I dischi che piacciono solo a me, credo #49

EggmanFirst Fruits (Creation, 1996)

È bizzarro e anche un po’ anacronistico ritornare col pensiero al tempo in cui, data l’enorme mole di uscite e il livello qualitativo delle stesse, ci si poteva permettere di snobbare o accantonare – se non autentici pezzi da novanta – dei lavori che alla resa del tempo si sarebbero dimostrati ottimi, inserendoli in lunghe liste che mai (o quasi) avrebbero potuto vedere la luce. Che Ratzinger avrà anche abolito il concetto di Limbo ma noi siamo Fra’ Dolcino inside e minimo minimo un Purgatorio ce lo meriteremmo eccome per tutti gli Autodafè che ci siamo imposti negli anni, con una costanza e una caparbietà fuori dal comune. Si faceva l’emigrante giusto per tener fede all’assioma (allora inconsapevole ma sempre stupido) che il pop inglese andasse vissuto assieme agli autoctoni e solo dopo una sanguinosa campagna d’Inghilterra importato con ascolti e manufatti. Una cazzata immane che generò liste (cartacee, chiaro) lunghissime e trasversali. Liste di autori e manufatti che potrebbero agevolmente trovare spazio su queste colonne visto che manco il Terzo Reich generava operazioni Leone Marino con cotanta frenesia e febbrile intensità. Liste che conservo ancora in qualche cassetto, giusto per ricordarmi quando è il caso di separare il grano dal loglio. Volevamo davvero conquistarla, quell’Inghilterra snob, o quantomeno assimilarne i figli più teneri e nascosti alle lusinghe del Virgin Megastore, dove giapponesi con i canini affilati arraffavano compulsivamente tutta la top 40 disponibile. Penso a Booth And The Bad Angel, Butterfly Child, Ed Ball, Care, Doris Days, Ben & Jason (caaaari), Suns Of Arqa, Rub Ultra, Fosca, Jack/Jacques, Colenso Parade, Mo Solid Gold, Polak, Scandals, Rain Band, Medium 21, Pooh Sticks… solo per citare i primi che annaspano nel pavimento, albero a cui sempre tenderò la pargoletta mano. Penso a Eggman, pure. Nome che avevo sepolto nella Fossa delle Marianne dei miei ricordi, accantonato dopo un veloce ascolto al momento dell’uscita e che mi è ricapitato tra le mani per caso qualche giorno fa, mentre cercavo i singoli degli Elcka (altra banda che conservo nella cassa toracica). Ne ho guardato la bucolica copertina cominciando a tirare le fila, tra un sospiro di nostalgia e l’altro. Con i ricordi ci fai poco, un maglione infeltrito di pezze che mai sei riuscito a mettere nella vita, però è anche vero che i ricordi sono degli ipertesti fantastici. Dagli Eggman ai Boo Radleys è stato un attimo, ripensando appunto come First Fruits fosse il disco solista di Simon Rowbottom (per gli amici e i fan: Sice), uno che appunto trainava i Boo Radleys assieme all’altra testa d’uovo Martin Carr. Gente che sapeva scrivere bene per quegli anni scioccherelli, sbarazzini e adidas-osi. Gente seria, fin troppo. Seria e smaliziata musicalmente. Rimembravo frutti succosi e li trovo sorprendentemente migliorati col tempo, sciroppati al punto giusto dalle sempre superbi armonie del Rowbottom, uno lontanissimo dalle toccate e fughe di certi beniamini brit pop coevi. Uno che guardava ai Beatles, agli XTC, a certe paginette zuccherate dei Kinks. Finanche ad una complessa versione britannica dei Love declinati folk. Uno che poteva perdere tutti i treni alla stazione per limare incessantemente un accordo o un arrangiamento. Uno che non avrebbe mai potuto diventare un beniamino della scena, e difatti i Boo Radleys dopo il botto di Wake Up, Boo! (numero 9 in classifica) decisero sdegnosamente di distaccarsi da quel fenomeno isterico nel quale erano stati inseriti di forza. Del resto erano in giro dalla fine degli anni ottanta (l’esordio su ellepi – Ichabod And I – data 1990) e ritrovarsi in compagnia di Cast e carneadi assortiti non era certamente la loro massima aspirazione. C’è gente che ha in uggia le confraternite e ama derapare fuori dalla strada maestra, deturpando il paesaggio. Un po’ – e passatemi il paragone digitale – come i Soft Cell e il synth pop. Il The Art Of Falling Apart dei Boo Radleys si chiamerà C’Mon Kids e andrà a lambire per inerzia il culo della classifica britannica prima di inabissarsi assieme alla band in un buco nero di disinteresse. Qualcuno lo appellerà quale epitaffio vero e proprio del brit pop, qualcun altro andrà semplicemente a liquidarlo come un suicidio commerciale premeditato e annunciato. Per me, che sono bagongo a una dimensione, rimane una perfetta intersezione tra un’idea bizzarra di Sub Pop e un’omelia da primissimi Manic Street Preachers. Un distillato di chitarre da porgere su un piatto d’argento ai Radiohead che – diavoli e satanassi! – ne prenderanno scrupolosa nota eccome. Non così la Creation, stanca di aver onnivori bastian contrari in casa e dunque pronta a nasconderli nello scomparto più inaccessibile di catalogo. Sice si sente soffocare, Martin Carr accusa il colpo e il buio oltre la siepe avanza minaccioso. First Fruits passa inosservato in quella Class Of 96, quasi invisibile quando invece è – vogliate darmi credito almeno stavolta – miracoloso per scrittura, scarno e solerte per arrangiamenti e liturgico per quel suo genuflettersi ai Beatles di mezzo. Vi è (ohibò!) Ed Ball a dare una mano su queste 10 canzoni, assieme a Carr e Cleka dei Boo Radleys, a Kevin McKillop dei Moose e a mezzi 18 Wheeler. E se qualcuno vi dice che allora – forse – erano solo tracce scartate dalla casa madre, rispondetegli con le mot de Cambronne e tirate innanz. Magari soffermandovi su quella Purple Patches messa furbescamente in apertura a sgombrare il campo da qualsiasi equivoco tanto richiama gli Oasis nella loro metà campo prima di spedirli negli spogliatoi. Intro bucolico alla Beatles (anzi: Beadleys) e costruzione armonica alla Gallagher. Ma non si incorra nell’errore di trovare il buon Sice affetto dalla sindrome dell’epigono col fiato corto, che – appunto – quei Boo di poco sopra facevano dischi quando ancora Caino e Abele si rovesciavano le birre addosso l’un l’altro nei pub di Manchester, ruttando. Ve lo spiega con dovizia di particolari anche Tomas, che luccica di spensierata bellezza in un firmamento dove lo spazio ha come coordinate George Harrison, il tempo curva sui Fairport Convention e la luce corre su filamenti Donovan. Oboe, filicorni e una melodia vocale che offusca l’aria di patchouli. La inspiri a pieni polmoni in una serata di nebbia e vino rosso e tutti quei deliziosi fricchettoni vengono a suonarti il campanello, trainandosi appresso un boccale di sidro e Al Stewart. Un’Antologia di Spoon River edificata su arpeggi, altresì dicesi umbratile delicatezza, proprio come la speculare sorellastra, quella That’s That Then (For Now), che c’ho ‘na gioia immensa a riascoltarla e riscoprirmi il magnifico babbione perdente di sempre. E i Beatles ci sono eccome, qui dentro, diosanto. Ci sono e ti prendono per la gola ogni domenica mattina, tra i riverberati rintocchi della chiesa e il profumo di crema pasticcera nel viale principale. Ritornello che sa da curry e Camden Town, le chitarre a schiamazzare felici, i batteristi che muovono i polsi indolenti mentre le vocali si trascinano con uno spleen d’alta quota.

Lo vuoi un tè, caro Sice? Così magari mi spieghi perché ti sei divertito a non essere una star? A svicolare e mettere alla prova i tuoi seguaci alle prime avvisaglie di successo? O mi pizzichi qualche corda, sussurrandomi arie da stazione della metropolitana in zona 6, con il cielo plumbeo che minaccia pioggia su poster sbiaditi e cimiteri e muschio. E. Magari proprio quella di Not Bad Enough, che viaggia da qualche parte in un imprecisato punto degli anni sessanta, e noi dietro col fiato corto in un sussurro da Magical Mystery Tour. E io ne vorrei mille di dischi così, di quelli che sai già cosa aspettarti, giusto per dormire sonni sereni e lasciare le sorprese agli altri, quelli bravi davvero, quelli che dal gomitolo fan sparire il filo. Quelli che ci mettono in soggezione e non sono materia per noi, che in primo banco ci trovavamo spaesati. Che poi alla fine è sempre da queste parti che si torna, ai 45 giri col mangiadischi, alla Tv in bianco e nero, alle classifiche alla radio, al mangiacassette in auto. Perché le canzoni sono come i parenti ed il passato, riappaiono per ricordarti gli incastri della vita ai quali ti hanno sottoposto. Non te li puoi scegliere, te li trovi incastonati nel dna. E questo disco nella sua cristallina bellezza mi ha rivelato la noncuranza sulla quale mi ero immolato, in quella metà di novanta. Con la testa rivolta ad un futuro che ritenevo possibile e il corpo abbarbicato ad un passato necessario. Ma me la recita Sice l’omelia funebre di tanta dabbenaggine, e lo fa con The Funeral Song quattro minuti che spiegano due o tre cosette ai segaioli shoegazer, accordando le chitarre su un mattino di erba e caccia alla volpe. First Fruits è fatto della stessa materia di cui sono fatte le canzoni che si incuneano; un disco che è tutto fuorchè immerso nell’isteria brit che stava strangolando l’Inghilterra in una bulimica corsa alle vendite. Altresì ovvio che la Creation (sufficientemente fornita di Oasis e Primal Scream) non sapesse che farsene di un lavoro simile, relegandolo da subito nelle retrovie di una promozione asfittica. Un solo singolo estratto (il citato Not Bad Enough) e una pacca sulla spalla. Svegliati Boo, sarà anche a beautiful morning ma la fine si avvicina.

Replace All Your Lies With Truth è l’immaginazione al potere, ha polpastrelli da filastrocche e delicati cambi di tempo quintessenzialmente inglesi. Io ci avrei trovato posto dentro Kingsize dei Radleys, disco che si vuole minore quando non mediocre ma che due zampate due riusciva ad infilarle ugualmente. Ma io non sono Sice e lui poteva permettersi di inserire bellezza anche negli inediti o nei lati B, cremando le note per spargerle al vento. First Fruits è il miglior antidoto alla depressione, è il (frutto) candito che spazza via la tristezza a suon di zuccheri, la mela caramellata che si attacca alle labbra e la strega si attacca al cazzo. È l’amico che ti chiama per una birra alle undici di sera e tu ridi piangendo dentro un locale immacolato di stronzi e denti bianchi con una ristampa in economica di Will Self nella tasca della giacca e nessuna occhiata da ricambiare, pregustandoti il ritorno a casa in solitaria. Magari per ascoltare in loop Out Of My Window, ovvero un altro di quei piccoli tesori di giada che i rari artigiani del pop possono permettersi di nascondere dentro i dischi. Un folk di guazza impreziosito da campi magnetici, archi e tardi anni sessanta. L’ho già detto Beatles vero? Che ognuno di noi c’ha dei campi di fragole da annaffiare e un Revolver caricato a canzoni. Caro Spotify tu lo metteresti tra Nick Drake e i JJ72 (o i Geneva), dimostrando ancora una volta d’aver testa ma non ragione, cuore ma non sentimento, testicoli ma non spermatozoi, giustizia ma non empatia. È per questo che con Sice sarò sempre amico ma con te no. E ancora: Look Up profuma di ballata alla quale han succhiato il midollo prima di lasciarla crepitare accanto al fuoco per fare autunno. Per fare casa. Per fare amore. I’ll Watch You Back vola felice sulle praterie come un Sunshine Superman mentre First Fruits Fall chiude con una chiesastica e gelatinosa invocazione folk in una sorta di prog-ressione brit. Che disco First Fruits! Persino troppo per noi comuni mortali ormai assuefatti alla mediocrità. Eppure, dopo 23 anni, rimane ancora un gigante gentile seduto su un melograno, sorridente.

Magari degli Elcka, dei Butterfly Child, dei Polak, degli Scandals e del mio pavimento parleremo un’altra volta. Perché oggi è il giorno dei giusti: non privatevi di Eggman, non siate ottusi come la Creation. Svegliatevi, piccoli Boo.

Michele Benetello

Gruesome flowers (a Captured Tracks history)

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Non abbiamo mai creduto davvero alla retorica “indie”. Ad ascoltare Calvin Johnson o Ian MacKaye abbiamo però compreso che talvolta stare dall’altra parte é una necessitá. Non per moda o per atteggiarsi ma semplicemente per sopravvivere. Trent’anni fa (la Dischord nasce nel 1980) parlare di etichette indipendenti rivestiva questa importanza. Chi ha avuto il buon gusto di guardare “The Punk Singer” (ne abbiamo parlato diffusamente qui) il film-documentario su Kathleen Hanna saprá a che cosa ci riferiamo.

Ma “indie” intese come etichette discografiche nel corso del tempo e nell’accezione comune sono diventate tutte quelle che semplicemente non facevano capo a nessuna multinazionale dell’industria discografica. Storie straordinarie in alcuni casi ma diventa difficile e per ovvii motivi paragonare Ian MacKaye ad Alan McGee, per esempio. (Sulla Creation di Alan McGee magari recuperatevi il documentario Upside Down: The Creation Record Story)

Tutto questo per dire che se abbiamo deciso di spendere due parole sulla Captured Tracks, un’etichetta indipendente di Brooklyn, é solo perché nel suo catalogo abbiamo trovato negli ultimi 6 anni il meglio delle nuove proposte “indie”, ma di etica, di alternativa, di filosofia morale nessuna traccia. Poco male.

Questa premessa era necessaria perché nel caso della CT va apprezzato innanzi tutto il lavoro, come dire, di scouting. La ricerca di nuovi talenti é proprio alla base del manifesto d’intenti che la label stessa si é premurata di pubblicare sul sito, e che potete leggere qui, casomai vi venisse voglia di mandargli un demo.

Impresa familiare, in sostanza, dove le decisioni vengono prese non in base a piani industriali ma grazie alla passione che ispira Mike Sniper (oltre che discografico anche musicista con la sigla Blank Dogs), il factotum che ha messo in piedi un piccolo fenomeno nel giro di poche stagioni. Le edizioni curate in maniera quasi artigianale (del vinile, in particolare) sono solo un altro esempio in questo senso. Amore per la musica, insomma, coniugato ad un eccellente gusto in fatto di nuove e vecchie band.

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Piú che di etica “indie” é piú corretto parlare di artigiani della piccola industria, insomma. Perché se l’ideologia é morta in politica figuriamoci in queste mere faccende legate all’intrattenimento o, ad essere buoni, all’arte.

Messo in chiaro il contesto bisognerebbe mettere in luce la figura di Mike Sniper. Un nerd di prima categoria. Come definire altrimenti qualcuno che se ne sta a Brooklyn e sogna di ristampare vecchie band di shoegazers anni ´90, preferibilmente inglesi?
La CT ha combinato i due aspetti: le ristampe e le novitá discografiche. Ha addirittura aperto una “filiale” destinata solo alle ristampe della Flying Nun, per dire. Ed intanto ha continuato a sfornare uscite di band clamorose, roba che ha segnato in maniera definitiva le ultime annate, a forza di dischi che abbiamo ritrovato nelle playlist di fine anno della stampa specializzata.

Se vi dovesse capitare l’occasione, a Brooklyn, in 10 minuti a piedi vi fate il negozio di Rough Trade e quello per l’appunto di CT, quest’ultimo con una selezioni di vinili usati che se non fate attenzione rischia di azzerarvi il conto corrente. Il negozio di vinile (e cassette) non é che l’ultima delle molteplici attivitá dell’universo che gravita attorno alla figura di Mike Sniper.CT-3-500x331

CT si é rapidamente trasformata in un’etichetta che ormai identifica un mondo. È una delle poche realtá che ha colmato quel vuoto lasciato nel corso degli anni dalle varie Matador, Sub Pop o Creation.

Indie-labels che negli anni ´90 hanno dettato i ritmi di quello che andava o non andava ascoltato, che hanno rappresentato lo stile che andava seguito, che ci hanno semplicemente fatto credere di avere il mondo ai propri piedi. Il sogno si é poi disintegrato ed é per questo motivo che seguiamo le vicende Captured Tracks con interesse, giusto per capire se é ancora possibile seguire una strada differente dalle solite. L’esperienza ci consiglia cautela ma intanto ci stiamo dentro con entrambi i piedi e siamo contenti di poterlo fare.
La Captured Tracks è una di quelle “cose” capaci prima di pigiare il tasto di arresto al fluire delle epoche e successivamente spingere quello di riavvolgimento del nastro senza per questo sembrare una faccenda per nostalgici rincoglioniti. Con i suoi dischi noi forty (e molto) something siamo precipitati in un buco spazio temporale, risucchiati verso la nostra adolescenza che pensavamo nostra e solo nostra ma che invece proprio al centro di quel vortice, un quarto di secolo dopo, ci siamo trovati a condividere con la gioventù di oggi.
Come se un black out totale avesse oscurato una bella fetta del recente passato riportando l’approccio alla musica verso un salutare (almeno per noi) back to basics.

Mike Sniper in una recente intervista ha messo in chiaro da dove viene. Quali sono le band che hanno messo in moto tutto questo processo che ha portato alla nascita della CT, perché ci sono sempre dei colpevoli alle spalle, ce lo ha insegnato la storia, anche la nostra personale.
Ha fatto tre nomi, tra gli altri: Lush, Pale Saints e Medicine (dei quali ha in effetti ristampato il catalogo).

Dei primi ricordiamo un’intervista che facemmo in coppia nel backstage di un locale modenese, nel settembre del 1992 (Sniffin’Glucose esiste da 22 anni, in pratica). Dei secondi un concerto a Francoforte, affrontato dopo 10 ore di macchina, con la stanchezza che piegava le ginocchia. Dei Medicine una data londinese in un pub, con il volume degli amplificatori talmente fuori dai limiti che in seguito i My Bloody Valentine ci sarebbero sembrati delle educande.

Francamente tre episodi che vissuti in prima persona mai ci avrebbero fatto pensare di poterne parlare a distanza di cosí tanto tempo. Ma questi sono i vantaggi dell’esserci stati. Non potevamo naturalmente sapere che dall’altra parte del mondo, gli stessi avvenimenti, avrebbero modellato l’“educazione sentimentale” di una persona che, a sua volta, si ritrova a condizionare i nostri ascolti attuali.

Una sorta di circuito di associazioni musicali, di indole e di attitudine che potrebbero sembrare casuali. Invece, se ci ritroviamo settimanalmente con quei dischi marchiati CT tra le mani significa solamente che un cerchio in qualche modo é andato a chiudersi.

Di seguito un elenco di personalissime scelte dal catalogo, per fare il punto dei questi primi sei magnifici anni di vita.

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Dum Dum Girls: s/t EP (CT 001, 2009)
Dietro la sigla pare si nasconda una ragazza che di nome fa Dee Dee (dice nulla?) e di mestiere cataloga libri in una biblioteca della città in cui vive, Los Angeles. Esaurita la manciata di copie del primo quarantacinque giri (Longhair, Hozac Rec.), elementare e dissonante esercizio sul canovaccio Velvet Underground/Jesus and Mary Chain, la ragazza ha pubblicato un 12” che pare la riedizione di un vecchio singolo dei Pastels riversato su vinile da un nastro ancor più vecchio e mal in arnese.
La musica esce rumorosa eppure avvolta nell’ovatta di una registrazione al cloroformio che narcotizza ganci surf, nasconde la voce e anestetizza chitarre fuzz. Il tempo sancirà se trattasi di meraviglia o ennesimo pacco, per ora registriamo con un sorriso il caos con cui dal suo sito la ragazza, o chi per lei, gestisce gli ordini delle prime uscite e posta video che paiono vecchi nastri di famiglia residuati dagli anni’70.

The Beets: Spit in the face of People Who Don’t Want to Be Cool LP (CT 010, 2009)
Sono in quattro e arrivano dal Queens (NY). Si inventano melodie a presa rapida, praticamente istantanea, ma fanno di tutto per nasconderle dietro ad un suono minimale e molto, molto casalingo. Sarà l’attitudine da buona la prima guai a riprovarci o anche solo il quartiere di provenienza, ma finiscono per ricordare i Ramones in salsa folk. O quei Moldy Peaches dei quali ci innamorammo qualche anno fa e dei quali ancor oggi stiamo cercando degni epigoni. Sgangherati nel sentire la musica, puliti e precisi nell’esprimere quel sentimento.

The German Measles: Wild EP (CT 030, 2009)
Gente che non ha la minima idea di ciò che sta facendo, i German Measles da Brooklyn. Quartetto il cui 50% milita nelle fila dei Cause Co-Motion! (non sapete chi sono? Affari vostri), piazzano su un vinile a 12” sei canzoni che friggono sopra un fuoco garage pop punk incredibilmente contagioso. Eternity, traccia d’apertura del secondo lato, è un vero e proprio inno. Di fronte a tale meraviglioso sfacelo non possiamo far altro che alzarci in piedi ed applaudire.
Dei German Measles si sono perse le tracce dopo A German Joke Is No Laughing Matter, album uscito per What’s Your Rupture nel 2011. Un paio di loro di recente hanno pubblicato in balotta totale (Crystal Stilts, Juan Waters, Gary Olson) un album a nome Beachniks. Se lo trovate in giro comperatene una copia anche per me, ve la pago bene.

Blank Dogs: Under and Under 2xLP (CT 059, 2010)
Synth e battiti elementari di drum machine, chitarra in riverbero perenne, il basso che ingrana giri wave. Il poker di inizio carriera dei Cure è la bibbia, tutto il resto si trova nella serie di ristampe infilata dall’etichetta del capo (Servants, Cleaner from Venus, Chills, Medicine, Wake, Servants, Clean). Pop in equilibrio, a tratti rumoroso e scuro a tratti semplicemente – appunto – pop con aperture melodiche capaci di suscitare emozioni.

Beach Fossils: s/t LP (CT 067, 2010)
A volte cercare di descrivere un suono semplice e diretto è più arduo che azzardare spiegazioni circa musiche costruite su strutture complesse.
Beach Boys e Byrds passati attraverso un setaccio che alla fine trattiene quasi tutto, tranne le melodie, perfette nel loro scheletrico splendore, giri di chitarra essenziali, voce lontana, simulazione di cori da spiaggia californiana e le improvvise virate in accelerazione brit wave di Twelve Roses e di Daydream, capolavoro assoluto per chi ha amato i suoni eighties di Sound e Chameleons.

Wild Nothing: Gemini LP (CT 068, 2010)
Cocteau Twins, Smiths, Belle and Sebastian e Pains of Being Pure at Heart. Scegliendo quattro punti cardinali distanti tra loro nel tempo ma ugualmente adatti ad inquadrarne il suono e ancora più lo spirito, il disco con cui Jack Tatum iscrive il suo nome a referto rimbalza nel perimetro limitato da questi quattro nomi. Un dream pop che quando trova la strada giusta nel mettere in fila ritmo, strofa e ritornello (Summer Holiday) sbriciola il gelo costruito altrove sulla rarefazione dei suoni (Pessimist e The Witching Hour) e sull’uso romantico e molto smithsiano delle parole: Boys don’t cry/They just want to die (ancora Pessimist) e più oltre Our lips won’t last forever and that’s exactly why/I’d rather live in dreams and I’d rather die (Live in Dreams). Ingenuo e minimale, Wild Nothing pare citare i New Order (Chinatown), ma in realtà come molti dei suoi coetanei punta verosimilmente altrove: ai mai dimenticati Field Mice, ai Wake e alla Svezia di scuola Labrador.

The Soft Moon: s/t LP (CT 085, 2010)
Tra i tanti gruppi che negli ultimi anni hanno fatto del revival wave la propria ragione di vita, i Soft Moon sono assieme ai Prinzhorne Dance School quelli che più di ogni altro sono riusciti a coniugare rigore stilistico e perfezione filologica nell’interpretazione di quel preciso immaginario. Suono secco e subito puntato alla gola, profondo. I muri tremano sotto i colpi del basso che pulsa come materia viva. Luci bianche e buio tra mille flash che si trasformano all’istante in flash back capaci di accentuare nei più giovani il rimpianto per un’epoca che per colpa dell’anagrafe non sono stati in grado di vivere.

Minks: By The Edge LP (CT 086, 2011)
I Minks sono l’ennesimo tassello di quella lunghissima sequenza di nomi che collega il primo decennio del nostro secolo alla penultima decade del precedente. Coppia newyorchese girl/boy talmente bella a vedersi da risultare quasi sospetta, i Minks a parole la buttano sul gotico (Funeral Song, Cemetery Rain, Our Ritual) mentre coi fatti pescano a piene mani dall’immaginario sonoro minore di quegli anni ’80 lontani ma sempre presenti: l’arpeggio della strumentale Indian Ocean è in parti uguali miscela di Felt e Durutti Column, mentre Funeral Song è a tutti gli effetti una canzone (riuscitissima) vagante nello spazio tra il secondo e il terzo album dei New Order.
Quelli fighi citeranno Wake, Field Mice e qualche sconosciuto singolo della Sarah, quelli meno sofisticati troveranno relazioni coi Drums (Cemetery Rain) e addirittura legami con i Culture Club (Ophelia).

Widowspeak: s/t LP (CT 118, 2011)
Condividono le visioni cupe dei Mazzy Star, una voce di donna che calca frequenze in zona Hopa Sandoval e una sensazione generale di tristezza, angoscia e malinconia spalmata su canzoni estremamente. La chitarra lambisce il feedback e arrota un suono che passeggia su bordi indie. Non ci sono tracce deboli e nessun riempitivo, la band con l’ aiuto di Jarvis Taveniere di Woods crea un suono unico utilizzando materiali pur familiari a tutti.

DIIV: Oshin LP (CT 158, 2012)
Non glielo auguriamo ma Zachary Cole Smith potrebbe diventare il Cobain della sua generazione. Per ora non si capisce quanto ci faccia e quanto ci sia, comunque sia il debutto dei suoi DIIV è stata una sorpresa: fortemente derivativo, come del resto il 100% del catalogo CT e tutto sommato piuttosto monocorde eppure pervaso di personalità e con una canzone (Doused) che a me personalmente ha risolto parecchie serate nell’ultimo biennio.

Holograms: s/t LP (CT 159, 2012)
Da Stoccolma via New York ancora un centro dalle parti dell’etichetta di Mike Sniper. Basterebbe una traccia per far scivolare l’omonimo debutto degli svedesi nei cuori degli indie kids se la categoria esistesse ancora: Chasing My Mind è frenetica, disordinata e orecchiabile come fosse un singolo punk del ’77 suonato con la consapevolezza della wave successiva, riuscendo ad essere canzone ugualmente monumentale e schizofrenica. Poi c’è tutto il resto, che è come se i Comet Gain avessero deciso di suonare i primi due dischi dei Killing Joke, per citare due realtà care a chi scrive. Tecnologia cheap, un pizzico di cattiveria, una parte di disperazione da noia e quel senso di melodia per cui gli svedesi sono secondi (forse) ai soli inglesi.
Innamoramento istantaneo.

Mac DeMarco: 2 LP (CT 164, 2012)
Come Ariel Pink in canadese Mac DeMarco, classe 1990, si tuffa nel soft rock americano anni ’70 e lo attualizza con gusto innato per la melodia. Sregolato, bizzarro e cazzone tout court il ragazzino quando decide di ingranare la marcia sbaraglia la concorrenza.

Perfect Pussy: Say Yes to Love LP (CT 192, 2014)
Siamo sinceri: dei Perfect Pussy non ci abbiamo ancora capito nulla. Il disco ci piace e non ci piace, ma loro sembra abbiano cose da dire e paiono molto molto interessanti.
Impossibile non prestargli attenzione, del resto con il nome che si sono scelti come si fa a girarsi dall’altra parte?

Arturo Compagnoni & Cesare Lorenzi