I send my love to you (Fiver #14.2016)

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Con il passare degli anni mi accorgo di diventare sempre più intransigente e non è una buona cosa. Anche nei gusti musicali, oltre che nelle mie faccende private in genere.
La cosa che proprio più mi disturba è la banalità e la mancanza di ispirazione, se parliamo di musica. Non è solo questo, a dire il vero. Mi tedia la mancanza di personalità, più di tutte le altre cose. Ci pensavo ascoltando il nuovo album di Will Oldham, in questi giorni. La sua è ormai diventata una discografia infinita: le continue uscite sul mercato di compilation, collaborazioni, Peel session sfidano la pazienza e il portafoglio di chiunque. Nel disco più recente si firma con lo pseudonimo di Bonnie “Prince” Billy e si fa accompagnare dai Bitchin Bajas, un trio di avanguardia di Chicago. Non so se davvero il disco mi piaccia. Certamente non è uno di quei dischi che si finisce per ascoltare spesso. Diciamo che bisogna trovare il momento giusto. Ma è un disco che ha personalità, temperamento, libertà compositiva.
Ecco, mi piacerebbe ascoltare più musica così. Alla fine magari non è nemmeno detto che piaccia davvero ma almeno ci prova, senza per questo concedere alcunché. Anzi, piace proprio perché non concede nulla. Non si tratta nemmeno di intransigenza e certamente non sono uno di quelli che premia i dischi “difficili” in quanto tali. Proprio per nulla. Un disco mi deve comunicare di essere poco un prodotto e più conseguenza di una pura esigenza di comunicazione artistica, per quanto possibile.
I dischi di Will Oldham sono così. Non mi piacciono tutti. Ma mi piace provare ad ascoltarli sempre e anche quelli che magari non rientrano proprio nei miei gusti abituali, anche quelli alla fine mi lasciano qualcosa. Che è l’unica cosa che si richiede, a qualsiasi manifestazione artistica in cui ci si imbatte: che non scivoli via come un bicchiere d’acqua in una giornata d’estate. Quella di Oldham è musica che non si muove in territori predefiniti, che si sviluppa ai margini, negli spazi di libertà tra un genere e l’altro. Questa è l’attitudine che tiene a bada la mia intransigenza, insomma.

Bonnie “Prince” Billy / Bitchin Bajas – Despair is criminal
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Basta osservare le foto delle registrazioni: Oldham e compagni seduti per terra in un appartamento, circondati da vecchi synth, tastiere e appunti sparsi per la stanza. Improvvisazione che si trasforma in libertà creativa. Non tutto funziona, sinceramente. Ma questo pezzo sì, eccome.

Whitney – Golden Days

Il più delle volte ci si accontenta dei fantomatici dischi “di genere”, invece. In cima alla lista dei dischi più attesi ci finisce una roba così: irresistibile pop psichedelico che richiama Townes Van Zandt quanto Gram Parson. Classicismo pop come se il punk non fosse mai avvenuto: una canzone che è una piccola meraviglia a cura di due ex Smith Westerns, che preannuncia un album di debutto in prossima uscita.

Jeff Cowell – Not Down This Low

Non mi stupirebbe se i Whitney avessero passato un bel po’ di tempo in compagnia della raccolta della Numero Group, Cosmic American Music, uscita da poche settimane e che ospita anche questa canzone di Jeff Cowell. Si dice che Gram Parsons non fosse un grande amante del country rock, in particolare di quello che divenne fenomeno da classifica, edulcorato ed innocuo. Questa compilation va a pescare invece tra piccoli nomi di culto ed artisti pressoché sconosciuti al grande pubblico che di quel genere furono in parte precursori ed in parte genuini esecutori. La confezione, come al solito nelle uscite Numero Group, è fantastica. Doppio vinile gatefoold, libro e note da sballo. Per chi tiene i dischi di Gram Parsons come una reliquia e pensa che Evan Dando solista sia quasi meglio di quello dei Lemonheads.

Frankie Cosmos – On The Lips

Frankie Cosmos è una ragazza con una chitarra. Un synth e una sezione ritmica discreta, talvolta. Ma in fondo è tutta una questione di poche note. La magia della musica pop più elementare, di canzoni scritte come se si trattasse di pagine rubate ad un diario. Gente che magari il catalogo Sarah Records non sa neppure cosa sia e dei Beat Happening ha sentito solo il nome. Ma la sostanza è tutta lì, nascosta tra i soliti due accordi che fanno innamorare.

KRANO – Mi e ti

Gli americani possono insegnarci alcune cose. Non a cucinare un piatto di pasta, evidentemente. Ma se si tratta di rock’n roll o, ancor più, di rock che vira dannatamente dalla parte della tradizione folk e country qualcosa da dire ce l’hanno eccome. Se non ci hanno mai considerato in questo ambito non è perché sono particolarmente stronzi ma semplicemente perché non c’era nessuna ragione per farlo. Il fatto che qualcuno scriva parole tipo: no rock ‘n’ roll record has felt this mysterious and free-spirited in years (npr music)….a proposito di Krano ci riporta proprio alle considerazioni che facevo all’inizio, parlando di Will Oldham. Abbiamo bisogno di musica così, libera di spirito, innanzitutto. Canzoni che, si capisce immediatamente, nascono da una urgenza artistica che suona pura e non contaminata. Lo scrivono gli americani, per quanto possa contare (e un po’ conta), se proprio non potete fidarvi di un modesto blog fuori tempo massimo.
Krano è il progetto di Marco Spigariol, canta in dialetto veneto e le due canzoni che ho avuto modo di ascoltare mi entusiasmano come nessun’altra cosa quest’anno.

CESARE LORENZI

Brividi (Fiver # 04.2016)

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DIIV

Quando ho visto le foto promozionali del nuovo album dei Primal Scream ho avuto un flashback. Il cappello da lupo dell’Ontario che porta con nonchalance sul capo Bobby Gillespie da qualche parte l’avevo già visto.
I Primal Scream sono stati i miei Byrds ed anche i miei Rolling Stones. Immaginatevi vivere in provincia alla fine degli anni ‘80. Decidere di leggere Rockerilla, senza nemmeno sapere perché. Saranno state le solite menate di disagio adolescenziale, immagino, che non andavano d’accordo con i Duran Duran e Madonna.
La conseguenza: Smiths sul piatto del giradischi come se non ci fosse un domani. Uno dei pochi gruppi di cui si trovavano i dischi anche qui, dove il nord è estremo per davvero. Rockerilla era la bibbia. Cazzo se lo era.
Mi ricordo che uscì un lungo articolo che favoleggiava di una rinascita psichedelica. Il resto lo fecero le camicie a fiori, gli stivaletti a punta e i pantaloni in pelle. Si parlava dei Byrds (suonavano anche loro una Rickenbecker, si diceva nell’articolo), dei Rolling Stones e dei Seeds ma i protagonisti erano quattro adolescenti di Glasgow, appunto. Quartiere Mount Florida. La casa di Bobby stava a 100 metri da Hampton Park (lo stadio), ma questo lo scopri in seguito e non so perché mi sembra una notizia in qualche modo rilevante. desktop
Ordinai i primi due album dei Primal Scream per posta.
I dischi si ascoltavano in maniera diversa, allora. Non so se fosse meglio o peggio, non m’interessa neppure. Era differente, però. Due dischi ti duravano delle settimane. Non si skippava niente. Non era semplicemente possibile. Insomma, ti toccavano in sorte e in qualche modo dovevi farteli piacere.
I Primal Scream dei primi due album me li sono fatti piacere in quei giorni lì, sul finire degli anni ottanta. I miei Byrds, i miei Rolling Stones. I riferimenti erano quelli per Gillespie e compagni, all’epoca. Erano considerati un semplice gruppo di revival psichedelico, in fondo. Con un pizzico di disprezzo neppure tanto velato che faceva sempre capolino tra le righe.
Dal vivo erano una pena, dicevano tutti. Ricordo il concerto del gennaio 1990, in un capannone che doveva essere un club, dove la periferia bolognese si trasforma in campagna e la nebbia, in quel periodo dell’anno, ti fa perdere l’orientamento. La prima volta che vidi da vicino Bobby Gillespie e il suo cappello da comandante Mark fu invece uno di quei passaggi che segnano il percorso in maniera indelebile. Quella sera i Primal Scream tracciarono una via, mi ci buttai dentro senza pensarci e non sono ancora tornato indietro.
Quando ascoltai per la prima volta Fifth Dimension dei Byrds, alcuni anni dopo quel concerto, pensai che ricordavano davvero i primi Primal Scream. Era un mondo rovesciato, il mio.
Sembra una faccenda quasi esilarante, in fondo. Invece una riflessione sulla riproducibilità dell’arte ha generato un dibattito filosofico ben prima che nascessero i Byrds. La riproduzione è sempre stata parte integrante della pratica artistica, dell’apprendimento e della messa in circolazione delle opere.
Il mondo rovesciato di Bobby Gillespie porta in dote delle combinazioni travolgenti allo stesso modo: Roland S. Howard e Lydia Lunch che rifanno Some Velvet Morning, per esempio. I suoi Lee Hazewoold e Nancy Sinatra, come ha recentemente confidato. Quando i Primal Scream ripresero questa canzone, tanto per completare un cerchio, in testa avevano questa versione.

ROLAND S. HOWARD & LYDIA LUNCH – Some velvet morning

Non è nient’altro che l’infinita bellezza della musica pop, in fondo. In particolare quando è capace di pagare tributi, di lanciare segnali, quando permette di scoprire sempre un piccolo pezzettino di mondo nuovo, in un gioco continuo di rimandi e citazioni che si trasformano in una sorta di filo d’arianna che ci guida nelle nostre giornate. Qualcuno, più importante del sottoscritto, diceva che l’arte salva la vita. È sufficente seguirne il respiro.
Roland S. Howard e Lydia Lunch sono personaggi che meriterebbero ben di meglio che una veloce citazione in un Fiver del lunedì mattina. Gente che ha discografie intere che meritano di essere assolutamente ascoltate e riscoperte. Basta seguire il filo.
BOYS NEXT DOOR – Shivers


La chitarra di Roland S. Howard è un tremito elettrico dissonante che sale e non si controlla come un brivido. Ma questo in fondo è solo uno stereotipo pigro che lo ha accompagnato per tutta la sua carriera di chitarrista di lusso ma anche di autore. Come se fosse impossibile scrollarsi di dosso quel riff malato di Shivers (vedi alla voce Boys Next Door oppure The Birthday Party) che il pubblico ha domandato fino alla fine dei suoi giorni. La realtà è ben differente, invece. Una discografia di piccole gemme che attendono solo un cuore con la giusta predisposizione. Le Savages, tanto per dire, per scrivere una canzone come questa farebbero follie.

ELEANOR FRIEDBERGER – He didn’t mention his mother

Ci sono tappe che hanno un significato particolare. I primi 40 anni solitamente lasciano il segno. Uno si ferma un attimo e poi continua come se nulla fosse ma due conti, in gran segreto, magari se li fa lo stesso. A maggior ragione se vivi tra Brooklyn e Chicago da più di quindici anni. Hai fatto la cantante in un gruppo indie di moderato successo prima e poi ti sei lanciata in una carriera solista che ti ha regalato attenzioni, soddisfazioni e successo senza esagerare. Hai sempre vissuto in un buco di camera, in un appartamento condiviso che hai fatto fatica a pagare. I tuoi coinquilini sono diventati di anno in anno più giovani. A casa, a mille chilometri di distanza da New York, le tue amiche di un tempo ti massacrano il diario di facebook a forza di figli e famiglia. Senti che il ritmo non è più il tuo, che hai bisogno di uno spazio diverso. Di una luna differente, la notte.
Con gli stessi soldi con cui ti pagavi un affitto per un buco, 200 km più a nord stai in una casa tutta tua, con il giardino e spazio per tutti gli strumenti che hai sempre dovuto sacrificare, e quel piano elettrico della Wurlitzer finisce in bella mostra in soggiorno. Invece che le Perfect Pussy ascolti i Fleetwood Mac. Inizi a scrivere le nuove canzoni e tutto quello che ti è capitato negli ultimi mesi finisce lì dentro.
Se non è un capolavoro poco ci manca.

BONNIE “PRINCE” BILLY – The cross
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Un disco nuovo di vecchie canzoni. Escono dall’archivio di John Peel e regalano momenti impressionanti, in particolare quest’ incredibile versione del famoso brano di Prince. La voce amabilmente scassata, accompagnata da un’acustica improbabile, accellera leggermente il tempo e coglie l’essenza di un gospel disperato e mistico. Si azzera tutto il superfluo: rimane un’invocazione di puro spirito che lascia letteralmente senza fiato. Tutto in poco più di 120 secondi. Brividi.

DIIV – Under the sun

Ad un punto avevo smesso di crederci. Pensavo che al secondo album non ci sarebbero mai arrivati. Troppi scazzi, droghe sbagliate, cliniche di disintossicazione, problemi con la giustizia di mezzo. La lancetta dell’orologio faceva il suo corso inesorabile, intanto e ci ricordava che da quel disco di debutto che ci aveva catturato ormai erano passati quattro anni. Poco meno del tempo che hanno impiegato i LCD Soundsystem a riformarsi. Poi voci di sessioni di registrazione interrotte. Tour incasinati. Interviste concordate e poi saltate.
Invece, un po’ a sorpresa ci ritroviamo un nuovo disco, per giunta doppio, tra le mani. Questa, a mio giudizio se non è la migliore canzone della loro discografia ci va dannatamente vicino ed è proprio il tipo di brano che era lecito aspettarsi da una band che vuole mettere una pietra sopra ad un passato per certi versi drammatico. Il tono è solare, quasi gioioso, decisamente pop. Una grande sorpresa per chi, come il sottoscritto, pensava che potessero al massimo ambire alla realizzazione di un disco che suonasse come una raccolta di b-sides dei Cure (ce ne fossero, detto tra parentesi).

CESARE LORENZI