Inverno prima di Inverno (Fiver #04.2017)

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(recensione solo sognata di un festival che invece c’è stato davvero)

Venerdì.

Eri su quell’autobus. Sono salito di corsa, che le birre con Jimmy a momenti mi facevan fare tardi. Le otto e dovrei già essere alla fermata di San Donnino, anzi già sulle scale del Covo Club, anzi già con una birra in mano – stasera solo birre che bisogna arrivare in fondo alla serata – sotto al palco: staranno per cominciare Vale & Valli In.versione Clotinsky e gliel’avevo promesso di esserci per l’apertura. Ma poi Jimmy mi chiama e mi fa “beviamoci due birrette che poi io vado al Freakout” e ho pensato che magari lo convincevo a venire al festival di NoHope e SniffinGlucose che ci sarà un sacco di bella musica e bella gente, ma lui era sicuro di andare a sentire i Chrome che in effetti ci sarei andato anch’io se proprio questo venerdì e sabato non ci fosse stato il festival.
Ma il festival è il festival e non importa cos’altro c’è in città, stasera c’è solo Inverno e quindi mi catapulto fuori dal pub che è già tardi e volo in via Indipendenza per prendere il 20 con un brivido – ci saranno mica i T-Days’? Che devo arrivare in Irnerio e mi perdo mezz’ora almeno di concerto – e guardo il programma e aprono proprio le mie amiche di Ravenna e allora volo fuori dal pub.

Poi vedo le macchine che passano ed è solo venerdì e sarà domani che la città si paralizzerà di famiglie e passeggini in mezzo alla strada.
Il bus sta chiudendo le porte ma riesco ad infilarmi e subito mi si appannano gli occhiali che fa un freddo porco – d’altra parte è Inverno – ma sono riuscito a salire, il fiatone e già un po’ intontito dalle due pinte bevute di corsa, aspetto che le lenti tornino trasparenti, fa caldo dentro, c’è un sacco di gente e un nodo mi stringe per un attimo la gola che sono sempre stato un po’ agorafobico. E claustrofobico pure. Fobico e basta, insomma.
Poi ci vedo e ti vedo. Vedo te. Cioè, vedo il tuo colbacco e i capelli corti spettinati che spuntano sotto. E vedo i tuoi occhi, enormi, verdi. Quasi strabici mentre seguono la luce della scrollata sull’iphone. Il piercing al setto. Il naso sottile, all’insù. Un po’ snob. Anja. Ti chiamerò Anja. O Anna, Annoushka, Alexandra. Forse Anastasija. No, Anja. Sei l’erede di un’antica famiglia russa, forse l’ultima zarina ad aspirare al trono se non ci fossero stati i bolscevichi e il millenovecentodiciassette.
Cent’anni fa esatti. Cavoli, non ci avevo fatto caso. Forse sei la reincarnazione della principessa su cui hanno fatto i film e i cartoni animati e sei qua per goderti l’ultimo anno di vita, un secolo dopo.
Le cuffie nelle orecchie. Un parka verde. Le dita sottili che fanno viaggiare le foto su Instagram sparpagliando cuori qua e là.
Il mio già rapito.
Passano in sequenza le fermate e quasi non ci credo quando ti alzi dopo il sottopasso e vai verso le porte. L’incrocio con viale Zagabria fila via veloce e il 20 sembra non volersi fermare, poi inchioda sotto il palazzone brutto di San Donnino. Io scendo veloce, ma dopo di te, appena in tempo per vederti togliere le cuffie e sorridere ad una morettina che mi sembra di conoscere, ma non c’è tempo che le ragazze saranno già sul palco e devo correre.
Valli e Vale hanno suonato, brave e belle come sempre e mentre sul palco ci sono i Freez do un occhio ai banchetti di Maple Death e Nervi Cani. Ma devo rientrare subito: fin da fuori il sound surfcattivo dei quattro si Schio mi trascina come un magnete davanti al palco. Un set strepitoso. Saranno i migliori della serata.
Tutto fila, la musica è alta, l’atmosfera rilassata: un continuo di gente che arriva, abbracci e saluti. Pare che tutti si conoscano e tutti sorridono.
Non ti vedo più. Anja. Per un momento ho sperato che anche tu venissi al Covo per Inverno. Sarebbe stato magico poterti parlare davanti al guardaroba, magari offrirti un drink da Vale o Tiffany. Ma non ci sei. Già due volte che faccio il giro del Covo e non ti vedo.

Sul palco adesso The Yellow Traffic Light che avevo conosciuto a Torino una sera l’anno scorso. Un sacco di chitarre come piace a me e devo andarci piano con le birre che la serata è ancora lunga. E quando arriva Gomma sembra di essere nel ’95 con una spolverata di Fugazi – arriverà anche una giusta cover celebrativa – e la sala è piena e sono contento per i ragazzi delle fanzine che se lo meritano proprio e devo proprio aspettare a farmi fare un’altra birra, anche perché ogni volta con Billy è uno shot di vodka e non è neanche mezzanotte.
La gente è sempre più carica. Si comincia a ballare anche tra una band e l’altra.
Poi. Eccoti. I Tiger! Shit! Tiger! Tiger! attraversano la sala per salire sul palco. Tu, sulla porta, saluti la bassista con un bacio sulla guancia. Ecco dove l’avevo già vista: la mora alla fermata del bus, quella che ti aspettava. Ecco di nuovo i tuoi occhi che illuminano il buio della sala. Ecco perché non ti vedevo più: eri nel back stage con lei. Un amica? La tua ragazza? Tua sorella? Rimani vicino alla porta, la camicetta nera col colletto bianco sotto al chiodo. Non hai più il colbacco né il parka e i capelli spettinati sono castani, quasi rossi.
Dovresti essere in una sala di specchi e stucchi dorati, col pavimento di marmo così lucido da riflettere i colori delle gonne enormi e piene di pizzi. Guanti di raso smeraldo fino al gomito, i capelli raccolti sotto un diadema. Passi di danza studiati, una metrica secolare. Casate che si presentano. Unioni che fanno la Storia.
Uno spintone, ti perdo di vista. Comincia il concerto. Ti ritroverò.

Sabato.

Arrivo in ritardo. Al lavoro non mi mollavano. Proprio non mi va giù di aver perso i BaBau e i Vanarin, per fortuna che loro li ho visti a Bergamo. Stappo una lattina che i Baseball Gregg mi hanno portato dal back stage, solita Peroni appena fresca che per me vuol sempre dire festival. C’è più gente di ieri, o forse sono io che sono entrato già tardi, giusto fra la fine del live dei ragazzi de La Barberia Records e quello dei Sex Pizzul che fanno ballare come Giacomo di Altre di B nel dj set di ieri, dopo i concerti.
Cerco con gli occhi Anja. Ieri ti ho vista per un momento, dopo l’ultimo live: il tempo di ordinare un gintonic al bar – alla faccia delle birre che dovevo bere solo birre mi sono svegliato con la testa rotta in due – e mi sei passata dietro, ti sei infilata giù per le scale dall’uscita di sicurezza col gruppo e non ti ho più trovata. Il tuo parka verde che saltellava leggero nel buio.
Chissà se sei andata via con la band. Chissà se sei qui stasera.
Forse ti ho solo sognata e sei tornata ai tuoi palazzi freddi e immensi in cui ricevere la miglior nobiltà europea. Ancora pochi giorni che in febbraio verranno a bruciare i tuoi tappeti, gli arazzi e tu non saprai perché. Perché odiano così tanto tuo padre, come fosse colpa sua la storia del mondo. E la prossima estate morirai, ancora solo ragazzina. La monarchia più grande d’Europa spazzata via da un’idea. Da qualcosa di nuovo a cui non poteva resistere.
Di noi invece non resterà nemmeno il ricordo, solo miliardi di file da decomprimere per vedere la stessa duckface del cazzo in trilioni di selfie.
Che pensieri per un sabato sera… Sarà sta giornataccia, i postumi di ieri, otto ore al bar, il solito capo isterico che se il cappuccino non ha la schiuma bianca immacolata me lo fa rifare e riportare, che deve essere il miglior cappuccino del mondo. Fanculo. E così il toast, il panino e il Negroni. Manco stesse operando a cuore aperto. Che lo sapeva quanto ci tenevo a venire in tempo per il festival e che di sabato non si trovano i taxi e mi toccava attraversare la città per arrivare in Marconi e prendere il 20, ma non gliene frega un cazzo. Fanculo.
Aver bruciato il tuo palazzo, Anja, cent’anni dopo posso dirti che non è servito a un cazzo. Potevi startene lì a ballare coi tuoi occhi illuminati da tutte le bellezze del mondo bella, comoda, che tanto siamo messi esattamente come prima. Ma senza famiglie reali da incolpare, né zar da sognare di abbattere.
Pensieri del cazzo per un sabato sera: due shot e una birra e mi lascio andar al ritmo ipnotico dei Sex Pizzul.

Si balla, il mio umore un po’ nero che cerco di tirar su, stasera la prendo più grossa di ieri, tanto domani non si lavora, dormo, e poi il Covo è già carico e c’è pure Camilla che occhieggia mentre chiacchiera con le amiche. Magari stasera mi va fatta bene con lei.
Poi sul palco la guest star band Cold Pumas e la sala, piena, comincia a saltare e pogare. Stasera c’è anche Jimmy e ci mettiamo a fare gli scemi e il butta ci ha già battezzato, ma lo sa che non siamo veramente molesti e ci lascia fare.
Il set è tirato: sento Parquet Courts, Traams, Crocodiles. I ragazzi di Brighton ci sanno fare, possono diventare grossi. Tutti ballano e la sala resta piena quando, dopo quaranta minuti di live, la band lascia spazio al djset di No Glucose Wild Bunch: parte The Skin of My Yellow Country Teeth, io applaudo verso la consolle, Jimmy arriva col millesimo gintonic e Camilla si mette a ballare proprio davanti a me.

Sembra la serata perfetta. Forse lo è: il finale di un festival splendido, capace di risollevare anche il mio umore annerito da quello stronzo del capo. Chissà Anja se sei qui, magari solo nell’altra sala. Ma se anche ci fossi non staresti cercando me, è già un miracolo che c’è Camilla stasera e sembra carichissima. Jimmy capisce la mossa e si allontana, va a ballare con gli altri. Cami è sempre più vicina. Sarà strafatta di md? Balliamo per un’ora senza dirti niente, interrotti dal passaggio di amiche e amici. Ci sorridiamo, ci sfioriamo. Ormai è party, tutti si abbracciano e cantano i pezzi di Yeah Yeah Yeahs, Le Tigre, Bikini Kill e non ci sono più pensieri: è tutto liquido e sereno.
Cami mi prende per mano e mi porta al bar. Due shot. Poi dice “andiamo via” e mi trascina al guardaroba. Io ho dato la giacca a George all’altro bar e torno a prenderla mentre lei attraversa la sala piena fino alla porta. C’è un sacco di gente, saluto tutti e prendo il giubbotto.
Mi giro e quasi investo una ragazza. Sei tu. Ho un sussulto, il cuore che cambia ritmo. Ci guardiamo, mi sorridi. Anja. La zarina. Vorrei fossi la mia principessa. Vorrei ballare un valzer con te vestita di un abito verde smeraldo e io in alta uniforme. Cent’anni fa. Vorrei una sala piena di specchi e camini accesi. Vorrei poter guardare i tuoi occhi all’infinito.
Si spalanca la porta di ferro dell’uscita di sicurezza: un vento gelido raffredda i nostri sguardi e i miei pensieri. È Inverno, normale sia così freddo fuori, forse stanotte nevicherà anche, per farti sentire a casa, tra i ghiacci delle terre da cui vieni.
Arriva un tizio e ti prende per mano. Gli sorridi. Lo baci e scompari a ballare nel gate2. Io m’infilo la giacca mentre passo veloce davanti ai bagni. Cami mi aspetta chiacchierando con la cassiera. È bellissima. Questa notte pare un sogno.
Come ho sognato te, Anja, che starai ballando da cent’anni con un soldato alto e bello, la giacca di panno pesante bianca, le mostrine e la spada che pende dal fianco. Che ti fa girare sorridendo mentre l’orchestra non smette di ripetere il ritmo della piroetta sul marmo che riflette i passi di danza.

Fabio Rodda

Il secondo Inverno (Fiver #03.2017)

La filosofia è elementare nella sua semplicità: fare cose che ci piacciono in compagnia di gente che ci piace.
Un’esigenza prima ancora che un’idea.
Un paio di anni fa è iniziata così la storia tra noi di Sniffin’ Glucose e i ragazzi di No Hope, una fanzine fatta di carta e costruita con forbici, colla, matite e pennarelli. Una storia nata sull’abbrivio delle passioni comuni: il punk e il post punk, la new wave e il garage rock, la psichedelia e il power pop, l’indie rock, l’elettronica storta e la bassa fedeltà, i libri di carta e i dischi di plastica, i piccoli club, le persone eleganti, Stanley Kubrick e François Truffaut.
E’ stato No Glucose poi Inverno, ancora No Glucose e di nuovo Inverno.
Come lo scorso gennaio anche quest’anno invaderemo assieme il palco del Covo, che tra i piccoli club che apprezziamo è da sempre quello che ci piace di più.
Sarà il nostro festival d’inverno, con dieci band in due serate, djset, stand, banchetti, vintage, vinili.
Proveremo di nuovo a innamorarci e tenteremo di farvi innamorare ancora.
Exploding the teenage underground into passionate revolt against the corporate ogre, once again.

Covo Club // NO HOPE fanzine // Sniffin’ Glucose presentano:

INVERNO Fest

❅ ❅ ❅ 20 GENNAIO ❅ ❅ ❅

Tiger! Shit! Tiger! Tiger! (Alternative – To Lose La Track -Foligno, IT)

Gomma (Gum Wave – V4V-Records – Caserta, IT)

The Yellow Traffic Light (Shoegaze – WWNBB – Torino, IT)

Freez (Weird Garage Sound – Schio, IT)

Warm up from 8 p.m.
Opening show: In.versione Clotinsky (Lo-Fi Pop – Ravenna, IT)

Reading: Alberto Ronchi, “Catastrofi Naturali” (Modo infoshop Edizioni) + Alan Vegan djset

aftershow djsets
gate 1: Jack (Altre di B – indie rock – college – punk)
gate 2: No Glucose Wild Bunch

❅ ❅ ❅ 21 GENNAIO ❅ ❅ ❅

Cold Pumas (Post Kraut Punk – Faux Discx – Brighton, UK)

Sex Pizzul (Disco Punk – Annibale Records – Firenze, IT)

Baseball Gregg (Climate Controlled Pop – La Barberia Records – Bologna, IT)

Vanarin (Psychedelic Brit Pop – Bergamo, IT)

Warm up from 8 p.m.
Opening show: Babau (Psych Dub Exotica – Artetetra – Bologna, IT) + Alan Vegan djset

aftershow djsets
gate 1: Mars (rock n roll – glam – punk)
gate 2: No Glucose Wild Bunch

                                                    ❅ ❅ ❅

Stand

Record label, vinili, serigrafia, fumetti, graphic design, poster, fanzine, disegno: 
Maple Death / La Barberia / Avant / Background / Pady / Sciame / Brutto.Collettivo / Nervi Cani

Sniffin’ Glucose

La fortezza della solitudine (Fiver # 29.2016)

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Lo scorrere del tempo scava fossati nella memoria creando crateri da riempire con immagini fasulle e buchi spazio temporali attraverso cui i ricordi scappano via, mischiandosi gli uni agli altri nell’oceano di una infinita indeterminatezza.
Ad esempio avrei giurato che il giorno in cui la Fortitudo Basket vinse il suo secondo scudetto, Giulio fosse appena nato. In quel caso avrebbe avuto senso l’idea di regalarmi un breve momento di stand by dalla mia nuova vita concedendomi una serata di asociale vagabondaggio in riviera.  Quando qualche giorno fa – per  una serie di ragioni che non vi sto a dire – mi sono trovato a ripensare a quella partita,  supponevo fosse questo il motivo per cui quel martedì sera lo trascorsi in completa solitudine sulle spiagge della costa est. Mi pareva l’ipotesi più logica e attendibile. In realtà quel giorno – il 16 giugno del 2005 – Giulio non era affatto nato. Quindi in realtà non ho la minima idea del perché al tramonto mi aggirassi solitario sul viale principale di Punta Marina alla ricerca di un bar con un televisore sintonizzato sulle frequenze di Sky Sport 2.
Non so se la solitudine sia il più delle volte imperfetta, come recita il titolo di quella raccolta dei Diaframma,  certamente è una condizione umana di cui vengono sopravvalutati gli effetti negativi. Per come la vedo io il più delle volte questa ha invece un valore positivo: rende immuni dalla delusione, irrobustisce l’autonomia, incoraggia lo spirito di iniziativa e più in generale evita una serie di problemi che viceversa la promiscuità innesca senza soluzione di continuità.
A volte la solitudine è più che altro una necessità.
Fatto sta che quella sera sbucai in fondo al viale dei Navigatori poco prima che al Forum di Assago venisse alzata la palla a due di gara 4 Milano-Bologna, prendendo posizione su una delle poche sedie in plastica che ingombravano il perimetro interno del Bagno Gianni. La perfetta antitesi della maniera in cui un quinquennio prima  avevo vissuto il primo scudetto dell’amata effe scudata, ingoiato assieme agli amici dalla folla di un palasport strabordante gente.

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Il Bagno Gianni è uno stabilimento balneare basso, rettangolare e totalmente dipinto di giallo che occupa lo spazio tra il Miramare e il Tiziano a due passi dal Bagno Ettore, unico locale che all’epoca provava a ravvivare la vita notturna locale con qualche timida allusione rock and roll. Quella sera la comitiva presente davanti ai quarantadue pollici al led era costituita da un paio di famiglie in vacanza, entrambe dotate di un bagaglio di conoscenze tecniche della pallacanestro a dir poco approssimativo, e un tavolo di pensionati  distrattamente divisi tra una bottiglia di Sangiovese e una partita a Beccaccino. Di quell’ora e mezza trascorsa al Bagno Gianni sorseggiando con ostentata moderazione il boccale di Poretti poggiato sul tavolino a fianco, serbo una memoria vaga quanto è invece netto il ricordo del fatto che quella sera – non so bene perché – avessi deciso di far implodere dentro di me la lunga successione di sentimenti  che mi animavano lasciando trapelare poco o nulla ai presenti, pur essendo tra questi la persona di gran lunga più interessata all’esito dell’incontro.

Quella partita, per chi se la ricorda, terminò con un tiro da 3 punti scagliato dalla guardia fortitudina di origini panamensi  Rubén Douglas, nel canestro dei milanesi proprio sul suono della sirena di fine gara, difficile stabilire se subito prima o un attimo dopo. L’azione, destinata a ribaltare gli esiti della finale issando la Fortitudo dal meno uno al più due, impiegò esattamente 1 minuto e 6 secondi per essere decifrata tramite il ricorso al replay televisivo, provvidenzialmente introdotto  nella pallacanestro proprio quell’anno. Durante quei 66 secondi straordinariamente emozionanti ricordo di essere rimasto immobile, seduto come se niente fosse mentre lo stomaco si attorcigliava all’intestino avvolgendo cuore e polmoni in un unico e irripetibile groviglio.
Sapevo di essere solo e volevo rimanere solo, in apnea.

Fu quando l’arbitro siciliano Carmelo Paternicò  alzò la testa dallo schermo del piccolo monitor piazzato a bordo campo e sollevò entrambe le mani con pollice, indice e medio distesi ad indicare un 3 che mi alzai di scatto rovesciando a terra in un colpo solo sedia, tavolino e boccale di birra ormai vuoto, lanciando un urlo immagino terrificante per quanto inatteso dai miei casuali compagni di visione.
Corsi fuori nel parcheggio polveroso che separava il lungo mare dalla strada e cominciai a correre.
Non ebbi il coraggio di girarmi indietro e guardare ciò che la mia reazione improvvisa, quasi furibonda nella sua primordiale gioiosità, potesse essersi lasciata alle spalle. Mi è rimasta la curiosità di sapere cosa avranno pensato le due famiglie di villeggianti e il quartetto di pensionati di quel curioso personaggio che in silenzio si era guardato tutta la partita in perfetta solitudine e che alla fine, sempre in perfetta solitudine,  era letteralmente scappato in preda a una nevrotica euforia comportandosi come fosse un personaggio inventato da uno sceneggiatore tossico.
Non lo saprò mai, ovviamente.
Quella sera, sempre correndo con la vista pericolosamente appannata dalle lacrime e la gola corrosa dalle urla arrivai alla macchina parcheggiata sotto casa, salii e misi in moto.
Qualche chilometro più a nord percorrendo la statale srotolata tra mare e pineta, stava per cominciare il concerto dei Magnolia Electric co. e io non avevo alcuna intenzione di perderlo.

Questo post è stato innescato dalla lettura (finalmente!) di The Fortress of Solitude di Jonathan Lethem, tomo che vergognosamente giaceva da 15 anni a prender polvere nella mia libreria, da un ricordo del concerto dei Magnolia Electric co. all’Hana Bi che qualcuno ha pubblicato in rete qualche tempo fa e naturalmente dal rapporto di eterno amore che da sempre mi lega alla Fortitudo Pallacanestro Bologna.

Allah-Las “Could Be You

Mi avessero proposto un gruppo come gli Allah-Las anche solo 5 anni fa probabilmente ci avrei riso su. Al contrario quando li vidi suonare all’Hana Bi mi piacquero senza riserve e pare che la replica di quest’estate al festival Beat di Salsomaggiore sia stata all’altezza. Non so, forse è che invecchiando la classicità retrò non mi disturba più così tanto. O è solo che in questa canzone sembrano così tanto i i Velvet Underground.

Garden Centre “Riding

La gente che sta dentro ai Garden Centre sta o stava anche dentro ai Joanna Gruesome e ai Keel Her, gruppi per i quali nutro una certa affinità, leggo poi che sono anche coinvolti con i Kings of Cats e i Towel, questi ultimi due però non ho idea di chi siano né che roba facciano. Il loro esordio lo hanno pubblicato a fine giugno su cassetta ed è proprio bello. Cento copie. Indie snob del cavolo. Proprio come me.

Cold Pumas “Slippery Slopes

Questa canzone con le chitarre che corrono dietro I tamburi sotto a una voce svagata è proprio roba mia al cento per cento. Apre The Hanging Valley, secondo disco dei Cold Pumas appena uscito per la Faux Discx, etichetta che come senz’altro saprete è la migliore indipendente del Regno Unito. Loro arrivano da Brighton, città che mi evoca suggestioni antiche e sempre piacevoli. Meritano, ascoltateli.

Terry Malts “Seen Everything

Se dicessi che mi aspetto qualcosa di nuovo dal terzo disco dei Terry Malts direi una grossa bugia. Sia perché loro non mi sembrano tipi da suonare qualcosa di diverso da quello che hanno sempre suonato, sia perché io non avrei voglia di ascoltare niente di diverso da quello che loro hanno sempre suonato.

Real Numbers “Frank Infatuation

Chiacchierando qualche giorno addietro con uno dei miei due principali soci di questo blog (non faccio nomi), si ricordava di quando tanti anni fa prendevamo in giro il direttore del nostro mensile preferito (non faccio nomi) perché mentre noi ascoltavamo roba nuova lui era rimasto ancorato a narrare le gesta di certi gruppi, nuovi pure quelli, di meri (secondo noi) revivalisti 60’s. Ecco, oggi quando ascolto e mi faccio piacere gruppi come i Real Numbers, meri revivalisti mid 80’s, credo di essere l’equivalente odierno di quel direttore lì. Che tra l’altro ritengo essere uno dei critici rock più illuminati tra tutti quelli che ancora mi capita di leggere.

Arturo Compagnoni