Wish I could be strong like you (Fiver #21.2017)

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Helium

Definire un genere musicale con una singola parola è una forzatura che solitamente non rende giustizia alle inevitabili sfaccettature della musica stessa. È un problema della definizione in quanto tale, evidentemente. Ma alcune sono comunque brillanti. Shoegaze, per esempio, mi ha sempre fatto ridere ed ha un suo perché.
Un’altra a cui sono affezionato è Bedroom Pop. In questo caso mi solletica la presunzione romantica che sia possibile produrre musica, magari grande musica, nella propria camera da letto. In fondo si tratta della definitiva messa in pratica di un’ideologia indie che presuppone che la musica sia davvero a portata di chiunque voglia provarci e che l’unica cosa davvero necessaria sia il talento. Quindi sono particolarmente affezionato all’immagine di qualcuno che, rinchiuso nella propria stanza, possa mettere in discussione tutti i precetti dell’industria ufficiale, tutto il carrozzone di produttori, etichette discografiche, studi di registrazione e quant’altro sia necessario alla riuscita di quello che non si vuole trasformare in un prodotto.
Una fantasia naif, ne sono consapevole. Ma al netto della visione nostalgica qualcuno da far rientrare nella categoria si trova sempre. (Sandy) Alex G, per esempio, della nuova generazione è il mio preferito. Diciamo subito che adesso come adesso è un’esagerazione ma si sa come funzionano certe cose: ti appiccicano un’etichetta e poi son cazzi se devi far cambiare idea, potresti pure far uscire dal carcere Phil Spector per farti produrre il disco che non cambierebbe nulla, rimarresti comunque lo sfigato che registra sul pc a casa tua. Comunque sia l’idea di fondo rimane quella e mi piace mantenerla intatta, certe etichettature non arrivano mai per caso, del resto.
(Sandy) Alex G, si diceva. Uno capace di suonare di tutto, alla fine. Chitarra acustica e voce filtrata, spleen da fine estate, Elliott Smith che fa da presenza ingombrante, ma anche i Pavement che suonano country ubriaco e, ancora, la Ferrari bianca di Frank Ocean parcheggiata in giardino. Quello che fa da trait d’union in questi giorni non è più un linguaggio strettamente musicale ma più una questione di sentimenti che ti consentono le combinazioni più improbabili in territori sulla carta davvero distanti tra loro.

(SANDY) ALEX G – Proud

Ci sono dischi che si trasformano in una piccola ossessione. Quello di Alex G è diventato una presenza costante, come non mi capitava da un po’ con un album di chitarre e canzoni. Questo brano è indicativo del mood generale: scazzo slacker come se non ci fosse un domani e pochissima voglia di fare domande e men che meno dare risposte.

LUNA – One Together

I dischi di cover a me sono sempre piaciuti. Nonostante non servano sostanzialmente a nulla e siano in effetti completamente inutili. Però un album dei Luna manca da troppo tempo e quindi tocca accontentarsi. Del resto sono sufficienti poche note per sentirsi a casa un’altra volta. Sarà pure dei Fleetwood Mac questa canzone ma la voce di Dean Wareham mi riporta direttamente tra le strade del Village, nel solito territorio in bilico tra Velvet Underground e la psichedelia più leggera.

THE CHARLATANS – Plastic Machinery

Non hanno mai fatto un grande disco i Charlatans. Qualche grande canzone, piuttosto. Ma questo ritorno ha fatto ben sperare fin da subito. In particolare considerando quanto e come era cambiata la carriera di Tim Burgess negli ultimi anni. Le sue prove soliste o in compagnia di artisti comunque distanti anni luce dall’era brit-pop (Kurt Wagner e Peter Gordon, tra gli altri), il fatto di prendere Arthur Russell come fonte primaria d’ispirazione, hanno contribuito a mettere sotto una luce completamente differente il lavoro dell’ex ragazzo di Manchester. E difatti tutto ciò si è riversato nel nuovo album della band, che è semplicemente il miglior disco del gruppo in assoluto e una bella sorpresa.

TALL JUAN – Olden Goldies

Questa volta metto il link del disco intero. Tanto le canzone viaggiano tutte sui due minuti e ho dei dubbi che si arrivi alla mezz’ora totale. Del resto lo si può prendere come un tributo in bassa fedeltà ai Ramones. Da Buenos Aires via New York quello che qualcuno ha già definito l’Elvis latino ci regala un dischetto irresistibile, uno di quelli che vi fanno battere il tempo e alzare l’indice al cielo. Nato sotto la stella del più genuino garage-rock. Prodotto, per modo di dire, da Mac Demarco.

HELIUM – Superball

Fosse per me me ne starei tutto il giorno ad ascoltare i dischi della Numero Group. O qualche ristampa ben fatta, tipo questa. La Matador ha pensato bene che fosse il caso di tirare fuori dagli archivi i due fantastici album degli Helium di Mary Timony, aggiungendo un nuovo disco che raccoglie tutto il materiale della band pubblicato fino ad ora solo su singolo, rimasterizzando inoltre il tutto come si conviene.
Gli Helium sono passati come una meteora negli anni del dopo grunge ma, ascoltati adesso, sono tra i pochi che suonino in qualche modo non datati e ancora attuali. Mary Timony è una chitarrista fantastica quanto particolare, capace di non conformarsi mai agli stereotipi del genere. Insomma gli Helium erano una creatura aliena ai tempi, differenti nei modi e nei tempi. Dark, diversi e particolari, capaci di galleggiare a metà strada tra sperimentazione e canzone rock.

CESARE LORENZI

This is our music

deanwareham-10.10.2013

Mi è rimasto impresso un episodio in particolare leggendo l’autobiografia di Dean Wareham (Black Postcards: A Rock & Roll Romance. New York: Penguins): raccontava del manager che lo aveva messo sotto contratto con l’Elektra.

Un ragazzo giovane per gli standard di una multinazionale, al quale era stato affidato un budget consistente e l’obbiettivo di scoprire nel circuito indipendente un paio di gruppi che potessero fare il salto. Mise sotto contratto i Luna di Dean Wareham, gli Stereolab e Afghan Whigs. Per un breve periodo Dean Wareham ebbe l’impressione di aver svoltato: spostamenti in limousine, studi di registrazioni importanti a disposizione e gli agi della vita da piccola rockstar. Durò poco.
Il tipo dell’Elektra venne licenziato ed ora lavora in un bar. Ho pensato che quel ragazzo aveva trovato un buon modo per cercarsi dei guai e che, con tutta probabilitá, se ne avessi avuto l’occasione mi sarei comportato allo stesso modo.
Rumore dedicò una copertina ad una mia intervista alle Sleater Kinney, nel febbraio del 1999. Era una band in cui credevo ciecamente e mi sembrava perfetta per il giornale che facevamo all’epoca. Fu uno dei numeri meno venduti di quegli anni e scherzosamente mi fu rimproverata per un bel pò di tempo. Ho firmato 6 o 7 copertine di Rumore, nel periodo in cui vi ho scritto. Quella delle Sleater Kinney è la mia preferita, tuttora.sleater kinney
Dean Wareham, nella mia immaginazione, è la copertina del mese, di questo mese, anno 2014. Per fortuna che al massimo devo renderne conto (o discuterne scherzosamente) con Arturo Compagnoni.
Dean Wareham ci ha messo una vita, in effetti quasi 30 anni, per pubblicare un disco solista, intitolato semplicemente con il suo nome ed è come se avesse consapevolmente riassunto il meglio della sua produzione in un unico album.
Una sorta di the best of, composto però solo da canzoni inedite.

Dean Wareham è sempre rimasto sulla stessa strada. Magari si è ridimensionato ma in fondo ha sempre saputo che quella roba lì, il contratto major e tutto il resto, era frutto di una coincidenza e di un momento storico irripitibile.
Ha sempre avuto l’aria di uno che si stupisce del clamore e delle buone recensioni, del resto.
Fin dai tempi dei Galaxie 500, quando fu accolto in Europa e sopratutto in Inghilterra come l’eroe della nuova psichedelia virata al folk e al culto dei Velvet Underground. Sembrava chiedere: siete sicuri? Proprio noi?
Uno di quei personaggi che nell’arco di quasi 30 anni di carriera ha in effetti spostato di pochissimo anche la propria cifra stilistica, rimanendo fedele ad un suono oramai riconoscibile. Quello che fa la differenza, giunti a questo punto, é la qualitá intrinseca della canzone stessa, la scrittura piú che i suoni. Quelli li conosciamo giá e sappiamo dove si andrá a finire. Insomma é sempre lo stesso disco, come ha detto giustamente qualcuno, ma quando la chimica, il momento, le congiunzioni astrali in qualche modo si allinenano rischia di uscirne un capolavoro.

Hanno ragione quelli che dicono che il sesso migliora con il tempo. Quando si perdono per strada insicurezze, paranoie, pretenziositá e l’esigenza di dimostrare qualcosa a tutti i costi. Quando si viene a patti con la propria natura e si trova, come dire, il proprio posto nell’universo. Il disco solista di Wareham é metaforicamente una scopata perfetta: come se tutto fosse improvvisamente al posto giusto. Merito anche della produzione di Jim James (dei My Morning Jacket) che sembra regalare al suono una profonditá che non ha mai avuto in passato.
Un disco che suona come un album dei Velvet (eh, lo so….) alle prese con il repertorio dei Byrds, con gli Spacemen 3 che se ne stanno in disparte e qualche volta pensano bene di fare capolino. Ma a questi riferimenti scontati per chi conosce la discografia di Wareham si aggiungono soluzioni inedite. Disco strumentalmente ricco: di tastiere, di soluzioni ritmiche inusuali che in qualche situazione mi ha ricordato finanche i Postal Service. Superficialmente potrebbe sembrare levigato, vellutato, addirittura innocuo. Ma é la combinazione dei suoni all’immaginario evocato da Wareham con le parole che trasforma un album musicalmente alla portata di molti in un viaggio decisamente piú pericoloso e oscuro e che ne decreta alla fin fine la grandezza.
171899a319ca4a28-coverimageThey made a desolation, but it call it peace… canta Wareham in Beat the Devil, giusto per ricordarci di non soffermarci alla superficie, che potrebbe sembrare rassicurante, ma se si osserva da un’altra prospettiva tutto cambia improvvisamente.
Il sentimento predominante é l’indecisione, buffo per un album cosí straordinariamente a fuoco. Ma questo é il registro abituale di Wareham, fin dai tempi dei Galaxie 500, e non é mai rassicurante. Ci tiene sul filo del rasoio, in bilico e i sentimenti messi in gioco non sono per nulla banali. Basterebbe lasciarsi andare alla narcotica disperazione western di Love is not a roof against the rain, dove un Dean Wareham mai cosí riflessivo si domanda cosa ha fatto per meritarsi tutto questo, convinto che neppure il piú dolce dei sentimenti riuscirá comunque ad offrire protezione. Il finale é peró all’insegna dell’ottimismo, Happy and free, si intitola il brano che chiude il disco. “Felice e libero, almeno per un po’…”, di piú sarebbe stato difficile pretendere.

Dean Wareham ha recentemente pubblicato una serie di “classifiche”, molto carine. Aiutano senz’altro ad inquadrare ancor meglio il personaggio….

Your three favourite Punk singles/songs?
“Little Johnny Jewel” by Television
“Blank Generation” by Richard Hell & the Voidoids
“Heart of Darkness” by Pere Ubu

A record that will make you dance?
“Fly Robin Fly” by the Silver Convention

The best “new” artist / band right now?
Foxygen. Great lyrics, music that nods to the ’60s but still sounds like 2013

Your favourite song about rebellion/revolution?
“Forces of Viktry” by Linton Kwesi Johnson


The_Feelies_Crazy_Rhythms

Your favourite song last year?

“Get Lucky” by Daft Punk

Your favourite book about music?
Please Kill Me by Legs McNeil

The most overrated band/artist?
U2 — I wish they would go away

The best song you’ve ever written / recorded?
“Tugboat” – as Galaxie 500

Your favourite record of all time?
The Feelies – Crazy Rhythms

CESARE LORENZI