Rid of myself (Fiver # 06.2016)

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La vita è fatta di scelte. Alcune importanti, altre meno. In questi giorni ne sto, ne stiamo, prendendo una di quelle importanti. Scelta della scuola superiore. Una cazzata, pensavo. Perché preoccuparsi? Se anche non va bene possiamo cambiare, correggere il tiro.
Senza rendermene conto ho cominciato a ragionare con la logica dei documenti .doc. Premere canc e ripartire. Eppure questo non dovrebbe essere un tratto distintivo della mia generazione. La mia generazione era quella della penna sul foglio di carta, della carta carbone. Dell’errore non rimediabile con un semplice clic. Bisognava pensarci bene a quello che scrivevi. Presupposto era un pensiero anteriore ben definito o almeno frutto di un ragionamento con basi solide.
La perdita del rigore. Questa logica del poter tornare indietro sempre e comunque senza grosse ripercussioni ha finito per inquinare il modo di ragionare, di comportarsi e, con una delle solite evoluzioni insensate ai più, mi è venuta in mente PJ Harvey.IMG_4652
Più o meno una storia d’amore. Una storia nata esattamente 24 anni fa. Io sulla gradinata della ULU a Londra con in tasca la mia copia fiammante di Dry a tiratura limitata (roba, oggi, da azzerare la salivazione dell’utente medio di Discogs). Lei, creatura timida e affogata in un giubbotto di pelle sul palco in uno di suoi primi concerti. Un veloce sbocciare, testimoniato in varie occasioni, fino alla statura acquisita negli anni successivi di artista importante, se non fondamentale, per noi ascoltatori e, in termini di influenza, per legioni di giovani artiste.
Ricordo nitidamente la seconda volta che la vidi, ad un festival di Reading, poco tempo dopo. Molto meno intimidita. Successe una cosa inaspettata. Partito un pezzo da Rid Of Me, non ricordo quale, Pj interruppe la canzone perché il batterista non la stava suonando come erano d’accordo, come lei voleva. Ripartirono e la interruppe di nuovo, e poi di nuovo e di nuovo ancora, incurante della marea di gente e dell’importanza dell’evento.
Quel piccolo particolare, che nessuno di noi aveva colto, lei non poteva lasciarlo passare.
Una gran rompicoglioni? Non direi. Etica, rigore, rispetto. Principi che dovrebbero dettare ogni scelta importante o semplicemente essere un indirizzo di massima (che poi tutti possono rivendicare il sacrosanto diritto a fare ogni tanto i cazzoni).
Pj Harvey sta tornando ed il video per The Wheel girato in Kosovo è bello e importante come la canzone, anche se non riserva grandi sorprese. Uno sguardo dritto senza compiacimenti su universi “altri” al di fuori delle cronache quotidiane che stanno devastando e insozzando le nostre coscienze. Per chi ne ha una.
Per gli altri, perché preoccuparsi? Basta premere il tasto canc.

PJ Harvey – The Wheel

Parquet Courts – Dust

Ho un rapporto complicato con i Parquet Courts. Esce il primo disco e lo consumo, lo consiglio, lo urlo a perdifiato. Vado a vedermeli a Milano con tanto di biglietto comprato in prevendita. Mi ritrovo con 30 sfigati come me. Vabbè, sarà uno di quei concerti che potrò raccontare in giro.. Macchè, concerto di merda. Esce il secondo album, mi approccio diffidente. Bang! Grande album ancora. Vado al Bronson a farmi smentire sulle loro capacità dal vivo. Una serata storta come quella di Milano ci sta, giusto? Secondo concerto del cazzo. Non vorrei sbagliarmi ma mi sembra che sono anche decisamente antipatici. Ora siamo alle soglie del terzo album e ci ho quasi messo una pietra sopra. Poi ascolto Dust e…cerco la data live più prossima e vicina. Benvenuto nel club Masoch.

Honduras – Hollywood

Fanno parte della nuova scena di NYC insieme a gente come Sunflower Bean e Wall, già ospiti di Fiver passati. Qualcosina dei Parquet Courts loro ce l’hanno. Un riff circolare e dissonante che sembra imboccare rettilinei melodici per poi sterzare subito dopo e complicarsi, senza perdersi mai. Una strada complessa da seguire ma è indubbiamente la strada giusta verso i nostri cuori.

Sulk – The tape of you

Nei primi anni 90 ogni scusa era buona per passare un paio di giorni a Londra. Scendere a Bayswater e farsi un giro da Rough Trade a Talbot Road, al Nothing Hill Music Exchange, allungarsi da Sister Ray a Berwick Street e farsi un cartoccio di patate non sbucciate con la panna acida sopra. Nme, Melody Maker, Lime Lizard, Selct nelle mie mani insieme a carrettate di singoli di piccole band inglesi che ora non ricordo neanche più chi siano nonostante campeggino nella mia libreria a pochi centimetri da me. Singoli inutili, tutto sommato, ma che all’epoca mi facevano sentire bene, simbolo della leggerezza, dimenticata, di quegli anni. Un po’ lo stesso inutile, effimero benessere che mi regala The Tape Of You.

Brothers In Law – Life Burns

Quando si parla di gruppi italiani, del proprio giro, gente che conosci, con cui magari dividi concerti, tavolate e macchine il rischio è molto grande. La capacità di giudicare in maniera equilibrata può offuscarsi. Ma c’è il rischio contrario. Ignorare per partito preso musicisti che non è un caso se dividono con te locali, concerti, cene e macchine. Semplicemente una questione di medesime sensibilità con la differenza che loro hanno preso in mano uno strumento e hanno avuto la capacità di concretizzare queste sensibilità sotto forma di canzone. Sta uscendo il nuovo disco dei Brothers In Law. Alla mia età se un disco mi fa schifo lo dico. Invece, guarda un po’, Raise è bello, rigoroso, ispirato e da ogni solco traspare un grande amore per quello che si sta facendo. Chapeau.

Massimiliano Bucchieri

Baseball Angel (Fiver #43.2015)

Cocteau Twins

Cocteau Twins


Questa è la storia di un angelo che atterrò in uno stadio di baseball.

Assistere a concerti in situazioni strane penso sia capitato a tutti nella nostra scalcinata penisola dove spesso manipoli di coraggiosi si inventano, letteralmente, situazioni più o meno probabili. Per quanto mi riguarda uno di quelli più strani a cui mi è capitato di partecipare è stato esattamente trent’anni fa.
Per quanto possa sembrare incredibile c’è stata un epoca nella quale non era cosi scontato che tu venissi a conoscenza di un concerto. Nel 1985, ad esempio, la notizia di un concerto passava attraverso un poster sui muri dell’ università, tramite un passaparola in un negozio di dischi o grazie alla radio. Sì, soprattutto la radio.
A Roma, dove vivevo all’epoca, c’era ad esempio Radio Città Futura. Jesus and Mary Chain, Rem, Cocteau Twins, Smiths, New Order punteggiavano i miei semioziosi pomeriggi di studente universitario (che nostalgia a pensarci solo ora) con poca voglia e altrettanti pochi successi. Insomma, la notizia mi fu recapitata via etere ma sulle prime pensai di aver capito male. Che fosse uno scherzo.
Cocteau Twins in uno stadio di baseball. A Nettuno.
Una cosa assurda tipo gli Smiths al mercato del pesce di Casalpusterlengo o i Rem allo zoo di San Benedetto del Tronto.
I Cocteau Twins…Elizabeth Fraser. La materia di cui erano fatti molti dei miei sogni. Quella voce che su armonie celestiali intonava litanie completamente incomprensibili tanto da mandare nello sconforto non solo me e le mie precarie conoscenze della lingua inglese ma anche molti madrelingua… Gli inafferrabili, eterei, misteriosi scozzesi per la prima, bramata, volta in Italia collocati in prima base in mezzo a palline di cuoio, mazze di legno, birre king size, tabacco masticato e sputacchiato…mah.
Per dare la misura di quanto la loro venuta in Italia fosse agognata ed inaspettata feci giusto in tempo a nominare il termine Cocteau ad Arturo via telefono per incassare un adesione subitanea ed entusiasta (forse non aveva afferrato i successivi termini come stadio di baseball..Nettuno…a piedi..).
Sabato 10 agosto, primo pomeriggio. Stipati sul trenino Roma-Nettuno, nelle nostre (dilettantistiche) interpretazioni dell’abbigliamento dark incassammo gli sguardi sospettosi e sbeffeggianti dei romani accaldati in costumi sgargianti che si recavano sul litorale per cercare scampo all’afa della capitale.
Per quanto eravamo sicuri della nostra destinazione finale non avevamo bene idea del come. Niente google maps nè sito dei trasporti locali. Ci ritrovammo ad arrancare di nero vestiti sotto un sole africano su per la collina che sovrasta Nettuno.
Lo stadio da baseball era veramente… uno stadio da baseball, ricordo transenne immotivatamente lontane dal palco e un affluenza tutto sommato modesta ma i presenti non erano lì per caso.
D’altra parte ci voleva una buona dose di follia per imbarcarsi in una avventura del genere.
La line up era accattivante, per l’epoca. I darkettoni nostrani Nadja, gli eccellenti Woodentops (una sorta di Violent Femmes albionici che scatenarono l’entusiasmo dei presenti) prima dell’apparizione in tutina rosa della prorompente Jayne Casey piccolo mito della scena post punk britannica tra Pink Industry e Pink Military. Apparizione che smosse non poco l’ormone dei presenti rendendoci tutti potenziali peccatori.
Tra diavolo e santità Elizabeth Frazer apparve in casa madre ai presenti e, in un silenzio quasi religioso, riportò gli animi su sentieri più puri e celestiali anche se i ripetuti problemi tecnici immagino che suscitassero nell’intimo di Robin Guthrie, Liz e Simon Raymonde esclamazioni scozzesi ben poco eteree.
Non ricordo molto altro. I Cocteau Twins tornarono una sola altra volta in Italia nel 94 a Milano ma in un locale ben più convenzionale.
Dopo poco si sciolsero e, non a caso, è uno dei pochi gruppi che ha resistito alle avance pressanti di una reunion. Troppo emotivamente stressante, ha dichiarato la Fraser, rivivere quegli anni e il bagaglio emozionale che si portano dietro, senza molto di nuovo da aggiungere.
Un’integrità sempre più rara.
Rara come l’apparizione di un angelo su un campo da baseball.

Questa è una versione “extended” di un pezzo originariamente pubblicato sulla strepitosa fanzine NO HOPE (numero di ottobre 2015).

Brothers In Law – Middle Of Nowhere

Non amo volare. Rimango sempre in uno stato di sottile tensione che si scioglie definitivamente solo nel momento nel quale l’aereo comincia a planare verso la destinazione. Quello sì che è un momento di assoluta beatitudine. Middle Of Nowhere sarebbe una colonna sonora perfetta per quell’esatto momento.
La canzone con cui i Brothers tornano sulla scena è un pezzo importante che segna decisi mutamenti nel loro suono pur restando nel solco di una malinconia estatica.
Parlavo poche settimane fa con Andrea dei BIL e lui, che vede tonnellate di concerti in più rispetto al sottoscritto, invidiava molto il mio racconto del concerto dei Cocteau Twins di cui sproloquio poco sopra. Ecco, il nome dei Cocteau Twins, seppur nelle enorme differenze del caso, non credo sia un nome inappropriato. Ed il cerchio si chiude. Restiamo in ansiosa attesa, a gennaio, di Raise per certificare il passaggio dei ragazzi pesaresi alla major league (che già abitano stabilmente nei nostri cuori).

Wall – Cuban Cigars

Tensione, inquietitudine, arroganza. Un debutto che fa clamore. Wall da New York sbaragliano la concorrenza al recente CMJ. Attitudine a pacchi da 12. Un ragazzo e tre ragazze, tra le quali Sam York alla voce, arrogante e irresistibile. Chitarre che disegnano un angolo dietro l’altro ma il tutto fila inspiegabilmente diritto lungo i blocks newyorchesi che hanno dato i natali alle leggende del post punk.

Laced – Clear

Chissà perchè avevo battezzato Dustin Payseur (Beach Fossils) un timido nerd aggrappato dietro la sua chitarra per mettere una ragionevole distanza tra lui ed il resto del mondo. Niente di più sbagliato. Un paio di live e la sua personalità strabordante da, quasi, rock’n’ roll animal ha spazzato via questa impressione. Non solo, la Bayonet Records da lui creata con la sua compagna ospita ora questa nuova incarnazione ed il risultato è di nuovo di ottimo livello. Chitarre come lame che rivendicano spazio fino a conquistarlo sul finire del pezzo che non atterra lontanissimo da talune cose Captured Tracks di recupero di certe sonorità dark alla Diiv o Craft Spells.

Chorusgirl – No Moon

Compito in classe. Tracciare una retta che va dal candy pop per adulti di Talulah Gosh e Shop Assistants ed arriva fino alle cascate iridescenti dei Lush o ai muscoli appena accennati delle Breeders.
Aggiungere una cantante tedesca (Silvi Wersing) e una casa come la Fortuna Pop. Non copiare.
La soluzione è: ןɹıƃsnɹoɥɔ.

Beliefs – 1992

Toronto. Il libro di Kim Gordon sul comodino. Un giro di chitarra che più Kevin Shields non si può. Estetica primi 90. In quegli anni adoravo uscire dal Disco d’oro con un ep degli Swervedriver, dei Boo Radleys o dei Chapterhouse sotto il braccio. Ritrovarmi ad entusiasmarmi ancora per quel genere di cose esattamente 25 anni dopo è delizioso ed inquietante al tempo stesso e la dice lunga sulla mia capacità di andare avanti. Tesi, quest’ultima, da applicare a molti aspetti della mia vita.
Once a shoegazer…

Massimiliano Bucchieri