Il rumore della realtà (Fiver #09.2017)

Lester Bangs

Lester Bangs


Sei arrivato in un momento molto pericoloso, la guerra è finita e hanno vinto loro, distruggeranno il rock e soffocheranno tutto quello che amiamo di più”.
Lester Bangs

Sono convinto che il rock and roll sia legato al mito. La realtà non esiste
Lester Bangs

Qualche settimana fa Rumore ha chiesto a noi redattori di compilare una lista di 20 canzoni da scegliersi tra le più rumorose di sempre. Non ci è stato fornito un principio stringente su come l’aggettivo rumoroso dovesse essere inteso, quindi ognuno ha utilizzato i parametri che riteneva si adattassero meglio a descrivere il tema. Personalmente ho basato la selezione verificando in maniera sommaria l’esistenza di tre caratteristiche di base, non necessariamente presenti tutte assieme nella stessa canzone: il rumore interpretato in senso letterale, alla maniera di Einstürzende Neubauten e Napalm Death per intenderci, quello indirizzato a disturbare il comune senso del pudore tipo la God Save the Queen dei Pistols e infine il rumore destinato a sconvolgere l’equilibrio emotivo generazionale alla maniera di una The End dei Doors qualsiasi. Le mie scelte, divise a grandi linee per le tre categorie di cui sopra, sono state: Kerosene dei Big Black, Touch me I’m Sick dei Mudhoney, Sex Bomb dei Flipper, Frankie Teardrop dei Suicide e Never Understand dei J&MC per la categoria “interpretazione del rumore in senso letterale”, Anarchy in the UK dei Pistols e Religion dei PIL assieme a un paio di italiani – il Gaber di Io se fossi dio e il Faust’O di Benvenuti tra i rifiuti – quali rappresentanti di disturbo alla quiete pubblica e tutto il resto nel calderone dei terremoti (trans) generazionali: I Wanna Be Your Dog, Psycho, All Tomorrow’s Parties, Kick out the Jams, My Generation, Louie Louie, Sex Machine, Sympathy for the Devil, Smells Like Teen Spirit, Disorder, Fight the Power. Non sono qui a cercare consensi e ancor meno smanio dalla voglia di aprire un dibattito sulle scelte appena elencate. Potevano essere quelle venti canzoni o altre venti o altre venti ancora e nulla sarebbe cambiato.
La lista delle venti canzoni più rumorose di sempre mi è tornata in mente la settimana scorsa dopo aver letto quanto scritto da Cesare, soprattutto quando sono arrivato al passaggio riguardo la mappatura emozionale che un tempo per i giovani transitava necessariamente o quasi attraverso la musica e che ora probabilmente ha trovato altre vie di sbocco. Faccio sponda ancora su Cesare prendendo a prestito i suoi studi universitari da statistico per constatare senza grandi difficoltà che nel mio elenco la canzone più recente (Fight the Power) è vecchia di ventisei anni, sette canzoni sono state scritte negli anni ’60, sei nei ’70, cinque negli ’80 e due nei ’90. Anni zero non pervenuti. Ovvio che trattasi di scelte personali, come detto in premessa, ma se poi vado a prendere in mano il numero del giornale in cui le scelte personali diventano collettive sommandosi algebricamente le une alle altre, conto che su 300 titoli gli anni zero ne portano a referto in totale 28, vale a dire uno striminzito 9,3% che scende ad un misero 5% se consideriamo solo le prime 100 posizioni. Al di là di questa analisi spicciola è del tutto chiara – e lo è da tempo – l’evidenza che la musica (la musica tutta, non solo il rock) ha perso quel ruolo centrale che per tanti anni ha avuto nel formare e indirizzare culturalmente quella fascia di giovani che alla musica conferiscono un ruolo importante nel proprio quotidiano, quelli che per propria formazione non le attribuiscono un semplice ruolo di sottofondo bensì fanno di questa una colonna sonora costante lunga quanto la vita stessa. C’è una frase di Simon Reynolds che vado a rileggere e copiare per non sbagliare nemmeno una virgola nella citazione: “Anarchy in the UK dei Sex Pistols mi ha lasciato addosso un eccesso di aspettative per la musica, che agiti il mondo e che sia mozzafiato”. Ecco, il punto è probabilmente quello. Non i Pistols e nemmeno Anarchy in the UK intendo, ma il fatto che la musica possa, anzi debba, scuotere le fondamenta – se non dell’umanità almeno quelle personali – e  mozzare il fiato. Per quelli come me che, come detto e scritto spesso, della passione per la musica hanno fatto un veicolo per la scoperta e l’esplorazione di tanti mondi diversi, deve essere chiaro una volta per tutte che quell’approccio e l’attitudine che ne conseguivano non esistono più e non saranno in alcun modo recuperabili, quindi è perfettamente inutile confrontare l’approccio e l’attitudine che c’erano un tempo con quelli che governano oggi l’idea di musica che anche l’ascoltatore e l’appassionato più attenti hanno. Non si tratta di una crisi passeggera ma di un nuovo ordine che non sarà più invertito. Bisogna farci i conti alla stregua del riassetto geopolitico dopo l’11 settembre, della crisi permanente dell’economia occidentale dopo il 2008, della fine del comunismo, dell’Europa unita e del disfacimento delle due gloriose squadre di basket della mia città. Ora siamo finalmente liberi di ascoltare una canzone per quello che è: una sequenza di accordi di chitarra, qualche giro di basso, una serie di rullate sulla batteria e tutto il resto che un musicista decida di metterci dentro.
Bene così, però quando mi incontrate al bar non chiedetemi un giudizio sul nuovo disco di Dirty Projectors (formalmente bellissimo, per carità) e quando scrivete lasciate stare Lester Bangs e Nick Kent.
Loro erano gente di un altro mondo.

The Intended “Don’t Wait too Long

Gruppo garage americano che suona come i Television Personalities del primo album.

Power “Slimy’s Chain

Power punk australiano, album a breve ristampato da In the Red.

Dead Horses “Morning Hell

In Italia ci sono due tipologie di gruppi che suonano musica rock: da una parte quelli quelli come i Dead Horses, dall’altra tutti gli altri.

Cindy Lee “A Message from the Aching Sky

In questi 35 anni, mese più mese meno, di costante attenzione alla musica molto raramente mi è capitato di incontrare un’etichetta discografica con una visione come quella della Maple Death. Qui tutte le informazioni sul disco che contiene questa canzone.

Jens Lekman “Evening Prayer

Se parliamo di musica pop, quando Jens Lekman è allegro non ce n’è per nessuno.

Arturo Compagnoni

Let’s start a party, again (Fiver # 20.2016)

No Glucose #2

No Glucose #2

L’idea era sin dall’inizio quella di mettere in piedi una festa tra amici chiamando a suonare uno o due gruppi di quelli che ci piacciono e passando qualche disco per ballare tra noi la musica che preferiamo. Fondamentalmente c’era voglia di fare qualcosa assieme, una cosa che parlasse di noi – Sniffin’ Glucose e No Hope – e che andasse oltre le parole che siamo abituati a scrivere e che qualcuno si è impegnato a leggere in rete o su carta in questi anni. Qualcosa di concreto che potesse essere condiviso e potesse coinvolgere il maggior numero possibile di persone di quelle che ci stanno a cuore, sia come attori che come spettatori. Con queste premesse era abbastanza logico che la faccenda non sarebbe stata semplice come l’avevamo immaginata in principio. E così è stato. Lo scorso maggio hanno suonato otto gruppi, tutte band che in un modo o nell’altro condividono con noi l’idea di musica, non solo e non tanto come genere bensì come attitudine. E’ stata una grande festa a cui tutti abbiamo partecipato con entusiasmo e passione e in cui tutti abbiamo deciso di essere parte attiva. Quella condivisione che era negli intenti iniziali ma che non è semplice trovi spazio nella pratica è effettivamente stata il filo conduttore che ha legato il tutto. Nel momento stesso in cui abbiamo spento le luci e chiuso la porta, al termine della seconda giornata del No Glucose 2015, sapevamo che ci avremmo riprovato.
Non c’era bisogno di dirci nulla, lo sapevamo e basta.

No Hope fanzine e Sniffin’ Glucose blog proudly present:

NO GLUCOSE #2
Careless Words Cost Lives

19 maggio 2016:
WHITE FANG (Chunk rock – Portland, USA)
KRANO (Damaged country folk – Colfrancui, IT)
CRUEL EXPERIENCE (Lovefuzz – Lucca, IT)
RIJGS (Psych noise minimalism – Bologna, IT)
BIRTHH (Indie pop – Firenze, IT)

20 maggio 2016:
PAWS (Scottish based punk – Glasgow, UK)
LAME (Weirdo blues punk noise – Torino, IT)
DEAD HORSES (Lo-fi cow-punk – Ferrara, IT)
FREEZ (Garage surf pop – Vicenza, IT)
VIOLACIDA (Psychedelic pop – Lucca/Bologna, IT)

Warm up dj set from 6 p.m.
GLAMORAMA
records selectors MERIGHI/BENUZZI

Aftershow dj set
NO GLUCOSE WILD BUNCH CREW
records selectors DARIO/ART

INGRESSO UP TO YOU (con tessera AICS)
@ Mikasa, Via Emilio Zago 14, Bologna (IT)

Artwork by Claudia Toscano

Di seguito cinque gruppi perché cinque sono le canzoni che di regola costituiscono un Fiver. Gli altri cinque gruppi li ascolterete direttamente al Mikasa. Ci si vede lì, giovedì e venerdì.

DEAD HORSES “Hobo Talks

I Dead Horses arrivano da Ferrara e suonano un country punk blues che ha il sapore del sangue e del sudore. Li abbiamo conosciuti una notte di qualche settimana fa e da allora non ce li siamo più tolti dalla testa.

PAWS “No Grace

I Paws sono di Glasgow, come Primal Scream, Vaselines, Pastels, Orange Juice, Mogwai. Non si fermano mai, nemmeno per sbaglio: un lungo respiro al principio e via col fiato riacciuffato solo dopo che si è suonata l’ultima nota dell’ultima canzone.

BIRTHH “Chlorine

Birthh è sensibilità folk due punto zero che dialoga in diretta con il cuore. Adagiata su un tappeto down beat increspato dalla malinconia che avvolge il capolinea dell’adolescenza, Birthh è quello che mancava al No Glucose ed è ciò che il No Glucose ha fortemente voluto. Il 19 maggio 2016 sarà una data da segnare con la matita rossa sul calendario: il giorno del suo primo concerto in Italia.

LAME “Oracle

Il suono dei Lame è un blues sbrecciato dal fuzz e attraversato da bagliori folk pop. Il garage punk degli Hunches, il rumore dei Pussy Galore, il lo-fi dei Gories, il tessuto Paisley dei Rain Parade stipati in una locomotiva a vapore lanciata a folle velocità verso il nulla.

FREEZ “Barbie

Arrivano da Schio, sono imbarazzantemente giovani, suonano un garage surf di matrice californiana che non ha tempo e citano Bleeding Knees, Ty Segall, Bass Drum of Death, Fidlar e Wavves come numi tutelari. Inevitabile siano dei nostri.

Arturo Compagnoni

Portami via di qua, sto male (Fiver #15.2016)

A Minor Place "The Youth Spring Antology"

A Minor Place “The Youth Spring Antology

Spesso tendo a confondere le sensazioni personali facendole passare inconsciamente per dati di fatto quindi potrei tranquillamente sbagliarmi, ma ho la netta impressione che nell’ambiente che sono solito frequentare non si  sia mai parlato così tanto di musica italiana come negli ultimi tempi. Che poi a pensarci anche solo un attimo quello di musica italiana è un concetto soggetto a libera interpretazione. Un po’ come la nazionalità dei calciatori in questa strana epoca. Cosa è che definisce italiano un musicista? Il solo fatto di essere nato entro i confini geografici o c’è dell’altro? Cito casi recenti solo come esempi : la musica di Birthh e dei Be Forest è musica italiana quanto quella di Calcutta e Colapesce? Giuda e Any Other sono italiani allo stesso modo di Caso e L’Orso? In altre parole: la musica italiana è un genere a se stante tipo il post rock, la new wave o il funky, oppure no? Per tanti anni gli addetti ai lavori si sono accusati l’un l’altro di provincialismo a seconda di chi a turno decideva di considerare la musica italiana come categoria a parte e chi no. Personalmente per sgomberare il campo dai tanti equivoci in cui mi è capitato di imbattermi negli ultimi mesi definirei effettivamente e senza alcun dubbio la musica italiana come specie autonoma in un unico caso: quando il cantato è in lingua madre. Che poi parlando di rock uscito dal punk in avanti questo succede anche nelle altre parti del mondo. Qualche caso di internazionalizzazione legato alla lingua francese, qualche altro a quella tedesca, poi riga.
Procedendo al passaggio successivo – verificato il teorema di cui sopra e semplificando i concetti – quando si è poi dentro alla categoria “italiana” due soli sono i modelli di riferimento cui attingere: target sanremese, un evergreen con progressive sofisticazioni apportate negli ultimi anni dalla presenza al festival di musicisti di estrazione alternativa; format cantautore anni ’70 più o meno (ma in genere molto meno che più) contaminato da istanze di rinnovamento.  Poche le eccezioni alla regola: l’hard core punk in blocco e quei gruppi che hanno un po’ mescolato le acque shakerando la metrica (CCCP? Offlaga? Massimo Volume?), tutti nomi che peraltro – per come la vedo io – sono comunque ancora classificabili come tipicamente italiani. Ricordavo di aver scritto qualcosa in proposito ai tempi, decisamente poco sospetti, della versione 1.0 di Sniffin’ Glucose e per curiosità sono andato a riesumare il quando (30/8/2006) e a rileggere il cosa: “L’altro giorno discutevo con un amico a proposito di musica e la nostra conversazione ruotava attorno a una canzone,  Portami via di qua, sto male, versione italiana di Get Me Away from Here, I’m Dying dei Belle and Sebastian proposta dai Perturbazione (nel disco tributo A Century of Covers pubblicato on line all’epoca dalla Kirsten’s Postcard). Il pezzo è una meraviglia nella sua versione originale, e lo rimane  anche nella traduzione italiana. Eppure, come l’ amico mi faceva  notare, la canzone potrebbe benissimo essere scambiata per una di quelle che annualmente invadono l’aria sull’abbrivo del Festival di Sanremo. Intendiamoci, le canzoni di Sanremo  mediamente sono peggiori, con tutta quella melassa spalmata sopra, quegli arrangiamenti orchestrali e quei fiori che spuntano fuori da ogni angolo. Le canzoni dei Belle and Sebastian e pure quelle dei Perturbazione sono un’ altra cosa. Ma il punto è un altro: una qualunque canzone cantata in italiano e dotata di una melodia pop appena un po’ accattivante, pare essere adatta a partecipare al Festival di Sanremo. Questo sosteneva il mio amico. E pensandoci non aveva tutti i torti. Perché a dire il vero quell’idea aveva già  attraversato il mio orizzonte all’ascolto di dischi come quelli degli stessi Perturbazione o che so, dei Baustelle, tanto per fare due nomi noti. Trovarsi a fare le medesime considerazioni sulla struttura di una canzone dei Belle and Sebastian però  fa davvero strano. E magari la questione ci fornisce anche qualche spiegazione sul perché molti ritengano che dalle nostre parti non esista una sufficiente cultura musicale e continuano a inviperirsi appresso a ogni successo locale, imbastendo confronti con ciò che succede al di là del confine. Tradotto: se i Belle and Sebastian anziché a Glasgow fossero nati a Busto Arsizio e si fossero chiamati La Bella e Sebastiano, sarebbero probabilmente finiti sul palcoscenico dell’Ariston. E pur proponendo le stesse identiche canzoni che stanno dentro If You’re Feeling Sinister e The Boy with the Arab Strap avrebbero certamente indispettito molti di noi, quelli stessi a cui le medesime canzoni cantate in inglese hanno viceversa regalato emozioni e lacrime”.
Dove sta il punto in tutto ciò? Da nessuna parte e ovunque, ognuno lo metta dove preferisce. Radici personali mi indirizzano verso una scarsa propensione e comprensione della musica italiana, ma è appunto una faccenda privata e non vuole essere una presa di posizione a favore o contro (il disco di Caso – per dire – ultimamente è stato uno dei miei ascolti preferiti), piuttosto una semplice constatazione di meraviglia nel vedere molta gente che conosco interessarsi tanto a un genere che pensavo gli appartenesse poco.
Perché ho scritto tutto questo oggi? Essenzialmente per due motivi: mi sono annoiato moltissimo a leggere e ad ascoltare un sacco di discussioni serie, a volte molto serie, riguardo i “nuovi cantautori italiani” (se ben ricordo si partì a sproloquiare sulla Kurt Cobain di Brunori sas) e volevo esprimere con me stesso il disappunto per la quantità di tempo che ho speso a interessarmi all’argomento (ovvio che sono fatti miei, ma tutto quello che scrivo qui fa parte dei fatti miei). Il secondo è che volevo bullarmi del fatto che con anticipo di 8 anni avevo collegato i miei amici Perturbazione al festival di Sanremo (non che ci volesse un genio, ma tant’è…).

Di seguito cinque esempi di canzoni innegabilmente non italiane in uscita, cantate e suonate da musicisti indubbiamente italiani:

A Minor Place “When Silvia Dies

Di loro ne avevamo già parlato qui poco meno di un anno fa. Ora escono con un disco nuovo che non si può raccontare e di cui non voglio nemmeno spiegare. E’ un oggetto bellissimo: l’assunto – mi raccontava Andrea, il cantante – è sempre considerarsi un appassionato, un ascoltatore più che un musicista. Non avrei esitazione, dovessi scegliere, su dove collocarmi. E allora,mi piace fare dischi che mi piacerebbe acquistare, tutto qui. E ho la fortuna di potermelo permettere: ho una Skoda con 250.000 km sul groppone, ma spendo xxxx euro solo per le copertine del disco. Non l’avresti fatto anche tu al posto mio? Si Andrea, se solo sapessi suonare un qualunque strumento e avessi la metà della tua capacità nello scrivere canzoni lo avrei fatto, eccome.

JJ Mazz “Asshole

JJ Mazz è l’ultima incarnazione di Luca Mazzieri, chitarra in Marla prima e A Classic Education poi , Mr Wolther in Wolther Goes Stranger e 1/2 di Barberia Records. Ci lega un antico rapporto di stima e capita che ogni tanto ci si confronti. Un paio di mesi fa Luca mi ha mandato il demo di quello che diventerà a breve il suo primo disco solista. Me lo presentò descrivendolo così: “20 minuti ma è un vero e proprio disco. il mio. non so bene cosa sarà. Mi piacerebbe una cassettina Barberia in 41 copie ( i miei anni). Mi piacerebbe suonarlo ogni tanto in qualche posticino piccolo tra amici, stile dive bar basso chitarra e batteria ma ancora appunto non so, intanto ho sentito il bisogno di farlo. Mi sono chiamato JJ Mazz”. Qualche giorno dopo gli risposi: “il disco non l’ho ancora inquadrato ma mi piace, Asshole per me è una hit se decidi di caricarla da qualche parte rendendola pubblica avvisami che la metto in un Fiver di Sniffin’ Glucose”. Detto fatto.

Jambox “Waikiki 513
https://soundcloud.com/jamboxtheband/waikiki-513/s-OoK8N
I Jambox arrivano da Torino e Spleen è il loro ep in uscita. Shoegaze molto rumoroso con una scia melodica di quello che a me sono sempre piaciute, tra My Bloody Valentine, Ride, Jesus and Mary Chain e dio solo sa cos’altro.

Dead Horses “The Cross

Di loro non sapevo assolutamente nulla finchè un paio di settimane fa non me li sono trovati davanti ad aprire la Uranium Night al Mattatoio di Carpi. I due ragazzi stanno seduti e suonano la chitarra, la ragazza in piedi pesta un paio di tamburi. Sangue, sudore, lacrime, ma alla fine sono solo sorrisi.

Sky Of Birds “Deceivers

Tra le frasi che loro stessi utilizzano per presentarsi quella più adatta di tutte è: realtà e illusione racchiusi nel tremolo di una chitarra nel deserto. Alcuni di loro stavano dentro ai Mosquitos (per chi li ricorda, e io me li ricordo bene), Blank Love è il primo album e il pezzo che ho scelto qui sopra mi ricorda i Feelies. Basta e avanza.

Arturo Compagnoni