That was the river, this is the sea (Fiver # 02.2018)

Da piccolo il mare non lo sopportavi proprio. Troppo sole, troppo caldo, troppa umidità, troppa gente, troppo timore della profondità del blu. Tutto troppo insomma.
La curva che smussò i tuoi spigoli ti si parò davanti in un periodo e in un luogo precisi. Con qualche ricerca e senza nemmeno troppo sbattimento saresti anche in grado di recuperare la data esatta della svolta.
Fu quando i weekend cominciarono a gonfiarsi lungo un determinato spicchio di spiaggia della riviera di Romagna. Quella lingua di sabbia che si estende insolitamente larga tra la pineta e il mare dell’ultimo lido a sud del canale Candiano, la striscia d’acqua che collega Ravenna all’Adriatico e separa la sua Marina da Porto Corsini.

Exploded View “Summer Came Early
https://youtu.be/o7S71zlVOUM

Erano gli anni che liquidavano il vecchio secolo consegnandoci al nuovo millennio, ebbri di aspettative che a ben vedere non avevano alcuna ragione di maturare. Già allora ti sentivi vecchio. Un matrimonio seppellito senza troppi rimpianti, diversi ponti fatti saltare dietro le spalle e un dinamismo sulla scena che durava da troppo tempo e che per questo pensavi fosse destinato ad estinguersi di lì a breve.
Probabilmente fu proprio questa convergenza di umori da fine del mondo, oggettiva e soggettiva, che rese quei momenti così maledettamente speciali, riempiendoli di significati che in altre epoche non avrebbero verosimilmente avuto. It’s the end of the world as we know it but I feel fine, come cantava Michael Stipe qualche anno prima.
Stavi bene, ma bene sul serio, bene come non eri mai stato prima e come non saresti più stato dopo. Ma questo allora non potevi saperlo, naturalmente.

Marching Church “Christmas on Earth
https://youtu.be/oooBBiydt4g

Imparasti ad apprezzare rapidamente quella fabbrica di divertimento a basso costo, fatta di due Ceres al prezzo di una e di musica sparata alta da impianti precari quanto lo era la tua vita in quel periodo. Precaria ed entusiasmante.
Non durò tantissimo. Quel carrozzone che si trascinava appresso il luna park dello svago in confezione happy hour, lo archiviasti tempo un paio d’anni. Quelli sufficienti all’ignoranza popolare per trasformare l’improvvisato toga party permanente in un flusso costante di grossolani addii al celibato, con i pullman gran turismo allineati a vomitar fuori un analfabetismo incapace di reggere un tasso alcolico completamente fuori controllo.
Contemporaneamente cominciò ad attenuarsi l’euforia che aveva caratterizzato quel periodo della tua vita.
Pur non essendo faccende direttamente collegate tra loro non puoi ancora oggi fare a meno di notare la convergenza degli eventi, il come le due situazioni fossero andate a sfumare in maniera sequenziale se non addirittura coincidente.
Con una naturalezza che anche a posteriori non riuscivi a spiegarti, cominciasti progressivamente ad abbandonare l’allegra incoscienza che in quegli anni ti aveva temporaneamente protetto dalla noia, dimenticandoti quanto fosse divertente, ma ancor più opportuno, forzare i limiti.
Il timore di farti male superò via via lo spericolato fascino del vivere fino a farti trascurare un particolare di assoluto rilievo: il fatto che la vita in sé, se è vissuta, in ogni caso fa male. E siccome fa male comunque, tanto vale viverla per intero. E’ inutile morire sani se non si è vissuti affogando nei timori e drogandosi di pessimismo.

The Lovely Eggs “I Shouldn’t Have Said That
https://youtu.be/-HXmAleNWBU

Comunque sia di lì in avanti il mare ti è rimasto appiccicato addosso e se le convenzioni che ancora ti zavorrano alla quotidianità te lo consentissero proveresti volentieri a frequentarlo in pianta stabile quel mare oggi, anche fuori stagione. Anzi, soprattutto fuori stagione.
Ti piacerebbe vedere l’effetto che fa in inverno, se somiglia a quello descritto da Ruggeri in quella famosa canzone della Bertè: un concetto poco moderno che il pensiero non considera e che nessuno mai desidera, alberghi chiusi e macchine che tracciano solchi su strade dove la pioggia d’estate non cade mai.

Moon Duo “Juke Box Babe
https://youtu.be/8pDWw7ZVY1s

Riguardo al mare non sei particolarmente sofisticato.
Non pretendi acque di cristallo solcate da pesci colorati e fondali a vista punteggiati dal rosso arancio dei coralli. Se ti capita di nuotare dribblando strane pozze opache in superficie e di scoprire l’orizzonte verso la Croazia spezzato dalla sagoma d’acciaio di qualche piattaforma petrolifera non te ne fai un cruccio.
Lo sai e ti sta bene così, non avanzi pretese fuori luogo.
Non è il tipo di spiaggia che fa la differenza ma è il mare in se che sposta il tuo equilibrio.
Vorresti anche provare ad allontanarti per un po’ dalla tua città e dai suoi meccanismi, giusto per vedere cosa succederebbe. Ti piacerebbe prenderti il tempo necessario per studiare i tuoi automatismi e quelli del mondo che ti gira attorno, un mondo che del resto comprendi sempre meno.
Sarebbe interessante capire quanto potrebbero mancarti tutte le cose che dai per scontate nella tua vita di oggi e scoprire, osservando da lontano la prospettiva come fossi uno spettatore esterno, se nel mondo del futuro si noterebbe di più la tua assenza di quanto si noti oggi la tua presenza.

The Waterboys “This is the Sea
https://youtu.be/VAiOjxkCS0g

Arturo Compagnoni

 

How far is a light year? (Fiver # 28.2016)

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Qualsiasi disco che contenga una canzone come “Ivy” entra di diritto tra i miei dischi dell’anno. Il resto potrebbe pure essere la peggiore schifezza del mondo ma non mi importerebbe.
Sono uno da amori assoluti, immortali, incondizionati e irragionevoli.
Si riapre la stagione del “Fiver” e da un certo punto di vista il disco di Frank Ocean qui potrebbe benissimo non esserci. Dall’alto della nostra presunta superiorità snobistica indiecentrica anzi non dovrebbe proprio starci. Il problema è che è semplicemente un grande disco, uno di quei dischi che bisogna proprio ascoltare per tutta una serie di motivi, insomma. Contiene “Ivy”, ricordate?!

FRANK OCEAN – IVY

Frank Ocean è pura contemporaneità. Ha pubblicato un disco, anzi no, due dischi, in contemporanea. Ma non si riescono proprio ad ascoltare ancora, almeno che uno non abbia un abbonamento ad Apple Music, ed uno dei due dischi è in realtà un video. Poi, vuoi mettere la lista dei credits e gli ospiti dell’album: David Bowie, Kanye West, Jamie xx, The Beatles, Brian Eno, Pharrell Williams, Elliott Smith, James Blake, Yung Lean, Tyler The Creator, Beyoncé  e un tizio che suonava con i Vampire Weekend. Importa poco che Bowie sia citato per la presenza di una fotografia nel magazine Boys don’t cry (ndr: doveva essere il titolo dell’album, cazzo….un’altra di quelle mosse per lasciarti senza difese, il bastardo) che ha accompagnato l’uscita del disco in edizione limitata. E che i Beatles compaiono perchè citati in una canzone.
Fatemelo scrivere subito altrimenti in mezzo a questa lista di credits, di influenze e citazioni me ne dimentico. Ad un certo punto partono i New Order. Non loro, non una loro canzone. Una cosa che ci va tremendamente vicino. La voce è quella di Wolfgang Tillmans, che di professione fa l’ art-photographer, che non so bene cosa significhi ma l’ho trovato su Wikipedia. La canzone si intitola Device Control e va a chiudere Endless, l’album che è in realtà un video. Mettere una canzone così a chiudere un disco è politica che si confonde all’arte. In maniera brillante, incisiva, spiazzante. Altro che musica pop. O forse musica pop come dovrebbe essere sempre se avesse davvero un senso e non fosse solo e semplice intrattenimento.
Frank Ocean è uno che gira con la felpa dei Jesus and Mary Chain, tra le sue canzoni preferite infila i Mazzy Star, Kraftwerk e Nina Simone. Frank Ocean è uno che fa suonare la chitarra ad Alex G nelle sue canzoni.
Frank Ocean ha messo così tanta carne al fuoco che mi ci ha fatto perdere due settimane solo a capirci qualcosa. Frank Ocean ha aggiornato le lancette biologiche della musica pop, insomma. Era tempo che accadesse. Frank Ocean è qui, ora, adesso. Non potremmo immaginarci un prima anche se gli indizi che ci lascia minuto dopo minuto sono sufficienti per comprenderne il percorso. E qualcuno magari potrebbe pure dire che in fondo ci si annoia. Che si tratta di beat nemmeno tanto raffinati. Di synth minimali, chitarre accennate e poco altro. L’insieme peró, ad iniziare da come il disco è stato concepito fino a come è arrivato sul mercato e a tutto quello che ha generato di conseguenza ne fa una roba enorme. E poi, al netto di tutto, rimangono le canzoni. Canzoni come “Ivy”, canzoni da far partire di notte in cuffia, guardare fuori dalla finestra e magari commuoversi senza capirne davvero la ragione.

ULTIMATE PAINTING – SONG FOR BRIAN JONES

Frank Ocean mi costringe a mettere il naso fuori. Fosse per me me ne starei in casa ad ascoltare il terzo album dei Velvet Underground, per la milionesima volta. O ad ascoltare bands che attorno a quel disco hanno costruito il proprio mondo. I Velvet e tutto quello che ci gira intorno, naturalmente. Delicato pop dalle venature psichedeliche appena accennate. ;la migliore musica del mondo, sostanzialmente. Poco importa che questa di Ultimate Painting sia solo l’ennesima riproposizione.

STRANGE RANGERS (Sioux Falls) – SUNBEAMS THROUGH YOUR HEAD

Il solito zelo in materia di politically correct ha fatto in modo che i Sioux Falls abbiano pensato bene di cambiare nome. Di nuovo c’é un EP di 6 canzoni e un batterista, inoltre. I cambiamenti comportano comunque un po’ di novità anche nel suono. Il gruppo toglie il piede dall’accelleratore, non arriva più il solito gancio capace di mandare KO senza neppure il tempo di replicare. Sono 120 secondi di chitarre narcotiche, di voci in falsetto che suonano come un demo dei Modest Mouse. Pezzo magnifico, sottointeso.

MORGAN DELT – I’DON’T WANNA SEE WHAT’S HAPPENING OUTSIDE

Una canzone così non può non piacere a queste latitudini. Quando il pop profuma di psichedelia, di Spacemen 3 e di anni sessanta. Roba che grazie ai Tame Impala è diventata improvvisamente di moda e che ha trovato un pubblico incredibilmente ricettivo. Morgan Delt è un freak californiano, circondato dal classico corollario di ristampe in vinile, b-movie, droghe, strumentazione d’annata e studio di registrazione casalingo. Tutti i cliché al posto giusto, insomma. Ma non si tratta solo di apparenza o di immagine, si tratta di grandi, grandi canzoni. Talmente belle che rimarranno senza discussione tra le migliori dell’anno.

EXPLODED VIEW – ORLANDO

Che Anika avesse qualcosa d’interessante si era capito già all’epoca del debutto discografico e successivamente grazie alle cose fatte uscire con Geoff Barrow (Portishead) dietro la consolle.
Niente a che vedere con quello che è riuscita a fare in compagnia della nuova band con base a Mexico City, però. In questo caso i tizi di Sacred Bones (che la pubblicano) si premurano di farci sapere che di vera e propria alchimia si tratta e cercano di venderci le session di registrazione dell’album (tutto all’insegna del buona la prima) come di una faccenda dai contorni leggendari.
Non sappiamo dove stia la verità e in fondo neppure ci interessa. Certo che il disco (tutto) è senza ombra di dubbio uno dei migliori album uscito quest’anno. Feroce, ricco di sfumature differenti. Suonato con rabbia e attitudine ma anche capace di sorprendenti aperture melodiche. Neanche fosse una versione delle Savages appena più raffinata, più strutturata e ricca di citazioni. Un gran bel sentire, ecco.

Cesare Lorenzi