And all I got left is this shit attitude (Fiver #11.2018)

parquet-courts-wide-awake-3c4db85e-97f0-4dd2-b815-a901fba7a250
Parquet Courts è il gruppo che parla alla mia coscienza. Uno dei pochi rimasti. Mi dice che non è ancora tempo di mollare, che i vecchi rituali hanno ancora un senso: mettere un disco sul piatto del giradischi e premere il tasto play, per esempio.
Ricordi, sensazioni, vissuti ancestrali, migliaia di canzoni ascoltate anno dopo anno, letture, concerti, discussioni, tutto per vivere quel momento ancora una volta: sentirsi a casa, finalmente.
Un ritorno a se stessi e al mondo, verso l’inizio, verso quell’inconoscibile che mi appartiene da quel giorno che ascoltai per la prima volta le note di Radio Free Europe. Trentacinque anni fa.
I Parquet Courts suonano come una razza in via d’estinzione.

PARQUET COURTS – WIDE AWAKE!

Sei anni fa pubblicarono un disco clamoroso, da tutti accolto come un esordio anche se in realtà non lo era davvero. La stampa specializzata lo elogiò con un certo distacco. I discepoli dell’ Ancien Régime come noi si fecero conquistare all’istante.
L’anno successivo, il primo concerto in suolo italico. Una roba da biglietti in prevendita, trasferta come si faceva un tempo, SG al gran completo. Convinti di trovarsi dinanzi ai nuovi Sonic Youth. Del nostro stesso avviso altri 35 disperati, sopravvissuti a chissà quale epoca. Ci eravamo immaginati la salvezza dell’indie-rock e ci ritrovammo tra le mani una band che non ne voleva mezza di indicare una via d’uscita. Meglio così, in fondo.
Nel frattempo hanno pubblicato un disco all’anno, come si faceva una volta, tra collaborazioni anche sorprendenti (l’ultima in ordine di tempo con Daniele Luppi) e pure un disco solista (quello di A. Savage) splendido. Preludio all’ inevitabile cambiamento. Il tempo sarà pur un’illusione ma intanto una metamorfosi diventa necessaria, come se fosse una questione di sopravvivenza.
Lo si capisce fin dalle scelte più banali: Danger Mouse alla produzione con gli inevitabili allarmi che scattano manco ci fosse uno tsunami in arrivo e relative scene di panico. Poi ti accorgi che al massimo suona come un brano della Blues Explosion e tiri un sospiro di sollievo. Il nuovo disco può arrivare. Noi saremo al nostro posto, come sempre.

PARQUET COURTS – Almost Had To Start A Fight / In And Out Of Patience

I primi 90 secondi suonano come i Fugazi, alla faccia di aver assunto dietro il desk uno dei maggiori produttori pop del momento. Tanto che ti chiedi che senso abbia. Sembra solo una maniera di sparigliare le carte in tavola pur sapendo fin da subito che alla fine indosserai le stessa vecchia camicia e finirai per accendere il solito amplificatore. Con un pizzico di funk bastardo, vigliacco, sporco e assassino che farà capolino qui e là……. Funky music playing in my head…che spettacolo, ragazzi!

COURTNEY BARNETT – Need a little time

Non so come sarà il nuovo album di Courtney Barnett. Non m’interessa proprio, a dire il vero. Per quanto mi riguarda potremmo fermarci pure qui, a questa canzone.
Primo: adoro il tono scazzato con cui canta.
Secondo: avrei anch’io bisogno di un attimo di tregua.
Terzo: ho pensato ad Evan Dando.
Quarto: ho ascoltato i Big Star, subito dopo.
Quinto: c’è speranza, alla fin fine!

ELEONOR FRIEDBERGER – In Between Stars

Mi immagino a guidare una cabrio, su una qualsiasi delle autostrade che da downtown portano a Santa Monica. Fermarsi al semaforo proprio sotto il palazzo della Capitol Records. Tower Records è lì a due passi, sul Sunset Strip. Le vetrine espongono la pubblicità del nuovo Stevie Wonder, Innervision è un capolavoro e non si ascolta altro. Anche noi bianchi, piccolo borghesi, che amiamo il rock ma certi dischi, insomma, sono di un’altra categoria, non c’è neppure bisogno di spiegarlo.
Il nuovo singolo di Eleonor è una roba così: ti fa battere a tempo il piedino. Ha un groove leggero e un velo di malinconia che ti prende la gola.

It happened so very long ago
We don’t know when or how
Nobody knows what we’re doing here even now

Una canzone come se il punk non fosse mai esistito. Come se fosse il 1973. Non so esattamente se sia una buona cosa ma ogni tanto lo è di certo. In quei momenti prima che mi venga voglia di ascoltare gli X di Exene Cervenka, per dire. LOOOS ANGEEELEEESS……

CAVERN OF ANTI MATTER – Make Out Fade Out

Uno dice Stereolab per comodità che sfocia nella pigrizia. Ma Cavern Of Anti Matter stanno prendendo una direzione che con il passato ha poco da spartire, ormai. Se vi interessa come registrano in studio leggete The Quietus ve lo sanno spiegare meglio di quanto io possa provare a fare, ma è tutta una storia di incisioni che vengono riprese, smontate e rimontate. Di sintetizzatori e parti di pc che non ho mai nemmeno sentito nominare. Una di quelle faccende da nerd che agli ignoranti come il sottoscritto piace da morire, del resto parlate con uno che ancora oggi crede che Kevin Shields sia un fottuto genio. La verità è che questa roba qui suona alle mie orecchie come qualcosa di inedito, nonostante le influenze che con un po’ di buona volontà diventano riconoscibili. Proprio questa difficoltà di collocarsi, di muoversi in un territorio che non si capisce bene, di suoni e ritmi che ti lasciano stupito e interdetto, è la forza di canzoni assolutamente singolari, per certi versi assolutamente irripetibili.

CESARE LORENZI

Hollow Heart (Fiver # 07.2016)

18182-banner-sioux-falls-band

Sioux Falls

A cadenza regolare arriva qualcuno che se ne esce con qualche sentenza definitiva.
Roba tipo: una volta, in musica, c’era molta più libertà. Oppure: la vera musica è finita con (a caso) il primo album dei Clash. Non ci ho mai fatto troppo caso, sinceramente. Da ragazzino magari un po’ di più. Finiva che mi preoccupavo davvero. Ora, non ho più pensieri del genere.
Mi piacciono però i ragionamenti, anche quelli senza tante pretese che hanno come argomento la musica. Ogni tanto qualche considerazione mi scappa a voce alta, magari quando mi trovo in compagnia dei soliti amici. Rimuginavo sul fatto che avere a disposizione gratuitamente tutta la musica dell’universo di qualsiasi epoca non ha portato i risultati che era lecito attendersi. Non una gran pensata, direte voi.
Però pensateci un attimo: in teoria la contaminazione dovrebbe essere più semplice. Sarebbe lecito aspettarsi musica nuova, in qualche modo mai sentita prima. Invece va a finire che si rimane sempre più incatenati ai confini che si pensava fossero destinati se non a scomparire del tutto, quantomeno a sfumare. Capita sempre più di ascoltare gruppi filologicamente perfetti che, alla resa dei conti, non vanno oltre una banale perfezione formale per giunta legata indissolubilmente al genere che stanno suonando. Penso che la musica abbia vissuto periodi di creatività maggiore, e che questo genio creativo fosse dettato non tanto dalla conoscenza ma dalla falsa interpretazione. Conoscere, faccio per dire, dell’intero periodo new-wave un solo disco dei Joy Division e uno di Echo and the Bunnymen, dava una percezione limitata ma che, allo stesso tempo, lasciava spazio all’ispirazione personale. Ne usciva spesso una lettura per forza di cose parziale ma originale allo stesso tempo. Si costruivano gruppi e dischi con al massimo 30 ascolti alle spalle. Tanti quanto in questo momento occupano un paio di giornate.
Ci si infilava tra un genere e l’altro immaginandosi legami che magari, in realtà, neppure esistevano.
Non vorrei mettermi a contare quanti nuovi My Bloody Valentine ci siamo dovuti subire nel corso degli ultimi anni. Band che magari suonano ancor più My Bloody Valentine degli stessi originali ma che allo stesso tempo ci lasciano completamente indifferenti.
Ci sono poi quelli che, come dei cani sciolti, se ne stanno in un mondo tutto loro e magari, inconsapevolmente, esplorano territori nuovi per davvero. Gente che fa la storia della musica, solitamente.
Uno di questi è Mark Kozelek, penso. Ha pubblicato tre dischi nel giro di due anni semplicemente strepitosi e lo ha fatto utilizzando un accompagnamento sonoro sempre nuovo. Kozelek è uno capace di suonare con Justin K. Broadrick e Neil Halstead indifferentemente. Se sembra una banalità ascoltate uno dopo l’altro un disco dei Godflesh e uno degli Slowdive e fatemi sapere. In mezzo ci mette la sua chitarra acustica, tanto per complicare il quadro. Ma quello che fa davvero la differenza è il registro narrativo non tanto il tappeto sonoro. Non si può neppure parlare di canzoni in senso stretto. Le metafore per quelle sono finite da un pezzo, come ha confidato recentemente. Quantomeno le buone metafore per delle buone canzoni.
Ha pensato che non rimaneva altro che aprire una sorta di diario privato, buttandoci dentro dettagli intimi, amicizie e conoscenze con tanto di nomi e cognomi. Piccole storie private, qualche volta banali altre volte da brividi in un flusso di giornate raccontate con quel tono scazzato che contribuisce a farne uno dei miei preferiti in assoluto. Mi fa sorridere, inoltre, il tono tagliente, sarcastico e surreale: letteralmente irresistibile.
I dischi di Kozelek non si sentono come si fa di solito. Impossibile ascoltarli facendo dell’altro, per esempio. Esiste un unico modo: la cuffia e i testi a portata di mano. Un’esperienza che sta a metà tra l’ascoltare un album e leggere un libro, o meglio un diario privato.
JESU / SUN KIL MOON – Exodus

Justin K. Broadrick e Kozelek, si diceva. Ma in fondo Kozelek e basta. Tutto si plasma all’esigenza della pagina di diario che ha intenzione di portare alla luce, alla fin fine. Cambiano naturalmente i dettagli della formula sonora che intende adottare, naturalmente. Ma tutto suona inevitabilmente come un album di Kozelek, poco importa che suoni da solo, in acustico, in elettrico, con metà Slowdive o con Justin K. Broadrick.
Exodus racconta della morte del figlio di Nick Cave. E di genitori sopravissuti alla morte dei propri figli. Non so, non riesco a trovare le parole giuste per raccontarla, una canzone così. Forse è inutile farlo e limitarsi alla cronaca, registrando la presenza, tra gli altri, di Rachel Goswell di Slowdive e Mimi Parker e Alan Sparhawk dei Low. Non ho dubbi però che queste canzoni qui, in un modo o nell’altro, resteranno. Stampate, scolpite, sotto la pelle, come un tatuaggio destinato a rimanere nel tempo.

SIOUX FALLS – Dinosaur Dying

Penso che alla fine si ama sempre la stessa canzone e che tutta questa affanosa ricerca della novità, di nuovi ascolti, di album appena usciti come di vecchie cose dimenticate del passato non sia altro che un bisogno di certezze.
Dinosaur Dying è una canzone che rimette il mio peregrinare tra mille brani nella giusta prospettiva. Come se mi dicesse: ecco, questa è la roba tua. Dove altro devi andare?
In effetti non ho nessun altro posto dove sbattere la testa. Questa per me è la perfezione. Questa canzone mi ha fatto lo stesso effetto di quando ho ascoltato i Modest Mouse per la prima volta. Mi ha fatto ricordare di quando non riuscivo a togliere Car dei Built to Spill dallo stereo, una canzone che recitava ossessivamente I wanna see movies of my dreams. Questa canzone non è nient’altro che un sogno, il mio sogno, che prende forma. Ecco, mi fa un effetto così. Senza esagerare.

PETE ASTOR – Mr. Music

Quando mi sono trasferito a Bologna ho sentito per la prima volta espressioni che non avevo mai avuto la fortuna di ascoltare in precedenza. Alcune mi fanno impazzire, ancora oggi. Una gran “cartola”, per esempio. Quando si fa riferimento ad un tipo decisamente figo, con personalità. Quando sento qualcuno che lo dice mi sento a casa, in un certo senso.
Ma la mia preferita è sempre stata “alla vecchia”, abbreviazione di “alla vecchia maniera”.
Conversando con i soliti amici di avventure musicali qualcuno mi ha domandato come fosse l’album di Pete Astor. Non ho saputo rispondere di meglio che: “alla vecchia”. L’accezione è naturalmente positiva e racchiude un pizzico di verità. Pete Astor è un uomo di mezza età che probabilmente ascolta i soliti vecchi dischi. Non mi stupirei abbia tenuto il terzo album dei Velvet sul comodino mentre scriveva la storia di Richard Hell (uscita per Bloomsbury nella collana intitolata 33 ⅓).
Pete Astor qualcuno lo ricorda per i trascorsi Creation con due band: i Loft e i Weather Prophets. I Loft erano il mio gruppo Creation preferito dopo i Primal Scream e, insomma, leggere di un album nuovo è stato un piccolo, piccolo colpo al cuore.
Non c’è molto da aggiungere a quanto detto. Un gioiellino di disco “alla vecchia”, dai.

CAVERN OF ANTI MATTER – Liquid Gate

Tocca tornarci sopra, a due mesi di distanza da quello che si scriveva qui per aggiornare la vicenda Cavern Of Anti-Matter, il nuovo progetto di Tim Gane. Se fino ad ora sembrava che i territori battuti fossero in particolare quelli di una sperimentazione tra elettronica analogica, suggestioni funk-disco (in particolare nella collaborazione con Mouse On Mars) e le solite inflessioni kraute, in questo caso invece si prende la strada di una semplice canzone pop, da 120 secondi di durata complessiva.
In questi territori si erano avventurati saltuariamente gli Stereolab in passato, sempre con risultati sublimi, ma ormai sembrava che la strada intrapresa fosse decisamente un’altra. Quindi è con una certa sorpresa che si ascolta la voce di Bradford Cox mettersi al servizio di una melodia semplice semplice o meglio ancora semplicemente irresistibile. A questo punto l’album in prossima uscita davvero diventa uno dei dischi più attesi del momento.

KANYE WEST – 30 Hours

Il circo mediatico che riesce a mettere in moto Kanye West mi lascia sinceramente ammirato. Mi piace seguire il delirio di commenti, vagamente isterici, che l’annuncio di un suo nuovo album comporta. Dopo aver letto decine di articoli, seguito il gossip, per ascoltare il disco vero e proprio mi è toccato aprire un account su Tidal, senza sentirmi per questo al passo con i tempi. Di Kanye West si potrebbe discuterne a lungo senza aver ascoltato una sola nota, alla fin fine. Fenomeno di costume, business e cultura a 360 gradi come da tempo non capitava. Fenomeno che fatichiamo a comprendere in tutte le sue sfumature, per forza di cose troppo distante dalla nostra realtà. Alla fine l’unica cosa che rischia di passare in secondo piano è la musica. Sarebbe un peccato, però. A me è bastata questa canzone con sample di Arthur Russell per innamorarmene ancora una volta.
Sarà un piccolo spunto, sarà una cosa insignificante, un piccolo campionamento che si perde nei meandri di 18 nuove canzoni. Secondo me invece un segnale che qui dentro c’è un mondo che sarebbe un delitto lasciare fuori dalla porta, anche per noi che solitamente viaggiamo decisamente in un’altra dimensione.

Cesare Lorenzi

Sleeping is the only love (Fiver #48.2015)

David Berman

David Berman

Ormai mi limito ad alzare le sopracciglia. Le news in ambito musicale mi fanno quell’effetto, al massimo. “Uscirà un nuovo album di PJ Harvey il prossimo anno…..” mi parte il sopracciglio destro, per pochi secondi. “Hai visto il nuovo video di M.I.A., quello con i profughi….ha alzato un polverone in rete….” via di sopracciglio sinistro.
“Cazzo. Hai sentito David Berman ha scritto una nuova canzone….” David Berman quello dei Silver Jews?? Ecco, fermi tutti. Lasciatemi mettere da parte, per un momento solo, il meschino cinismo che riservo a tutte le novità e chiacchericcio indistinto. Berman?? Davvero??
Una notizia che altro che le sopracciglia, dai.

I was young
For a very long time
I was dumb
But the pleasure was mine (The Arcs – Young)

Ci pensavo poche settimane fa. Lo spunto me lo aveva dato Arturo su queste stesse pagine. Parlava dei famigerati novanta e di quali dischi davvero gli fossero rimasti appiccicati addosso e di quanto fossero diversi (i suoi dischi) da quelli che sono diventati un po’ l’emblema dell’intero decennio. Ci ho riflettuto un attimo e mi sono tornati in mente proprio i Silver Jews di David Berman. American Water è uno di quei dischi da isola deserta per me e che nessuno tira fuori per ricordare i buoni tempi andati, naturalmente.
È stata una buona occasione per andarlo a riascoltare, dopo tanto tempo.
Ci sono canzoni che non hanno età. American Water lo ascolti e potresti immaginarti sia un disco degli anni ‘70. Oppure una novità appena uscita sul mercato. Un disco classico, insomma.

I asked the painter why the roads are colored black.
He said, “Steve, it’s because people leave
and no highway will bring them back.” (Silver Jews – Random rules)

I nostri gusti sono influenzati dal contesto. Ci sono dischi che piacciono perché ti consentono di allacciare rapporti sociali e di appartenenza di specie.
E poi ci sono dischi che funzionano anche decontestualizzati. Sono quelli che rimangono.
Penso che abbia molto a che fare con la qualità della scrittura.
David Berman scrive canzoni fantastiche. Nonostante sappia suonare a malapena la chitarra e con la voce sono piú le volte che stecca di quelle che ci piglia. Come se avesse mai avuto importanza questa cosa qui. Come se Dylan o Leonard Cohen sapessero cantare.

All my favorite singers couldn’t sings (Silver Jews – We are real)

L’ultimo album dei Silver Jews è del 2008. Il nome di Berman ogni tanto salta fuori per vicende letterarie. Ha pubblicato qualche libro. Fa delle letture pubbliche. Ma con la musica ha chiuso.
Tutto questo mio entusiasmo è poco giustificato da una canzone che non è neppure interamente sua ma scritta in compagnia di Dan Auerbach. Uscirà su un 10 pollici a nome The Arcs che vedrà la partecipazione di Dr. John e di uno dei Los Lobos.
È un blues surrealista decisamente riuscito che non sposta di una virgola nulla e non ne ha neppure l’ambizione. È una canzone di David Berman, però. Va celebrata come si conviene.
La combinazione con Dan Auerbach (The Arcs ma sopratutto Black Keys, se a qualcuno è sfuggito) funziona sorprendentemente.
Auerbach merita due parole a parte. I Black Keys sono diventati una cosa troppo grossa e sembra che ormai si limiti a gestirla. L’ultimo album è un disco dignitoso quanto può esserlo un album di una band che deve riempire gli stadi. Ma lui si ritaglia spazi fatti su misura. L’ho visto suonare la chitarra con Dr. John sul palco. Al pieno servizio di quest’ultimo e ci mancherebbe. Con un’umiltà e una devozione alla causa che non possono lasciare indifferenti.
Alla fine è una canzone che uscirà su di un disco stampato in poche copie per il Record Store Day. Un brano destinato a non lasciare tracce. Come se questa cosa avesse davvero importanza. Come se davvero quello dei Radiohead fosse il miglior album degli anni novanta.
THE ARCS – Young

SHE DEVILS – Come

Surf e gli anni sessanta. Pop esoterico e Nancy Sinatra. Sono in due: un ragazzo e una ragazza, canadesi di Montreal. Questa è una canzone che ha magia ed ipnotismo, quanto ne aveva Lisa Germano accompagnata dalla chitarra di Howe Gelb, secoli fa. Singolo di debutto spaziale.

M. WARD – Girl From Conejo Valley

Classicamente M. Ward, ne più ne meno. Come se 4 anni non fossero mai passati. Sicuri di quello a cui si va incontro, sicuri di non venir delusi. M. Ward si muove sul confine tra pop d’autore e rock classico ma riesce sempre, in qualche modo, ad evitare le banalità. Insomma si fa ascoltare sempre e comunque e questa è una canzone che sarebbe un sogno accendare la radio e sentirla uscire dagli autoparlanti.

CAVERN OF ANTI-MATTER – Melody in High Feedback Tones

Tim Gane è uno di quelli che non ha mai tradito. Tim Gane è uno di quelli che mi fa ascoltare musica distante dai miei ascolti abituali. Grazie a lui ho in bella mostra dischi nello scaffale di casa che forse non avrei mai comprato. Tortoise, Chicago Underground Trio e qualche altro album a metà strada tra jazz sperimentale ed elettonica che ora non ricordo.
Tim Gane ha suonato la chitarra in due dei miei gruppi preferiti in assoluto: McCarthy e Stereolab.
Cavern of Anti-Matter pubblicheranno il primo album vero e proprio all’inizio del prossimo anno. Ci suoneranno Bradford Cox, Sonic Boom e un tizio dei Mouse On Mars.
Cavern of Anti-Matter è la nuova band di Tim Gane.
Se proprio devo riporre aspettative da qualche parte ho deciso di farlo qui.
Questa canzone è letteralmente sublime, mi pare.

WALTER MARTIN – Amsterdam

Walter Martin è stato il cantante di The Walkmen, un gruppo che ha lasciato qualche buon disco in eredità ma nulla più. Bizzarra la strada scelta per il primo disco solista, invece. “Canzoni per bambini” si è detto. Amsterdam è il brano deputato a fare da apripista: due accordi due di piano e voci che finiscono per rincorrersi e ritmica appena accennata. Ne esce una canzoncina deliziosa che mette di buon umore mentre con il piede si finisce per tenere il ritmo.

CESARE LORENZI