I dischi che piacciono solo a me, credo #38

SUSHIROBO – Drawings And Garbage Structures (Pattern 25 Records, 2002)

Ho un buco nero nella memoria riguardo l’inizio del millennio. Un bel buco nero. Pur se timorato di Dio, ascetico e praticamente rinchiuso in casa come Kafka e/o Lovecraft (e poi mi parlano di Kalsarikännit, puah!) non ho ricordi di come mi fossi posizionato nei confronti del mondo. Non pervenuto, in pratica. Rinviato per impraticabilità dell’anima. Chiuso in spogliatoio tra il primo e il secondo tempo a lucidar tacchetti. Facile che mettessi una tantum qualche dischetto in giro per i locali, facile anche che – negli stessi locali – andassi a sentire dischetti altrui, ma per il resto ho un vero e proprio groviera nelle sinapsi. Ricordo il Millennium Bug e un ultimo dell’anno (anzi: del secolo. Anzi: del millennio) finito bruscamente alle 23.30 manco fosse stato organizzato da Filini, ma poi passo direttamente all’ergersi dei Franz Ferdinand e ad una stagione estiva dove miscelavo sapienti armonie in riva al mare, interrompendo un ridicolo periodo leopardiano. Vacca boia, chissà che ho fatto in quei quattro anni, oltre a comprare dischi intendo. Un trasloco, forse. Sì, probabile un trasloco. Un trasloco e un cane. Non contemporaneamente che all’autolesionismo c’è un limite. Probabilmente è proprio in quel punto preciso che ho cominciato ad invecchiare, quella linea sottile di disagio lungo la quale sei costretto a scendere a patti (minuscolo, ergo non il comune in provincia di Messina) con l’assioma che, se prima in qualche modo precedevi o affiancavi, poi sei consapevole di andare a ruota. Lo fece anche David Bowie con Let’s Dance, quindi mi sentivo in ottima compagnia. Poi, siccome sono conscio d’aver picchi da oceanopatico (una variante liquida del meteoropatico) a intervalli regolari oscillo tra questa e quella sponda dell’Atlantico. Ergo sono sicuro che l’arrancare nel 2000 coincidesse con una decisa sterzata verso gli Stati Uniti (ci vorranno gli Art Brut per riportarmi ‘di qua’. A proposito: Eddie Argos è tornato!) e ve lo posso confermare tramite un disco. Un unico, preciso e insostituibile disco (anzi, due: ci aggiungo l’esordio degli Ima Robot). Un disco che non ascolto più dai tempi degli Art Brut (appunto) ma che mi diede un buon motivo per entusiasmarmi cum grano salis.

Ne scrissi pure, al tempo. In maniera scomposta e con la fregola che non dovrebbe mai essere appannaggio di chi vuol godersi appieno qualcosa, che “la gatta frettolosa mise al mondo i gattini ciechi” soleva dirmi una rigida e teutonica professoressa di matematica. Ne fui talmente conquistato da espormi – vado a memoria – pronosticando un probabile fulgido avvenire ignorando che di lì a poco sarebbe arrivato un secondo album (The Light-Fingered Feeling Of Sushirobo, Pattern 25 Records, 2003) esattamente identico al primo e poi ciao. Questo dovrebbe farvi sempre dubitare delle mie parole, ne convengo.

Parlavo di stelle senza polvere, nei confronti dei Sushirobo. Per il coraggio geografico (venivano da Seattle ma si tenevano sdegnosamente lontani da chi sapete voi), per seminare un prato che molti avrebbero di lì a poco calpestato (dalla DFA al p/funk assortito e tutto) e molti avevano seminato prima (Gang Of Four; Devo, Wire), per una ‘sporcizia’ di fondo e un tellurico abbraccio al ritmo, che fosse quello dei Liquid Liquid, del Pop Group o persino delle Pulsallama. Forse facevo mia, con poco acume, tutta la retorica delle camicie di flanella e delle muffolose marmellate di perle, dimenandomi in un guado freddo e piovoso come la città dalla quale provenivano. Sono quasi certo che la affrontai in maniera asettica, senza alcun brivido emotivo, autismo sonoro che – a rileggermi ora – pare non si sia ancora staccato di dosso. Ne facevo lungo panegirico sciocco, ritrito e pure poco professionale, concentrandomi appunto sulla dicotomia geografica, entusiasta di veder recapitare da quell’agglomerato urbano qualcosa che esulasse dai fasti degli anni novanta. Cianciavo di rinascita musicale (ma si puote essere più scemi? Star chiusi in casa può far molto male). Scrivevo che avrebbero potuto diventare enormi. Come no. Difatti ora non so più come cavarmela per uscirne indenne, del resto che credibilità puote avere uno che liquidò i Blur di There’s No Other Way con un secco ‘di questi tra un anno non si ricorderà più nessuno’.

E allora il PD, eh?

Lo riprendo in mano ora quel Drawings And Garbage Structures, e quasi concordo con chi – al tempo – ne scrisse come dei Devo continuamente affaccendati a rifare i pezzi degli Alien Ant Farm. Sghembo elettrorock glassato da bass line (sebbene il libretto riporti un bizzarro: No Synthesizers), space rock e post-punk. Ritmi aguzzi, geometrici intarsi. Un insolito e limaccioso concentrato di architetture digitali, futuristici spaccati e chitarre robotiche prese da qualche sgualcito spartito di Keith Levene; qualcosa che spinge in avanti col capo rivolto all’indietro. I Clinic ecco, volessimo proprio trovare una pietra di paragone o un contraltare europeo adeguato; solo che Sushirobo è (era) creatura più rozza, sporca, rugginosa, metallica, approssimativa e viziosa, e – laddove i britannici erano soliti indulgere in stacchi, ottovolanti ritmici e saliscendi perigliosi – i nostri sputavano melma dal sapore new wave (Two Girls, un technopop schizoide), scarnificavano la materia (sentire Rat Or Mole?, punto d’intersezione in levare tra Gang Of Four e De La Soul) declinando in più passi (s)ballate noise, liturgie fumose e ultimi frammenti di corpi rock (Greasy, Grass Pagoda). I due minuti di Garbage Structure (posta in apertura) è un apocrifo Beck senza se e senza ma, eppure The Candidate ne prende le distanze sdegnata e Fruit Files pare provenire da un vecchio catalogo della Y Records, sempre che i Duran Duran avessero inciso per l’etichetta. Royal Taster Of Food vaga da qualche parte, tra i Cure di 17 Seconds e il post-rock; The Bluer Their Eyes è la loro House Of Jealous Lovers, rallentata nel tempo e nello spazio mentre Atmospherics riporta come data di scadenza 1981, tanto è immersa nella new wave più classica.

Senza mai perdere d’occhio la struttura del formato canzone e con le orecchie ben salde su melodie oblique schiavizzate da chitarre in aceto i quattro (Barry Shaw, Dave Einmo, Rick Roberts e Clay Martini) andavano a sfoderare un interessante album di tormentati quadretti d’angoscia ritmica, nel quale l’inclusione di una pregevole versione prossima al gotico di I’m In Love With A German Film Star – perla dei dimenticati Passions, Anno Domini 1980 – certificava vaporose paternità spiazzando piuttosto ed anzichenò. Come si scriveva poc’anzi: figlieranno un niente e con spermatozoi simili a lemmings, pronti ad immolarsi di lì a poco per peccati non certamente ascrivibili a me.

Insomma, a chi avrei potuto consigliarlo un album così, allora? Quando tutti volgevano il capo verso Ladytron, Liars, Wilco e Interpol? Passò quasi inosservato (le visualizzazioni su Youtube sono prossime allo zero ancor’oggi), e anche io non ricordo più granché. A parte gli Art Brut, che in questa rubrica non entreranno mai.

Michele Benetello