Smell of Female (Fiver # 02.11)

NOTS

NOTS

Sono sempre stato portato a prendere in considerazione l’ipotesi che le mie idee, qualunque esse siano, possano anche non essere necessariamente quelle giuste.
Intendiamoci, ho un sacco di opinioni della cui correttezza sono convinto in maniera totale, ma sono (quasi) sempre disposto a metterle in discussione al cospetto di nuove prospettive attraverso cui valutarle.
E’ una regola che dovrebbe valere per tutti: tenere in considerazione il fatto che le nostre idee siano spesso e volentieri soltanto dei punti di vista e come tali possano essere soggetti a revisione, da parte propria come da altri, anche semplicemente al mutare dell’angolo di visuale da cui ci si pone a osservarli.
Questo è il motivo per cui mi piacciono quei film in cui la narrazione procede orizzontalmente lasciando l’interpretazione degli stessi eventi all’analisi dei diversi protagonisti i quali, attraverso il proprio filtro mentale composto da tante lenti sovrapposte (esperienze e cultura personali le principali), restituiscono all’occhio dello spettatore un racconto soggettivo di una realtà che viceversa avremmo ritenuto essere oggettiva.
Una visione pluridimensionale e colorata al posto di un monofonico grigiore.
L’altro giorno, ad esempio, mi è capitata sotto gli occhi la prima puntata di The Affair, ennesima nuova serie televisiva. Leggendo due cose in giro prima di attaccarne la visione, mi pare di capire che la serie esplori gli effetti di una relazione extraconiugale instauratasi tra un insegnante di New York padre di quattro figli, marito apparentemente felice e romanziere alle prese con la stesura del “difficile” secondo libro e una cameriera alla faticosa ricerca di un equilibrio pesantemente compromesso dalla morte del figlio.
Al di là della vicenda, più o meno interessante, quello che mi ha colpito da subito nel telefilm è la modalità scelta dagli autori per raccontare la storia: due distinte narrazioni degli stessi fatti rese diverse – a tratti molto diverse – dalla memoria dei due protagonisti e, circostanza ancor più intrigante, da pregiudizi e prospettive propri del mondo maschile e di quello femminile.
Sono molto curioso di vedere dove questa serie andrà a parare e scoprire fino a che punto le differenze tra uomo e donna – argomento che mi ha sempre appassionato e che da autodidatta sto personalmente studiando da decenni – possano indirizzare eventi e pensieri in una direzione piuttosto che in un’altra.
Per il momento ho deciso di fermarmi al primo episodio aspettando di recuperare tutte e dieci le puntate (in America al momento sono arrivati a trasmetterne quattro) per gustarmi la serie tutto d’un fiato: se sarà una delusione o una possibile illuminazione in grado di fornire nuovi elementi al mio studio ultra decennale lo scoprirò tra qualche settimana e magari a quel punto tornerò sull’argomento, affare in grado di catturare la mia attenzione da tempo e a cui prima o poi mi piacerebbe porre un punto fermo per capire una volta per tutte se le difficoltà di comprensione (e di conseguenza di relazione) con l’universo femminile siano una specifica propria del mio personalissimo mondo o piuttosto una faccenda collettiva riguardante due emisferi che da sempre tentiamo di incastrare in un eterno, improbabile, puzzle.

The Coathangers “Drive

L’ultimo disco delle Coathangers me lo spedì gentilmente il loro distributore italiano qualche mese addietro: lo ascoltai con diligenza, mi piacque decisamente, lo recensii per Rumore, gli diedi 8. Poi il disco finì sotto una pila di altri cd e me ne dimenticai. Nemmeno sapere che le ragazze sarebbero venute a suonare vicino casa mia mi ha convinto a concedergli un altro ascolto. Poi un video intercettato per caso e tutto si rimette in moto. Qui dovrebbe partire l’ennesima tirata sulla superficialità dei nostri (miei) ascolti e sulla troppa roba inutile che affolla i nostri stereo (hard disk del pc, playlist di Spotify and so on) a discapito di cose che viceversa meriterebbero attenzione maggiore. Meglio lasciar perdere e far decollare la canzone con quella batteria da caverna e la voce che fa così tanto 90’s. Metto in valigia e stasera la suono al club.

Deers “Between Cans

Il primo a parlarmi delle Deers fu Stephen Pastel con un paio di righe postate in rete. Lui è uno che parla poco e quando parla bisogna dargli ascolto. Da allora le ragazzine spagnole sono diventate il mio nome su cui puntare per la speranza di un futuro migliore. Voce da bambina sopra strumenti che disegnano partiture semplicissime. Lo so che durerà un attimo poi tutto sarà finito. Lo so che certi sentimenti li ho sperimentati mille volte e sono destinati ad andare in vacca al calar del sole. Niente di nuovo, niente che possa durare più dello spazio di una canzone, forse due. Ma i grandi amori devono resistere giusto un attimo poi svanire di colpo prima che si trasformino in consuetudine. Giusto così.

NOTS “Fix

Il suono delle NOTS non tranquillizza, non rilassa, non è piacevole. La musica delle NOTS è una minaccia, come certe cose che si ascoltavano nelle canzoni delle rebel girl infilate tra i dischi dei taglia boschi grunge nel nord ovest americano a inizio anni ’90. E’ il rumore di un alba livida e piena di nuvole scure. Ho scelto la versione live, anche se a vederla si rischia il mal di mare, perché mi pare più adeguata a rendere l’idea del loro caos per nulla gentile. Essenziale la musica, essenziali loro.

The Beverleys “Hoodwink

Se Le NOTS decidessero di smussare giusto uno o due spigoli potrebbero suonare come queste Beverleys. L’ep che avevano fatto uscire la scorsa primavera in combutta con gli amici Fucked Up motivava in pieno la definizione di junk punk che le ragazze di Toronto si erano auto attribuite, il nuovo singolo ce le restituisce con giusto un pizzico di vena pop nella voce della cantante tale da allungare sul loro suono ombre di Hole e Breeders. Poi ad ogni passaggio della strofa Outta my head/ Outta my heart/ Outta my skin la cantante si lascia andare facendo salire i giri fino al finale tutta raucedine e carta vetro. Nome da segnare e tenere d’occhio.

Dream Police “Hypnotized

Postare cinque canzoni di cinque gruppi femminili sarebbe stato a questo punto uno stereotipo. Come dire che la musica suonata dalle donne rappresenta un genere a se stante rispetto a tutto il resto. Tipo la musica italiana. Magari un po’ è anche vero. In ogni caso i Dream Police sono uno spin off dei The Men Nick Chiericozzi e Mark Perro, progetto nato nel 2010 e mai sboccato in una produzione non fosse altro che un singolo pubblicato su cassetta. Leggermente provati da cinque mesi di tour ininterrotto in giro per il mondo con la band principale i due hanno deciso di buttar fuori un disco che giustifichi la parola dream nel loro nome e motivi l’hypnotized scelto come titolo: un incrocio tra Wooden Shjips e Spacemen 3 da ballare seguendo il ritmo sintetico di una drum machine.

ARTURO COMPAGNONI

 

Fiver #01.08

Juliw's Haircut

Julie’s Haircut

Scrivere il Fiver è una figata. Si ha il privilegio di scegliere 5 canzoni. Senza preoccuparsi di niente e nessuno se non del proprio gusto personale. È un po’ come fare le classifiche di fine anno a cadenza settimanale, per la gioia del nerd che alberga dentro di noi.  È diventata consuetudine scrivere una breve introduzione, inoltre. Che spesso e volentieri non c’entra nulla con le canzoni che seguiranno. Non ci siamo dati regole: possiamo scrivere quello che ci pare insomma.

Questa settimana ne approfitto allora per parlare dei Julie’s Haircut. Non c’è una ragione particolare, anche in questo caso. Nessun album nuovo o brano inedito da celebrare. Ma ci sono cose che vanno dette, anche a distanza di tempo. Nonostante la cronaca spicciola non aiuti.

Non li conosco personalmente i Julie’s Haircut anche se una volta li intervistai, all’epoca del loro debutto discografico. E sono passati un bel po’ di anni. Da quei giorni mi sono sempre e solo limitato a seguirli da lontano, ascoltando i loro dischi, che mi sono piaciuti tutti, senza eccezioni. L’ultimo della serie in maniera particolare. È un disco del 2013 che si intitola Ashram Equinox. Un lavoro per certi versi troppo avanti e troppo bello per essere davvero apprezzato in queste lande desolate. Ricco di sfumature, influenze ed ambizioni, è un album che merita e pretende che ci venga investito sopra del tempo. Solo a quel punto si verrà ripagati pienamente e non c’è nulla di meglio di qualcuno che non ha timore di mettere la propria ambizione in primo piano, che si prende dei rischi ed allarga i confini. Dal vivo mi hanno steso in maniera definitiva, inoltre. Chiudendo un concerto strepitoso con una cover dei Joy Division, Heart & Soul. Mi hanno lasciato metaforicamente in ginocchio, con i pugni stretti di rabbia pensando a tutti quelli che identificano l’indie italiano con Brunori.

BLONDE REDHEAD – No More Honey

Bastano pochi ascolti e mi torna in mente il motivo per cui ho amato così tanto i Blonde Redhead in passato. Toccano tutte le corde giuste in questa nuova canzone, la prima da quattro anni a questa parte. E si ritrovano tutti gli ingredienti di un tempo: la voce flebile della cantante, le chitarre dissonanti, la melodia mai banale. Sembrano tornati alle ambientazioni dei primi lavori, inoltre. Meno atmosfere, meno spazi ma una maggiore cura compositiva in senso classico. Un grande ritorno, dai.

J MASCIS – Wide Awake (feat. Cat Power)


J Mascis è dio. E può permettersi qualsiasi cosa. Del resto ha conquistato sul campo un credito sconfinato che nemmeno un paio di album appena sotto l’eccellenza hanno potuto scalfire. Piace poi quell’ alternarsi tra molto elettrico con la band e il quasi acustico da solista. Adesso è il tempo delle spine staccate e gli ospiti d’eccezione: Cat Power, nel caso di questa canzone  che si limita comunque al presenzialismo di classe. Il resto lo fa la solita melodia e la solita voce strascicata. I soliti ingredienti che regalano brividi da una vita, insomma.

DEERS – Bamboo

Quattro ragazze MOLTO carine di Madrid. Il parere autorevole di Stephen Pastels a fare da garanzia. Sinceramente non mi è servito nient’altro e nonostante il tutto suoni amabilmente sgangherato e fragile allo stesso tempo mi pare ugualmente irresistibile. Una di quelle canzoni che non ci fanno domandare se, come e quando. Adesso, per i prossimi 4 minuti scarsi è l’unica cosa che conti. Domani magari ce ne saremo già dimenticati ma, come detto, non ha nessuna importanza.

KAREN O – Rapt

Questo rischia di trasformarsi in una delle sorprese dell’anno, poco ma sicuro. Il disco solista di Karen O, che con la sua band (Yeah Yeah Yeahs) al contrario mi scivola addosso senza lasciare tracce. Sarà perché questi due minuti scarsi mi sembrano un demo di PJ Harvey o forse perché un album intero dedicato all’innamoramento giovanile mi pare un’idea semplicemente seducente. Fatto sta che avrò pigiato il tasto play almeno venti volte consecutive. Per un paio di giorni di seguito.

ICEAGE – The Lord’s Favourite

Se questo è il nuovo corso toccherà seguire attentamente quello che Iceage ci proporranno in futuro, un gruppo che sembra avere in serbo un bel cambiamento di stile. Dal punk sparato in faccia dei due album pubblicati fino ad ora a questa ballata country ubriaca che pare un brano inedito di Birthday Party. Canzone sorprendente.

Cesare Lorenzi