Di cosa parliamo in fondo? Dell’ultima epoca dove l’industria discografica ha provato a portare i gruppi “alternativi” in classifica? Parliamo di quello? Allora diciamo pure che quella stagione si è conclusa amaramente, con un colpo di fucile in una camera da letto disfatta nel nord-ovest americano.
O parliamo di quel suono? Anni ‘90 è diventato sinonimo di band con chitarre, che possibilmente pubblicano dischi per un’etichetta indipendente. Esattamente quella roba che è in via di demolizione nei blog più fighetti della penisola. Scordando magari che alcune delle migliori nuove proposte degli ultimi mesi suonano proprio in quel modo. Roba tipo Speedy Ortiz, Parquet Courts o Cloud Nothings. Roba suonata da gruppi giovani, chi più chi meno, senza nessuna patina nostalgica che fa capolino. E questo è dettaglio non da poco.

cloud nothings here-and-nowhere-else

CLOUD NOTHINGS Here and Nowhere Else

Prendiamo i Cloud Nothings, per esempio. Il gruppo del momento. Capitanato da Dylan Baldi, 22 anni. No, dico VENTIDUE anni.
Una band che ha avuto un percorso lineare, come altre 1.000 prima di loro. Disco d’esordio per una piccolissima “indie”. Centinaia di concerti nelle cantine e nei bar più scassati d’America a fare da contorno. Volume al massimo, vecchi amplificatori e chitarre sgangherate. Tutte le sere davanti ad un pubblico di pochi scettici che a forza di insistere si trasformano in amici. Gira la voce, insomma. Dai, e ancora dai. Alza il volume, guida il furgone, sopravvivi a 200 giorni dormendo sul pavimento. E poi un disco ancora, magari con Steve Albini in regia. E poi, di nuovo, via andare. Questa volta in Europa. Prima volta in assoluto da queste parti. Concerti davanti a 4 gatti ma non importa, tanto sai che alla fine qualche amico comunque lo porti a casa. E puoi raccontare, a Cleveland, che hai suonato a Parigi.

parquetcourtsb201313w

PARQUET COURTS

A forza di insistere hai capito come funziona, cosa ti serve in studio di registrazione, adesso hai l’esperienza necessaria. E pubblichi un nuovo album, ci canti dentro tutto il disagio che hai accumulato, tutta la frustrazione. No, non è il momento ancora di abbassare il volume. Indovini un paio di melodie, fai un disco clamoroso. Pigi sull’acceleratore e rialzi il piede dopo otto canzoni. Lo intitoli Here and Nowhere Else. Ti prepari a sbarcare nuovamente in Europa, questa volta ti aspettano buoni slot nei festival più importanti. Non vedi l’ora di suonare in quel posto sulla spiaggia, sotto a una tettoia, come l’altra volta. Questa volta sai già che ti aspetterà molta più gente. Qualcuno canterà a memoria alcune delle tue nuove canzoni, puoi giurarci.
E’ il 2014, l’anno dei Cloud Nothings. In attesa del nuovo Parquet Courts. E le cose funzionano ancora come allora. Lo abbiamo già visto, già vissuto in passato. E’ il 2014 e gli anni novanta non li abbiamo dimenticati. Il mondo ci cambia attorno, alla velocità della luce, e noi siamo ancora qui, con i soliti tre accordi a farci da colonna sonora.
Non saranno i nuovi Hüsker Dü, magari. Ma chi se ne importa. Ne parleremo ancora tra qualche anno, probabilmente.
Chissà cosa si racconterà ancora di quei famigerati anni novanta.

CESARE LORENZI