Doing it For The Kids

I have only one friend

She sings the same song as me

(Arab Strap)

Creation Stories non è un grande film ma racconta una grande storia.
La vicenda dell’etichetta discografica scozzese con base a Londra è in fondo grande quanto una vita intera e capisco perfettamente che l’idea di farne una sceneggiatura e relativo film abbia solleticato l’estro di Irvine Welsh.
La storia della Creation è legata a doppio filo a quella del suo fondatore, Alan McGee, il ragazzino “sfigato” di Glasgow con cui, in qualche modo, ci siamo identificati fin da subito.
Lo abbiamo sempre fatto, in tempi non sospetti, qualche decennio prima che la sua storia diventasse un film. Per noi che non siamo mai stati musicisti ma “addetti ai lavori” la figura di McGee è stata fin da subito il vero riferimento. Del resto come non subire il fascino di uno che nel giro di un mese, tra ottobre e novembre del 1991, ha pubblicato Screamadelica, Loveless e Bandwagonesque. Tre dischi della vita, in un botto, così come se fosse la cosa più normale del mondo.
La storia della Creation è in fondo una storia di riscatto, di successo e successiva caduta. Una storia di grande musica, davvero grande, la più grande di tutte quelle possibili, per qualcuno di noi, certamente per il sottoscritto.
La Creation è stata tante cose: la casa della musica “sbagliata”. Quella che metteva a proprio agio l’adolescente rinchiuso nella propria cameretta. La Creation dei Felt, dei Pastels, dei Weather Prophets, di Biff Bang Pow!. Quei dischi ci facevano sentire meno soli e contribuivano a farci trovare il nostro posto nella mappa dell’universo, nientemeno.
Ma è stata l’etichetta della musica “nuova”, del rumore bianco dei Jesus and Mary Chain, dei Primal Scream che abbracciano Andrew Weatherall, dei My Bloody Valentine che tracciano una strada completamente inesplorata.
La Creation è stata inoltre quell’etichetta che nello stesso anno del debutto degli Oasis pubblicava un disco dei Cramps. Perché, come ha più volte ripetuto lo stesso McGee, si è sempre trattato di una faccenda di musica. L’attitudine che ha messo in mostra uno come lui non l’abbiamo vista mai più. Uno che nelle interviste parlava dei Big Star e di Alex Chilton quando il flusso dell’interesse andava in tutt’altra direzione. E lo faceva così, perché era giusto farlo, senza nessun’ altra motivazione, con l’entusiasmo del fan.
Uno che frequentava l’Hacienda di Manchester e poi, magari, ti teneva un’ora inchiodato con una menata su Gram Parsons.
Tanti di questi dettagli nel film non sono entrati, inevitabilmente. Mi ha però fatto sorridere la scena delle giapponesi che visitano l’ufficio dell’etichetta e trattano McGee come una rockstar. Mi ha fatto ricordare qualche ragazzino bolognese che girava dalle parti di 83 Clerkenwell Road solo per vedere quel posto da lontano. Senza riuscire a dire niente di speciale se non farfugliare due parole di generico ringraziamento ed infilarsi un cd promozionale in tasca. Sarebbe stato sufficiente dire: Your Music Saved my Life ed invece, tra parole non dette e sguardi persi in troppa timidezza, la faccenda si risolse con il consueto nulla di fatto. Poco importa, comunque: tra simili ci si riconosce da lontano. Stessa visione del mondo e stesse Adidas ai piedi, senza bisogno di doverlo esplicitare troppo. Per quello è sufficiente una canzone.

Be a punk, be a poet, be political, be proud…but be a rebel always, because it is always something to rebel for…..(Alan McGee)

Cesare Lorenzi

Le 15 canzoni del catalogo Creation scelte da

Massimiliano Bucchieri, ArturoCompagnoni, Cesare Lorenzi

FELT “Ballad of the Band” 1986

Assieme alla Velocity Girl dei Primal Scream di cui scrive Cesare, questa è la materializzazione stessa della definizione heavenly pop hit, niente più e niente meno. Personaggio gigantesco, band formidabile, canzone magnifica. (A.C.)

MEAT WHIPLASH “Don’t Slip Up” 1985

Siccome citare i Jesus and Mary Chain pareva faccenda troppo ovvia allora si punta su quelli che ne hanno incrociato le sorti, sia pur per la sola durata di una canzone e la storia di un concerto (North London Polytechnic, 15 marzo dell’85). La circostanza che il loro nome sia una citazione dei Fire Engines e che in copertina di questo loro unico singolo ci sia un immagine di Robert Vaughn accresce il mito. (A.C.)

THE LOFT “Up the Hill & Down the Slope” 1985

Peter Astor possiede una penna magica con cui scrive da sempre canzoni sublimi. Dei Loft sono sempre stato indeciso quale preferire tra gli unici due singoli pubblicati nel corso di una carriera durata niente. Prendo il secondo che ricorda una versione sgangherata degli Aztec Camera e questo basta (e avanza). (A.C.)

THE HOUSE OF LOVE “Shine On” 1987
I primi quattro singoli degli House of Love sono materiale da far studiare a scuola, alternativamente in musica, storia dell’arte e, soprattutto, epica. Tra tutti scelgo questo solo perché la prima volta non si scorda mai. (A.C.)

BIFF BANG POW! “Love’s Going Out of Fashion” 1986

Una delle cose che mi è piaciuta di Alan McGee sin dall’inizio è quel suo modo di rendere esplicite le passioni, da autentico nerd della musica. I Creation ad esempio: omaggiati nel nome stesso dell’etichetta e riproposti in quello della band in cui cantava, oltre ad imbracciare la chitarra. Un misto ingenuamente irresistibile di psichedelia 60s, cultura mod e ombre post punk. (A.C.)

BMX BANDITS “Serious Drugs” 1992

La leggenda vuole che ai colloqui d’assunzione del personale McGee chiedesse informazioni sulle bands preferite. Se rispondevi Big Star eri assunto.
Non è quindi un caso che l’influenza di Alex Chilton e compagni si possa più volte ritrovare nel catalogo Creation. Questa degli scozzesi BMX BANDITS è forse la più bigstariana di tutte. Inutile dire che si tratta di una canzone fantastica, da ascoltare subito dopo i Teenage Fanclub per trarne il massimo godimento. (C.L.)

PRIMAL SCREAM “Velocity Girl” 1986

La canzone pop perfetta in 90 secondi. In pratica il manifesto del primo periodo Creation. Vodka e speed, i Velvet e Warhol nel cuore, una Rickenbacker e un chiodo di pelle. La bellezza dell’adolescenza virata in un film francese degli anni sessanta in bianco e nero. (C.L.)

SUPER FURRY ANIMALS “Something 4 the Weekend” 1996

Una ballata che sembra uscire direttamente da Sgt. Peppers. Pura psichedelia beatlesiana. Tipica “drug song” timbrata Creation. (C.L.)

MY BLOODY VALENTINE “Soon” 1990

“The vaguest piece of music ever to get into the charts” secondo Brian Eno. Ed una delle canzoni più lunghe in assoluto, con i suoi oltre sei minuti di durata del mix originale.
Soon sono i my Bloody Valentine al massimo splendore. Un brano talmente poco usuale che suona rivoluzionario ancora oggi. (C.L.)

THE PASTELS “Million Tears” 1984

Il primissimo periodo Creation è una roba di pop sgangherato, di bassa fedeltà, di canzoncine jingle-jangle suonate con foga. Questo singolo degli scozzesi Pastels è l’esemplificazione perfetta del teorema suddetto. Un elementare, quanto indimenticabile,  giro di basso in apertura e poi i soliti tre accordi. Essenzialità pop, manco fosse una canzone della Motown rifatta dai Modern Lovers. (C.L.)

RIDE “Drive Blind Ride” 1989

Il primo EP della formazione di Oxford. Quella cascata di chitarre al calor bianco. Quei cori. Da
pelle d’oca ancora oggi.
Viene tratteggiato un mondo immateriale in cui perdersi.
Per certi versi il gruppo shoegaze con la G maiuscola.
Andy Bell per fare i soldi veri si unì agli Oasis in fase discendente ma i Ride furono (sono)
faccenda di cuore.
Per alcuni anni portavoce di una generazione che voleva rumore e sentimento e che trovò la
casa ideale tra le uscite dell’etichetta. (M.B.)

SWERVEDRIVER “Son of Mustang Ford” 1990

Se la tavolozza dei MBV comprendeva tutti i colori che venivano scagliati nelle orecchie e nel
cuore fino a stordirti il colore predominante qui era, invece, solamente quello del metallo
arrugginito.
Potentissimi, quasi metal, soprattuto agli esordi, ma la melodia sotto alla loro rumorosa
tempesta affiorava gradita e ristoratrice rendendo più appropriata la presenza sotto questa
sigla. (M.B.)

TEENAGE FANCLUB “Star Sign” 1991

La band del cuore di molti. Pop, rumore, friendliness pura e contagiosa. Un mazzo di canzoni
che ancora oggi, al loro apparire, ti fanno venire voglia di abbracciare chi hai accanto.
Un cd single in una bustina di un Hmv di Edinburgo che si materializza in note e suoni nella
Little John’s Farm di Reading nell’estate 92. Un pascolo batttuto da vento e scrosci di acqua
gelida intermittente. Gambe nel fango fino al ginocchio e salti per un ora sotto braccio a degli
sconosciuti maleodoranti rimettendoci una caviglia.
Poche volte sono stato cosi felice. (M.B.)

ADORABLE “Sunshine Smile” 1992

Con un piede nella scena shoegaze e uno che volgeva lo sguardo alle tessiture romantiche di
House Of Love e Echo And The Bunnymen.
Intercettati nel febbraio 91 di supporto ai Curve. L’alterigia, l’eleganza e il carisma di Piotr
Fijalkowski dominava il mare increspato di feedback intorno a lui vincendo gli occhi e i cuori di
molti.
Si persero troppo velocemente ma questo resta uno dei grandi singoli dell’etichetta.
Ancora oggi potente e sexy. (M.B.)

BOO RADLEY “Lazarus ” 1992
Fin dagli esordi del gruppo di Liverpool, sepolto sotto tonnellate di rumore, si percepiva un gusto
per la melodia fuori dal comune, in gran parte dovuto alla penna di Martin Carr.
Veloci passi giganteschi portarono a questo singolo.
Una summa di generi, un caleidoscopio dall’intro venata di dub all’armonia grondante puro
sentimentalismo britannico, alle chitarre assordanti loro marchio di fabbrica.
Un album monumentale, per certi versi inopinatamente sottovalutato.
Giant Steps. Passi che hanno lasciato, anch’essi, orme non indifferenti nella storia dell’etichetta.
Dietro al muro di feedback ancora oggi, tra gli altri, si intravedono le foto di Gary Clail, Kevin
Shields, John Lennon e Ray Davies. (M.B.)

I dischi che piacciono solo a me, credo #24

Superstar18 Carat (Camp Fabulous, 1994)

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Scozia, sempre un bel posto se vuoi fare pop chitarristico condito da malinconie assortite e arrangiamenti vaporosi, figuriamoci in quella sbornia d’inizio novanta. No? Joe McAlinden in quegli anni è già una mezza personalità a Glasgow avendo fatto parte dei Groovy Little Numbers, dei Boy Hairdressers e – soprattutto – dei BMX Bandits; apprezzato e stimato musicista chiamato pure a corte dei Teenage Fanclub in guisa di arrangiatore essendone amico dai tempi della scuola. Non un pezzo grosso della tumultuosa scena autoctona ma certosino amanuense capace solo (solo???) di sfornare canzoni e arpeggi chitarristici, multistrumentista che preferisce corde e tasti alle parole per espiare peccati o raccontare storie. Ne racconta talmente tante che persino la Creation si scomoda – nel 1992 – per annettersi i Superstar, la nuova creatura del nostro, pronto a chiamare in causa nel progetto Mark Hughes (proveniente anch’esso dai Groovy Little Numbers), Neil Grant e Raymond Prior. Tre carneadi (il terzo finirà nei Telstar Ponies) lesti a dar manforte. Greatest Hits Vol.1 si chiama l’esordio dato alle stampe dalla prestigiosa etichetta. Il titolo confonde e la miscela pure; 6 brani che non quagliano molto e anzi abbandonano subito le forti braccia di Alan McGee per accasarsi altrove in una transumanza che non ha ancora trovato la quadratura del cerchio e dello spartito. Non fa molto meglio Superstar (1994) che – sebbene su minuscola SBK Records – ha la corazzata Capitol alle spalle. Pare già finita e non lo è, come mille altre storie con le quali si è lastricata la storia del pop. Ma qui vi è un motivo preciso e fisiologico: troppo umbratili le composizioni dell’uggioso scozzese, sempre a latere rispetto al ‘glamore’ Suede o alla fenomenologia brit pop che comincia a sgomitare nelle classifiche. Cinque anni di carriera e nessun vero riscontro nonostante l’appoggio di due etichette tra le più quotate del pianeta, roba da distruggere i sogni di gloria di qualsiasi musicista. Non di McAlinden, che – dopo uno stop di 24 mesi – rimpolpa la formazione con Jim McCulloch (proveniente dai Soup Dragons), Quentin McAfee e Alan Hutchinson. Quest’ultimo già collaboratore di Alex Chilton. Girandola di nomi che potrebbe sembrare a vuoto, inutile tentativo di pescare nel mucchio, ma si rivela scelta vincente, fosse solo per levigare e rendere preziose le composizioni del nostro. Il risultato? 18 Carat.

Facciamo un salto indietro. O a latere. 1997. Forse in assoluto l’anno in cui ho comprato più dischi in vita, emigrante delle sette note pronto ad affrontare dispendiosi nonché faticosi avanti e indrè verso il Vallo di Adriano. Anno cruciale quello, da qualsiasi parte lo si voglia prendere e non solo per la morte di Billy MacKenzie (gennaio, ero giustappunto in quel di Londra) o di William Burroughs (agosto, ero giustappunto boccheggiante) ovvero due cardini della mia esistenza, ma anche per tutta una serie di vicissitudini personali comunque noiose e di nulla importanza in queste righe. Come che sia quello era l’anno di Mr. Cd, vetrinetta minuscola in quel di Soho dove – con cadenza quasi oraria – arrivavano casse di promo ad un prezzo irrisorio, un buon termometro per farsi un’idea di cosa stesse succedendo all’interno dell’industria musicale britannica o anche solo per passare pomeriggi in una sorta di trance agonistica. Centinaia di uscite, di nomi assurdi, di progetti, di cd single buttati dentro ad uno striminzito cartone e affidati alla corrente, quasi fossero messaggi in bottiglia. Fatica e dovere che assolvevo due volte al giorno, tra un salto a Cheapo Cheapo e il pellegrinaggio ai vari Record And Tape Exchange (Selecta no, Selecta era servita solo per prendere un determinato ellepi, do you know what I mean?). È lì che mi imbatto nei Superstar, in un imprecisato momento di un pomeriggio pieno di sole e di entusiasmo.

Folla sgomitante, una serata a Chalk Farm in arrivo e l’aria autunnale e romantica dell’omonimo singolo che si spende e spande lungo tutto il negozio, immobilizzandone le gesta. Magari non di tutti – parecchio materiale umano era affaccendato a squirtare gridolini su Bjork – ma le mie sì. Qualcosa che colpisce lungo l’aorta, qualcosa che ha la dimestichezza e il perimetro dell’amore quando si rivela e che ti costringe a chiedere lumi al solito commesso scorbutico. L’emaciato capelluto mostra una anonima copertina ornata da un altrettanto anonima scritta recante la dicitura Superstar. Quindi? Quindi niente, l’odiosa mezzala di ‘stocazzo lo ributta nella pila senza dire una sola parola, palesemente scocciato. Non sai se è il titolo, la band o chissà cos’altro. Non lo sai ma ti fidi e torni alle pile e alle scaffalature, certo di trovare il Sacro Graal o – almeno – quel singolo. Nel frattempo (cosa rarissima per una canzone udita in mezzo ad un pubblico infoiato) una lacrima furtiva circumnaviga il tuo corpo cercando una via d’uscita. Quelle chitarre, quel giro chiesastico di tastiere, quella batteria funerea e quella voce imprecisata, sepolta da un missaggio eccentrico e da un riverbero che solo gli abbandoni ti fanno udire, beh… Quella canzone ha ampiamente fatto breccia, trovando il pertugio per l’evaporazione della lacrima di cui sopra. Deglutire è sempre una buona via di fuga quando sei sbattuto al muro.

Guardo gli amici, protesi verso altezze delle quali andar fiero, pronti a setacciare singoli dei Bis, dei Super Furry Animals, dei Death In Vegas, dei Black Grape, dei Prolapse, dei Silver Sun, dei… Oh, che importa quando improvvisamente scorgi la costina ad alzo zero? È lì, tra un Elcka, un Jocasta e un Subcircus. Faccio poker annettendomeli tutti, certo di assolvere al mio dovere. In cassa l’emaciato lungocrinito regala una smorfia snob e – mentre al sole frizzante dell’imbrunire – accendo una sigaretta in attesa dei ragazzi, penso che mi verrebbe voglia di schiaffeggiarlo con la lacrima di poc’anzi, quel coglione. Chi ha il pane non ha i denti, piccolo e arido britannico che passi le giornate a impilare dischi dei quali probabilmente ignori l’afflato emotivo. Hai tanta roba che ti passa tra le mani, ma vorrei sapere quanta ti si sofferma sul cuore, con quella faccia da Slipknot che ti ritrovi. È solo quando ritorno a casa che dimentico la spocchia e il volto di quel Paperoga saccente, ma non posso ricacciare indietro la lacrima britannica mentre Superstar prende vita nel lettore e vi scopro pure un Robin Guthrie Melody FM Mix reso secco come l’aria del deserto mentre sogni il vapore acqueo.

Scoprirò molto altro, con il tempo: scoprirò che quel singolo si è inerpicato con fatica fino al numero 49 delle classifiche inglesi prima di scomparire in un anonimato crudele, scoprirò che persino Rod Stewart ne è stato colpito a tal punto da magari non farci una lacrima ma una cover sì (inserita in When We Were The New Boys, del 1998). Scoprirò una discografia parca ma di difficile reperibilità. Servirà un altro viaggio e l’arrivo di Amazon e Discogs per completare lei e chiudere per due lustri i miei approcci con l’Albione.

Però una cosa voglio dirla, e quella cosa si chiama 18 Carat. Un disco che consta di soli sette brani ma che risplende esattamente come tutti i carati chiamati in causa. E se del singolo s’è detto, arrotondandolo per estremo difetto dacchè meraviglia umbratile e sorniona che ti annienta come un Al Stewart arruolato nei Cocteau Twins o un Mick Ronson in osmosi con i Josef K. Onde di chitarre e di Breathless caduti di faccia sulla Sarah Records, sei corde ruggini iniettate di kryptonite ed effetti, echi di armonie lontane e una voce che spazza l’orizzonte, proveniente da sottocoperta, tra legni, carne essiccata e funi, mentre navighi in mare aperto. Che meraviglia figlioli, e come si vede nettamente terra, da qui. Quanto vorrei rivivere l’esatto istante in cui si rivelò dentro quello sgabuzzino in giorni che ancora si potevano appellare sereni e privi di paturnie. Lo sto riascoltando giusto ora, quasi in loop, richiamando a raccolta quella lacrima datata 1997 e soffermandomi sulla cristallina produzione di Dave Anderson, uomo già seduto in regia di Orange Juice, Al Green, Fine Young Cannibals, Ocean Colour Scene, David Gray e Sundays. Le armonie alla Brian Wilson che surfano sulle fredde baie di The OK Corral e il muro del suono chitarristico che come un onda giunge a riva in Why Oh Why, eretta con i Geneva immaginati sullo sfondo. It Feels So Good To Be With You ha qualcosa da insegnare a Dog Man Star e This Is Hardcore mentre Bumnote chiama a raccolta tutta la scena scozzese, che si veste a festa per rendere omaggio con chitarre, Big Star e pane azzimo. E poi Bad Hair Day a lambire di un soffio la perfezione del singolo, un Neil Young che si fa Bacharach indie prima di condurci alla fine, ovvero Little Picture. Nostalgica elegia edificata in punta di pianoforte con il naso rivolto verso una West Coast immaginata sui mari del nord, magari tra un Elvis Costello e un Elton John pre alopecia.

Che altro ti serve quando settembre si avvicina?

Ci saranno altre cose in casa McAlinden prima di chiudere l’avventura delle Stelle, alcune interessanti (Palm Tree, dove si puote nuovamente trovare la meraviglia Superstar), altre meno (Phat Dat).  Da qualche anno il nostro si diletta con i Linden, banda senza infamia né lode patrocinata da un altro scozzese famoso: Edwyn Collins. Quella lacrima, nonostante tutti i richiami possibili, non si è più palesata. Ma non dispero.

Michele Benetello

Hollow Heart (Fiver # 07.2016)

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Sioux Falls

A cadenza regolare arriva qualcuno che se ne esce con qualche sentenza definitiva.
Roba tipo: una volta, in musica, c’era molta più libertà. Oppure: la vera musica è finita con (a caso) il primo album dei Clash. Non ci ho mai fatto troppo caso, sinceramente. Da ragazzino magari un po’ di più. Finiva che mi preoccupavo davvero. Ora, non ho più pensieri del genere.
Mi piacciono però i ragionamenti, anche quelli senza tante pretese che hanno come argomento la musica. Ogni tanto qualche considerazione mi scappa a voce alta, magari quando mi trovo in compagnia dei soliti amici. Rimuginavo sul fatto che avere a disposizione gratuitamente tutta la musica dell’universo di qualsiasi epoca non ha portato i risultati che era lecito attendersi. Non una gran pensata, direte voi.
Però pensateci un attimo: in teoria la contaminazione dovrebbe essere più semplice. Sarebbe lecito aspettarsi musica nuova, in qualche modo mai sentita prima. Invece va a finire che si rimane sempre più incatenati ai confini che si pensava fossero destinati se non a scomparire del tutto, quantomeno a sfumare. Capita sempre più di ascoltare gruppi filologicamente perfetti che, alla resa dei conti, non vanno oltre una banale perfezione formale per giunta legata indissolubilmente al genere che stanno suonando. Penso che la musica abbia vissuto periodi di creatività maggiore, e che questo genio creativo fosse dettato non tanto dalla conoscenza ma dalla falsa interpretazione. Conoscere, faccio per dire, dell’intero periodo new-wave un solo disco dei Joy Division e uno di Echo and the Bunnymen, dava una percezione limitata ma che, allo stesso tempo, lasciava spazio all’ispirazione personale. Ne usciva spesso una lettura per forza di cose parziale ma originale allo stesso tempo. Si costruivano gruppi e dischi con al massimo 30 ascolti alle spalle. Tanti quanto in questo momento occupano un paio di giornate.
Ci si infilava tra un genere e l’altro immaginandosi legami che magari, in realtà, neppure esistevano.
Non vorrei mettermi a contare quanti nuovi My Bloody Valentine ci siamo dovuti subire nel corso degli ultimi anni. Band che magari suonano ancor più My Bloody Valentine degli stessi originali ma che allo stesso tempo ci lasciano completamente indifferenti.
Ci sono poi quelli che, come dei cani sciolti, se ne stanno in un mondo tutto loro e magari, inconsapevolmente, esplorano territori nuovi per davvero. Gente che fa la storia della musica, solitamente.
Uno di questi è Mark Kozelek, penso. Ha pubblicato tre dischi nel giro di due anni semplicemente strepitosi e lo ha fatto utilizzando un accompagnamento sonoro sempre nuovo. Kozelek è uno capace di suonare con Justin K. Broadrick e Neil Halstead indifferentemente. Se sembra una banalità ascoltate uno dopo l’altro un disco dei Godflesh e uno degli Slowdive e fatemi sapere. In mezzo ci mette la sua chitarra acustica, tanto per complicare il quadro. Ma quello che fa davvero la differenza è il registro narrativo non tanto il tappeto sonoro. Non si può neppure parlare di canzoni in senso stretto. Le metafore per quelle sono finite da un pezzo, come ha confidato recentemente. Quantomeno le buone metafore per delle buone canzoni.
Ha pensato che non rimaneva altro che aprire una sorta di diario privato, buttandoci dentro dettagli intimi, amicizie e conoscenze con tanto di nomi e cognomi. Piccole storie private, qualche volta banali altre volte da brividi in un flusso di giornate raccontate con quel tono scazzato che contribuisce a farne uno dei miei preferiti in assoluto. Mi fa sorridere, inoltre, il tono tagliente, sarcastico e surreale: letteralmente irresistibile.
I dischi di Kozelek non si sentono come si fa di solito. Impossibile ascoltarli facendo dell’altro, per esempio. Esiste un unico modo: la cuffia e i testi a portata di mano. Un’esperienza che sta a metà tra l’ascoltare un album e leggere un libro, o meglio un diario privato.
JESU / SUN KIL MOON – Exodus

Justin K. Broadrick e Kozelek, si diceva. Ma in fondo Kozelek e basta. Tutto si plasma all’esigenza della pagina di diario che ha intenzione di portare alla luce, alla fin fine. Cambiano naturalmente i dettagli della formula sonora che intende adottare, naturalmente. Ma tutto suona inevitabilmente come un album di Kozelek, poco importa che suoni da solo, in acustico, in elettrico, con metà Slowdive o con Justin K. Broadrick.
Exodus racconta della morte del figlio di Nick Cave. E di genitori sopravissuti alla morte dei propri figli. Non so, non riesco a trovare le parole giuste per raccontarla, una canzone così. Forse è inutile farlo e limitarsi alla cronaca, registrando la presenza, tra gli altri, di Rachel Goswell di Slowdive e Mimi Parker e Alan Sparhawk dei Low. Non ho dubbi però che queste canzoni qui, in un modo o nell’altro, resteranno. Stampate, scolpite, sotto la pelle, come un tatuaggio destinato a rimanere nel tempo.

SIOUX FALLS – Dinosaur Dying

Penso che alla fine si ama sempre la stessa canzone e che tutta questa affanosa ricerca della novità, di nuovi ascolti, di album appena usciti come di vecchie cose dimenticate del passato non sia altro che un bisogno di certezze.
Dinosaur Dying è una canzone che rimette il mio peregrinare tra mille brani nella giusta prospettiva. Come se mi dicesse: ecco, questa è la roba tua. Dove altro devi andare?
In effetti non ho nessun altro posto dove sbattere la testa. Questa per me è la perfezione. Questa canzone mi ha fatto lo stesso effetto di quando ho ascoltato i Modest Mouse per la prima volta. Mi ha fatto ricordare di quando non riuscivo a togliere Car dei Built to Spill dallo stereo, una canzone che recitava ossessivamente I wanna see movies of my dreams. Questa canzone non è nient’altro che un sogno, il mio sogno, che prende forma. Ecco, mi fa un effetto così. Senza esagerare.

PETE ASTOR – Mr. Music

Quando mi sono trasferito a Bologna ho sentito per la prima volta espressioni che non avevo mai avuto la fortuna di ascoltare in precedenza. Alcune mi fanno impazzire, ancora oggi. Una gran “cartola”, per esempio. Quando si fa riferimento ad un tipo decisamente figo, con personalità. Quando sento qualcuno che lo dice mi sento a casa, in un certo senso.
Ma la mia preferita è sempre stata “alla vecchia”, abbreviazione di “alla vecchia maniera”.
Conversando con i soliti amici di avventure musicali qualcuno mi ha domandato come fosse l’album di Pete Astor. Non ho saputo rispondere di meglio che: “alla vecchia”. L’accezione è naturalmente positiva e racchiude un pizzico di verità. Pete Astor è un uomo di mezza età che probabilmente ascolta i soliti vecchi dischi. Non mi stupirei abbia tenuto il terzo album dei Velvet sul comodino mentre scriveva la storia di Richard Hell (uscita per Bloomsbury nella collana intitolata 33 ⅓).
Pete Astor qualcuno lo ricorda per i trascorsi Creation con due band: i Loft e i Weather Prophets. I Loft erano il mio gruppo Creation preferito dopo i Primal Scream e, insomma, leggere di un album nuovo è stato un piccolo, piccolo colpo al cuore.
Non c’è molto da aggiungere a quanto detto. Un gioiellino di disco “alla vecchia”, dai.

CAVERN OF ANTI MATTER – Liquid Gate

Tocca tornarci sopra, a due mesi di distanza da quello che si scriveva qui per aggiornare la vicenda Cavern Of Anti-Matter, il nuovo progetto di Tim Gane. Se fino ad ora sembrava che i territori battuti fossero in particolare quelli di una sperimentazione tra elettronica analogica, suggestioni funk-disco (in particolare nella collaborazione con Mouse On Mars) e le solite inflessioni kraute, in questo caso invece si prende la strada di una semplice canzone pop, da 120 secondi di durata complessiva.
In questi territori si erano avventurati saltuariamente gli Stereolab in passato, sempre con risultati sublimi, ma ormai sembrava che la strada intrapresa fosse decisamente un’altra. Quindi è con una certa sorpresa che si ascolta la voce di Bradford Cox mettersi al servizio di una melodia semplice semplice o meglio ancora semplicemente irresistibile. A questo punto l’album in prossima uscita davvero diventa uno dei dischi più attesi del momento.

KANYE WEST – 30 Hours

Il circo mediatico che riesce a mettere in moto Kanye West mi lascia sinceramente ammirato. Mi piace seguire il delirio di commenti, vagamente isterici, che l’annuncio di un suo nuovo album comporta. Dopo aver letto decine di articoli, seguito il gossip, per ascoltare il disco vero e proprio mi è toccato aprire un account su Tidal, senza sentirmi per questo al passo con i tempi. Di Kanye West si potrebbe discuterne a lungo senza aver ascoltato una sola nota, alla fin fine. Fenomeno di costume, business e cultura a 360 gradi come da tempo non capitava. Fenomeno che fatichiamo a comprendere in tutte le sue sfumature, per forza di cose troppo distante dalla nostra realtà. Alla fine l’unica cosa che rischia di passare in secondo piano è la musica. Sarebbe un peccato, però. A me è bastata questa canzone con sample di Arthur Russell per innamorarmene ancora una volta.
Sarà un piccolo spunto, sarà una cosa insignificante, un piccolo campionamento che si perde nei meandri di 18 nuove canzoni. Secondo me invece un segnale che qui dentro c’è un mondo che sarebbe un delitto lasciare fuori dalla porta, anche per noi che solitamente viaggiamo decisamente in un’altra dimensione.

Cesare Lorenzi