Il giorno perfetto. La notte perfetta (Fiver # 27.2017)


16 luglio 2013.
La mattinata è calda già alle dieci e nel cortile di Vicolo Bolognetti il sole picchia senza pietà sulle assi di legno. Giro a tamponare con gaffa e viti le parti bruciate, scollate o che si sono alzate per la temperatura e le migliaia di persone che anche ieri notte le hanno calpestate.
Sono arrivate le prolunghe per il palco. Questa sera occorre ampliare il normale spazio su cui hanno già suonato band straordinarie, l’anno di grazia di quella meravigliosa follia che è Bolognetti Rocks: Pan del Diavolo, Offlaga Discopax, His Clancyness, Beatrice Antolini, Nada Malanima.
E Johnny Marr, Tom Tom Club. Arriveranno Glen Hansard, Toys, Pere Ubu, Jonathan Wilson.
Ma stasera suonano i più grandi della stagione. Per me i più grandi di tutte le stagioni e tra i più grandi e basta.
Fa caldo, il palco va su liscio, agganciamo i pezzi e montiamo il tnt nero che stasera tutto deve essere perfetto. C’è tensione nell’aria, siamo tutti elettrici. Oggi è il giorno in cui non si può sbagliare.
Le undici e arriva la chiamata: ci siamo, dal cancello posteriore stanno entrando due furgoni. Fonico e roadie sono qui.

Rimango sul palco. Sto legando delle fascette quando il cancello in fondo si spalanca. Vedo entrare i ragazzi del Covo coi tecnici. Poi di fianco a loro due figure che non posso non riconoscere.
Mi giro, guardo Mars: “quei due sono Peter e Leah, cazzo ci fanno qui a quest’ora?”.
Scendo dal palco con le mani che mi sudano per l’emozione: li ho visti suonare ai Magazzini Generali a Milano in inverno e ricordo quel messaggio a Daniele dieci minuti dopo la fine del concerto “quest’anno se vuoi che facciamo il Bolognetti voglio BRMC headliner”. Qualche mese dopo, quel pomeriggio al Covo: “ragazzi, si può fare. Ci stanno. Facciamo soldout e andiamo a breakeven e niente più, ma un nome così in cartellone…”.
Non c’è più niente da dire. Si farà. Bisogna solo resistere alla voglia di spifferarlo a tutti: ma lo sai chi suonerà in ‘sto posto che qualche anno fa d’estate era solo un pisciatoio all’aperto per cani e punkabbestia? Ma ti rendi veramente conto?
Hi, nice to meet you” e sorrido a Peter e Leah che mi dicono i loro nomi stringendomi la mano mentre vedono i miei occhi innamorati. Lo so come vi chiamate, ho il cuore a mille.
Sorrido: “ragazzi, accompagnateli in camerino”.

Peter mezz’ora dopo è sul palco a collegare pedaliere e ampli come un qualsiasi ragazzino di una band sconosciuta. È silenzioso, rapito da quello che fa e dalle ore che non ha dormito nemmeno ‘stanotte. Arrivano da un’altra data in Europa e poi ripartiranno verso est. Sulla faccia, anni di questa vita. “Sono a tua disposizione”, gli dico. “Mi porti una redbull? Please”, mi sorride.
Fa caldo. Leah rimane in camerino. Non sta molto bene in questo periodo e chiede se conosciamo un medico che parli bene inglese. È sabato. A metà luglio. A Bologna. Non ci sono neanche i medici di base che sono tutti in riviera con le famiglie. Dove lo troviamo un doctor anglofono? Giro di telefonate. Pochi minuti dopo: “fra mezz’ora il medico è qui”.
Anche questo miracolo è fatto. Arriva una macchina, entra nel cortile un uomo dall’aria simpatica, la borsa da dottore dei film in mano. Sparisce subito in camerino. Ne esce dopo una ventina di minuti: tutto bene. Leah sta bene, è pronta per il soundcheck.
Il tuo compenso?
Mi date due accrediti per stasera?
Vorremmo abbracciarlo tutti. Sentiamo che c’è l’energia giusta, che tutto si sta incastrando come non mai. È il giorno perfetto.

Arrivano i buttafuori, i baristi. C’è una vibrazione nell’aria che non si è mai sentita. Tutti sentono che sono parte di qualcosa che nessuno credeva possibile.
Leah sale sul palco e comincia a picchiare sulla batteria. Gnappo e gli altri che ci danno con fog machine e luci.
Arriva anche Peter e la sua chitarra fa tremare le finestre del palazzo storico. Questa volta meno ansia sui decibel. Abbiamo i limiti, ma oggi se si sfora di qualcosa va bene lo stesso. Per un’ora e mezza questo posto deve diventare una magia.
Il sole si abbassa. Arrivano i fotografi, gli addetti stampa. Ci prepariamo ad aprire i cancelli, le casse per il ritiro dei biglietti, quella per gli accrediti. Il concerto è soldout da settimane.
Entra una macchina nel cortile della scuola. È Robert. Lo saluto, lo accompagno in camerino.
Pochi minuti e sono tutti e tre sul palco. Soundcheck all’americana: mezz’ora, un mini concerto per la gioia dei presenti che già si avvicinano al palco, ballano, applaudono.
Sta per succedere qualcosa di incredibile.
Mars mi prende da parte, la millesima paglia smangiucchiata in bocca. Mi guarda e mi dice: “tu ti rendi conto che fra dieci anni, quando questo posto sarà di nuovo un cortile del cazzo con la breccia per terra e le paglie spente nelle piante da quelli che lavorano negli uffici, qui passerà qualcuno che dirà a una tipa che è qui a studiare: “ma lo sai che io dieci anni fa qui ci ho visto suonare i BRMC?” E lei, gli dirà: “ma valà, ma che dici?
E noi sapremo che l’abbiamo fatto veramente”.

È buio. Devo entrare in camerino e prendere le ordinazioni per la cena da Peter, Leah e Robert. Sono agitato come un ragazzino. In mano un rotolo di carta. Saluto, chiedo. Poi li guardo: “guys, sorry, can you?” e loro sorridono, firmano e mi ridanno il poster che è ancora appeso sul fianco del mio armadio.
Il cortile si riempie in poche decine di minuti. La gente è caldissima: ma quando mai ricapiterà di vedere i BRMC su un palco a un metro da te? Dove li puoi quasi toccare?
La tensione sale alle stelle, sono quasi le dieci, la sicurezza che gira e controlla entrate e uscite. Prova luci. Prova mixer. Dalla postazione pollice alto. Si apre la porta della mini palestra che noi abbiamo trasformato in camerino. Escono due buttafuori con le transenne che creano un corridoio diretto al palco. Sale un boato dalla folla che si spinge verso di loro.
Peter e Robert imbracciano le chitarre e attaccano. Il suono è potentissimo, quasi violento. Io sono nervoso. Forse troppo volume, ci romperanno le scatole di sicuro. Cinque minuti e il capo della sicurezza mi chiama: alla porta c’è uno che si lamenta del volume e vuole parlare col responsabile. Chiamano sempre me per queste stronzate. Esco, rassicuro una signora: “ha ragione, è un po’ più alto del solito. Solo per stasera, ma fra un’ora finisce tutto. Vuole entrare a fare un giro?” se ne va maledicendomi e ridacchiando. Guardo Giorgio: “stasera non ci sono più per nessuno. Finché non finisce il concerto il responsabile sei tu, se non arriva qui l’esercito io non esisto”.
Questa sera è mia.

E quel palco sarà bello come non mai, né prima né poi. E mille persone che saltano tutte assieme e quando parte Spread Your Love sembra che il pavimento debba crollare e la folla è un unico ruggito e Lei mi trascina in prima fila a saltare e cantare a squarciagola e niente è mai stato così bello e io non mi sono mai sentito così vivo e forte, come se niente potrà mai più andare storto. Come se niente potrà mai più far paura.
Salto e canto. E penso che l’ho fatto io. Che l’abbiamo fatto noi. Che questa serata pazzesca è tutto merito nostro e nessun altro poteva fare una cosa così magica perché ci abbiamo messo tutto l’amore, tutta la forza. Tutto noi. E loro non smettono di suonare quel pezzo e non vogliono più scendere dal palco. Peter si fa passare una sigaretta dal tizio di fianco a me che si allunga sulle transenne per mettergliela in bocca. Cantano e suonano e non smettono, riprendono il giro e la gente è in delirio. Il pezzo durerà più del doppio di quello che è su disco.
I Black Rebel Motorcycle Club suonano sul palco del Bolognetti Rocks come se non ci fosse nient’altro, come se fosse l’ultimo concerto della vita.
È la notte perfetta.

Alla fine, qualche vecchietto che mi sbraita addosso per il casino, di fuori. Giorgio ha tenuto tutti buoni mentre aspettavano il responsabile che venisse a farsi sbranare. Ma io rispondo sorridendo. Negli occhi e nelle orecchie la notte più bella della mia vita.
Torno dentro. C’è da portar fuori la band da dietro, dal cortile dell’Orfeonica, dove il driver aspetta col furgone pronto. Entro in camerino, accompagno i tre. Robert e Leah salgono per primi e mi salutano dal finestrino. Peter è un metro dietro, con me. Gli dico che sono stati pazzeschi. Mi guarda estraniato. Poi vedo i suoi occhi stravolti che si accendono per un attimo: mi riconosce. Mi abbraccia: “thank you, man” e sale in macchina.
Se ne vanno. Io rientro e mi siedo, da solo, per qualche minuto. Respiro. Guardo il cielo limpido. Sorrido.

Post scriptum

Sono passati quattro anni esatti da quella notte pazzesca. La vita va come e dove vuole e tante persone che erano lì sono ancora qui, tutti i giorni, con me. E di questo sono felice e ringrazio.
Altri, che sono stati fondamentali in quelle ore, non fanno più parte, volente o nolente, del mio orizzonte. La vita va come e dove vuole.
Ma dopo una notte come quella, sai che amerai lo stesso per sempre tutti quelli che c’erano. Ci siano o no oggi, per quello che sono stati in quel momento magico e irripetibile.

Spread your love like a fever
And don’t you ever come down

Fabio Rodda

2013 in due atti

speedy-ortiz

ATTO 1 – IL DISCO

SPEEDY ORTIZ – MAJOR ARCANA

1981

M. ha 17 anni e va a vedere i Clash a Firenze. 
Canta a squarciagola sugli spalti di uno stadio, balla perfino. Tornando con un espresso a tarda notte fantastica di fare di quell’esperienza un progetto di vita, una rotta per gli anni a venire.

2005

S. ha 16 anni ascolta i Pavement nella sua cameretta in un college di Northampton (Ma).
Decide di formare una cover band: le Babement.

Lui i Pavement li ha visti nel 1992 e gli hanno fatto lo stesso effetto  di quella sera a Firenze.
Lei nel 1992 aveva tre anni.
Oggi M. ha 49 anni, S. 24.
Lei forma gli Speedy Ortiz e suona come se i Pavement non si fossero mai sciolti, non si fossero mai ricostituiti, non fossero mai cresciuti.
L’altro ha un lavoro che detesta e una come S. la odia perchè ha fatto un disco che ha il suono fragoroso dei suo sogni frantumati e sparpagliati sul pavimento.

Disco dell’anno, ovviamente.

ATTO 2 – IL CONCERTO

BLACK REBEL MOTORCYCLE CLUB – 16/7/13 VICOLO BOLOGNETTI

C’è una serata calda di mezza estate.
C’è una band americana di buon successo che, discograficamente, ha passato il suo periodo migliore da un bel pezzo.
C’è un bel cortile nel cuore di Bologna.
Le aspettative sono inversamente proporzionali alle età anagrafiche degli intervenuti ma c’è un eccezione.
Un sosia di Ken Loach sui sessanta spinti che conversa faticosamente ed educatamente con due giovani ragazze americane che lo osservano diffidenti come fosse un animale mitologico materializzatosi tra hipster, turisti e vecchi appassionati.
Parte il concerto.
Potenza e classe senza una sbavatura.
Trenta minuti di fuoco e fiamme dopo, in un raro momento di pausa tra un assalto sonoro ed un altro, si avverte distintamente un suono.
Quel suono è “THUMB”.
E’ il suono delle mascelle degli scettici e degli infedeli al culto che crollano pesantemente a terra per la sorpresa. Sorpresa che non sfiora minimamente Ken Loach impegnato in una assurda, sciamanica danza che lo conduce in territori “altri”. Le americane ora lo guardano con occhi diversi, oserei dire ammirati.
L’intensità, umanamente, cala ma l’intera platea è convertita, in scioltezza.
Ken Loach è un cencio pallido e sudato, si asciuga gli occhiali, saluta timidamente le americane e arranca verso la fermata del 27.

Massimiliano Bucchieri