Good Stories are Bad Lives (Fiver # 09.2018)

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Le persone dal pianto facile non mi hanno mai persuaso. Le lacrime sono una faccenda importante e non andrebbero spese invano, un po’ come le parole.
Così come le parole più belle sono quelle che non si ha il coraggio di pronunciare, le lacrime più belle sono quelle trattenute. Quelle che velano lo sguardo e pare vogliano straripare da un momento all’altro ma restano lì, frenate dagli argini del pudore. Un tempo mi capitava più di frequente di vivere certi momenti, quelli in cui il pianto galleggia sul bordo delle ciglia come acqua di un fiume a un passo dall’esondazione dopo un diluvio. Ora è molto più raro. Se è vero che le lacrime possono rappresentare lo sciogliersi dello strato di ghiaccio che avvolge l’anima (questa non è mia, confesso), dovrei ammettere – non senza dispiacere – che il tempo ha reso sempre più spessa la coperta di ghiaccio che come un drappo funebre incarta la mia di anima, rendendo in tal modo arduo il disgelo.
Quando capita tengo il momento in debita considerazione e ne faccio tesoro.

Iceage “Pain Killer

La musica mi entusiasma sempre meno. Ma non è colpa sua. Anche perché in realtà non è solo la musica a coinvolgermi poco. Ne parlavo l’altro giorno con un’amica. Si discorreva a proposito degli ultimi film visti; arrivato alla fine di un lungo elenco mi sono accorto che di quei film non ce n’era uno che mi avesse davvero convinto, nessuno adatto a far scattare la scintilla. Encefalogramma tendente al piatto, averli visti o non averli visti tutto sommato non ha spostato nulla. Allora ho provato a ampliare il discorso. Magari si tratta solo di un periodo sfortunato per la creatività di sceneggiatori, registi e attori. Sono andato indietro nel tempo per quanto potessi ricordarmi ma niente, ancora il vuoto.

Parquet Courts “Almost Had to Start a Fight/In and Out of Patience

Da un paio d’anni ho deciso di riprendere a leggere libri con una certa costanza. Mi sono iscritto alla biblioteca comunale ché ormai nella libreria di casa mia non ho più spazio per la carta. E ho cominciato a macinare pagine. Da allora mi sono passati per le mani una cinquantina di libri, per lo più romanzi di narrativa contemporanea. Franzen, Albinati, Cognetti, Zadie Smith, Lauren Groff. Di quanto ho letto mi è rimasta addosso solo qualche frase a effetto che ho diligentemente appuntato sul quaderno. Citazioni buone per catturare l’attenzione di qualche interlocutore impreparato. Nessuna storia che valesse sul serio il tempo speso a leggerla. Livello di coinvolgimento personale non pervenuto.
Suppongo sia normale dopotutto. Sono quasi sicuro che dipenda da me e non dagli autori. Immagino che arrivati a una certa età la mancanza di entusiasmo sia inevitabile, soprattutto se negli anni si sono fatte molte cose. Tutto visto, tutto ascoltato, tutto analizzato e discusso. E’ una storia vecchia.
Negli anni ho divorato film, libri e dischi con frenesia, con la febbrile impazienza di scovare ciò che mi piaceva, quello che pensavo avrebbe alzato il livello, migliorato la qualità della mia vita. Forse avrei fatto meglio a rallentare la ricerca dosando le scoperte. Avrei dovuto tenermi qualcosa per dopo. Rimanere leggero e scivolare sopra le cose anziché provare a passarci attraverso.

Insecure Men “I don’t Wanna Dance (with My Baby)

Non mi piace più andare ai concerti. No, non è vero. Non è che non mi piaccia più, del resto andare in un locale a vedere suonare qualcuno è la sola forma di attività sociale che per quanto mi riguarda abbia sempre avuto un senso. Però non mi diverto più, questo è innegabile. Per lungo tempo ho pensato che a un concerto gli assenti avessero sempre torto. Qualunque cosa succeda sul palco vale sempre la pena essere lì davanti, a guardare e ascoltare. Ultimamente non ne sono più così sicuro. Al netto del contorno accessorio ad un concerto (amici, bar e qualche sporadica occasione di flirt per quelli che ancora ci credono), mi trovo sempre più spesso a confrontare la qualità del piacere sperimentato nel tempo trascorso in un club per il solo gusto di assistere a un live, con quello che avrei provato facendo altro. E il risultato del confronto non mi piace per niente. Anche perché “l’altro” che avrei potuto fare ha a che vedere perlopiù con i cuscini del mio divano e uno schermo a led, che sia il video di un televisore, il monitor di uno smart phone, di un tablet o di un pc poco cambia.

Go-Kart Mozart “When You’re Depressed

E’ per tutto questo e in questo personalissimo contesto che i dischi di Will Toledo valgono così tanto per me. Un ragazzo che ha meno della metà dei miei anni, che è nato a Leesburg (Virginia), vive a Seattle e ha orientamenti affettivi, definiamoli così per non offendere nessuno, diversi dai mei. Tanto per misurare tutta la distanza che c’è tra lui e me. Eppure Will Toledo è uno che scrive canzoni che dicono davvero qualcosa riguardo la mia vita. Uno che arriva a toccare punti che nessun altro lambiva più da tempo, sia con la musica che con le parole. Uno che frantuma le difese e raggiunge dritto il centro.
Mi ricorda quello di cui ogni tanto ho bisogno e che sempre più spesso dimentico di cercare.
La necessità di piangere.
E la voglia di sanguinare.

Car Seat Headrest “Bodys

Arturo Compagnoni

5 x 2016 (Fiver #42.2016)

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BIRTHH

PARQUET COURTS – ONE MAN, NO CITY

Aveva sempre guardato un po’ sconcertato il collega che, sospirando, si rigirava tra le mani foto che mostravano una veduta marina. Lo sconcerto non si attenuava nello scorrere i post che ritraevano visi beati in posa all’ombra della grande chiesa cittadina o trepidanti nella calca della grande processione religiosa locale.
Non veniva da nessun posto. Oppure, meglio, veniva da troppi posti per riconoscerne uno come proprio. Un grande limite che ne aveva afflitto l’esistenza o un incalcolabile privilegio che gli era toccato in sorte?
Come si dice dalle tue parti?” osò il simpatico commensale alla tavolata di amici.
Io non vengo da nessuna parte.

No town no city
No identity no city
No thoughts, no feelings no city
No you just me i think no city
No words i speak no city
No outside no city
Nothin’ at all no city
No way home no city
No relief no city
No sympathy no city
No understanding no city
There’s no one else and no city

CAR SEAT HEADREST – DRUNK DRIVERS/KILLER WHALES

Ti guardi nello specchio e non ti piace quello che vedi. Ti odi perché non esci abbastanza la sera. Non prenoti mai uno di quei bei voli low cost per il week end. Non porti abbastanza fuori il tuo cane. Non mangi sano. Bevi troppo. Non fai sport. Non vai più al cinema. Non leggi abbastanza. Perché passi più tempo con gente che detesti che con i tuoi amici.
Ma speri sempre di saper, comunque, tornare a casa.

…but if we learn how o ive like this
Maybe we can learn how to start again
Like a child who’s never done wrong
Who hasn’t taken that first step
We are not a proud race
It’s not a race at all
We’re just trying
I’m only trying to get home
Drunk drivers, drunk drivers
Put it out of your mind
And perish the thought
There’s no comfort in responsibility
Drunk drivers, drunk drivers

BIRTHH – CHLORINE

Il palco viene montato con l’aiuto di tanti, piove a dirotto ma la gente continua ad arrivare e le preoccupazioni svaniscono velocemente.
Sembra un film di Frank Capra. Tutti sorridono e si abbracciano.
Alice inizia a cantare, la storia che racconta è triste ma l’incanto cristallizza questo momento magico nella grigia zona fieristica di Bologna che solo per stasera si colora di un colore vivido.
Ci ritroviamo a scaricare casse pesantissime alle quattro del mattino nel centro storico deserto.
Ci guardiamo e abbiamo lo stesso largo sorriso.
No Glucose 2016, uno di quei momenti che rendono un anno meritevole di essere stato vissuto.

I thought love was enough
But truth is love is dead
I’m pretending I’m a ghost
So you can sleep well in your bed
But you just make me sick
And you just haunt my dreams
Like a demon in my head that kills
The happiness in me
You’re not wanted here, you’re not wanted here
And I’d rather drown into the sea than let you save me
And you make me sick, and you make me sick
And I’d rather fall into the void than cling to your limbs
And you’re a soulless creature
And you’re death’s worst feature
And you just pretend that you’re a saint but you’re a godless preacher
and you just make me scream
You’re chlorine in my veins
The blood flooding to my brain the times I begged for you to stay

JESU AND SUN KILL MOON- AMERICA’S MOST WANTED MARK KOZELEK

I’m older now and I can’t handle being out that late.
Forse perché, ormai, è cosi anche per me ma il viaggio per vedere i Sun Kill Moon a Rockin’ Umbria me lo ricordo bene. Ricordo tutto.
La E45 scivolata via placida ridendo forte. La Toscana che diventa Umbria. La bella piazza di Umbertide.
Mark Kozelek che si lamenta, fissandomi dritto negli occhi, “dei troppi pelati in prima fila”. I telefoni sequestrati. Il bambino tenuto per mano. Quei due rompicoglioni “con le formiche nei pantaloni”.
E Weeping Song sussurrata, un omaggio a Nick Cave, a suo figlio. Alla tragedia che bussa alla porta.
Ma in una sera così, forse, fa un po’ meno male.

…Fields of sunflowers along the way
I picked some Roma tomatoes from a farmer’s garden
I ate them in the van and invited a child up on stage
And I sang while I held her little hand
Told her to quit eating sweets, that they were bad for her teeth
Took the gum from her hand and put a piece in my mouth and it was really sweet
And I invited some guys up on stage cause they had ants in their pants
And “This is My First Day and I’m Indian and I Work at a Gas Station”
And they danced and they danced
We played “The Weeping Song” for Nick Cave and his family
The passing of his son has been a daily thing on my mind
Since arriving at Heathrow and my guitarist had told me
Now the cars keep blowing down the highway
And the guys are out at the festival, watching James Blake
But I got a ride back, I would’ve stuck around if I was still 28
But I’m older now and I can’t handle being out that late…

DAVID BOWIE – DOLLARS DAYS

La morte dell’artista che ami da sempre.
La grande mostra, dopo pochi mesi, nella tua città.
Le visite ripetute con amici e familiari.
Questo voler, inutilmente, cercare di trasmettere la tua commozione, la tua passione, i tuoi ricordi che però, appunto, sono solo tuoi.
Perché ognuno ha i suoi English evergreens a cui sognare di tornare.

I’m falling down
It’s nothing to me
It’s nothing to see
If I’ll never see the English evergreens I’m running to
It’s nothing to me
It’s nothing to see
I’m dying to
Push their backs against the grain
And fool them all again and again
I’m trying to
It’s all gone wrong but on and on
IThe bitter nerve ends never end
I’m falling down
Don’t believe for just one second I’m forgetting you
I’m trying to
I’m dying to
I’m trying to
I’m dying to
I’m trying to
I’m dying to

Massimiliano Bucchieri

Youth (Fiver #37.2016)

Miei cari VECCHI amici, ma che cosa è successo? Non può essere aver comprato una macchina a rate, una casa col mutuo a trentacinque anni. Non avere una compagna, una moglie, una figlia.
Non è un lavoro che non piace, che doveva essere “per un po’” mentre si aspettava Godot, il sogno che doveva materializzarsi quasi da solo, tra una lezione all’università e una canna e sono passati vent’anni.
Cosa vi è successo? Non sono le basette grigie, più soldi messi in banca che sul bancone di un bar.
Vi vedo.
Non camminate mai col naso all’insù, non andate mai a bere in un posto che non conoscete. Non entrate in un locale solo per vedere cosa c’è, chi ci suona. Non vi fermate a guardare una vetrina con vestiti di cui non v’importa più, non fate le file per una mostra, non prendete un aereo per stare una sera in una città che non avete mai visto, solo per sentire suonare uno che ha la metà dei vostri anni.
Mattinate a stare seduti in ufficio a guardare su Facebook le foto delle colleghe divorziate chiedendovi dov’è finita la voglia di andare a ballare, di bersi due pinte in più alle sei del pomeriggio, solo per sentire quella leggerezza inutile e immotivata. Di entrare in un negozio con le mani che non vedono l’ora di sfilare dalla confezione quel vinile appena uscito che non ci potrà essere modo migliore di spendere la prossima ora.
Dov’è che vi siete incastrati? In quale pensiero triste?


Non è fare i giovani, non è sentirsi giovani. Non mi sentivo giovane a vent’anni, figuriamoci adesso che ne ho il doppio.
Non è fuggire dal proprio tempo, dal momento, dal “quello che è stato è stato e ormai”, non è la paura di non essere più il centro del mondo, di una scena.
Lei ha venticinque anni. Parla con la foga di chi ha venticinque anni. Consapevole, decisa, sfrontata come chi ha venticinque anni.
Lei ha un sacco di cose da dire. Ha studiato tanto, viaggiato tanto, amato tanto, vissuto tanto che potrebbe essere più vecchia di me e invece ha quindici anni di meno.
Voi stareste a guardarla perché è bella. Perché è fresca e la freschezza piace anche a chi si è rinsecchito.
I sorrisi che non riempiono di rughe il viso hanno il trasporto di quello non è più.
E voi stareste a guardarla. Solo guardarla.
Non sentireste quell’energia, quella forza di chi si sbatte, di chi corre da sempre, forse perché sa da quando è nata che il bel mondo, quello dei due soldi ma un po’ per tutti, del se finisci le scuole uno straccio di lavoro lo trovi e se poi fai l’università basta aspettare il tuo turno che il culo prima o dopo lo appoggi su una sedia comoda e tranquilla, non c’è mai stato.
Quel mondo che a noi era stato promesso e poi negato, per lei non è nemmeno mai esistito. E allora da sempre va e va e va e corre che non ce n’è se non corri e vivi e ti sporchi e piangi e sudi e ridi fino ad avere il mal di pancia.
Ma voi, imbambolati, stareste solo a guardarla perché quella forza, quella rabbia, quell’energia non riuscirebbe più a passare camicie che sono diventate impermeabili a tutto, che fanno scorrere come pioggia qualunque cosa che anche se vi passa vicino non riuscite ad afferrare più.


Non è la paura di non essere più il centro di un mondo, di una scena.
Ma l’esserne pienamente consapevole.
E allora?
Io cammino col naso all’insù perché sono curioso: voglio vedere chi si affaccia a quella finestra così in alto, immaginare cosa vedrà da lassù, quale disco starà mettendo sul piatto mentre fuma affacciato al balcone, respirando i raggi di sole che lì sotto, nei piani ammezzati d’occasione ma con una stanza in più, lì non arrivano mai.
È sentire il battito, la fame, la voglia così forte che ti contagia, che passa tutta perché la mia maglietta si bagna e non scherma un cuore che vuole ancora sentire quelle vibrazioni che lo fanno tremare come dieci, come venti, come trent’anni fa.
È che io lei non la guardo e basta, mi lascio trascinare da quella foga, quell’energia che ricarica un po’ anche me, che mi fa venir voglia di correre ancora che si può correre senza smettere mai.
È sentire improvvisa la voglia di sorridere per uno scoiattolo che ti attraversa la strada in un parco mentre il sole disegna favole di luce sul fiume e hai voglia di ridere perché tutto, con quella luce, per un momento non può che essere meraviglioso.


E allora basta, vi prego. Basta con questa pippa che “tanto si è già sentito, già visto”. Basta.
Va bene, se mi chiedi quando mi sono emozionato di più in un negozio di dischi è stato il pomeriggio in cui col mio amico Zollo, due nerd quasi metallari in un paesino a scartabellare i cd che i vinili non si stampavano praticamente più, ho fatto partire a tutto volume Dirt, Alice in Chains.
Ed era l’inizio dei novanta.
Che il pezzo che mi ha fatto tremare di più è stato Wake Up, Mad Season. Che ho capito cosa vuol dire suonare una chitarra col sangue ascoltando In Utero, Nirvana con i postumi di un acido in una corriera che andava a Barcellona. Che il film più bello di sempre è Trainspotting e se la gioca solo con Pulp Fiction. Che era stupendo leggere Welsh, il Philip Roth di American Pastoral, il miglior Auster e potremmo continuare così all’infinito. Che c’erano Winona Ryder e Johnny Depp per innamorarsi e le camicie a scacchi e lei col collarino, il vestito nero sopra il ginocchio e i Dr. Martens.
Sì, l’amore è Edward Scissorhands, la musica è Seattle.
Le lacrime i Mazzy Star.
E l’unico uomo per cui potevo perdere la testa era Brian Molko perchè avevo diciott’anni e ancora qualche dubbio e di David Bowie ero già innamorato ma così etereo e distante che non aveva nemmeno un corpo. Lo aveva Ewan McGregor in Velvet Goldmine e se uscivo col boa blu elettrico e le unghie con lo smalto nero era solo perchè speravo di incontrarlo e sedurlo.
Ed era la fine dei novanta.
Ancora adesso se sto male mi guardo i Die Hard col miglior Bruce di sempre.
Sono figlio dei novanta, amo i novanta.
Ma avete rotto il cazzo con sta malinconia da novanta.


E vi perdete Damon Albarn che le cose migliori le scrive oggi, altro che nel novantasei, Sufjan Stevens, Bon Iver, Ty Seagall, i Fidlar, Angel Olsen, Anika e una quantità indefinibile di concerti strepitosi a cui non andrete mai.
Le serie tv su Netflix che noi nei novanta ce le sognavamo.
Sì, lo so che abbiamo avuto Twin Peaks. Poi ci gasavamo con Beverly Hills 90210 e Friends.
Adesso hanno un True Detective e un Black Mirror all’anno.
Gli anni novanta sono stati una bomba, sì. Ma per noi erano tutto solo perché ci abbiamo compiuto i 14, i 17 i 19 anni e avevamo quella foga. Quella della ragazza che voi guardereste e basta perché non volete più sentire. Sentire così forte.
Il mondo non era più bello o più brutto.
Se allora non avessi avuto paura del mondo, dei corpi, degli sguardi avrei viaggiato molto di più, conosciuto molto di più e forse sarei stato più felice.
Ma tutto quello che non ho fatto, non l’ho fatto io. Non me l’ha negato nessuno.
Il mondo ti fa quello che tu gli lasci fare. Me lo ha detto tempo fa una ragazza che in poco tempo mi ha cambiato la vita. Mi ha insegnato a non avere paura.
E allora, come si cantava nei novanta, wake up (not anymore) young man, it’s time tu wake up: gli anni novanta non torneranno.
Nemmeno i nostri vent’anni (e per fortuna, vi confesso io).
Ma nemmeno tutto quello che vi state perdendo.
Non rimanete su quel viso senza rughe, lasciatevi prendere dalla forza delle cose che dice lei, che ha quindici anni meno di voi. Lasciatevi ricaricare le batterie che di strada ce n’è ancora da fare. Ancora un sacco di posti da vedere, musica da sentire, occhi da incontrare.
Tiratelo su quel naso, che il cielo ha sempre da raccontare qualcosa che non sapevi.

Fabio Rodda

PS16 day 1 – sospesi (Fiver # 24.2016)

nemmeno troppo caldo, ma il sorriso di Elena, chi l’avrebbe mai dimenticato? Era il sorriso timido, quasi commosso di una ragazzina al primo concerto davanti a quindici amici. Invece lo vedeva proiettato sui megaschermi del Palco Heineken, il main stage del Primavera Sound dove i Daughter facevano cantare migliaia di persone.
Se fossi un uomo, pensava, mi innamorerei di quel sorriso e di quegli occhi fino a farne una malattia.
Giulia era arrivata a Barcellona appena in tempo per appoggiare la borsa sul pavimento in parquet della grande casa che aveva prenotato mesi prima con tutta la compagnia.
In fretta, che è il primo giorno ed è già pomeriggio: ci sarà un fiume umano che corre verso i braccialetti all’ingresso del Forum.
Le ragazze non ne volevano sapere di darsi una mossa: Maria, stravaccata sul divano, messaggiava col gruppo PS16 e il suo smartphone, già quasi scarico, si riempiva di notifiche rompipalle:
«Dai Mary, cheppalle!»
«Sei la solita scopa in culo Giuly…»
e le altre erano disperse per i tre appartamenti nello stesso palazzo che avevano preso tutte assieme.
Urla da quindicenni su e giù per le scale: roba da matti pensare di farsi il Primavera in venti, ma sembrava che tutta Milano si stesse trasferendo a Barcellona quel weekend. I numeri nella chat erano lievitati in pochi giorni e, così, eccole tutte assieme dentro e fuori per quelle stanze.

Da brava indiesnob aveva detto, come tutti, che sarebbe stata una gran palla vedere anche lì, al Forum, lontano da casa, le stesse facce di tutte le sere al Magnolia o agli aperitivi in Santeria. Ma tra decine di migliaia forse si può nemmeno incrociarsi.
Poi c’era Marco. Lui si era preso una casa con due amici, tre stanze comode. Giulia non aveva pensato che Marco stava spendendo una fortuna a due settimane dall’inizio del festival per avere una camera tutta sua. Tutta loro, in realtà.
Marco era sempre così dolce. Si erano conosciuti qualche mese prima e a lei lui piaceva. Tanto. Lui per lei aveva perso la testa.
Prendeva crema solare e cappello di paglia dal borsone che lasciava sul pavimento di una casa in cui, già lo sapeva, non avrebbe mai dormito.

Giulio era da un pezzo al forum, in piedi sotto al sole per vedere Car Seat Headrest, palco Pitchfork, ovviamente. La testa ancora un po’ scivolosa per le birre all’Apolo coi Suuns che avevano sfondato i timpani e lui che aveva ballato con quella ragazza bellissima e mai vista prima. Tutta colpa dei due scozzesi incontrati mentre saltava coi Goat e che erano diventati amici di sempre mentre suonavano i Suede.
Serata di preview: due concerti al Forum, un giro per capire palchi e distanze, poi un’ora di bus coi fratelli di Glasgow per arrivare al club.
Era lì, col suo braccio coloratissimo, pieno di fenici che disegnavano una voglia di rinascere che poi lei aveva voluto raccontargli la mattina dopo, sotto le stesse lenzuola, baciandosi come se fossero amanti da sempre.

Il sole era altissimo e faceva caldo, ma l’aria del mare rendeva vivibile anche il palco già forse troppo piccolo per quella chitarra. Parterre di giovanissimi, ragazzine con abiti leggeri e scarpe allacciate da uomo, triangoli tatuati ovunque e clubmaster vintage di ogni colore.
Will Toledo, classe 1992, teneva lo stage come se ci fosse nato: la sua timidezza che diventava esplosione lo-fi mentre in centinaia cantavano a squarciagola le sue canzoni.
Scaletta tirata: un pezzo dietro l’altro dritto a far saltare i mille del Pitchfork col sole che scaldava birre in plastica e ragazzini che sorridevano e ballavano tenendosi per mano.
Questo Primavera non poteva partire meglio.

Che palle sto momento fattanza: gli Air, grande atmosfera ma non si possono guardare, Nicolas più incartapecorito del solito e Jean più prof di matematica del solito. Più tardi torno qui per Tame Impala e mi sentirò Explosions In The Sky che suonano sul palco opposto. Mi dispiace per John Carpenter che suonerà al Primavera ma sono due anni che aspetto di vedere Kevin Parker e soci.
Scappo a vedermi Floating Points al Ray-Ban e l’atmosfera è da party: occhiali da sole in faccia anche se è già buio e bottigliette d’acqua in mano. Sorrisi occhi negli occhi su un altro pianeta mentre mani sconosciute sfiorano corpi che diventeranno complici.

Mancherà almeno mezzora alla fine del live ma devo scappare per tornare all’H&M. C’è un sacco di gente, più di quanta ne abbia mai vista qui e poi Giulia mi ha scritto che mi raggiunge sotto al palco e non voglio rischiare di non trovarla. Sono passati solo due giorni da quando se n’è uscita l’ultima volta dal mio letto, ma ho una voglia di vederla che non ci sto più.
Telefono che vibra: ultimo bar di dx verso il palco. Voglio abbracciarla. Mi muovo.

Primo Primavera. Prima volta a Barcellona. Un sacco di prime sto giro.
Ma guarda, c’è anche Giulia la milanese, ha appena messo su Instagram una foto di Elena dei Daughter. Pensa te, eravamo sotto lo stesso palco. Non mi ricordo dove ci siamo conosciuti, forse al Magnolia, o era venuta lei l’estate scorsa al Beaches Brew o da me al Covo, chissà…
Così sexy lei, ma mi sa che si vede con un tipo, troppe foto con lui su fb. Però un ciao glielo mando lo stesso, che magari fra un concerto e l’altro ci beviamo una birra.

Tame Impala li vedo da lontano, che se non sei strafatto di md dopo la prima mezzora sono una discreta palla. E poi fra poco devo scappare sotto l’Heineken per il concerto della serata.
Telefono che vibra in tasca. Messanger: Ciao, anche tu qui? Ci beviamo una birra assieme domani? Ti scrivo
Benissimo. Domani vediamo. Intanto è ora di andare a prendere una birra con Fenice, che ho deciso che si chiama così per i suoi tatuaggi e perché non so pronunciare il suo nome islandese. Lei storpia il mio in un quasi “Giuilioo” che mi fa morire.
É bellissima. Bianca come un’alba al mare. E sorride come non ho mai visto sorridere.

Attraversare la bolgia era la scusa perfetta per prendere Giulia per mano e non mollarla più. Mi fa andare giù di testa. Un momento c’è e poi sembra sfuggire da tutte le parti e quel cazzo di telefono sempre in mano che chissà a chi scrive. Mi guarda, sorride. La guardo, voglio baciarla.

Marco è proprio bello e dolce e si vede che è preso ma, cavoli, sarà venti minuti che non mi molla la mano manco fossimo alle medie, cheppalle! E poi io voglio godermi gli LCD Soundsystem che sono venuta a Barcellona praticamente per loro.
Un Messaggio: Giulio. Che tipo. Proprio quello da cui è bene stare lontani. Però mi fa morir dal ridere e poi… E poi Marco con la faccia da cucciolo abbandonato che vuole un bel bacio rassicurante, ma alla fine l’importante è essere qui con quella mirroball gigantesca che scende sulla testa di James Murphy e in migliaia esplodono solo di gioia e gioia e gioia. Chissà se riusciremo a vedere anche Thee Oh Sees e Battles dopo, che Marco so che ci tiene ma a me sta scoppiando il cuore adesso e di quello che succederà dopo non me ne importa nulla

Attacca quel piano sincopato e il boato di non so quante migliaia di persone tutte intorno mi fa venire un brivido che mi scuote: pelle d’oca da un’ora e mezza e non ci credo che stiano veramente chiudendo così e non ho mai visto così tanta gente sorridere per così tanto tempo mentre Fenice mi abbraccia e saltiamo assieme cantando e riempiendoci di baci che quello che conta è questo momento perfetto. Né un minuto fa, né fra un minuto. Con James che si dà come fosse l’ultimo concerto della vita e tutti qui, come me, si riempiono di quella magia che esce dalle casse mentre il palco illumina la notte di Barcellona e That’s how it staaaaaaarts è un unico urlo a squarciagola e cantiamo tutti con tutto il fiato e sembra nulla possa rompere questa bolla di gioia e mancano i polmoni ma saltiamo, saltiamo ed io e Fenice ci guardiamo negli occhi e ci urliamo in faccia Where are your friends tonight? e sappiamo che la risposta è solamente “qui”. E va tutto bene così, mentre lei mi sorride e mi dice che

Fabio Rodda

Ask Me (Fiver #16.2016)

The Last Shadow Puppets

The Last Shadow Puppets


Hanno ancora senso le interviste? Personalmente faccio una gran fatica a leggerle e ancor di più a trovarne di interessanti. L’altro giorno leggevo quella ai Last Shadow Puppets sull’ultimo numero di Rumore e sono venuto a conoscenza di questa storia riguardo le presunte molestie di Miles Kane ad una giornalista di Spin, Rachel Brodsky. La faccenda ha suscitato un po’ di clamore, mai abbastanza in questi casi odiosi, e ho deciso di saperne qualcosa di più andandomi a leggere la lunghissima disamina degli eventi stilata dalla Brodsky con tanto di scuse, parzialmente non accettate, inviate dal “Puppet”.
Un evento, a parte le patetiche implicazioni sessiste, un po’ fuori dal tempo, tipico di anni nei quali dai tuoi interlocutori non sapevi bene cosa aspettarti. Chi erano veramente.
Al di là dei punti che, seppur in maniera un po’ prolissa, la Brodsky giustamente solleva mi è apparso uno scenario, mediato attraverso le mie esperienze, abbastanza chiaro nella sua banalità.
Finito il periodo degli anni pre-web/pre-social resta ben poco del culto della personalità alimentato dall’alone di mistero che ammantava i protagonisti dei nostri ascolti e non solo. Adesso di chi ti si presenta davanti sai già più o meno tutto tra post più o meno studiati, più o meno rivelatori, conditi dalle opinioni della platea globale.
Anni fa era tutto un po’ diverso. Un’altra epoca. I dischi si vendevano, non esistevano le mail  (a malapena si usavano i fax) e le alternative erano o costose telefonate internazionali o raggiungere gli artisti in tour quando suonavano a portata di macchina.
Non ho fatto moltissime interviste in vita mia e in generale di questa attività conservo un ricordo poco significativo (niente rispetto ai racconti che potrebbero probabilmente elargire i miei sodali).
In quegli anni, alimentato da una ingenua e giovanile smania di protagonismo, accettavo un po’ di tutto. Spesso cose lontanissime dai miei gusti. Ho un ricordo più o meno preistorico, negli studi del suo programma televisivo, di una lunga intervista a Red Ronnie per una storia da copertina, con la sua manager che a un certo punto mi chiuse in una stanza, per un’intervista non richiesta, con una giovanissima ospite della trasmissione, tale Sheryl Crow di cui non sapevo un bel nulla. Scartata l’ipotesi di intavolare una discussione sullo shoegaze o sui Fugazi farfugliai qualche formalità prima di un’insperata fiammata di interesse dovuta a letture comuni.
Divertente fu poi (in retrospettiva, all’epoca mi incazzai notevolmente) il lungo e articolato richiamo che mi fece il direttore del giornale per l’iniziativa presa (!) salvo poi supplicare il nastro dell’intervista pochi mesi dopo con la Crow in testa alle classifiche.
I ricordi più piacevoli sono forse legati alla piccola stanzetta pisana della mai abbastanza compianta Wide dove ebbi la fortuna di scambiare qualche chiacchiera con gente come Lou Barlow o Bardo Pond.
Non solo stanzette, a dire il vero. Spesso nei primi anni 90, quando si cercava di mungere la ricca, effimera “vacca post Nevermind”, anche diversi artisti “alternativi” di medio successo alloggiavano in alberghi di un certo lusso.
Ricordo Mark Everett degli Eels, all’epoca si faceva chiamare solamente “E”, che dopo una chiacchierata lunga e divertita nella quale credevo di aver stabilito un minimo di rapporto, al mio salutarlo con un gentile, nelle mie intenzioni,  “Goodbye Mark” tornò indietro accigliatissimo sibilando a pochi centimetri del mio naso “non chiamarmi mai più in questo modo” e pensare distintamente “Oddio, sta per darmi un pugno in faccia…”.
Non so onestamente se le interviste abbiano ancora senso, so soltanto che da gente come Bob Mould, Ian MacKaye, Mark E. Smith, Ira Kaplan e qualcun altro la loro storia o la loro visione delle cose l’ascolterei sempre volentieri.
Anche perché  il mondo si dividerà sempre, artisti o meno, in chi ha qualcosa da dire e chi no.

Car Seat Headrest “Drunk Drivers

Mi sveglio e sul pc scorrono le immagini di figli di celebrità che fanno passerella in un festival nel deserto californiano, significativi come un calcio nelle palle. Mi deprimo e metto su i Car Seat Headrest. No, qui a SG non abbiamo una percentuale sulle vendite della band di Will Toledo. Ma nelle nostre interminabili chiacchierate se c’è un nome che ci mette tutti d’accordo è sempre quello della band di Leesburg, Virginia. Mancano poche settimane all’uscita di Teens Of Denial e i pezzi che stanno anticipandone l’uscita sono uno meglio dell’altro. Drunk Drivers, in particolare, accarezza, amareggia ed esalta nel giro di tre minuti. Sperando di non vedere mai Will in mezzo alla patetica sfilata di un Coachella qualunque.

DMA’S  “Too Soon

Il terzetto australiano sembrerebbe sulla rampa di lancio. Un disco che non stanca mai, infarcito di melodie appiccicose che vanno giù di un fiato. I fratelli Gallagher sono il primo riferimento che viene in mente ma se si ascolta attentamente emerge un precipitato di riferimenti non necessariamente britannici. Categorico andarli a testare dal vivo il 15 maggio al Freakout. Potrebbe seriamente essere una delle ultime volte che li si osserva su un palco meno che chilometrico.

Hollow Tapes “Broken Car Radio

Come se il ventiduenne Francis Shannon andasse a fare ordine nella suite di Bradford Cox dopo un party  e trovasse tracce di appunti scartati da Cryptograms mentre nelle cuffie ha il primo ep dei Ride. L’elettricità satura la stanza, chiudo per non fare entrare il sole, apro un’altra birra, sguardo fisso sulle scarpe. Sorrido amaro.

Japanese Breakfast “In Heaven

Michelle Zauner sembra una ragazza con delle cose da dire. Montagne di basements show a Philadelphia con i Little Big League prima di tornare nel natio Oregon e mettere insieme questo progetto “da cameretta”.  Sundays e Asobi Seksu buttati li nella recensione di Pitchfork rendono l’idea ma se c’è un nome che mi sale alle labbra e accende la mia fantasia è Joy Zipper. Misconosciuta band di inizio ’90 le cui armonie affettavano il mio cuore come coltello caldo sul burro.

Boreen “Halley’s Comet

Tra le cose da fare c’è sicuramente il trasferirsi a Portland. Portland patrimonio dell’Unesco per come la vedo io. La sera si andrebbe a vedere i Sioux Falls, i Mo Troper, i Radiation City.  O magari i Boreen. E quando comincia Halley’s Comet si partirebbe con uno stonatissimmo uuuhh uuhhh travolgendo le birre dei presenti in attesa della ripresa finale che porta esattamente in mente un milione di altri gruppi. Che adoro tutti.

Massimiliano Bucchieri

Three Imaginary Boys (Fiver # 10.2016)

yung

YUNG

Mi piace il nuovo disco dei Cani. Nonostante suoni come un album di b-sides dei Death Cab For Cutie, scritto da uno che passa troppe ore sul divano, stonato, a guardare i programmi di Piero Angela alternati ad un po’ d’informazione finanziaria. Mi sembra sia il loro terzo disco. Mi hanno fatto compagnia (in maniera discreta, a dire il vero) fino ad oggi ma da qui in avanti le nostre strade si divideranno. È la dura legge del terzo album, del resto. Le mie regole parlano chiaro: o mi prendi (sul serio) entro il terzo disco o addio. In musica vale tutto e spesso anche il suo contrario: da vero nerd mi sono creato un piccolo ordinamento da seguire, una di quelle cose che possono comprendere davvero solo quelli che si sono ritrovati in un romanzo come Alta Fedeltà e che pensano davvero che conti qualcosa. Una sorta di costituzione discografica, da seguire con il giusto distacco, mille eccezioni e con la consapevolezza che mai nessuno potrà contestare nulla.
Del resto pensateci bene, i primi tre album solitamente di un gruppo dicono tutto quello che c’è da dire. Non sempre, è chiaro. Revolver è il mio disco preferito dei Beatles e arrivò come sesto o settimo della serie. A Revolver seguì Sgt. Peppers, quindi buona notte. Però la regola dice anche: se di un gruppo divento fan non mi fermo più. Compro (se posso) ed ascolto tutto, ben al di là del terzo album, insomma. A costo di incappare in mezze fregature. Il disco nuovo dei Primal Scream l’ho ordinato a scatola chiusa, per dire. Dopo aver ascoltato il singolo mi sono mandato a quel paese da solo. Capita.
Sono convinto che nei primi tre dischi, nella stragrande maggioranza dei casi, si trovi il meglio della produzione di un’artista. Adoro i dischi di debutto, inoltre. è una questione di tiro, di freschezza, di entusiasmo. Quando sento una canzone o, meglio ancora, un disco intero di un nuovo gruppo che mi piace sono felice come a Natale. La prima cosa che faccio è mandare un messaggio ai ragazzi di Sniffin’ Glucose: sentito che roba? Se non mi danno corda insisto, divento pedante, martello. Ogni tanto, per togliermi dai piedi immagino, mi rispondono con 3 parole. Roba tipo: sì, è ok. Altre volte, però ci si ritrova davvero in un terreno comune. Sono i miei messaggi preferiti. Noi tre, i soliti tre. Con una canzone che ci fa da colonna sonora contemporaneamente. Le mie canzoni preferite, che nella stragrande maggioranza dei casi sono poi le nostre canzoni preferite.

YUNG – Pills

Ne parlano come se fossero un gruppo punk. A me non pare proprio. Una band che suona rock, tirato, senza pause, questo sì. Una band che si capisce ha ascoltato i dischi giusti. Molto post-punk inglese, in particolare. Quest’estate ci siamo incrociati in spiaggia. Fuori dal palcoscenico mi sono parsi talmente brutti da risultarmi immediatamente simpatici. Cotti dal sole, bruciati come si conviene a degli svedesi in vacanza sull’adriatico, con tanto di calzino bianco, bermuda e scarpe da autunno inoltrato. Non particolarmente simpatici o forse solo estremamente timidi. Hanno attaccato la strumentazione all’amplificazione e hanno pestato come dannati per 35 minuti, senza mai alzare lo sguardo da terra. Era l’inizio di una lunga serata ma ho avuto la tentazione di andarmene a casa subito. Sapevo che non avrei visto di meglio, quella notte. Gruppo promettentissimo e questa canzone non fa che confermarlo.

ANGRY ANGLES – Things are moving

Se proprio dobbiamo parlare di punk non rimane altro che farlo a proposito di colui che con tutta probabilità è stato l’ultimo vero punk in circolazione. Jay Reatard ci ha lasciato troppo presto e non rimane che accontentarsi di quanto esce dagli archivi. Angry Tales è la sigla che utilizzava in compagnia della sua fidanzata dell’epoca. Una storia, anche sentimentale, bruciatasi in fretta, prima ancora di arrivare alla pubblicazione di un album vero e proprio. Ora la Goner ha raccolto tutto il materiale registrato dalla band, comprese una manciata di canzoni rimaste fino ad oggi ancora inedite. Questo pezzo è la perfetta trasposizione di quando il punk si vena di pop. Ma lo fa senza concessioni, conservando il tiro che deve avere, senza alzare nemmeno per un attimo il pedale dall’acceleratore. Brividi.

NAP EYES – Lion in chains

Indie-rock classico, sublime, a metà strada tra la misura dei Wilco e certe moderate dissonanze che ricordano il Malkmus meno rumoroso. Ma i riferimenti potrebbero essere differenti e numerosi. Suonano talmente classici che potrebbe capitare che ogni frazione di brano alla fin fine possa ricordare qualcos’altro. Ma mai il disco sbagliato.
Questa Lion in Chains è una ballatona di oltre sei minuti che lascia il segno, come l’album nel suo complesso.

CAR SET HEADREST – Vincent

Will Toledo è diventato grande nello spazio di una breve stagione. Da quando lo hanno trascinato fuori dalla cameretta si è messo a fare le cose seriamente. Lo scorso anno un album di “presentazione” che andava a raccogliere il meglio del materiale pubblicato on-line nel corso dell’ultimo lustro. Da quel momento in poi è rimasto ininterrottamente in tour o in studio di registrazione ed ora è pronto il primo disco della sua nuova vita: personaggio pubblico e prossima star indie suo malgrado. La canzone che lo anticipa, questa Vincent, è ambiziosa al punto giusto: con un giro di chitarra degno dei migliori Television, ad un certo punto. E un sax che fa capolino e spinge in un finale elettrico, senza pause, dove il rumore sommerge tutti i dubbi e tutte le insicurezze. Come è giusto che sia.

SIOUX FALLS – Dom

Vi avevo avvertito a tempo debito: divento pedante. Quando una cosa mi piace o meglio ancora, come in questo caso, proprio mi entusiasma non riesco a trattenermi. E allora, nonostante ne avessi parlato poche settimane fa, è nuovamente il tempo di ritornare a bomba sui Sioux Falls. Un trio del Montana che ha deciso di trasferirsi a Portland in quanto mecca riconosciuta di un certo modo di intendere la musica e perchè no, anche la vita in genere. Quanto mi piacciono queste stronzate romanzate: la ricerca della redenzione nella città dei sogni, manco fosse una Hollywood qualsiasi, con i santini di Modest Mouse e Pavement in bella vista nel portafoglio.
La ricetta è la solita: pestare il più possibile, urlare nel microfono fintanto che la voce non diventa un rantolo, alzare il volume e sfondare l’amplificatore. Ma appena sotto la superficie si intravede un’anima gentile, capace di sussurri semplicemente inattesi. Personalmente non ascolto altro, in questi giorni.

Cesare Lorenzi

Advice for the young at heart (Fiver #35.2015)

Car Set Headrest

Car Set Headrest

Ho sempre pensato che bisognerebbe lasciare che a scrivere di musica fossero i musicisti.
Non della loro musica, naturalmente. Ma della musica che ascoltano abitualmente, per esempio. Oppure delle novità che escono sul mercato. L’ego di chi scrive di musica è smisurato, talmente insopportabile che diventa davvero complicato leggere la stampa musicale senza che venga voglia di far volare la rivista fuori dalla finestra.
I musicisti quando scrivono della musica degli altri hanno un vantaggio enorme: il loro ego lo soddisfano già con la produzione artistica e spesso ci si ritrova tra le mani opinioni, critica costruttiva ed indicazioni che diventano un piccolo bene prezioso. Niente a che vedere con piccoli tecnicismi da studio, accordatura di chitarre e menate da studio di registrazione, che lasciamo naturalmente a chi di dovere, e niente a che vedere naturalmente con le liti da piccole comari da social network che ci toccano in sorte a giorni alterni in esclusiva tricolore.
Penso ad un sito come The Talkhouse (www.thetalkhouse.com) -Musicians Talks About Music- semplicemente una delle migliori letture che possano capitare. Un pezzo come quello firmato da Lou Reed (una delle ultime cose che ha prodotto prima di morire) a proposito di Kanye West, per esempio, è destinato ad essere ricordato più di qualsiasi recensione pubblicata da Pitchfork. La mia predilezione per i musicisti “scrittori” parte da lontano, comunque: amavo in particolare i numeri di fine anno del NME e Melody Maker, quelli doppi, che davano sfogo a qualsiasi classifica possibile. Roba che i nerd dell’epoca ricordano a memoria ad anni di distanza. Non potrò mai scordare l’incazzatura per il secondo posto di Sinead O’Connor a discapito del dodicesimo dei Sonic Youth tra i migliori album del1990. Un affronto insopportabile, mi pareva all’epoca. Quei numeri del NME, tra le altre cose, contenevano pure le classifiche con i top dell’anno compilate da una serie di musicisti ospiti. Mi sembravano sempre più attendibili di quelle delle riviste stesse per qualche ragione. E se c’era, per dire, il Thurston Moore di turno che spendeva qualche parola a proposito di una qualsiasi band finiva in poco tempo e in qualche modo tra i miei ascolti.
Il meccanismo in qualche modo è rimasto simile. Il NME ormai lo regalano e non ne prendo in mano una copia da qualche anno. In compenso basta collegarsi in rete e qualcuno, magari sulla propria pagina facebook, è ancora capace di raccontarci il proprio entusiasmo di musicista per una volta dall’altra parte della barricata. Già di per sé utilizzare una pagina su di un social network in maniera appena più creativa è una cosa buona e giusta. Farlo mettendo in primo piano le emozioni che provoca l’ascolto di un collega e magari spiegarne anche le ragioni fa guadagnare ai miei occhi stima e graditudine. Se avete una band, magari, fateci sapere cosa ascoltate, cosa vi ha emozionato, perché avete deciso di imbracciare una chitarra. Sopporteremo con un altro animo anche i link ai vostri nuovi video, alle nuove date del tour e alle imperdibili interviste con l’ultima fanzine di grido, statene certi.

JULIAN COPE – Head Hang Low

In early 1984 just around the time we were forming Primal Scream “World Shut Your Mouth” by Julian Cope had just been released. That record was a huge inspiration to us. It still is. We listened to it all the time. This beautiful album has just been re-issued by Caroline International on double CD with “B” sides + John Peel & David Jenson session tracks . This is one of our favourite songs from the album “ Head Hang Low “. We hope you enjoy it. (Primal Scream – Facebook)
Queste le parole di Bobbie Gillespie dei Primal Scream. Un consiglio che mi sento di condividere. Julian Cope se vogliamo è inoltre uno dei migliori esempi di musicisti che si sono prestati con profitto alla scrittura in ambito musicale. Indimenticabile il suo saggio sul kraut-rock, Krautrocksampler, per esempio. Bizzarro ma gradevole anche il più recente Uno tre uno. Viaggio hooligan gnostico sulle strade della Sardegna e del tempo disponibile anche in italiano in una traduzione che rende giustizia all’originale, una volta tanto.
Dire che World Shut Your Mouth sia un disco indispensabile in ogni discografia che si rispetti è scontato, a questo punto.

THE GOTOBEDS – Wasted on Youth

Pavement The Rock Band’s Song of the Week is…..(Pavement the rock band è il profilo gestito direttamente dai componenti della band, non propriamente quello ufficiale – Facebook)
Una sorta di fiver settimanale, quello che curano i Pavement nella loro paginetta. Consigli semplici semplici, come in questo caso, che si alternano a vecchie foto, cazzeggio vario. Roba insomma che esce una nuova doppia (inutile, per certi versi) raccolta e manco te ne accorgi perchè troppo impegnati a raccomandarti gente come i The Gotobeds. Che hanno pubblicato un disco passato ingiustamente sotto silenzio. Intanto hanno firmato per Matador e rischieranno di fare un bel botto. Ricordatevi degli amici che ne hanno parlato per primi…..

LITTLER – Somewhere Else

Littler are sooooo good omg….new records gonna be v v great

can’t wait to play with them…..(Ought – Facebook)
Gli Ought sono il mio nuovo gruppo preferito. Il disco nuovo è il mio disco dell’anno. Quello che scrivono, fossero pure poche righe ubriache su un social network, lo piglio dannatamente sul serio. A scatola chiusa. Poi clicco su play e mi si apre un mondo nuovo, davvero. E questa piccola canzone va a finire in loop nei miei ascolti compulsivi. Pezzo fantastico.

SUN RA – Somebody’s in Love

Nobody created his own world more perfectly than Sun Ra. On hearing those singles, as much as you thought one knew about the breadth of jazz there’s this space age vocalist doing these insane r & b songs about Batman and doo wop Christmas songs. Sun Ra can, and did, just do anything and managed to keep this band together over such a period of time with so little support from the world. Super human. We saw the Arkestra playing at one of our Hanukkah shows in December and it was incredible. Always incredible. (Ira Kaplan – Yo La Tengo – The Quietus)
Poi ci sono i musicisti a cui non servono le parole, i social network, per pagare tributi. Lo fanno direttamente suonando. Gli Yo La Tengo hanno appena pubblicato il secondo album di cover (ok, non solo cover) della loro sterminata discografia. Somebody’s In Love di Sun Ra chiude i giochi e manda tutti a casa, letteralmente. Ecco, Sun Ra, quando poi ci si finisce dentro non se ne esce più fuori. Sappiatelo prima di avventurarvi, ma fatelo.

CAR SEAT HEADREST – Something Soon

Questa ultima la tengo per me. Non c’entrano musicisti che scrivono di musica. Non ci sono tributi da pagare. C’è semplicemente la magia della musica. Si scopre un giorno che Will Toledo, il ragazzino occhialuto che si cela dietro la sigla Car Seat Headrest, ha già pubblicato una roba come 11 album su bandcamp. Che non sono tanto buoni, come dice lui. Intanto però si trovano canzoni come questa che a me ricorda i primi Flaming Lips ma anche gli Sparklehorse. Da tutto quel materiale la Matador ha tirato fuori una decina di canzoni che andranno a comporre il vero primo album del gruppo e che pubblicherà a breve. Mi sono preso la briga di andarmele a cercare, quelle canzoni. Come detto sono già disponibili su bandcamp e anche su spotify. Personalmente sono rimasto incollato allo stereo, un po’ incredulo di quanto ascoltavo. Tanta tanta bellezza, tutta in una volta, roba da far girare la testa.
CESARE LORENZI