Out of Time (Fiver #50.2015)

screenshot-{domain} {date} {time} (2)
You don’t know what’s going on
You’ve been away for far too long
You can’t come back and think you are still mine
You’re out of touch, my baby
My poor discarded baby
I said, baby, baby, baby, you’re out of time

Out of Time – The Rolling Stones 

Le playlist di fine anno le trovo generalmente noiose, ovviamente autoreferenziali e assolutamente inutili. Mi piace il concetto che ha disegnato un mio amico giusto l’altro giorno di “classifica di fine anno come idea liquida di un processo in continua evoluzione”. Ma in effetti nemmeno questa iperbole mi si adatta. Ho smesso di evolvermi da un pezzo e non ho nessuna intenzione di riprendere a farlo. Troppo faticoso, poi sto bene dove sto, ho già dato.
E’ piuttosto evidente che io sia una persona fuori dal tempo. Direi che tutto questo blog è fuori dal tempo ma non voglio coinvolgere i miei amici nel discorso e allora parlo solo per me. E’ anche giusto, non è scritto da nessuna parte che uno debba per forza starci sempre dentro al tempo. Non nel senso classico perlomeno.  Sforzarsi di farsi piacere a tutti i costi l’attualità e pretendere di padroneggiarla con competenza è una follia. Mi accontento di viverla.
Pensavo questo l’altro giorno mentre sfogliavo con malcelata pigrizia e crescente sorpresa la classifica dei 50 dischi dell’anno stilata dalla redazione di Pitchfork. Da tempo le playlist di fine anno, a parte quelle di qualche amico (quest’anno Cesare ne ha pubblicata una che davvero vale la pena leggere), non le guardo più e le discussioni che generano – solitamente accolte in zona social network, area sempre più insopportabile per quanto necessaria – mi infastidiscono in maniera importante. Fanno eccezione due liste: quella di Norman Records che spesso segnala cose interessanti e meritevoli sfuggite alla mia attenzione e quella di Pitchfork, testata che a parte qualunque considerazione di merito, segna indubbiamente l’indirizzo degli umori dell’intellighenzia musicale del nuovo millennio. Posto questo, cioè l’indicazione di un trend generale della critica attraverso l’opinione di Pitchfork, il rapporto inverso tra la classifica della webzine di Chicago e i miei ascolti mi ha colpito. Non che non lo sapessi di essere fuori dal mondo ma vederlo lì, scritto nero su bianco, mi ha comunque spiazzato. Non è solo il fatto che la loro classifica dei migliori dischi del 2015 non incontri quasi per nulla il mio gusto, è che quei dischi mediamente io proprio non li conosco. In quell’elenco di titoli ce ne sono alcuni che non ho mai nemmeno sentito nominare (21), altri il cui nome mi è capitato di leggere ma non ho mai ascoltato né mai ascolterò perché non mi interessano in alcun modo (10), altri ancora che pur avendoli ascoltati non mi hanno detto nulla (4). Di 50 dischi ne ho acquistati 3 (tre!!! e vi assicuro che di dischi quest’anno ne ho comperati un botto, come sempre) mentre dei restanti 12 ne possiedo solamente una copia digitale, sintomo di un interesse senz’altro marginale.
Credo che non ci siano tante analisi da fare se non constatare come il pubblico interessato alla musica oggi sia molto più aperto agli ascolti di quanto non fossi io alla loro età (e di quanto non sia adesso, of course), apertura cui consegue – direi inevitabilmente – una passione decisamente più sfumata, a tratti superficiale. Un interesse che definirei generalista. Probabilmente a nessuno di loro potrebbe adattarsi il motto “Rock ‘n’ roll is an attitude, it’s not a musical form of a strict sort. It’s a way of doing things, of approaching things. It’s a way of living your life”, citazione di Lester Bangs che meglio rappresenta la mia idea di approccio alla musica. C’è un’altra frase che lessi anni fa in un’intervista che ogni tanto tiro fuori perché mi sembra renda bene l’idea. L’ha pronunciata David Thomas dei Pere Ubu riferendosi alla sua assoluta e totale dedizione alla musica: “Da giovanissimi noi abbiamo avuto l’equivoca fortuna di avere un sogno e una visione di una intensità che non avremmo potuto poi sopportare da adulti. Quando ti capita una cosa del genere sei marchiato per sempre, non c’è altra via che continuare”. Un po’ enfatico indubbiamente, ma tutto sommato piuttosto rispondente alla realtà che alcuni di noi, nati tra anni ’60 e inizio ’70, hanno effettivamente vissuto. Non so da cosa dipenda, in alcuni casi, quelli che coinvolgono i più anziani, suppongo che lo schierarsi in maniera decisa, a tratti quasi fanatica, a difesa di un genere musicale puntando il fucile carico contro tutto il resto abbia a che fare con l’aver vissuto in diretta l’avvento del punk e il suo essere necessariamente una faccenda da dentro o fuori. Bianco da una parte nero dall’altra, nessuna mezza misura. E se è vero che non sono mai stato un punk è anche vero che l’esser partito ad ascoltare musica da Never Mind the Bollocks e The Clash è stata sicuramente una chiave di volta per leggere tutto quello che mi è capitato dopo a proposito di musica (e non solo).
Non fosse irrispettoso verso la storia, quella con la esse maiuscola, e il paragone non apparisse blasfemo direi che mi sento come immagino si senta un partigiano. Ho fatto cose di un’altra epoca e ho vissuto esperienze che oggi non sarebbero in alcun modo ripetibili. Appartengo a una generazione di sopravvissuti. Non me ne vanto ma neppure me ne dispiaccio, aspetto solo l’estinzione.

Jaill – Getaway

Quando vedo una batteria timpano e rullante suonata stando in piedi mi dispongo bene da subito. Loro sono già al quarto disco, alcuni ne hanno pubblicati con la Sub Pop mentre questo esce per la Burger. Dire che questa canzone e questo video mi mettono allegria è dir poco.

Communions – Forget it’s a Dream

I danesi somigliano ai personaggi dei film di Lars Von Trier. Me li figuro tutti nazisti e (mal)celatamente gay. Che detta così sembra quasi che ce l’abbia su con loro, cosa che non è. Anzi stando alla musica, negli ultimi 2 anni i gruppi nuovi che mi piacciono di più arrivano tutti dalla Danimarca. Anche se questi sembrano più un gruppo brit di inizio anni ’90.

Giungla – Cold

Emanuela Drei è (era?) la cantante degli Heike Has the Giggles. Ora viaggia da sola, si fa chiamare Giungla e a giudicare da questa canzone ha deciso di piacermi parecchio.

Naps – Sandspurs

Da Tallahassee, Florida, i Naps hanno tutte le carte in regola per diventare il mio gruppo preferito dei prossimi due giorni. La voce di lei è incantevole ma forse è anche meglio quella di lui che si ascolta sul retro di questo loro secondo singolo dove affrontano una cover di Lost in My Bedroom di Sky Ferreira per sola chitarra, voce e un’armonica che sbuca proprio alla fine. Magari ascoltatevi anche quella.

Sports – Reality Tv

Punk da adolescenti con entrature indie pop precise e canzoni che quando durano due minuti va già bene. Classico gruppo che dalle nostre parti piacerà a quindici persone, i cui nomi e cognomi conosco tutti.

Arturo Compagnoni

Fiver #04.10 (In my own strange way I’ve always been true to you)

Ought

Ought


In una settimana in cui del tour italiano di Morrissey hanno parlato più o meno tutti ho veramente poco da aggiungere se non impressioni strettamente personali. Ho amato molto gli Smiths e ho cercato di stare dietro alla carriera solista di Morrissey che non ha sempre vissuto momenti indimenticabili ma l’imprinting subito la prima volta che ho ascoltato Reel Around The Fountain è una di quelle cose che ti porti dietro tutta la vita.
In particolare mi hanno fatto ridere le lamentele di chi voleva più canzoni degli Smiths. Pubblico evidentemente plagiato dal virus della reunion dove l’artista suona esattamente quello che voglio io, anzi si ricostituisce proprio per quello.. Un perfetto spirito dei tempi che viviamo dove il verbo desiderare ha perso ogni significato. Dove possiamo ascoltare la canzone che vogliamo, vedere il film che vogliamo o il leggere il libro che vogliamo nell’esatto momento in cui insorge il desiderio. E se non succede ci innervosiamo. Come si permette Morrissey di non suonare quello che voglio io?
Con Morrissey in realtà è un po’ diverso. A parte il fatto che la sua carriera solista ormai ammonta a ben 26 anni contro i soli 5 di militanza negli Smiths il diritto di suonare le canzoni che vuole se lo è guadagnato, a mio parere, mantenendo una onestà e coerenza che seppur non sempre visibile, o riconosciuta dai più, è in realtà, a guardare bene, sempre presente. Nei suoi testi, certamente, ma anche le polemiche sterili, le uscite esagerate sono sempre state in linea assoluta con il personaggio.
Ho sempre stimato le persone che, non importa il contesto o chi hanno davanti, hanno sempre saputo mantenere un proprio comportamento dettato da un’onestà di fondo.
Nel mio piccolo ho sempre cercato di non restare disgustato dall’immagine di chi mi si presenta la mattina quando mi specchio.
Possono essere comportamenti indecifrabili o non condivisibili ma coerenti ed onesti.
Forse è per questo che l’altra sera, durante il concerto bolognese, risentire la frase che apre questo Fiver mi ha fatto ricordare, in questi tempi difficili, chi sono e l’impressione che vorrei lasciare in chi incontro.

Morrissey – Speedway Live in Bologna 17/10/2014

Fisico da pensionato, voce della Madonna. Credo di aver scritto così ad un amico. Se c’è un pezzo che da un senso all’intera carriera solista di Morrissey questo è Speedway da Vauxhall And I e vederselo recapitare come secondo pezzo in scaletta dritto in mezzo alla cassa toracica un venerdì sera in un vecchio palasport, con poca concentrazione e la testa ancora obnubilata dalle preoccupazioni per il presente e il futuro, è l’equivalente di uno schiaffone in faccia e mi ricorda improvvisamente tutto quello che abbiamo “passato insieme”. Ok, scusa Stephen, sono qua.

Ultimate Painting – Ultimate Painting

Si conoscono in un tour condiviso. Si annusano. Si piacciono. James Hoare (Mazes) e Jack Cooper (Veronica Falls) decidono di buttare giù un po’ di idee insieme e confezionano questo omaggio alla prima comunità hippy rurale americana. Finiscono abbastanza lontani dalle atmosfere dei rispettivi gruppi di provenienza. Ultimate Painting si srotola e avvolge. Conforta e accarezza nel suo andamento già ascoltato un milione di volte ma stranamente nuovo.

Ought – New Calm Pt 2

Proprio mentre nella loro solitamente pacifica madrepatria canadse succedono cose di una violenza inspiegabile e inaspettata gli Ought approdano dalle nostre parti e si fanno precedere da questa manciata di canzoni che si aggiungono al già apprezzatissimo More Than Any Other Day. In realtá questo non è un pezzo nuovo ma una rilettura sonicamente monocorde, della durata di 7’15, di un pezzo del 2012. “Oh I love this one” proclama in apertura il frontman Tim Beele prima di lanciarsi in una danza insensata sciorinando versi assurdi come “Hear me now that I am dead inside, that’s the refrain!” O, ancora, “Who invited Paul Simon? I didn’t invite him”. Tu ascolti e pensi..cazzo, i Fall. Hit the north accelerata?
Se l’8/11 al Covo durante il concerto vedete un tipo visibilmente provato che si gratta la testa a metà tra il perplesso e il deliziato passate a salutarmi. Mi fa piacere.

Sleater Kinney – Bury Our Friends

Opero un piccolo scippo a Cesare Lorenzi. Questo è un gruppo “suo”, e sono certo che di qui a breve celebrerà doverosamente il loro ritorno. Io l’ho sempre apprezzato, diciamo cosi, un po’ da lontano.. Dischi piaciuti abbastanza, ma mai scattato l’amore. Visti nel 2000, mah. Portlandia, doppio mah. Eppure .. Il loro ritorno non saprei come altro definirlo se non “necessario”. Una canzone bella, che ci rispedisce a quando la musica “alternativa” sembrava veramente parlarci in modo diverso.

Communions – So long sun

Mi immagino John Squire che ascolta questa canzone alla radio e cade dalla sedia. Bum! Poi chiama Ian Brown dicendogli “sto invecchiando Ian, questo pezzo nostro proprio non me lo ricordo. Tra l’altro è proprio buono, sei quasi intonato..”. Premesso che da queste parti il primo album degli Stone Roses sta sul comodino proprio in mezzo tra gli occhiali e il bicchiere d’acqua della notte questi ragazzini danesi si affacciano dallo squarcio creato dai “maggiorenni” Iceage e Lower spedendoci dritti dritti a Spike Island.

Massimiliano Bucchieri