Doing it For The Kids

I have only one friend

She sings the same song as me

(Arab Strap)

Creation Stories non è un grande film ma racconta una grande storia.
La vicenda dell’etichetta discografica scozzese con base a Londra è in fondo grande quanto una vita intera e capisco perfettamente che l’idea di farne una sceneggiatura e relativo film abbia solleticato l’estro di Irvine Welsh.
La storia della Creation è legata a doppio filo a quella del suo fondatore, Alan McGee, il ragazzino “sfigato” di Glasgow con cui, in qualche modo, ci siamo identificati fin da subito.
Lo abbiamo sempre fatto, in tempi non sospetti, qualche decennio prima che la sua storia diventasse un film. Per noi che non siamo mai stati musicisti ma “addetti ai lavori” la figura di McGee è stata fin da subito il vero riferimento. Del resto come non subire il fascino di uno che nel giro di un mese, tra ottobre e novembre del 1991, ha pubblicato Screamadelica, Loveless e Bandwagonesque. Tre dischi della vita, in un botto, così come se fosse la cosa più normale del mondo.
La storia della Creation è in fondo una storia di riscatto, di successo e successiva caduta. Una storia di grande musica, davvero grande, la più grande di tutte quelle possibili, per qualcuno di noi, certamente per il sottoscritto.
La Creation è stata tante cose: la casa della musica “sbagliata”. Quella che metteva a proprio agio l’adolescente rinchiuso nella propria cameretta. La Creation dei Felt, dei Pastels, dei Weather Prophets, di Biff Bang Pow!. Quei dischi ci facevano sentire meno soli e contribuivano a farci trovare il nostro posto nella mappa dell’universo, nientemeno.
Ma è stata l’etichetta della musica “nuova”, del rumore bianco dei Jesus and Mary Chain, dei Primal Scream che abbracciano Andrew Weatherall, dei My Bloody Valentine che tracciano una strada completamente inesplorata.
La Creation è stata inoltre quell’etichetta che nello stesso anno del debutto degli Oasis pubblicava un disco dei Cramps. Perché, come ha più volte ripetuto lo stesso McGee, si è sempre trattato di una faccenda di musica. L’attitudine che ha messo in mostra uno come lui non l’abbiamo vista mai più. Uno che nelle interviste parlava dei Big Star e di Alex Chilton quando il flusso dell’interesse andava in tutt’altra direzione. E lo faceva così, perché era giusto farlo, senza nessun’ altra motivazione, con l’entusiasmo del fan.
Uno che frequentava l’Hacienda di Manchester e poi, magari, ti teneva un’ora inchiodato con una menata su Gram Parsons.
Tanti di questi dettagli nel film non sono entrati, inevitabilmente. Mi ha però fatto sorridere la scena delle giapponesi che visitano l’ufficio dell’etichetta e trattano McGee come una rockstar. Mi ha fatto ricordare qualche ragazzino bolognese che girava dalle parti di 83 Clerkenwell Road solo per vedere quel posto da lontano. Senza riuscire a dire niente di speciale se non farfugliare due parole di generico ringraziamento ed infilarsi un cd promozionale in tasca. Sarebbe stato sufficiente dire: Your Music Saved my Life ed invece, tra parole non dette e sguardi persi in troppa timidezza, la faccenda si risolse con il consueto nulla di fatto. Poco importa, comunque: tra simili ci si riconosce da lontano. Stessa visione del mondo e stesse Adidas ai piedi, senza bisogno di doverlo esplicitare troppo. Per quello è sufficiente una canzone.

Be a punk, be a poet, be political, be proud…but be a rebel always, because it is always something to rebel for…..(Alan McGee)

Cesare Lorenzi

Le 15 canzoni del catalogo Creation scelte da

Massimiliano Bucchieri, ArturoCompagnoni, Cesare Lorenzi

FELT “Ballad of the Band” 1986

Assieme alla Velocity Girl dei Primal Scream di cui scrive Cesare, questa è la materializzazione stessa della definizione heavenly pop hit, niente più e niente meno. Personaggio gigantesco, band formidabile, canzone magnifica. (A.C.)

MEAT WHIPLASH “Don’t Slip Up” 1985

Siccome citare i Jesus and Mary Chain pareva faccenda troppo ovvia allora si punta su quelli che ne hanno incrociato le sorti, sia pur per la sola durata di una canzone e la storia di un concerto (North London Polytechnic, 15 marzo dell’85). La circostanza che il loro nome sia una citazione dei Fire Engines e che in copertina di questo loro unico singolo ci sia un immagine di Robert Vaughn accresce il mito. (A.C.)

THE LOFT “Up the Hill & Down the Slope” 1985

Peter Astor possiede una penna magica con cui scrive da sempre canzoni sublimi. Dei Loft sono sempre stato indeciso quale preferire tra gli unici due singoli pubblicati nel corso di una carriera durata niente. Prendo il secondo che ricorda una versione sgangherata degli Aztec Camera e questo basta (e avanza). (A.C.)

THE HOUSE OF LOVE “Shine On” 1987
I primi quattro singoli degli House of Love sono materiale da far studiare a scuola, alternativamente in musica, storia dell’arte e, soprattutto, epica. Tra tutti scelgo questo solo perché la prima volta non si scorda mai. (A.C.)

BIFF BANG POW! “Love’s Going Out of Fashion” 1986

Una delle cose che mi è piaciuta di Alan McGee sin dall’inizio è quel suo modo di rendere esplicite le passioni, da autentico nerd della musica. I Creation ad esempio: omaggiati nel nome stesso dell’etichetta e riproposti in quello della band in cui cantava, oltre ad imbracciare la chitarra. Un misto ingenuamente irresistibile di psichedelia 60s, cultura mod e ombre post punk. (A.C.)

BMX BANDITS “Serious Drugs” 1992

La leggenda vuole che ai colloqui d’assunzione del personale McGee chiedesse informazioni sulle bands preferite. Se rispondevi Big Star eri assunto.
Non è quindi un caso che l’influenza di Alex Chilton e compagni si possa più volte ritrovare nel catalogo Creation. Questa degli scozzesi BMX BANDITS è forse la più bigstariana di tutte. Inutile dire che si tratta di una canzone fantastica, da ascoltare subito dopo i Teenage Fanclub per trarne il massimo godimento. (C.L.)

PRIMAL SCREAM “Velocity Girl” 1986

La canzone pop perfetta in 90 secondi. In pratica il manifesto del primo periodo Creation. Vodka e speed, i Velvet e Warhol nel cuore, una Rickenbacker e un chiodo di pelle. La bellezza dell’adolescenza virata in un film francese degli anni sessanta in bianco e nero. (C.L.)

SUPER FURRY ANIMALS “Something 4 the Weekend” 1996

Una ballata che sembra uscire direttamente da Sgt. Peppers. Pura psichedelia beatlesiana. Tipica “drug song” timbrata Creation. (C.L.)

MY BLOODY VALENTINE “Soon” 1990

“The vaguest piece of music ever to get into the charts” secondo Brian Eno. Ed una delle canzoni più lunghe in assoluto, con i suoi oltre sei minuti di durata del mix originale.
Soon sono i my Bloody Valentine al massimo splendore. Un brano talmente poco usuale che suona rivoluzionario ancora oggi. (C.L.)

THE PASTELS “Million Tears” 1984

Il primissimo periodo Creation è una roba di pop sgangherato, di bassa fedeltà, di canzoncine jingle-jangle suonate con foga. Questo singolo degli scozzesi Pastels è l’esemplificazione perfetta del teorema suddetto. Un elementare, quanto indimenticabile,  giro di basso in apertura e poi i soliti tre accordi. Essenzialità pop, manco fosse una canzone della Motown rifatta dai Modern Lovers. (C.L.)

RIDE “Drive Blind Ride” 1989

Il primo EP della formazione di Oxford. Quella cascata di chitarre al calor bianco. Quei cori. Da
pelle d’oca ancora oggi.
Viene tratteggiato un mondo immateriale in cui perdersi.
Per certi versi il gruppo shoegaze con la G maiuscola.
Andy Bell per fare i soldi veri si unì agli Oasis in fase discendente ma i Ride furono (sono)
faccenda di cuore.
Per alcuni anni portavoce di una generazione che voleva rumore e sentimento e che trovò la
casa ideale tra le uscite dell’etichetta. (M.B.)

SWERVEDRIVER “Son of Mustang Ford” 1990

Se la tavolozza dei MBV comprendeva tutti i colori che venivano scagliati nelle orecchie e nel
cuore fino a stordirti il colore predominante qui era, invece, solamente quello del metallo
arrugginito.
Potentissimi, quasi metal, soprattuto agli esordi, ma la melodia sotto alla loro rumorosa
tempesta affiorava gradita e ristoratrice rendendo più appropriata la presenza sotto questa
sigla. (M.B.)

TEENAGE FANCLUB “Star Sign” 1991

La band del cuore di molti. Pop, rumore, friendliness pura e contagiosa. Un mazzo di canzoni
che ancora oggi, al loro apparire, ti fanno venire voglia di abbracciare chi hai accanto.
Un cd single in una bustina di un Hmv di Edinburgo che si materializza in note e suoni nella
Little John’s Farm di Reading nell’estate 92. Un pascolo batttuto da vento e scrosci di acqua
gelida intermittente. Gambe nel fango fino al ginocchio e salti per un ora sotto braccio a degli
sconosciuti maleodoranti rimettendoci una caviglia.
Poche volte sono stato cosi felice. (M.B.)

ADORABLE “Sunshine Smile” 1992

Con un piede nella scena shoegaze e uno che volgeva lo sguardo alle tessiture romantiche di
House Of Love e Echo And The Bunnymen.
Intercettati nel febbraio 91 di supporto ai Curve. L’alterigia, l’eleganza e il carisma di Piotr
Fijalkowski dominava il mare increspato di feedback intorno a lui vincendo gli occhi e i cuori di
molti.
Si persero troppo velocemente ma questo resta uno dei grandi singoli dell’etichetta.
Ancora oggi potente e sexy. (M.B.)

BOO RADLEY “Lazarus ” 1992
Fin dagli esordi del gruppo di Liverpool, sepolto sotto tonnellate di rumore, si percepiva un gusto
per la melodia fuori dal comune, in gran parte dovuto alla penna di Martin Carr.
Veloci passi giganteschi portarono a questo singolo.
Una summa di generi, un caleidoscopio dall’intro venata di dub all’armonia grondante puro
sentimentalismo britannico, alle chitarre assordanti loro marchio di fabbrica.
Un album monumentale, per certi versi inopinatamente sottovalutato.
Giant Steps. Passi che hanno lasciato, anch’essi, orme non indifferenti nella storia dell’etichetta.
Dietro al muro di feedback ancora oggi, tra gli altri, si intravedono le foto di Gary Clail, Kevin
Shields, John Lennon e Ray Davies. (M.B.)

Ti ricordi. (Fiver #31.2017)

Hüsker Dü


Scrivo. Da quando sono alle superiori, come minimo. A scuola io e le mie compagne di banco anziché chiacchierare durante la lezione ci scambiavamo messaggi su carta, per ore, già allora sulla musica che ci piaceva, ma non solo. Ho ancora qualcuno di quei quaderni.
Anni più tardi, annoto cose sulla superficie della mia scrivania a casa e su blocchi di carta grigina riciclata. Concerti e incontri principalmente.
Già allora per sorreggere la memoria, come oggi constato con dispiacere. Tutto ciò purtroppo non c’è più: in uno (o più) di quei fantomatici repulisti che hanno fatto piazza pulita del mio passato sono sparite magliette, fotografie, libri, riviste. Non si trova quasi più nulla. Salvo l’inindispensabile: libri dimenticati (forse perché brutti), diari di scuola, cose così. Le mie ‘teste bianche’ negli anni sono state implacabili.
Ma vengo al dunque, per non perdermi ulteriormente (sono rabbiosa per questo e la rabbia va incanalata in qualcosa di creativo, altrimenti non se ne esce, giusto?).
Il mio rapporto con gli Hüsker Dü.
Come li abbia conosciuti non me lo ricordo con precisione: molto probabilmente tramite Stereodrome di Radio 2, anni ’80 dunque. A seguire Planet Rock: Paolo Gironi credo tu ne sappia qualcosa!
Ricordo senz’altro, qualche anno più in là, di aver visto i Nova Mob. Stefano Lipanje mi dice (e lo ringrazio infinitamente per questo) che era il 16 gennaio del 93, ed eravamo a Meolo (VE). Lì ci sono andata con la macchina del babbo, in compagnia di Roberta e forse qualche altra della mia cricca di allora (Stefania la sarda?). Venezia, dove studiavamo, non era lontana; però la macchina andava riportata ogni volta a casa in provincia di Padova: non potevo permettermi di lasciare in parcheggio il catorcio più dello stretto necessario. Ricordo l’atmosfera e l’energia di quel concerto. Stefano era anche lui lì, ma ancora non ci conoscevamo.
Fatto sta che in quel periodo stazionavamo parecchio dalle parti del ‘Paradiso Perduto’ la sera. Una di quelle, siamo all’esterno, io e Roberta, un po’ fuse, e cantiamo. The main, the main, remember your name. Remember the things you and I became, il resto non lo capivamo così bene e non ci spingevamo molto più in là nell’interpretazione. Attacchiamo quando passa Stefano: lui si ferma e dice qualcosa tipo Hey, questa la conosco. E’ fatta, siamo amici. Ci siamo persi di vista per anni, poi ritrovati nell’era di facebook.

Più avanti ancora. Abito in UK, per caso mi trovo a vivere con delle ragazze norvegesi: indovinate la prima cosa che chiedo ad una di loro, Aud Ase Reitan? Come si pronuncia correttamente Hüsker Dü, nella loro lingua, ‘ti ricordi‘. Come minimo avrà pensato che era bizzarro; e lo era, in effetti.
Arriviamo all’oggi, leggo un libricino sulla storia del gruppo. Grant della coppia è quello sfortunato: ha perso la casa in un incendio, con tutto quel che conteneva, il suo mondo in fumo, perduto. Per questo mi sta decisamente più simpatico dell’altro.
Anche se poi vado a vedere Bob all’Estragon poco più tardi. E lo trovo in splendida forma. Mi metto a saltare, ovviamente. Conosco finalmente Eliseno e anche Marco. Ci sono Massimiliano e Arturo. Bob regala la sua torta di compleanno a fine concerto; c’è ancora, allora. Gran bella serata.
Qualche sera fa riascoltiamo Good News for Modern Man e mi resta incollata addosso ancora una volta questa canzone, tipico esempio di arte hartiana. Ve la offro.
E buon passaggio verso altri pianeti, Grant, ci mancherai.

Paola Bianco

Notion is not an option (Fiver #12.2016)

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Il mio amico Vito è un appassionato di calcio.
Sciorina formazioni, marcatori e risultati di partite degli ultimi 50 anni senza batter ciglio tanto da essersi meritato nel tempo l’appellativo di Vitopedia.
Può ripercorrere per interminabili ore carriere di anonimi terzini o centravanti oggi stempiati e obesi.
In realtà non tifa nessuna squadra in particolare, il suo è principalmente un approccio nozionistico, critico-descrittivo, che non si contamina con la passione, le gioie e i dispiaceri (si parla per iperboli, ovviamente) che possono dare il calcio o altri sport.
Per certi versi questo talento di Vito mi ricorda Vinyl.
Prodotto formalmente quasi perfetto. Filologicamente ineccepibile. Non c’è un pantalone a zampa di elefante, uno stereo, un’acconciatura meno che perfetta. Immagino che anche la consistenza della cocaina sia esattamente quella del 73.
Per non parlare della musica. Un namedropping incessante, più o meno manifesto, da azzerare la salivazione di legioni di collezionisti. Il patrocinio di Mick Jagger e Martin Scorsese. Grandiosi. Giusto? Chi ha scritto la serie ha frullato insieme un concentrato di talento e glamour, groupies, attrici, coca, alcol e masse adoranti.
Un meraviglioso, perfetto involucro. Completamente vuoto.
Impatto sulla mia vita/sensibilità =zero.
Da “tifoso” di musica ne sentivo il bisogno? No.
Amo la musica, ne parlo e ne leggo tutto il giorno, mi commuove solo sentir nominare Elliot Smith o leggere i testi di Mark Kozelek e mi fa incazzare il nuovo album dei Primal scream. Frequento gente come me e finisco sempre a frequentare posti con gente come me ma non ricordo cosa sta sul lato B di A Forest o se la formazione dei Fall di Mr Pharmacist sia la stessa di Big New Prinz.
Quello che trovo sorprendente è chi come me si nutre 24 ore su 24 della medesima passione possa trovare questo “prodotto” eccezionale.
Probabilmente (anzi sicuramente) è un mio problema ma, paradossalmente, più Vinyl si addentra in citazionismi spinti, sesso e strisce di cocaina (con condimento, per buona misura, di immancabili trame mafiose e omicidi efferati) più il tutto si risolve in un lungo, noioso e fastidioso esercizio di stile.
Lasciando perdere Jagger e Scorsese. L’impressione, personalissima, è che se le stesse esatte persone che hanno sceneggiato Vinyl avessero scritto una serie sulla pesca d’altura o sul calcio il risultato sarebbe stato esattamente lo stesso. Magari avrebbero potuto chiamare come consulente il mio amico Vito. Un bell’assegno a sei zeri sicuramente non gli avrebbe fatto schifo.

Bob Mould – The End Of Things

Mi piace immaginare un Vinyl 90/00. Chissà come avrebbero reso un personaggio come Bob Mould. Un distinto signore con l’aspetto del professore universitario non di ruolo che ripone con gesti misurati i suoi occhiali in un fodero di pelle, imbraccia la chitarra e chiede educatamente al fonico di alzare l’amplificatore al massimo prima di inondare l’ambiente di una elettricità satura e intransigente.
Nah .. un tipo troppo normale per una serie HBO. Di quella normalità che, da anni, fa semplicemente da indispensabile colonna sonora alle nostre storie personali.

Crows – Unwelcome Light

Buio pesto. Lame di luce come rasoiate. Compagni di tour dei potentissimi Metz i Crows da Londra pescano a piene mani nell’immaginario dark britannico per il loro esordio. Salgono alle labbra nomi come Horrors e Savages. Una tensione elettrica che si scioglie negli ultimi 50 secondi in un pogo impazzito. Da tenere d’occhio.

Rob Crow’s Gloomy Place – Business Interruptus

Nuovo progetto per Rob Crow dei mai troppo rimpianti Pinback. Poco più di un anno fa ha annunciato il ritiro definitivo dalle scene dopo aver “svuotato gli armadi” pieni, a suo dire, di registrazioni inedite. Fine del percorso perciò? Di certo la formazione di San Diego ha raccolto meno di quanto meritasse. Gli ingredienti sono ancora tutti lì, i tempi dispari del basso e un impagabile gusto per la melodia che mi porta alla mente, forse anche un po’ a sproposito, gente come fIREHOSE e Failure.

The Sun Days – Get Him Off Your Mind

Da Göteborg atmosfere primaverili che oserei definire smithsiane. Deliziosamente zuccherine. Di quella dolcezza che assunta in misura esagerata può mandarti all’ospedale. Ma la spensieratezza apparente si spezza quando tra capo e collo ti piomba la domanda “Tell me what you want to do with your life?” Bella domanda. Personalmente ci ho capito ancora poco.

Never Young – New Villain

Circola un giudizio unanime alla loro esibizione di un paio di giorni fa al south by south west: “da boys are on fire!” In effetti New Villain dal vivo deve essere una bella bomba. Noise punkers dalla Bay Area con un gusto per la melodia inaspettato. Ricordano un po’ i Nasty Bits…

MASSIMILIANO BUCCHIERI

Teenage Fanclub (Fiver # 04.11)

I know the secret: rock’n roll is a teenage sport, meant to be played by teenagers of all ages -they could be 15, 25 or 35. It all boils down to whether they’ve got the love in their hearts, that beautiful teenage spirit.
Calvin Johnson, 17 years old, in a letter to New York Rocker (1979)

 Alla fine la citazione che fa al caso nostro l’ho trovata. Non è stata neppure una faccenda complicata e con un po’ di buona volontà penso che ognuno possa trovare o adattare una citazione (che fa figo) a qualsiasi situazione.
Ma questa ci sta bene, dai. Ed essermi ritrovato ancora (ormai ho smesso di contarle), a 23 anni di distanza dalla prima volta, con il solito amico di sempre per le strade di Londra è una di quelle faccende che un po’ mi fanno pensare.
Pure Londra è rimasta la solita, nonostante i traffici legati alla musica si siano spostati da ovest a est della città, nonostante i mille cambiamenti architettonici. Ma questi alla fine sono dettagli insignificanti e questa non è una guida turistica. Si tratta piuttosto di raccontare esistenze trascorse con la musica a fare da presenza costante mentre tutto intorno cambia, si trasforma in maniera inevitabile. Figli, fidanzate, mogli, ex mogli, occupazioni. Ma i battiti di quel cuore adolescente rimangono i soliti. E lo spirito pure. A 17 anni Calvin Johnson, per tornare alla citazione iniziale, aveva già capito. Tutto forse no, ma insomma, ci è andato tremendamente vicino.
Questo Fiver è figlio delle ultime settimane. Passate in giro tra Bologna e Londra. Non canzoni nuove, quindi. Ma 5 concerti significativi che ho visto nel mese di novembre. Per questa volta me la sfango così, in ordine cronologico, che tempo di ascoltare musica ne ho avuto poco.

 

Thurston Moore – Bologna – Teatro Antoniano 03.11.2014
A proposito di eterni adolescenti niente di meglio che Thurston Moore, 56 anni portati con una leggerezza ed una consapevolezza che provocano brividi già solo a guardarlo.thurstonmoore2014_MG_0535
Thurston Moore ha portato in tour il nuovo album solista. Nella band il batterista di sempre, Steve Shelley, la bassista dei My Bloody Valentine (che rimarrà tutta la sera con le spalle rivolte al pubblico, e solo per questo sarà amore incondizionato) ed un nuovo chitarrista tirato fuori dal nuovo quartiere londinese dove dimora.
Una cosa va detta subito: l’album nuovo di Thurston Moore è un disco fantastico. Migliore di alcuni lavori dei Sonic Youth, senza ombra di dubbio. Perfettamente in equilibrio tra la forma canzone e le dilatazioni della sperimentazione, perfettamente bilanciato nel suo alternare rumore e silenzi. La voce, inoltre, sembra aver guadagnato in espressività e il tutto si traduce in uno dei migliori album dell’intera annata.
Dal vivo l’alchimia è stata se possibile non solo replicata ma amplificata (letteralmente) da una situazione al limite della perfezione. Thurston Moore è stato catalogato in tanti modi. Personalmente se dovessi descrivere l’esperienza di ascoltarlo dal vivo nella nuova incarnazione mi viene in mente un solo termine: psichedelica. E qui si potrebbe aprire una lunga parentesi sul significato della parola e di quanto sia abusata nella terminologia strettamente musicale. Vi rimando casomai a questo articolo bellissimo, al solito, di The Quietus che potete leggere qui.
Thurston Moore a Bologna, si diceva. Roba da chiudere gli occhi e ritrovarsi trasportati in un altro luogo. Catapultati davvero in un’altra dimensione. La magia della musica, insomma. In pieno effetto.

Nothing – Bologna – Freakout 04.11.2014
Ad un certo punto ho iniziato a contare. Compresi i due amici che mi accompagnavano eravamo in 45. Ma potrei pure sbagliarmi e comunque non ha nessuna importanza.
Il locale è delle dimensioni di un garage e oltre al paloscenico il solo bancone di un bar fa da arredamento ad una stanza che sarebbe davvero una forzatura chiamare club.nothing-band-guitar-throw-400x400
Quando è arrivato il momento di cominciare, la band ha spento le sigarette, svuotato i bicchieri ed è salita sul palco. Fin dal primo secondo una cosa è stata chiara l’impianto era assolutamente insufficente a reggere l’urto. Perchè i Nothing sono una band che non ama le mezze misure e se gli metti a disposizione un po’ di watt ti scoperchia il tetto del locale, statene certi.
Ma non è tanto questo che ne fa un gruppo unico. C’è dell’altro. Il volume alla fine non è mai stata una discriminante per capire davvero se ne valga la pena. Con i My Bloody Valentine il gioco vale la candela. Con i Nothing pure. Altre volte non so.
I Nothing sono il mio gruppo dell’anno.
Una band che suona in un modo ma che vorrebbe tanto essere qualcos’altro. Come me, in fondo.
Dominic Palermo è un ragazzone gentile. Ma ha i suoi momenti. Un giorno ha tirato una coltellata ad un tizio in una rissa e si è fatto un pò di galera. Quei momenti ritornano costantemente nelle sue canzoni. E no, il cielo non è terso. Non è una cazzo di bella giornata.
Sono canzoni di chitarre disperate ma gentili, soft as snow (but warm inside), di feedback fuori controllo e amplificatori messi alla prova, di voci sussurate che talvolta sono comunque come un fendente allo stomaco.
…on nights as dark as this, black black black clouds still follow us around…
Dominic Palermo sta alla estrema destra del palcoscenico, dalla parte opposta l’altro chitarrista che talvolta canta, pure lui. Al centro la batteria, dietro, e il bassista davanti. Mi sono concentrato su loro due, ad un certo punto. Sembrava la sezione ritmica di un gruppo hard-core. In particolare il ragazzo dietro i tamburi: tatuato, senza maglietta, che picchiava come se non ci fosse un domani. E poi ancora quelle chitarre, che vorrebbero far esplodere quel povero e miserabile impianto di amplificazione.
Dominic Palermo prova a tenere il mostro sotto controllo ma è una lotta impari. La chitarra sembra sfuggirgli dalle mani. Ogni tanto se ne libera, la sfila, se la fa girare attorno al collo, si avvicina all’amplificatore e alza il volume. Il ruggito ci stordisce ancor di più.
…there’s gotta be a place, to escape from the rain, but I can’t find it, can’t find it, can’t find it…
Sono 50 minuti in tutto, niente bis. Dominic abbandona la chitarra per terra, con gli amplificatori che ancora ululano disperati. Esce dal palco correndo. Mi arriva ad un metro di distanza, va al bar. Ordina uno shot di jack daniels e un jack e coca a seguire. Poi, con calma risale sul palco. Spegne l’ampli e ringrazia.
Dominic Palermo ha la presa di una vita scomoda che gli stringe la gola. Non gli rimane che buttare tutto in una canzone, in una band, in un’esistenza trascorsa in un furgone messo male.
Le cose cambieranno anche per lui. Ma intanto, in questo preciso istante, lui e la sua band sono alla ricerca di una maniera per sopravvivere. La loro musica comunica questa urgenza. È roba che scotta, che lascia segni, che fa male.
I Nothing da Philadelphia sono il mio gruppo del 2014. Ma questo l’ho già detto, mi pare.

 Bob Mould – Londra – Village Underground 18.11.2014
Bob Mould entra sul palco di corsa e non si lascia andare a convenevoli. Tre canzoni, senza pause tra un brano e l’altro, dal repertorio degli Husker Du. Tanto per stenderci subito. Prenderci in ostaggio e non mollare più la presa.
Alla fine suonerà 24 canzoni, sono andato a controllare.37
Ci sarà un solo istante dove l’assalto assumerà appena appena un’altra piega. più melodica ed intimista. Hardly Getting Over It merita probabilmente un trattamento differente. Uno di quei momenti che la gola ti si stringe, inizi a guardarti le scarpe e cerchi di non pensarci troppo e di tenere l’emozione sotto controllo. Nonostante si sappia fin dalla prima nota che sarà praticamente impossibile.
Che poi alla fine, se si vanno a contare, quante ne ha scritte di canzoni così? Non solo con gli Husker Du ma negli Sugar (dei quali riprende un paio di pezzi, stasera) e sopratutto negli ultimi due album solisti.
Questo è il tour di di Beauty & Ruin, in effetti.
Mi ha colpito che nessuno, tutta la sera, si sia mai sognato di richiedere una canzone dei tempi andati. Nessun urlo disperato…..These Important Years, pleeeeasee!!!! Non ce n’è bisogno ed il motivo è semplice: le canzoni nuove stanno in piedi anche al cospetto dei classici e troppo è il rispetto che si deve ad un uomo che si mette a nudo in questo modo su di un palcoscenico.
Nessuna luce, solo un paio di faretti bianchi che illuminano la scena. Nessun artificio. Questa è una faccenda di emozioni ataviche. Basso, batteria e chitarra. Null’altro. Ma quell’uomo di mezza età, in camicia da boscaiolo che impugna la chitarra come se fosse un’arma, è capace di cantare come se quell’urlo dovesse salvarci da un’imminente quanto improbabile fine del mondo. Rabbia fuori controllo, emozioni represse, sudore ed amplificatori che chiedono pietà.
Orecchio destro fuori uso per un paio di giorni ma chi se ne importa, alla fine.
Quanta vita è possibile riassumere in settanta minuti? Alla faccia di chi le considera semplici canzonette.

 Jesus and Mary Chain – Londra – Troxy 19.11.2014
Se qualcuno mi avesse chiesto una volta qual’è il mio album preferito di tutti i tempi non avrei avuto dubbi nel rispondere: Psychocandy! Una risposta del genere, qualunque essa sia, è solo figlia dell’emozione e della propria storia personale, chiaramente. Non esistono formule che vadano al di là di una soggettività che lascia comunque il tempo che trova nelle vicende legate alla musica e all’arte in generale.
Ma il fatto che i Jesus and Mary Chain a distanza di 29 anni dalla pubblicazione originaria abbiano deciso di portare in tour proprio quel disco non poteva lasciarmi indifferente.The Jesus and Mary Chain at the Troxy
Intanto un po’ di cronaca: il concerto è diviso in due parti. La prima con i bis che comprendono sopratutto brani della primissima epoca ma non inclusi nell’album e poi la riproposizione per intero di Psychocandy. A differenza di Bob Mould che pur suonando ben 9 pezzi degli Husker Du e pescando anche nel repertorio degli Sugar ha da proporre comunque il nuovo repertorio che qualitativamente, insomma, è ancora a quei livelli d’eccellenza che fanno sentire le farfalle nello stomaco; i J&MC, dicevamo, invece non scrivono una canzone nuova da 16 anni ed una buona da oltre una ventina. Non si tratta di mettersi a fare i contabili ma talvolta la matematica è tutt’altro che un’opinione.
I J&MC suonano come hanno sempre fatto in carriera: in maniera orribile. L’imperizia tecnica non ha mai costituito un presupposto per valutare musica che comunque sapesse in qualche modo emozionare, questo è chiaro. Ma farlo a vent’anni, con la gente che ti urla insulti e qualche sputo, e tu impassibile rispondi a bottigliate mettendola in rissa e poi vai di feedback fino a stordire perchè non conosci nessun altro linguaggio che non sia quello dell’intensità, del trasporto e della passione. Ecco, se lo fai in quel modo, è decisamente un’altra cosa. Se cerchi di riproporlo ora, a distanza di una vita intera, risulti al contrario semplicemente patetico. Perchè è musica che funziona solo se collegata a quell’urgenza espressiva e non può essere replicata in nessun modo.Ci sono stagioni che vanno semplicemente vissute. Questi tentativi di riproporre un passato che comunque non potrà mai tornare sono una scatola vuota. E che molto dell’attuale business della musica sia sostenuto da operazioni di questo tenore è francamente l’aspetto più scoraggiante. Detto questo cosa volete che aggiunga? Psychocandy rimane il mio personale disco della vita. Ma gli attuali J&MC con quelle canzoni sembrano non avere più nulla a che fare.

 The Orwells – Londra – Electric Ballroom 20.11.2014
Gli Orwells sono un gruppo da 6. E se proprio vi piace il genere: rock’n roll suonato con la tentazione del ritornello facilone in chiave pop ma anche con un pizzico d’irruenza quasi garage punk, c’è senz’altro di meglio in giro. I Black Lips, per dire, stanno in un’altra dimensione.2014aford_Orwells-9444250214
Però qualche canzone buona in repertorio ce l’hanno e vederli dal vivo è uno spasso. Il divertimento, mettendoci del suo, sta sopratutto nell’osservare il pubblico. Giovanissimo con un entusiasmo incontenibile che fa pogare la sala già sul check della batteria prima del concerto. Giusto per rendere l’idea. Non fa in tempo a partire la prima canzone che il cantante è già in balia delle prime file e si capisce fin dal primo istante dove si andrà a parare.
Il servizio d’ordine della sala non sembra particolarmente accondiscendente, però. Ed inizia una lunga scaramuccia tra la band, la security e il pubblico che andrà avanti per tutta la durata del concerto. I tentativi di stage diving vengono frustrati con decisione mentre l’insofferenza della band sembra sempre più palpabile.
Il concerto s’interrompe in un paio di occasioni e prima che la situazioni degeneri del tutto il manager del locale sembra voler porre fine alla questione. La band reagisce, si sfiora la rissa vera. Il cantante non trova di meglio che prendere un’estintore ed aprirlo sulla folla.
Intrattenimento allo stato puro insomma. Come andare allo stadio e gustarsi gli incidenti della curva, con quel pizzico di adrenalina che ti tiene sul chi va là. Poi, uno torna a casa e non si ricorda nemmeno quant’è finita la partita. Il calcio è un’altra cosa. La musica, quella vera, probabilmente anche.

 Cesare Lorenzi

FIVER#04.06

Protomartyr

Protomartyr

Dicono che questi siano i migliori mondiali di calcio di tutti i tempi. Può darsi sia anche vero, chissà. Secondo me in ogni caso non si possono confrontare cose che appartengono a epoche diverse. Non so, magari i mondiali del Messico nell’estate del 1970 sono stati più belli, solo che non lo ricordiamo e comunque i parametri per giudicare certe cose sono completamente cambiati. In ogni caso credo sia impossibile vedere qualcosa di meglio delle due partite in Spagna in cui l’Italia batté in sequenza Argentina e Brasile nell’82.

Per la musica è diverso. Certi dischi di altre epoche restano e li giudichiamo oggi con gli stessi criteri di allora. Tra quelli che piacciono a me penso agli Stones, ai Velvet, agli Stooges, ai Roxy Music, ai Kinks solo a dire i primi nomi che mi vengono in mente.

Riflettendoci un attimo credo dipenda dal fatto che il calcio si è evoluto moltissimo negli anni, mentre la musica rock è rimasta – al contrario – sostanzialmente ferma: detto questo aggiungo che, per come la vedo io, l’evoluzione non è necessariamente un bene e il rimanere fermi, in certi casi, non è affatto un male.

 

Ought “The Weather Song”

Questa canzone mi gira in testa incessantemente da almeno un paio di mesi. L’ho ascoltata talmente tante volte che mi pare, nella consueta confusione tra accadimenti personali e pubblici, tutti la conoscano benissimo. Quasi come gli Ought fossero i cesarecremonini del Canada. In realtà quando l’altra sera l’ho suonata all’Hana Bi dopo il concerto dei Pains of Being Pure at Heart, la gente sotto la tettoia è rimasta un po’ sorpresa – miei amici a parte – e qualcuno è venuto a chiedermi ragguagli circa l’identità degli autori. Può essere che gli Ought quindi non li conoscano poi in così in tanti. A me comunque The Weather Song fa impazzire: mi impone di tenere dentro il fiato per il primo minuto, poi parte il fuoco d’artificio e tutto esce fuori d’un botto. Ogni volta che parte il pezzo conto i secondi, sessantadue in tutto, e resto sospeso nel timore che una cattiva magia abbia spostato da qualche altra parte lo stacco che a quel punto arriva, così che io non lo riesca più a trovare e rimanga lì col respiro piombato. Ovviamente quello stacco è invece sempre al suo posto: Yeah, I just wanna revel in your lies.  Così posso riprendere a respirare.

Il popolo ha la memoria corta e i più si sono fermati a citare gli Strokes. La prima volta che ho ascoltato il pezzo a me sono venuti in mente i Talking Heads. Vero è che anche la prima volta che ascoltai gli Strokes mi balenò il ricordo dei Talking Heads. I conti quindi, probabilmente tornano comunque.

 

Bob Mould “I Don’t Know You Anymore”

A tutti prima o poi capita di pronunciare questa frase rivolgendoci a qualche persona che fino all’attimo prima ci era cara: I don’t know you anymore. Se non vi è mai successo beati voi. Ci sono però persone che conosciamo da sempre e pur nelle loro mutazioni, nei cambiamenti necessari e inevitabili, rimangono fedeli a se stesse e le riconosciamo ora esattamente come le riconoscevamo tanti anni fa. Del disco nuovo di Bob Mould ha scritto già Cesare, e l’ha fatto talmente bene che non ho nient’altro da aggiungere. Se non rilevare il corto circuito emozionale che questa manciata di canzoni ha provocato in alcuni di noi. Perché alcuni di noi sono già arrivati al punto in cui oggi pare essere giunto Bob Mould: il momento in cui con determinazione ferrea e fiera convinzione si decide di tirare fuori tutto, chiarendo inequivocabilmente a se stessi e agli altri quello che si è. L’equivoco non è più ammesso quando arriva l’istante. Quello in cui rivendicare il passato di cui ci stavamo quasi dimenticando, affermandolo nel presente e proiettandolo verso il futuro.

L’attimo in cui l’unica cosa che rimane da fare è prendersi le proprie cose e riportarle a casa.

 

Cold Cave “A Little Death to Laugh”

C’è stato un momento, all’altezza dell’uscita di Love Comes Close, in cui pareva che Wesley Eisold e i suoi Cold Cave stessero per fare il botto. La canzone che titolava quel disco la passavamo spesso nelle nostre serate e alla gente piaceva parecchio. Il disco seguente, Cherish the Light Years, fu in realtà una mezza delusione e non mi pare abbia avuto particolare riscontro in giro. Magari il botto l’hanno pure fatto visto che, se ben ricordo, sono stati scelti dai NIN come spalla  per il loro tour di quest’anno, solo che io non me ne sono accorto. Il nuovo disco dei Cold Cave, Full Cold Moon, non è in effetti un nuovo disco dei Cold Cave, bensì una raccolta di singoli usciti nell’ultimo paio d’anni su alcune piccole etichette indipendenti. A quanto pare il vero nuovo album dei Cold Cave uscirà entro fine anno e dovrebbe intitolarsi Sunflower. Eisold lo definisce: a mix between some of the bigger sounds on Cherish and more minimal stuff I’m interested in now, like Suicide or 39 Clocks. Ben venga. Uno che mi cita Suicide e 39 Clocks avrà sempre la mia attenzione, quindi attendo con curiosità. A Little Death to Laugh uscì su un sette pollici Heartworm Press nel 2012. Ha una linea di tastiera semplice semplice, sciabolate di synth che accompagnano una drum machine tenebrosa al punto giusto e quella voce cupa che fa tanto Sisters of Mercy. Robe così le ho ascoltate mille volte suonate da mille gruppi diversi negli ultimi 30 anni. E potrei ascoltarle altre mille volte suonate da altri mille gruppi diversi nei prossimi 30 anni, ma non credo mi stancherei, non ancora.

 

Ausmuteants “Tinnitus”

Volevo fare un copia e incolla di quello che un paio di settimane fa scrissi a proposito dei Pow!: quella roba sul garage rock e i gruppi che suonano il genere aiutandosi con tastiere e synth, mescolando rock and roll, punk e new wave. E volevo aggiungerci un pensiero ai Brainiac e una citazione dei Man or Astro-man? che fa sempre figo e magari raccoglie pure qualche like trasversale. Ma negli ultimi giorni la tecnologia mi sta restituendo un po’ di quell’odio che le ho riservato negli anni: gli strumenti che sono solito utilizzare non funzionano (oppure sono io a non essere in grado di farli funzionare, in ogni caso il risultato non cambia) e così non riesco a recuperare quelle tre righe, quelle scritte a proposito dei Pow! Detto che punti esclamativi e interrogativi in questo pezzo sono funzionali alle scelte dei gruppi (nel senso che hanno deciso di metterli loro in calce al proprio nome), gli australiani Ausmuteants suonano, com’è scritto sullo sticker tondo appiccicato in alto a destra sulla copertina del loro disco uscito solo in vinile per la sempre ottima Goner, synth-driven snot punk classic! (anche in questo caso l’accezione esclamativa l’hanno messa loro). Assistere a un loro concerto deve per forza essere un’esperienza interessante, ma siccome sono uno che sa accontentarsi, in fondo mi basterebbe anche solo trovare un club dove la gente volesse ballare un pezzo come questo anziché venire a spappolarmi l’umore richiedendo per l’ennesima volta l’ascolto di Oasis e Pulp.

 

Protomartyr “Ain’t So Simple”

Questa settimana me la sarei cavata con un secondo copia e incolla, ripescando la frase con cui mesi e mesi fa Jonathan Clancy, al ritorno dalla sua permanenza a Detroit, mi descrisse le più interessanti band locali del momento. Tra queste c’erano appunto i Protomartyr, nome che non avevo mai sentito prima ma che diligentemente appuntai sulla mia agenda mentale delle possibili next big thing (prego dare il giusto peso all’aggettivo big considerando che nella mia agenda mentale al primo posto della categoria al momento ci sta gente come Krill e Dub Thompson, per dire). I Protomartyr hanno un cantante che snocciola in modo ripetitivo parole, mantenendo sempre un identico tono, e una linea ritmica che in questa canzone è tutta una sincope di charleston, chitarra e tamburo in contro tempo. Regalano quel senso di urgenza imbrigliata nella noia e (presumo) nell’impotenza trasmessa dal vivere in una città che è la fotografia più spietata possibile del declino dell’impero occidentale.

Scrivendo su questo blog mi accorgo di citare Mark E. Smith e Jonathan Clancy ogni tre per due: la mia monotematicità citazionistica mi sorprende. Devo dire però che la cosa non mi dispiace affatto: pochi punti fermi e attorno satelliti di caos che girano vorticosamente. Buono.

ARTURO COMPAGNONI

Questi anni importanti

Bob Mould

Bob Mould

Sono convinto che ognuno di noi abbia un talento particolare e che talvolta le vicende della vita non ce lo lascino coltivare come meriterebbe. Talvolta ci si perde in piccole rivincite personali, in litigi senza senso, in labirinti emozionali senza via d’uscita.

Poi, come d’improvviso, si torna a fare quello che riesce meglio. Magari a distanza di anni.

Suonare canzoni con il piglio del punk, nel caso di Bob Mould. E farlo con quella naturalezza che solo il talento, la predisposizione, gli astri e non so cos’ altro ci mettono a disposizione.

Certo che tra Bob Mould e il suo ex compare di avventure negli Husker Du, Grant Hart, diventa una bella gara di occasioni sprecate, talento inespresso e capacità di complicarsi l’esistenza. Come se Ryan Giggs avesse un giorno deciso di lasciare la sua amata fascia sinistra per giocare difensore centrale. Probabilmente lo avrebbe fatto senza particolari problemi, lavorando un pò sui muscoli e la forza fisica. Ma non sarebbe più stato “quel” Ryan Giggs. Ricordo ancora un pomeriggio del 1999, seduto sui gradoni di un pub del centro di Manchester. In compagnia di due greci emigrati in Inghilterra che scroccavano birre e sigarette. Stasera vi farà del male, mi avvertirino. Finì 2 a 0 per loro, la squadra di Manchester con le magliette rosse, in effetti. Vidi dal vivo cosa significava cavalcare quella fascia sinistra. Quella sera Ryan Giggs piazzò l’asticella. Chiunque volesse provarci poteva accomodarsi ma sapeva che il salto da fare era enorme e la ricaduta poteva fare male.

Hüsker Dü

Hüsker Dü

Bob Mould qualche anno prima piazzò l’asticella per chiunque volesse cimentarsi in una canzone suonata con 3 accordi, con l’energia di un areoplano al momento del decollo che usciva dagli amplificatori e la bile che a forza di urlare finiva direttamente nel microfono.

Gli Husker Du sono diventati velocemente leggenda, con tutte le contraddizioni tipiche del caso. Sono stati una storia intensa, una di quelle che lascia cicatrici e fa male. Comprensibile insomma che tutta la carriera solista, o comunque post Husker Du di Bob Mould sia vissuta nel tentativo di ricostruirsi un’immagine pubblica ed un futuro che si allontanasse il più possibile da quello che era stato.

Emblematico il disco solista, il primo della serie. Quel Workbook che è stato oggetto di ristampa proprio in questi giorni per i 25 anni dalla pubblicazione. . Disco acustico, di archi e di arrangiamenti sorprendenti. Come se volesse dirci che insomma vanno bene i Black Flag e i Minutemen ma, sotto sotto, il chitarrista che più lo ha influenzato è stato Richard Thompson. Una di quelle cose che da punk non potevi proprio ammettere. Ma l’eccesso di questa nuova libertà, al di là dell’entusiasmo iniziale, non ha mai prodotto capolavori. Tutto al più buone canzoni che, sì, insomma non sono veramente male ma però, dai, gli Husker Du erano decisamente un’altra cosa.

Mould_Bob_Workbook_25_OV-36-revised-300x300Anche gli Sugar, l’altro progetto di Mould rimasto a metà strada tra il periodo Husker Du e la carriera solista, nonostante il successo in termini prettamente commerciali, si può catalogare come tentativo di coniugare il vecchio linguaggio del punk rock a suoni tradizionalmente più rock. Senza punk. Con un gusto melodico mai così accennato. Roba che ci ha fatto pogare come se fosse la fine del mondo: canzoni che sono rimaste, anche quelle indelebili nella memoria. Ma anche gli Sugar alla fine li abbiamo sempre registrati come un eccellente rito di passaggio. Tra una vita e l’altra, come direbbe il Compagnoni.

Passaggio che sembra essersi completato con gli ultimi due album solisti. Bob Mould è tornato definitivamente a casa e sentirlo al massimo dei giri, nel più recente “Beauty & Ruin” è un vero piacere.

Quelle canzoni che abbiamo mandato a memoria in “anni importanti” assumono ora una valenza profetica. Mi ricordo bene l’ultimo periodo degli Husker Du: come i confini si fossero fatti improvvisamente troppo stretti. Si capiva che quella storia era alle battute finali e quella strada che portava alla rinuncia sembrava un incubo (ai nostri occhi di fan poco piú che adolescenti) che si materializzava. Il momento della disillusione, quando tutto sembra improvvisamente senza senso, il guardarsi intorno e non vedere appigli. Quel diventare grandi che ti stritola lo stomaco e non ti lascia spazio, il respiro diventa affanno….it makes you want to give it up, And drift into a haze….2A9176417-CE57-C77F-7A66AFF86BA88440

Non è piazzata lì per caso neppure quella foto di copertina: dove un Bob Mould maturo si sovrappone ad un ritratto di tanti anni fa. Come se le due epoche venissero improvvisamente a patti, come se si fosse davvero completato un ciclo.

In fondo il talento è uno solo. Quello vero. In questo caso lo conosciamo fin troppo bene….once you’ve seen the light, you finally realize it might end up all right, it might end up all right now…

Tanto poi siamo quello che siamo e alla fine sempre lì torniamo, da dove siamo venuti. Magari non sarà strettamente la stessa cosa, non sará una faccenda calligrafica perchè ci abbiamo vissuto una vita in mezzo, ma insomma ci siamo capiti.

CESARE LORENZI