Those Important Years (Fiver # 34.2016)

Giardini di Mirò

Giardini di Mirò

Giugno 2000, Villafranca di Verona. Sul palco dell’effimero Rockaforte Festival una giovane band inglese si arrabatta per cercare di tenere testa all’hype montante intorno a loro dopo l’uscita del loro primo singolo, Yellow.
Poche decine di persone, Cesare ed io guadagniamo agevolmente le prime file per effettuare, dopo poche canzoni, il percorso inverso fino al bar, decisamente poco convinti.
Evidenziato lo scarso interesse che l’oggetto della vicenda possa rivestire per molti di noi, il clamore che ha accompagnato la gestione della vendita dei biglietti per il concerto dei Coldplay (ed in queste ore dei Depeche Mode) con tanto di sold out immediato, prelazioni per possessori di carte di credito “status” e secondary ticketing a prezzi stellari, ha scandalizzato molti. Dal mio scranno di vecchio frequentatore di concerti potrei additare casi che, se non uguali, buttavano certamente le basi per la situazione odierna. Scorro la mia agenda dei concerti e rammento un concerto di David Bowie con biglietti che mi accaparrai nelle prime ore di prevendita con notevoli sacrifici e crisi di coscienza.img_2101
I biglietti erano venduti ad un irragionevole prezzo, per l’epoca, di 65.000 lire con maglietta obbligatoria (!) inclusa (di un tessuto talmente pregiato che dopo due lavaggi avrei potuto emulare la Madonna del video di Like A Virgin). Man mano che si avvicinava l’evento furono poi venduti a 45 e 50. Col mio biglietto da 65 avrei avuto diritto, però, ad una seconda maglietta (sic..).
La differenza principale non la vedo perciò sulla modalità di spremere l’appassionato ma sulle motivazioni che ti spingono ad andare ad un concerto e, in seconda analisi, accettare quello che ti viene imposto.
Rubo qualche riga all’amico Fabio Nirta che qui ragiona brillantemente sulla questione:
Live Nation annuncia “da giovedì 13 ottobre sarà attiva la prevendita riservata ai Titolari di Carta American Express” per i concerti italiani dei Depeche Mode.
Non rimane che sottolineare la differenza fra due mondi che ormai non si toccano più.
L’altro mondo, o l’ultimo impossibile, quello a cui apparteniamo, è estinto da tempo.
Sarebbe stato bello sparire come una supernova, ma non è successo.
Alla faccia dei dischi “politici” dei Depeche Mode e di tutta l’estetica della band dalla nascita al 1989.
People are people e non c’è nulla da fare.
Coscienza a posto… nel comodino.

In altre parole qui, dalla nostra riserva indiana, abbiamo sempre alzato forte un grido di orgoglio (e un po’ da sfigati).
Per noi andare ad un concerto è un atto politico, di appartenenza. Non è un modo come un altro di passare una serata. E se per il mercato un concerto dei Coldplay/Depeche Mode vale 5 volte uno di Bob Mould me ne frega poco.
Io quei concerti, stilati sulla mia agenda con una calligrafia mutata negli anni e che quasi non riconosco più come mia, me li ricordo tutti o, quanto meno, mi ricordo il motivo che me li aveva fatti scegliere o cosa era successo nella mia vita dentro ed intorno ad essi.
Un piccolo esempio.
In questi giorni i Giardini di Mirò stanno suonando dal vivo Rise And Fall Of Academic Drifting per celebrare i 15 anni dall’uscita. Un disco ed un gruppo importanti nella mia vita. Uno dei loro concerti in particolare. Qualche anno fa scrivevo questa cosa sulla versione 1.0 di Sniffin’ Glucose:
Un senso di leggerezza pervade i giorni di inizio primavera.
Gdm al Covo per presentare Rise And Fall Of Academic Drifting.
Una bella serata, molte facce e situazioni piacevoli.
Un bel concerto. I Giardini ci regalano la colonna sonora perfetta per questo cambio di stagione che, avremmo scoperto in seguito, essere molto più che meteorologico.
Mi piacerebbe romanzare e scrivere che quello che è accaduto in seguito è stato ispirato da una serata così. In realtà era successo tutto poche ore prima e quella sera, al Covo, c’era uno spettatore in più che si godeva abusivamente un gin lemon ed il concerto.
Era il 7 aprile 2001. Mia figlia era stata concepita da poche ore.

GIARDINI DI MIRO’ – Pet Life Saver

TERRY – Talk About Terry

Mai saputo ballare o muovermi con un minimo di armonia. Sono stato a concerti o post concerti in cui era veramente difficile non lasciarsi andare ma ho quasi sempre preferito annuire a bordo pista. Per darmi un tono. Questo pezzo dei neonati Terry, gruppo messo insieme da membri di Total Control e UV Race (tra gli altri) è praticamente irresistibile con queste voci imbronciate e quella chitarra storta in bilico tra Weather Prophets e Wedding Present. Non vedo l’ora di “annuirla” a bordo pista da ballo in un prossimo futuro.

MALE BONDING – Eyes

A sorpresa arriva, a 5 anni da Endless Now, il nuovo album di Male Bonding, Headache. Scaricabile gratuitamente, se non ho capito male. Splendidamente rumoroso e incazzato come i precedenti. Li vedemmo qualche anno fa di supporto ai Crystal Castles. Una manciata di non più giovani accalcati sotto al palco per i supporter, beatamente scalmanati. Gli stessi soggetti dopo poche canzoni del gruppo principale fuori dall’Estragon, perplessi. Gli anziani sono prevedibili..

CLOUD NOTHINGS – Modern Act

Attese molto alte per il seguito di quella bomba assoluta che era Here and Nowhere Else. Devo confessare che ci sono arrivato un po’ tardi sui Cloud Nothings. Il problema, quando hai ascoltato tanta, troppa musica è che le tue sinapsi sono un po’ fottute. Ascolti una cosa e subito ti ricorda qualcos’altro o vai alla ricerca di somiglianze. Invece il secondo (al netto di progetti paralleli o “da cameretta”) Cloud Nothings era un piccolo capolavoro di angst generazionale.
This record is like my version of new age music annuncia Dylan Baldi.
Life without sound uscirà a Gennaio e viene anticipato da questa Modern Act che smussa molti degli angoli tipici degli assalti all’arma bianca degli album precedenti. Forse anche un po’ troppo per i miei gusti ma la fiducia è tanta e, scommetterei, ben riposta.

SLEAFORD MODS – TCR

Scrivendo queste righe mentre apprendo della morte di Dario Fo mi interrogo sul fatto che non ho mai compreso fino in fondo la grandezza di figure come Gaber, Jannacci. O Fo, appunto. Le ho sempre tiepidamente apprezzate un po’ da lontano. Un problema mio, indubbiamente. Questione di percorsi, di influenze. Crescere con i Clash o i Joy Division nel cuore e nella testa c’entra qualcosa? Non lo so, francamente. Di certo, mai come in questi ultimi tempi le figure di riferimento di un tempo, amate o meno, stanno sparendo una dietro l’altra e non è un sentimento piacevole.
Cosa c’entrano gli Sleaford Mods con tutto ciò? Un bel niente. Solo che quando ti piglia la malinconia niente di meglio che blaterare con un amico con due birre in mano e loro che hanno fatto di questo atteggiamento una vera e propria arte non possono che essere un ottimo modello a cui ispirarsi.

Massimiliano Bucchieri

3 gradi di separazione (Fiver #23.2015)

Unknow Mortal Orchestra

Unknow Mortal Orchestra

Dalla Grecia agli Unknown Mortal Orchestra passando per Vasco Rossi

I percorsi mentali, si sa, possono seguire i percorsi più imprevedibili ed imperscrutabili. Parti da un immagine, un suono e dopo poco ti ritrovi da tutt’altra parte. L’altra sera, ad esempio, stavo seguendo le drammatiche notizie dalla Grecia e mi sono tornate in mente un paio di immagini. La Grecia classica l’ho visitata circa 35 anni fa, da quindicenne, con i miei genitori, ma invece che il Partenone o Micene i miei ricordi sono più bizzarri e imprevisti. Il primo riguarda un’anziana proprietaria di una minuscola pasticceria di fianco all’hotel. Ricordo ancora che dopo avermi servito un dolcetto arrancò fuori dal bancone trascinandosi dietro una sedia sulla quale insistette mi accomodassi per poi portarmi un bicchiere d’acqua con mani tremanti. Ricordo ancora lo stupore e il surrealismo di quella scena. Il secondo “ricordo greco” riguarda una biondina felsinea che cercavo vanamente di approcciare sul pullman che ci portava in giro per la penisola ellenica. La ragazza blaterava in continuazione di questo esordiente ..blah blah..Vasco Rossi …blah blah…Albachiara..blah blah…. Per uno come me che staccava dal piatto Heroes solo per sostituirlo con il primo dei Clash, e viceversa, la conversazione era tra l’ostico e l’impossibile. Io Vasco l’avevo sentito e l’avevo agevolmente rigettato con una sicurezza che mi avrebbe accompagnato negli anni seguenti. I casi della vita mi hanno portato, molti anni dopo, a incontrare spesso la superstar emiliana per una, diciamo così, vicinanza geografica. Incontri muti tra un non fan ed un, devo dire, educato signore sottolineati al massimo da un cenno del capo. Ricordo in particolare un giorno, non molti anni fa, in cui, in attesa di parcheggiare la macchina, ho lasciato la portiera aperta con il primo disco degli Unknown Mortal Orchestra che rumorosamente si faceva strada nel silenzio del garage. Date le spalle alla vettura non ho notato la figura che sostava accanto alla portiera con sguardo interrogativo. Sì, era lui che, registrata la mia presenza, si sottrasse velocemente al benché minimo scambio di vedute. Ora, mi piacerebbe ricamare su questo piccolo episodio per testimoniare l’influenza del gruppo di Portland sulle prove successive del rocker di Zocca. Ma in realtà no, non è andata così. Le nostre strade si sono divise, lui con le sue fortune, io con i miei dischi incisi da sfigati. Peccato perché in Multi-Love ci sono tante e tali idee con le quali garantirsi una nuova carriera. Un gigantesco frullatore dove le teorie di pop psichedelico morbido dei Flaming Lips di Soft Bulletin incontrano la classe degli Steely Dan in un precipitato dall’approccio veramente “fisico”, quasi punk rock. Se poi ci si addentra nelle storie  di menage a trois, immigrazione e amore “altro” raccontate da Ruban Nielson non se ne esce più. (http://pitchfork.com/features/profiles/9646-love-is-strange-the-multitudes-of-unknown-mortal-orchestras-ruban-nielson/ )

UNKNOW MORTAL ORCHESTRA – Can’t keep checking my phone
 
Non un disco fondamentale ma un disco incredibilmente “necessario” che immancabilmente si fa ripetutamente strada tra i miei ascolti lasciandomi ogni volta un po’ così, tra lo stupito e l’incredulo, rispedendomi ai miei 15 anni con uno stato d’animo simile a quello provato su quella sedia in una scalcagnata pasticceria di Atene chiudendo il mio tortuoso, a dir poco, percorso mentale.
 WAVVES x CLOUD NOTHINGS – Come Down
Nathan Williams+Dylan Baldi. Con due addendi del genere il risultato non dovrebbe essere meno che esplosivo. In realtà i 22 minuti di “No life for me” non riservano grosse sorprese e suonano esattamente come la somma dei due (bella scoperta). Dettato più dalla voglia di divertirsi che dall’ambire a nuove vette artistiche l’album non lesina comunque momenti notevoli. Su tutti, per il sottoscritto, Come Down dall’incedere glam, coro contagioso e con indiscusse potenzialitá da dancefloor, di quelli “giusti” però.
J FERNANDEZ – Between The Channels
Elliott Smith (celebrato da queste parti non più tardi di una settimana fa), Evan Dando, Sufjan Stevens .. i paragoni lusinghieri ma alquanto scomodi si stanno sprecando per il giovane cantautore di Chicago.
Iperboli più che giustificate dopo i primi ascolti. Un talento fuori dal comune, benché ancora acerbo, nel sapere innervare di modernità le sue composizioni pur restando nel solco della tradizione.
Questo il pezzo di presentazione, dall’incedere classico, delicato, con un sottofondo di grande potenza trattenuta ma c’è molto altro, testare l’imprevedibilitá “stereolabica” di Holy Hesitation per credere.
BEACH HOUSE – Sparks
“It goes dark again, just like a spark…then it comes again”. Ho letto una bella interpretazione di questo estratto dal testo del nuovo pezzo e, più in generale, della musica dei Beach House che voglio fare mia. “Che cos’è una scintilla se non il momento prima dell’assenza di luce o forse la promessa di cose migliori prima di entrare nel buio?” La musica dei Beach House si nutre molto di queste sensazioni. Dissonante ed inquieta con improvvise aperture melodiche sognanti e consolatorie ma mai risolutive. Sparks non fa eccezione e riprende il discorso proprio dove Bloom l’aveva interrotto. La speranza /timore è che con il nuovo Depression/cherry ci aspettino nuove scintille. Belle e terribili.
WEAVES – Motorcycle
Toronto. Presentatori di tv per bambini e attivisti della scena artistica cittadina. Una imprevedibile miscela di jangle pop, gospel geek e surf rock come testimoniato da questo pezzo accompagnato da un coloratissimo ed assurdo cartoon. In bilico tra nonsense e  grandezza. Con la prova sulla lunga durata ne sapremo più. Per il momento chi ha ideato il tipo con la testa di rana che si porta a letto la sua motocicletta ridefinisce il significato della frase “fuori come un balcone”.
Massimiliano Bucchieri

In the aeroplane over the sea

Qualcuno mi ha chiesto perché in quel famoso lungo week end di fine maggio non fossi a Barcellona quest’anno.
Probabilmente è perché sono sempre stato un indie snob che appena qualcosa o qualcuno finisce sotto i riflettori si rompe i maroni e decide che è il momento di andare a cercare qualcos’altro e qualcun’altro da qualche altra parte. Mettiamola così, me lo dico da solo e non ci pensiamo più. Aggiungo anche che nei giorni immediatamente successivi al famoso festival di Barcellona contro il quale, sia chiaro, non ho da dire proprio nulla, sono andato a vedere altre due cose (e mezzo) che mi hanno impegnato un bel po’ sia fisicamente che mentalmente.

Domenica primo giugno ero all’Handmade a Guastalla (RE), martedì, mercoledì e giovedì di quella stessa settimana mi sono fatto il Beaches Brew all’Hana Bi di Marina di Ravenna, in mezzo un giorno di passaggio al Rock in Idro di Bologna.

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Io che sono da sempre un indie snob (si si, il termine indie lo uso ancora perché mi fa comodo e non ho bisogno di nessuno che venga a ricordarmi il senso della parola – questa la spiego a parte se a qualcuno mai interessasse) anziché andare a vedere i National e gli Arcade Fire e tutte quelle altre belle cose che passavano in Catalogna sono stato a raccogliere margherite in un parco fuori Reggio Emilia, ricreandomi in testa una situazione che secondo il mio immaginario senz’altro limitato e indubbiamente un po’ deviato è la cosa plausibilmente più vicina ad un contesto come che so, l’International Pop Underground di Olympia.

In una giornata del genere ho recuperato alcune conferme, materiale di cui c’è sempre un gran bisogno per tenere dritta la barra di navigazione, illudendosi che le proprie convinzioni siano oggettivamente sensate.

A cominciare dal primo concerto incrociato all’Handmade, quello degli Own Boo, potenzialmente il miglior gruppo italiano uscito negli ultimi dodici mesi. I tre ragazzi sono dei giovanissimi freak spuntati fuori dalla San Francisco del ’67, delle due ragazze non dico nulla perché ogni volta che parlo di donne metto il piede in fallo e qualche mia amica o conoscente non perde occasione per farmelo notare. La cantante comunque ha una voce che porta da un’altra parte. Dico un nome solo: Mazzy Star, fatevelo bastare. Se continueranno su questa strada potranno arrivare dove vogliono e a un certo punto mi toccherà abbandonarli (vedi alla voce indie snob di cui sopra).

Own Boo

Own Boo

Seconda conferma: il malsano fascino che il garage rock esercita su di me. Vorrei disperatamente essere un garage rocker: possedere tutti i dischi della Crypt, padroneggiare il catalogo completo della Goner ed allineare a decine nella mia libreria le cassette della Burger. Ma in realtà il garage rock alla fine ascoltarlo di lungo (intendo per più di tre canzoni di fila) mi annoia. Come il reggae e lo ska anche se infinitamente più figo del reggae (sono un indie snob bianco della middle class in fin dei conti) e un po’ più interessante dello ska (che ai tempi miei, quelli di Beat, Specials, Madness e Selecter era niente male).
A meno che il garage rock non vada a vederlo dal vivo: allora è tutta un’altra storia. Soprattutto se il gruppo che suona dichiara anche una passione poco celata per wave e post punk inserendo tastiere storte e moog. Allora la frittata personale è fatta e servita. Prendetemi e portatemi con voi, non cerco altro. E’ quello che hanno fatto i Pow! sul microscopico palco B dell’Handmade lunedì, quando la sera stava per rimpiazzare il giorno. Bellissimi, oltre che bravi e coinvolgenti: lui una specie di eroe perduto del glam anni ’70 traslocato armi e bagagli sulla Bowery; lei un side project dei B52’S in età post adolescenziale; l’altro un capellone occhialuto timidissimo e infine il batterista. Ecco il batterista, che tra l’altro ha spezzato i cuori di un paio di mie amiche, sembrava capitato lì per caso, annoiato tra una canzone e l’altra, per poi partire improvvisamente senza sbagliare un colpo. Preciso come un metronomo in quel suo misto tra scazzo completo e professionalità eccelsa che inevitabilmente raccoglie il mio incondizionato consenso.

Potrei star qui ad andare di lungo scrivendo del non palco allestito da Tizio e dei magnifici e (per me) sconosciutissimi gruppi che si è scelto, indeciso se decorare con l’ambito titolo di Calvin Johnson della bassa lui, Tiziano Sgarbi aka Bob Corn o l’altro, Jonathan Clancy, aka il cantante degli His Clancyness. Potrei scrivere del vino e del cibo, di quel divano piazzato in mezzo ai campi tra le balle di fieno, o potrei anche parlare di quanto bella fosse la voce del cantante dei Green Like July che per più di un momento mi sono parsi la reincarnazione degli Orange Juice ipnotizzati dal catalogo dei Kings of Convenience o citare i Chow che passano carta vetro sulla tradizione americana anni ’70 con in mente tutti i dischi degli Screaming Trees.
Potrei scrivere un libro sull’Handmade perché ne varrebbe la pena, mo non qui e non ora, magari un giorno dei prossimi.

Tirata giù la serranda a sigillare il festival fatto in casa giusto il tempo di un passaggio tra la polvere del Parco Nord dietro casa mia a verificare che i Brian Jonestown Massacre sono sempre i Brian Jonestown Massacre anche alle tre del pomeriggio, su un palco troppo grande e troppo alto e con un sole feroce che gli sbatte in faccia, poi sono andato al mare infilandomi sulla A14 in direzione di Marina di Ravenna. Dove ho raccolto qualche altra conferma.
L’Hana Bi è uno dei migliori club del mondo. Ok, non è un club, ma è come se lo fosse. E’ un luogo che quando lo racconto a qualcuno che ancora non lo conosce questo non ci crede. Ed è un luogo che quando qualcuno viene da fuori e non lo ha mai visto poi mi viene a dire che non avevo raccontato tutto e il posto è ancora meglio di quello che avevo descritto. Ed è un posto che invece la gente che ci vive di fianco riesce a volte a criticare. Ma a ognuno il suo. Non mi interessa. Comunque io se fossi in Chris, che l’Hana Bi lo gestisce da 10 anni, farei come fece Poneman della Sub Pop venti e passa anni fa. Pagherei un viaggio e un soggiorno da queste parti a un paio di giornalisti di quelli che contano, uno americano e uno inglese. Poneman lo fece tramite la Sub Pop con Everett True. Seattle manco era segnata sulle mappe del rock che conta (o almeno era stata accantonata dai tempi di Hendrix e Sonics) e il grunge era solo una vaga idea nelle teste di tipi poco raccomandabili come Tad Doyle e Mark Lanegan. Da quel viaggio di una settimana Everett True tornò con un reportage che, pubblicato sulle pagine del Melody Maker, cambiò la vita a molti dei personaggi che abitavano nel sud ovest degli Stati Uniti trastullandosi con la musica ad inizio anni ’90. A molti la cambiò in meglio, a qualcuno in peggio.
Ecco, immagino cosa potrebbe scrivere un giornalista passando da questa spiaggia la settimana in cui si svolge il Beaches Brew e cosa ne potrebbe conseguire.

Parlando di quello che si è visto nella tre giorni la prima conferma arriva dai Cloud Nothings . Sono tre nerd sfigati che suonano come fossero gli Hüsker Dü (ah ah ah, lesa maestà!) e il batterista è la migliore macchina da guerra mi sia capitato di vedere da un imprecisato numero di anni a questa parte. Certo sono solo uno che pensa che per avere ancora vent’anni basta trovarsi una volta all’anno a sbattere la testa sotto a un palco e ammaccarsi le ginocchia e le costole e i gomiti contro una cazzo di transenna che manco mi aspettavo di trovare sotto al palco dell’Hana Bi che poi non è un palco e si, capisco che l’avete messa perché altrimenti il cambio palco per quattro volte di fila sarebbe stato impossibile e che si, se non la metterete anche per il concerto dei Black Lips alla terza canzone lo chiudiamo per impraticabilità del campo, però l’Hana Bi con una transenna attorno al palco non è la stessa cosa.
A parte questo i Cloud Nothings hanno comunque spaccato il culo, fatevene una ragione voi che ancora li trattate con la sufficienza che si dedica ai ragazzini: ad ascoltare i ragazzini (sorpresa!) a volte ci si diverte di più che non ad andar dietro ai vecchi maestri.
A proposito dei quali, tra quelli passati per Marina di Ravenna in questi tre giorni, potrei scrivere di Lee Ranaldo e magari anche di Damien Jurado, oppure potrei proseguire descrivendo il tipo degli Swearing at Motorists che meriterebbe una pagina solo per lui, o Dj Fitz che chiudeva le serate a botte di afro e funky, potrei dire che gli Speedy Ortiz, per quanto acerbi mi piacciono assai e ricordare che i Suuns dal vivo sono sempre micidiali.

Ma se fossi uno che sa scrivere bene e che ha pure un briciolo di fantasia, uno di quelli bravi a fabbricare romanzi o sceneggiature di film, a questo punto mi inventerei un finale ad effetto. Una roba di quelle che ad esserci dentro ed avere 20 anni ti cambia la vita per sempre.
Tipo un ultimo concerto per chiudere tutto, questi tre giorni e quelli immediatamente precedenti. Un concerto unico, sulla spiaggia tra il mare e le dune, i piedi sotterrati dalla sabbia fresca, migliaia di persone sotto una luna tagliata perfettamente a metà.
Un tipo con barba lunga e un cappello che canta: what a beautiful face I have found in this place, that is circling all around the sun , tu che sei lì in mezzo e anche se a quelli la’ sopra al palco non è che ai tuoi tempi gli avessi dato poi tutta quest’importanza ora non puoi far altro che guardarli fuori fuoco con lo vista appannata dalle lacrime and when we meet on a cloud I’ll be laughing out loud I’ll be laughing with everyone I see can’t believe how strange it is to be anything at all con la gola che si attorciglia mentre pensi ai dieci anni che hai vissuto lì su quella spiaggia, tutti dall’inizio della storia e sai che quello che sta succendo ora sta succedendo anche per te. Non c’è nulla di casuale e in questo finale immaginario oggi è il giorno perfetto, questa è la notte perfetta e nient’altro conta. Niente.
Tutto potrebbe finire lì e e le cose avrebbero un senso compiuto, definitivo: and one day we will die and our ashes will fly from the aeroplane over the sea.

ARTURO COMPAGNONI

Fiver#02.06

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Per la quarta volta raggiungo il Primavera Sound.
Alla fine di ogni edizione dico che sarà l’ultima, poi ci ricasco.

Tra le cose più originali c’e sempre il volo di andata.
Per ogni edizione prendo il volo Ryan Air da Bologna del giovedì mattina. E’ sempre piuttosto divertente realizzare che si tratta di una sorta di volo charter per il Festival, tanti sono i passeggeri facilmente riconoscibili dalle t-shirt. Quest’anno si va dai veterani con maglietta Husker Du ai più giovani con maglietta Chromeo. Sei così certo che la maggior parte di passeggeri stia andando al Primavera che si è chiamati a pensare che anche il pilota stia guidando con la maglietta dei Pixies e che il volo Ryan possa atterrare direttamente al Parc del Forum.

Ma è proprio nella riconoscibilità conclamata una volta saliti in aereo che possono scaturire osservazioni di antropologia pura.
Se il veterano del Primavera è seduto di fianco ad un neofita alla sua prima edizione, il neofita rischia un pippone di almeno 40 minuti. Verranno affrontati tutti i temi, dai consigli sui migliori falafel del festival, ai passaggi segreti tra un palco e l’altro per evitare le code, dai ferrei regolamenti dell’Auditorium ai consigli legati ai vari spazi Off del Festival.
Il veterano e il neofita sono molto diversi. Li si puo’ riconoscere già dal bagaglio.
Il neofita pensa di andare ai Caraibi a bere un mojito mentre ascolta in costume da bagno il live degli Arcade Fire. Il veterano ha invece in valigia un costoso abbigliamento tecnico da montagna e racconta al neofita aneddoti climatici simili a quelli narrati dalle popolazioni irochesi. Il neofita ascolta e sorride, pensando che il veterano stia esagerando, riderà meno 3 giorni dopo con 39 di febbre.
L’altro grande elemento di riconoscibilità tra le 2 categorie di festivalgoers è lo Schedule.
Tutti in aereo tiriamo fuori i già stropicciati foglietti dove sono stati diligentemente segnati i personali interessi delle 3 giornate. Le differenze le vedi dalle liste. Il neofita si è segnato 70 nomi, non li riuscirebbe a vedere nemmeno se stesse un mese a Barcellona, ma non può accettare e riconoscere con se stesso che se Sharon Van Etten suona alla stessa ora ad un kilometro di distanza dagli Slowdive , non esiste nessun Dio che potrà farglieli vedere entrambi.
Il veterano invece tira fuori uno schedule dove si è segnato pochi nomi a caratteri cubitali. Non perché è interessato a poche band, ma perché è da 4 mesi che si prepara per l’evento con selezioni dolorose. Ha già elaborato il lutto per tutto ciò che non potrà vedere e solitamente si autoconvince del suo operato con frasi del tipo “…Tanto John Grant l’ho già visto 3 volte”, ma intanto dentro sta piangendo.
L’ultima differenza è la programmazione dell’intero viaggio.
Il veterano dormirà fino a 15 minuti prima l’inizio del primo live e programmerà con serietà scientifica ogni spostamento da un palco all’altro, le sue energie sono centellinate per arrivare in forma anche per i concerti notturni. Ma a volte anche lui fallisce, non accettando che se il suo fisico ha superato i 40 non arriverà mai a vedere i Wolf Eyes alle 04 del mattino oppure può arrivarci ma probabilmente sarà l’ultimo live della vita.
Il neofita invece è da tanto che voleva visitare Barcellona e quindi oltre al Primavera si è segnato per ogni mattina gustose visite alla Sagrada Familia , al Museo Picasso e deve inoltre assolutamente trovare la maglietta originale di Puyol e Iniesta che aveva promesso agli amici.
Sovracaricandosi di così tanti impegni, il neofita si troverà già nel pomeriggio del secondo giorno a sperimentare nelle gambe quello che un ciclista prova scalando il Col du Galibier, solo che lui non è un ciclista e per di più ha pagato 180 euro il biglietto. Anche il neofita, tradito dal fisico, arriverà con il pianto nel cuore a rivedere i suoi 70 nomi che si era segnato nello schedule.
Vero elemento di originalità in questa edizione 2014 è lo “Schedule Emiliano-Romagnolo”. Tra Bologna e Ravenna nei giorni subito successivi al Primavera si sono esibite infatti ben 8 band presenti a Barcellona (tra cui 4 headliner). Il neofita ed il veterano si troveranno quindi uniti nell’ incrociare i propri schedules in base ai loro progetti dei giorni successivi.
Anche in questo caso il neofita – se molto giovane – rischia però di uscirne sconfitto. Dopo calcoli interminabili ammette a se stesso e agli altri che non ha la macchina e non saprà come caspita farà a raggiungere Marina di Ravenna.

Ma bando alle chiacchiere veniamo alla musica, il motivo per cui siamo qui e uno dei motivi per cui siamo al mondo.
Ecco il mio personalissimo “fiver” del PS 2014
Le 5 canzoni che più mi hanno emozionato nella 3 giorni barcellonese.
In ordine di apparizione on stage:

1) Midlake – Roscoe
I Midlake si esibiscono il primo giorno, all’ora del tramonto in uno dei rari momenti di sole e splendida temperatura. Ho amato in maniera smisurata i loro primi 3 album, poi a mio avviso la vena creativa si è di molto affievolita. Il live però me li fa tornare ad amare e i brani prendono tutti una certa epicità. Il tutto sarebbe ancora più bello se la voce di Eric Pulido fosse più limpida e meno effettata, ma forse il desiderio è quella di renderla più simile all’ex leader Tim Smith. Roscoe in ogni modo arriva a commuovere e rientrerebbe forse in un mio ideale best 100 degli anni 2000

2) Slowdive – Catch the Breeze
In questo caso non sono un fan, ma vado con molta curiosità. All’inizio tutto sembra un po’ incerto. Nei primi 2 brani Rachel Goswell e tutti i componenti della band sembrano quasi intimoriti (a parte Neil Halstead che ha occhi solo per la sua chitarra). Poi il concerto esplode con Catch the breeze, il calore del pubblico – tanto – arriva sul palco, la Goswell si scioglie ed elargirà sorrisi e dolcezze per tutta la durata del concerto. Le armonie di Catch the breeze e la voce di Rachel Goswell con il mare di fianco e le nuvole cariche di rosso tramonto è stato uno dei momenti emotivamente più forti del mio Primavera

3) War on Drugs – Under the Pressure
In questo caso non solo non sono (o meglio non ero) un fan, ma vado addirittura con un po’ di pregiudizi. Non avevo colto l’hype per il loro ultimo lavoro. Ma i Festival servono anche per questo, a volte incroci miti che ti deludono, altre volte gruppi nuovi con cui è amore a prima vista, altre volte ti trovi a rivedere completamente un giudizio su una band. E’ il mio caso con i War on Drugs , il live di gran lunga migliore – di quelli da me visti – di tutto il PS 2014.
Dal vivo si coglie molto di più il loro contatto con la tradizione “americana” e il mio gusto è ampiamente appagato. Finalmente colgo anche l’accomunanza con Bob Dylan, che fin qui non avevo assolutamente capito, il sound e soprattutto la voce di Adam Granduciel sono effettivamente equiparabili al Dylan dei migliori anni.

4) Volcano Choir – ComradeVolcano Choir 04 Dani Canto feat 600
Su Justin Vernon non sono obiettivo, lo confesso. Non mi ha ancora stancato come Bon Iver e lo apprezzo ulteriormente per le sue collaborazioni e per i suoi progetti collaterali tra cui il più importante è appunto Volcano Choir.
Contrariamente a quanto ci si può aspettare, il gruppo anche dal vivo risulta essere quello del chitarrista e compositore Chris Rosenau che ha il compito di presentare tutti i brani e relazionarsi con il pubblico. Mr. Vernon si limita ad essere la splendida voce della band e solo alla fine saluta e ringrazia tutti introducendo Still dal primo album dei V.C.
65 minuti a mio avviso splendidi.

5) Cloud Nothings – Stay Useless
Altro concerto che attendevo e altra conferma, questa volta in forma decisamente più oggettiva.
I Cloud Nothings sono devastanti e hanno dei brani meravigliosi che propongono senza tregua come se non ci fosse un domani. Iniziano con Quieter Today, poi Now Hear in ..e poi la splendida Stay Useless. Sono le 00,10 dell’ultima sera …e ho l’impressione che dopo questa non posso più chiedere nulla a Barcellona.

Per il resto torno a casa con lo zaino pieno di tanti altri momenti.
Come tanti, uso il Primavera anche come contenitori di generi, come occasione per conoscere band nuove e infine per concedermi “main event” che frequento sempre meno ma in cui mi accorgo di divertirmi ancora . Nel primo gruppo inserisco gli ottimi live dei Kronos Quartet , Caetano Veloso e Dr. John nel secondo gruppo (quello a cui tengo di più) La Sera, Majical Cloudz, Courtney Barnett e nell’ultimo decisamente i National – una spanna sopra tutti a mio avviso – e gli Arcade Fire.
E poi c’era Mr. Julian Cope in apertura della 3 giorni, a tessere un ideale filo conduttore tra quello che ero a 20 anni e quello che sono adesso.

MASSIMO STERPI

Novanta e non sentirli

Cloud-Nothings---Gemma-Harris

CLOUD NOTHINGS

Si fa un gran parlare di anni ‘90, di quanto fosse meglio allora.
La musica, innanzitutto. Ma non solo quella. No, si dice che è stata l’ultima stagione del rock inteso nella sua forma classica. L’ultima epoca che consentiva di immedesimarsi, di trovare addirittura rappresentazione. Tutto vero, probabilmente.

Ma in questa ricostruzione non è che mi ci ritrovo proprio, oppure più semplicemente vedo le cose da un’altra prospettiva. Forse perchè non ho mai affrontato le vicende legate alla musica come se si dovesse scegliere davvero da che parte stare, come se ci fosse una contesa da dirimere. Non mi sono neppure mai preoccupato di prendere posizione nella celebre querelle Oasis vs Blur, per dire.

Dei primi amavo l’ignoranza sopra le righe coniugata al talento di scrivere canzoni capaci di celebrare l’adolescenza. Dei secondi la capacità di omaggiare la storia del pop inglese in maniera così ruffiana. Oppure, per andare ancora più in là nel tempo, davvero sarei costretto a scegliere tra Rolling Stones e Beatles? Anche volendo, mi risulta pressochè impossibile.
Alla fin fine mi sono sempre limitato a seguire un gruppo, una band, un cantante, un dj, qualsiasi cosa mi piacesse, per quello che proponeva, per come lo faceva. Per la maniera di affrontare il mondo, insomma. Questione di attitudine, innanzitutto. Poi anche di suoni e canzoni, naturalmente. Come già diceva qualcuno più autorevole e importante di me: l’arte che più ci piace è quella dove ci si ritrova almeno un poco.
Ecco, magari la domanda da porsi è se davvero le cose si sono trasformate così tanto, dagli anni novanta fino ai giorni nostri.
Sinceramente non me ne sono accorto.
Il mio modello di ascoltatore, presumo particolarmente attento, in quanto appassionato, funziona sempre allo stesso modo. Nel 2014 come nel 1994. Sono cambiati tanti dettagli di contorno. Ma la sostanza mi pare immutata.
Nel 1994 lo schema era: comprare la stampa musicale inglese per segnarsi nomi, date e luoghi. Vent’anni dopo è cambiato il modo, in effetti. Adesso è il web a fornirci le informazioni. Ma il risultato è sempre il solito: nomi che non è più necessario segnarsi come un tempo in un’agenda in quanto si approfondisce subito. Un clic e si ascolta.

In maniera più superficiale? Boh, non mi sembra. Se una band mi piace, compro il disco, allo stesso modo di un tempo, con la differenza che adesso è più semplice. Lo ascolto, se mi capita vado a vedere il gruppo dal vivo. Magari mi programmo una vacanza appositamente. Giusto per avere un’occasione di capitare ad Utrecht, che altrimenti chi mai ci sarebbe andato.
Mi viene il dubbio che alla fin fine sono rimasto uguale io, il mondo attorno è cambiato e non me ne sono accorto. Non che mi stupirebbe particolarmente, poi.

Ma questi anni ‘90? Di cosa parliamo in fondo? Dell’ultima epoca dove l’industria discografica ha provato a portare i gruppi “alternativi” in classifica? Parliamo di quello? Allora diciamo pure che quella stagione si è conclusa amaramente, con un colpo di fucile in una camera da letto disfatta nel nord-ovest americano.
O parliamo di quel suono? Anni ‘90 è diventato sinonimo di band con chitarre, che possibilmente pubblicano dischi per un’etichetta indipendente. Esattamente quella roba che è in via di demolizione nei blog più fighetti della penisola. Scordando magari che alcune delle migliori nuove proposte degli ultimi mesi suonano proprio in quel modo. Roba tipo Speedy Ortiz, Parquet Courts o Cloud Nothings. Roba suonata da gruppi giovani, chi più chi meno, senza nessuna patina nostalgica che fa capolino. E questo è dettaglio non da poco.

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CLOUD NOTHINGS Here and Nowhere Else

Prendiamo i Cloud Nothings, per esempio. Il gruppo del momento. Capitanato da Dylan Baldi, 22 anni. No, dico VENTIDUE anni.
Una band che ha avuto un percorso lineare, come altre 1.000 prima di loro. Disco d’esordio per una piccolissima “indie”. Centinaia di concerti nelle cantine e nei bar più scassati d’America a fare da contorno. Volume al massimo, vecchi amplificatori e chitarre sgangherate. Tutte le sere davanti ad un pubblico di pochi scettici che a forza di insistere si trasformano in amici. Gira la voce, insomma. Dai, e ancora dai. Alza il volume, guida il furgone, sopravvivi a 200 giorni dormendo sul pavimento. E poi un disco ancora, magari con Steve Albini in regia. E poi, di nuovo, via andare. Questa volta in Europa. Prima volta in assoluto da queste parti. Concerti davanti a 4 gatti ma non importa, tanto sai che alla fine qualche amico comunque lo porti a casa. E puoi raccontare, a Cleveland, che hai suonato a Parigi.

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PARQUET COURTS

A forza di insistere hai capito come funziona, cosa ti serve in studio di registrazione, adesso hai l’esperienza necessaria. E pubblichi un nuovo album, ci canti dentro tutto il disagio che hai accumulato, tutta la frustrazione. No, non è il momento ancora di abbassare il volume. Indovini un paio di melodie, fai un disco clamoroso. Pigi sull’acceleratore e rialzi il piede dopo otto canzoni. Lo intitoli Here and Nowhere Else. Ti prepari a sbarcare nuovamente in Europa, questa volta ti aspettano buoni slot nei festival più importanti. Non vedi l’ora di suonare in quel posto sulla spiaggia, sotto a una tettoia, come l’altra volta. Questa volta sai già che ti aspetterà molta più gente. Qualcuno canterà a memoria alcune delle tue nuove canzoni, puoi giurarci.
E’ il 2014, l’anno dei Cloud Nothings. In attesa del nuovo Parquet Courts. E le cose funzionano ancora come allora. Lo abbiamo già visto, già vissuto in passato. E’ il 2014 e gli anni novanta non li abbiamo dimenticati. Il mondo ci cambia attorno, alla velocità della luce, e noi siamo ancora qui, con i soliti tre accordi a farci da colonna sonora.
Non saranno i nuovi Hüsker Dü, magari. Ma chi se ne importa. Ne parleremo ancora tra qualche anno, probabilmente.
Chissà cosa si racconterà ancora di quei famigerati anni novanta.

CESARE LORENZI

Fiver #02.2014

Per quanto riguarda noi di Sniffin’ Glucose la musica non è mai un sottofondo.
E’ una colonna sonora costante delle nostre giornate.
Ne scandisce ogni singolo momento, condiziona l’umore, risucchia quantità di tempo e denaro impressionanti.
Potremmo affermare senza timore di smentita che la musica definisce le nostre vite così come sono, per quello che sono.
Ne’ più ne’ meno.
Così ogni 30 giorni scrivere a turno di 5 canzoni che in qualche modo hanno per noi rivestito una particolare per quanto soggettiva importanza nel mese precedente ci pare un modo per fare il punto non solo sui nostri ascolti ma sulle nostre vite in generale.
Su quello che ci è successo e su come è successo.
Sniffin’ Glucose
Keel%20Her
E’ stato il febbraio più caldo che io ricordi.
Sono uscite un sacco di canzoni ma pochi dischi.
Una volta le canzoni uscivano assieme ai dischi, anzi no dentro ai dischi.
Ora arrivano prima, sparpagliate una ad una e un pò rovinano la sorpresa.

Real Estate  Talking Backwards

Alla musica ho cominciato ad avvicinarmi partendo dal punk, poi crescendo sono sempre stato troppo pigro e poco interessato per farmi coinvolgere nel cercare di capire come si suona uno strumento.
Quindi di fingerpicking, pentagrammi, strumming e accordature continuo a non capirci una sega: la tecnica proprio non sono in grado di apprezzarla.
Quando metto su un disco difficilmente mi fermo ad ascoltare il suono dei singoli strumenti, di solito è l’insieme che mi intriga. Tuttavia alcune canzoni possiedono momenti in cui un loro preciso passaggio mi affascina in maniera totale. Di solito è la chitarra che assolve questo ruolo di magnete per la mia attenzione. Mi viene in mente il riff di Marquee Moon per citare un esempio decisamente alto e noto (spero) a chiunque.
Lungi da me paragonare i Real Estate ai Television, ma in questa canzone c’è un giro di chitarra semplice semplice, un arpeggio che parte subito all’inizio, morbido e allegro poi ritorna poi scompare di nuovo dopo 3 minuti e 8 secondi di pura pefezione pop.
Che lascia lì a volerne ancora e ancora.

Cloud Nothings  I’m not Part of Me

Voglia di saltare e di urlare.
Un mio amico mi ha fatto notare che sembra un pezzo dei Green Day.
Pazienza.

 Temples Mesmerise

Una volta girava una foto di Bobby Gillespie con indosso una t-shirt su cui era stampato lo slogan “Kill All Hippies”.
Sul tema, evidentemente a lui caro, l’uomo ha pure scritto una canzone piazzandola in apertura di un disco dei Primal Scream.
Posto che a me Gillespie è sempre piaciuto e detto che ormai da un pezzo per quanto riguarda i nuovi dischi è necessariamente tutta una questione di ricorsi storici e retromanie assortite, affermo qui e senza remore che se devo scegliere sceglierò ora e sempre un gruppo il cui luogo ed epoca di riferimento siano Manchester e il 1979 piuttosto di uno che  affondi le proprie radici nella California del 1967.
Chiarito ciò i Temples, che stando a quanto ho appena scritto non avrebbero esattamente le caratteristiche giuste per piacermi, centrano il punto alla grande semplicemente perché sanno come si scrive una canzone.
Anche se a occhio mi sembrano dei figli dei fiori fuori tempo massimo e copie brit (di conseguenza pop) dei Tame Impala.

Keel Her  Riot Grrrl

Rose Keeler-Schäffeler arriva da Brighton ed è la cosa migliore che mi sia capitata in questo primo scorcio di anno.
Probabile che queste settimane per me non siano state particolarmente eccitanti, ma può anche essere che lei sia proprio quel tipo di roba di cui ho bisogno ora.
Del resto una frase come fuck me in the backseat, I’m so bored rispecchia abbastanza fedelmente i miei desideri ed il mio stato d’animo in questo periodo.
La musica poi è come se inquadrasse Bratmobile e Jay Reatard dall’angolo in cui sono impilati i dischi di Pastels, Shop Assistants e Talulah Gosh: roba mia al 100% insomma.
Lei è in giro dal 2012 e per un certo periodo, anche abbastanza lungo, ha pubblicato una canzone al giorno sul suo Bandcamp. Se aprite la pagina ci sono 21 dischi da scaricare e il primo porta la data di agosto 2011.
Mi sorge spontanea una domanda: dove cazzo ero io nel frattempo per non accorgermi di lei?

Eagulls  Possessed
Gli Eagulls sono di Leeds. Il che significa che per questa rubrica oggi ho scelto 3 robe inglesi su 5. Penso che la volta precedente in cui ho selezionato 3 canzoni inglesi in una playlist a 5 sia stato tipo l’inizio degli anni ’90.
Non credo che ciò significhi nulla, anche perché le 3 canzoni elencate qui sono molto diverse tra loro e almeno 2 su 3 ritengo resteranno in una posizione che in una ipotetica classifica degli ascolti collettivi andrà dal molto secondario al totalmente marginale, ergo non è supponibile ipotizzare rinascite o nuovi movimenti in arrivo da casa madre Albione.
In ogni caso gli Eagulls hanno un bel tiro e sino ad oggi – prima dell’uscita del loro album in cui è contenuta questa canzone – hanno pubblicato su disco 2 cover: Requiem dei Killing Joke (sul retro del loro primo 7″) e Mystery dei Wipers nel 12″ splittato con i Mazes.
Dal mio punto di vista indubbiamente una eccellente dimostrazione di buon gusto.

Arturo Compagnoni