Dear life, I’m holding on (Fiver 01.2018)

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Tell me, do you feel alive??

Il fatto che se lo chieda uno come Beck, in un certo senso è rassicurante. La domanda è posta immediatamente, tra le pieghe della prima canzone del nuovo album. Dimmi, ti senti ancora vivo?
Arrivati ad un certo punto diventa inevitabile domandarselo, alla soglia dei cinquanta diventa una sorta di passaggio obbligato, posso immaginare.
Il disco di Beck mi è piaciuto perché è un album che si pone delle domande, in qualche caso anche scomode, di quelle che ognuno di noi tende a procrastinare all’infinito. E risponde nell’unica maniera possibile, in fondo. Come è lecito attendersi da un figlio della California come lui, con lo sguardo rivolto sempre avanti. Ci spara in faccia una dose di positività esagerata, senza diventare mai stucchevole. Una maniera per dire che è ora di mettersi il vestito buono, prepararsi ad uscire, lasciare da parte la negatività e celebrare la vita e di conseguenza la musica.
Non mi veniva in mente nessuna canzone che potesse riassumere i buoni propositi di inizio anno che ognuno di noi è solito fare ad inizio anno meglio di questa.

BECK – Colors

Un episodio di qualche mese fa: un concerto, un piccolo club. Sul palco uno che negli anni novanta suonava nel miglior gruppo sulla faccia della terra, i Pavement. Non una roba qualsiasi, insomma. I commenti di tre ex-giovani (tra cui il sottoscritto, naturalmente), coetanei di Spiral Stairs, evidentemente fan della prima ora, sulla prestazione del gruppo erano un misto di cinismo, indifferenza e tracotanza. “Ma dite che alla tipa che balla in quel modo piace davvero?” -indicando una ragazza, presa bene, sotto il palco. “No, quella viaggia con la band”. “Cazzo, sembra una band del dopolavoro ferroviario”…..e via di questo passo.
Una volta giunto a casa mi sono accorto che la percezione della serata era stata completamente differente, in particolare per i ragazzi più giovani. Ho capito che il problema non era Spiral Stairs, che in fondo aveva fatto un concerto discreto, allo stesso modo non era una questione che riguardava l’entusiasmo di quelli che ai tempi dei Pavement probabilmente non erano ancora nati ma esclusivamente dell’atteggiamento fastidioso che avevo tenuto per tutta la serata. Il problema ero io, insomma.

All the colors, see the colors, make the colors, feel the colors
She says
See it in your eyes
All the colors, see the colors, make the colors, feel the colors
Tell me, do you feel alive?

Questa cosa mi ha fatto pensare e non è un caso che ne scriva ora, a distanza di qualche mese. Nel frattempo il nuovo album di Beck non è più così tanto nuovo ma nonostante sia un disco “facile”, di consumo frivolo, da ballare cucinando ha continuato a rimanere stabile tra i miei ascolti preferiti ed è finito nella mia personale top 10 di fine anno (che devo ancora decidermi a fare, tra l’altro). Perché giunge un tempo dove le foto con il broncio non vanno più bene. Il bianco e nero stufa.
La musica ha un valore che è più grande di quello del singolo individuo, è il frutto dello sviluppo di una comunità (anche se una canzone nasce in una cameretta davanti ad un pc) e tutti i nostri “self” vanno lasciati in disparte. Anche se ci costa doverlo fare. La musica, quello che rappresenta, quello che ha significato nella nostra esistenza merita uno sforzo genuino che è una questione di rispetto in particolare verso noi stessi. Il disco di Beck mi ha ricordato tutto questo e non è poco.

TY SEGALL – The Main Pretender

Ho perso il conto, sinceramente. Non so davvero più raccapezzarmi tra tutte le nuove uscite di Ty Segall, tra singoli, EP, progetti paralleli e quant’altro. Quello che mi passa tra le mani lo ascolto sempre, però e spesso finisco per acquistarlo. Una canzone come questa, che anticipa un nuovo album, non può non piacermi, del resto. Ty Segall ha le stigmate del rock’n roll ben impresse nel proprio DNA e non sbaglia un colpo, mai. Neppure se tentasse di farlo apposta.

SHAME – One Rizla

Lo so, ne abbiamo già parlato. Ma questi sono dettagli quando ci prende la fotta giusta per qualcuno. Questa canzone è un SINGOLO. Punto.
Ha un giro di chitarra sentito mille volte, un sapore inizio anni ottanta manco fosse una canzone dei primi Bunnymen purgata dall’anima dark. Il cantante ha una faccia da schiaffi degna dei primi Oasis ma un cervello più fino. Ne viene fuori una canzone da cantare a squarciagola, indice sollevato ad indicare le stelle, come se fosse tutto al posto giusto e tutto avesse un senso.

GRAHAM COXON – Falling

Questa è magnifica. Davvero. Dimenticatevi i Blur e tutto il resto. E’ una ballata classica che regala brividi dal primo all’ultimo istante. Scritta da Luke Daniel, un amico di Graham che si è tolto la vita poco dopo averla composta. Uscita in digitale e su 7 pollici con una parte dei proventi destinati alla Campaign Against Living Miserably. Il nome di Epic Soundtracks mi si para davanti e davvero non mi viene in mente nessun accostamento migliore per fare un complimento a qualcuno. Brividi.

INSECURE MEN – Subaru Nights

Lo devo confessare: i Fat White Family non mi hanno mai colpito più di tanto. Tant’è che quando ho letto di questo progetto di Saul Adamczewski, nato come passatempo o poco più, sono partito leggermente prevenuto. Invece in questo caso l’uomo è andato proprio in una direzione che ha finito per toccare le corde del mio personale gusto: sparita l’irruenza punk un po’ caciarona, mood riflessivo, strumentazione minimale e registrazione low-fi. Canzone sostanzialmente pop ma con un retrogusto amaro, nessuna spensieratezza all’orizzonte, alla faccia dei buoni propositi.

Cesare Lorenzi

Youth (Fiver #37.2016)

Miei cari VECCHI amici, ma che cosa è successo? Non può essere aver comprato una macchina a rate, una casa col mutuo a trentacinque anni. Non avere una compagna, una moglie, una figlia.
Non è un lavoro che non piace, che doveva essere “per un po’” mentre si aspettava Godot, il sogno che doveva materializzarsi quasi da solo, tra una lezione all’università e una canna e sono passati vent’anni.
Cosa vi è successo? Non sono le basette grigie, più soldi messi in banca che sul bancone di un bar.
Vi vedo.
Non camminate mai col naso all’insù, non andate mai a bere in un posto che non conoscete. Non entrate in un locale solo per vedere cosa c’è, chi ci suona. Non vi fermate a guardare una vetrina con vestiti di cui non v’importa più, non fate le file per una mostra, non prendete un aereo per stare una sera in una città che non avete mai visto, solo per sentire suonare uno che ha la metà dei vostri anni.
Mattinate a stare seduti in ufficio a guardare su Facebook le foto delle colleghe divorziate chiedendovi dov’è finita la voglia di andare a ballare, di bersi due pinte in più alle sei del pomeriggio, solo per sentire quella leggerezza inutile e immotivata. Di entrare in un negozio con le mani che non vedono l’ora di sfilare dalla confezione quel vinile appena uscito che non ci potrà essere modo migliore di spendere la prossima ora.
Dov’è che vi siete incastrati? In quale pensiero triste?


Non è fare i giovani, non è sentirsi giovani. Non mi sentivo giovane a vent’anni, figuriamoci adesso che ne ho il doppio.
Non è fuggire dal proprio tempo, dal momento, dal “quello che è stato è stato e ormai”, non è la paura di non essere più il centro del mondo, di una scena.
Lei ha venticinque anni. Parla con la foga di chi ha venticinque anni. Consapevole, decisa, sfrontata come chi ha venticinque anni.
Lei ha un sacco di cose da dire. Ha studiato tanto, viaggiato tanto, amato tanto, vissuto tanto che potrebbe essere più vecchia di me e invece ha quindici anni di meno.
Voi stareste a guardarla perché è bella. Perché è fresca e la freschezza piace anche a chi si è rinsecchito.
I sorrisi che non riempiono di rughe il viso hanno il trasporto di quello non è più.
E voi stareste a guardarla. Solo guardarla.
Non sentireste quell’energia, quella forza di chi si sbatte, di chi corre da sempre, forse perché sa da quando è nata che il bel mondo, quello dei due soldi ma un po’ per tutti, del se finisci le scuole uno straccio di lavoro lo trovi e se poi fai l’università basta aspettare il tuo turno che il culo prima o dopo lo appoggi su una sedia comoda e tranquilla, non c’è mai stato.
Quel mondo che a noi era stato promesso e poi negato, per lei non è nemmeno mai esistito. E allora da sempre va e va e va e corre che non ce n’è se non corri e vivi e ti sporchi e piangi e sudi e ridi fino ad avere il mal di pancia.
Ma voi, imbambolati, stareste solo a guardarla perché quella forza, quella rabbia, quell’energia non riuscirebbe più a passare camicie che sono diventate impermeabili a tutto, che fanno scorrere come pioggia qualunque cosa che anche se vi passa vicino non riuscite ad afferrare più.


Non è la paura di non essere più il centro di un mondo, di una scena.
Ma l’esserne pienamente consapevole.
E allora?
Io cammino col naso all’insù perché sono curioso: voglio vedere chi si affaccia a quella finestra così in alto, immaginare cosa vedrà da lassù, quale disco starà mettendo sul piatto mentre fuma affacciato al balcone, respirando i raggi di sole che lì sotto, nei piani ammezzati d’occasione ma con una stanza in più, lì non arrivano mai.
È sentire il battito, la fame, la voglia così forte che ti contagia, che passa tutta perché la mia maglietta si bagna e non scherma un cuore che vuole ancora sentire quelle vibrazioni che lo fanno tremare come dieci, come venti, come trent’anni fa.
È che io lei non la guardo e basta, mi lascio trascinare da quella foga, quell’energia che ricarica un po’ anche me, che mi fa venir voglia di correre ancora che si può correre senza smettere mai.
È sentire improvvisa la voglia di sorridere per uno scoiattolo che ti attraversa la strada in un parco mentre il sole disegna favole di luce sul fiume e hai voglia di ridere perché tutto, con quella luce, per un momento non può che essere meraviglioso.


E allora basta, vi prego. Basta con questa pippa che “tanto si è già sentito, già visto”. Basta.
Va bene, se mi chiedi quando mi sono emozionato di più in un negozio di dischi è stato il pomeriggio in cui col mio amico Zollo, due nerd quasi metallari in un paesino a scartabellare i cd che i vinili non si stampavano praticamente più, ho fatto partire a tutto volume Dirt, Alice in Chains.
Ed era l’inizio dei novanta.
Che il pezzo che mi ha fatto tremare di più è stato Wake Up, Mad Season. Che ho capito cosa vuol dire suonare una chitarra col sangue ascoltando In Utero, Nirvana con i postumi di un acido in una corriera che andava a Barcellona. Che il film più bello di sempre è Trainspotting e se la gioca solo con Pulp Fiction. Che era stupendo leggere Welsh, il Philip Roth di American Pastoral, il miglior Auster e potremmo continuare così all’infinito. Che c’erano Winona Ryder e Johnny Depp per innamorarsi e le camicie a scacchi e lei col collarino, il vestito nero sopra il ginocchio e i Dr. Martens.
Sì, l’amore è Edward Scissorhands, la musica è Seattle.
Le lacrime i Mazzy Star.
E l’unico uomo per cui potevo perdere la testa era Brian Molko perchè avevo diciott’anni e ancora qualche dubbio e di David Bowie ero già innamorato ma così etereo e distante che non aveva nemmeno un corpo. Lo aveva Ewan McGregor in Velvet Goldmine e se uscivo col boa blu elettrico e le unghie con lo smalto nero era solo perchè speravo di incontrarlo e sedurlo.
Ed era la fine dei novanta.
Ancora adesso se sto male mi guardo i Die Hard col miglior Bruce di sempre.
Sono figlio dei novanta, amo i novanta.
Ma avete rotto il cazzo con sta malinconia da novanta.


E vi perdete Damon Albarn che le cose migliori le scrive oggi, altro che nel novantasei, Sufjan Stevens, Bon Iver, Ty Seagall, i Fidlar, Angel Olsen, Anika e una quantità indefinibile di concerti strepitosi a cui non andrete mai.
Le serie tv su Netflix che noi nei novanta ce le sognavamo.
Sì, lo so che abbiamo avuto Twin Peaks. Poi ci gasavamo con Beverly Hills 90210 e Friends.
Adesso hanno un True Detective e un Black Mirror all’anno.
Gli anni novanta sono stati una bomba, sì. Ma per noi erano tutto solo perché ci abbiamo compiuto i 14, i 17 i 19 anni e avevamo quella foga. Quella della ragazza che voi guardereste e basta perché non volete più sentire. Sentire così forte.
Il mondo non era più bello o più brutto.
Se allora non avessi avuto paura del mondo, dei corpi, degli sguardi avrei viaggiato molto di più, conosciuto molto di più e forse sarei stato più felice.
Ma tutto quello che non ho fatto, non l’ho fatto io. Non me l’ha negato nessuno.
Il mondo ti fa quello che tu gli lasci fare. Me lo ha detto tempo fa una ragazza che in poco tempo mi ha cambiato la vita. Mi ha insegnato a non avere paura.
E allora, come si cantava nei novanta, wake up (not anymore) young man, it’s time tu wake up: gli anni novanta non torneranno.
Nemmeno i nostri vent’anni (e per fortuna, vi confesso io).
Ma nemmeno tutto quello che vi state perdendo.
Non rimanete su quel viso senza rughe, lasciatevi prendere dalla forza delle cose che dice lei, che ha quindici anni meno di voi. Lasciatevi ricaricare le batterie che di strada ce n’è ancora da fare. Ancora un sacco di posti da vedere, musica da sentire, occhi da incontrare.
Tiratelo su quel naso, che il cielo ha sempre da raccontare qualcosa che non sapevi.

Fabio Rodda

The Guns of Brixton (Fiver # 11.2016)

Fat White Family

Fat White Family

A volte c’è differenza tra la qualità della musica che un gruppo suona e le canzoni che quello stesso gruppo scrive. E’ un concetto un po’ contorto ed è una circostanza non frequente ma può capitare, almeno a me capita. Capita ci siano gruppi che mi piacciono ma dei quali non trovo particolarmente attraenti le canzoni. Questo perché ci sono personaggi che non hanno tanto senso per la musica che compongono quanto un significato per come si pongono, per quel che rappresentano, per l’atteggiamento che hanno. Questi tizi non hanno canzoni di cui mi capiti serbar memoria, né dischi che possa catalogare tra i miei favoriti, ma nel complesso mi piacciono. Mi piace ascoltarli e a volte arrivo addirittura a considerarli presenze importanti.
I Fat White Family sono tra questi. Al loro primo album, Champagne Holocaust, mi avvicinai in ritardo e con grandi aspettative dopo il clamore suscitato dalla loro esibizione piselli al vento al Ypsigrock dello scorso anno. Quel disco al primo approccio non mi ha convinto ma non mi sono dato per vinto e ho insistito concedendogli più ascolti di quanti ne abbia accordati a dischi che pur mi sono piaciuti molto di più. Volevo convincermi, ne avvertivo quasi il bisogno. Perché la presenza di un gruppo del genere – almeno stando alle cronache che sino a quel momento mi era capitato di leggere – mi pareva importante, quasi necessaria. Nonostante ciò, a parte un paio di canzoni  piuttosto buone per quanto non clamorose, il resto di quell’album proprio non mi si è appiccicato addosso. Non che sia un brutto disco ma dentro non  ho trovato nulla di più rispetto ad una qualunque opera minore di Gun Club, Birthday Party, Cramps o Country Teasers tipi questi ultimi che per contiguità geografica – scozzesi loro, inglesi gli altri – affinità di intenti e comune fissa per la figura di Mark E. Smith, paiono molto molto vicini ai FWF (ok, i gruppi appena elencati non hanno in repertorio opere “minori”, era solo per rendere l’idea).
La famiglia bianca e obesa ha da poco pubblicato il secondo disco, Songs for Our Mothers. L’ho ordinato  sulla fiducia a scatola chiusa dalla loro casa discografica, prima stampa vinile rosso. L’ho ascoltato e riascoltato ma alla fine poco o nulla è cambiato riguardo l’opinione che di loro già avevo. In più rispetto all’esordio c’è la citazione degli Throbbing Gristle sulla copertina del singolo che ha anticipato l’uscita dell’album, la sua battuta vagamente sintetica e metronomica che a me ha ricordato i Clinic e un generale senso di vaga e alienante rilassatezza che avvolge tutta la prima facciata dell’album. Per il resto i ragazzi – per dirla con parole loro – hanno lasciato sul tavolo un altro invito spedito dalla miseria per il ballo in maschera dell’odio umano: un blues ubriacato col punk, drogato di psichedelia e quadrato con una frazione di folk malaticcio. Roba che detta così sembrerebbe maledettamente figa ma che in realtà sbiadisce finendo applicata a canzoni che alle strette continuano a risultare un po’ anonime.
Quello che cambia nel giudizio di un gruppo del genere è il conoscerli di persona.
La sera in cui ho avuto occasione di incontrarli qualche mese fa ho capito dove sta il punto, un punto personale che come tale non imporrei a nessuno: questi ragazzi non vogliono in alcun modo piacere. E non lo fanno per posa, per crearsi un’aurea di personaggi scomodi e cattivi. Lo fanno perché sono così e non gli interessa essere nient’altro. Sembrano degli hooligan sputati fuori dalla curva del Millwall nel giorno del derby col West Ham con l’intento di scovare qualunque pretesto per menare le mani, niente affatto turbati di trovarsi addosso un fisico che a malapena li regge in piedi: la cattiveria compensa l’assenza di muscoli. Il cantante scatarra parole come grumi di bile misti a birra, suo fratello pare abbia il solo scopo di fracassare le tastiere che qualcuno gli ha imprudentemente affidato in mano, gli altri tre provano a tenere il tempo mentre il sesto in formazione, il chitarrista coi baffi e il dente spezzato, non c’è essendo stato cacciato via giusto il giorno prima. Non danno l’impressione di poter reggere a lungo: troppo disordine, troppa anarchia, troppa tensione, troppo poca correttezza. In un’epoca in cui la virtù sta più che mai nel mezzo – o più probabilmente nella mediocrità – loro sono troppo tutto, estremamente vivi e per questo terribilmente necessari. E questa cosa la apprezzo. Così come ho sempre apprezzato gente come gli Sleaford Mods, i Fall o i Country Teasers. Stessa stirpe: una faccia, una razza. Tutto il resto è noia.

Big Ups “National Parks”

Questo pezzo ricorda molto molto da vicino gli Slint, il che di per se già non è una brutta cosa, il resto del disco (Before a Million Universes, il loro secondo) in realtà è più veloce e se vogliamo anche più spigoloso. Un gruppo che va a spulciare un pezzo di anni ’90 cui pochi oggi stanno pensando. Dal vivo dovrebbero essere un uragano, tra poco arriveranno in Italia, occhio.

Black Mountain “Florian Saucer Attack”

I Black Mountain a casa mia fanno parte di una strana e personalissima categoria di gruppi: quelli che quando esce un loro album mi piacciono sempre un sacco, poi me ne dimentico e li allontano in una casella della memoria che resta chiusa sino all’uscita del loro prossimo disco. A quanto pare il primo aprile sarà il momento di aprire la casella.

Teleman “Düsseldorf”

I Pete and the Pirates mi piacevano parecchio. Soprattutto il primo disco lo consumai per mesi. Per qualche imperscrutabile motivo i Teleman, che hanno in formazione tre ex pirati tra cui il cantante, non li ho finora considerati. Questa canzone che precede l’imminente uscita del loro secondo album però promette bene e credo mi convincerà a dargli un ascolto.

Rendez-Vous “Distance”

Spesso da queste parti ci è capitato di ricordare e sottolineare il rilievo delle etichette discografiche. Sono biglietti da visita importanti. A questi tipi francesi ad esempio non sarei mai arrivato se non me li avesse proposti l’Avant! Records, label bolognese dedita alla accurata ricerca di suoni post punk, dark wave, minimal synth, neo folk (lista presa in prestito dal loro sito).

Pet Shop Boys “The Pop Kids”

Negli early 90’s citati dalla canzone non ero già più un kid e di certo all’epoca non apprezzavo i pop hits, eppure nel testo che scorre sopra le immagini mi rivedo parecchio e il velo di malinconica nostalgia che solleva è di quelli spessi due dita. I Pet Shop Boys stanno tornando, e la cosa non mi dispiace affatto.

Arturo Compagnoni

Ventanni (Fiver #45.2015)

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Out on tour with the Smashing Pumpkins
Nature kids, they don’t have no function
I don’t understand what they mean
And I could really give a fuck
The Stone Temple Pilots,
They’re elegant bachelors
They’re foxy to me
Are they foxy to you?

(Range Life, Pavement)

Un aspetto della critica musicale che non ho mai digerito è il suo costante tentativo di rendere oggettive situazioni che per mille motivi sono invece assolutamente e indiscutibilmente soggettive.
Per critica musicale intendo qualunque tipo di critica: dagli amici che discutono al bar del nuovo Oneohtrix Point Never, al recensore di Pitchfork che glorifica l’ultimo Grimes, passando per l’open space facebook dove un botto di gente si sente in obbligo di dirci qualcosa di più (citazione) riguardo la rilevanza della figura di Kamasi Washington all’interno della scena new jazz internazionale. Chiunque parla o scrive di un disco, esaltandolo o sparandogli contro cannonate alzo zero, lo fa quasi sempre in termini assolutisti, evitando di porre quello stesso disco in rapporto alla propria personale scala di valori, con sfoggio di una competenza qualunquista che a uno come me – ancora ancorato ai tre accordi tre di ramonesiana memoria – pare davvero titanica. Per costoro, cioè più o meno per tutti voi, esistono solo due tipi di musiche: quelle belle e quelle brutte. Niente di più illusorio e fuorviante.
Per come la vedo io se non tutti gli abituali ascoltatori di musica almeno noi fanatici – che come i partigiani siamo sempre meno e arriveremo all’estinzione al massimo tra una generazione, dopodiché nessuno si ricorderà di nulla e finalmente si potrà ricominciare da zero considerando la musica come un accessorio futile alle nostre importanti giornate – dovremmo invece rivendicare orgogliosamente le nostre passioni senza vergognarci di ammettere che di certe musiche non ci interessa nulla, su altre non abbiamo competenza alcuna e alcune altre ancora non ci piacciono per niente non perché siano brutte ma semplicemente perché sono lontane dalle nostre abitudini e dalla nostra sensibilità. In altre parole: non sono nelle nostre corde. Chiarito questo dovremmo però evitare di frantumare i maroni agli altri criticando dischi che già in partenza sappiamo non avere le caratteristiche che apprezziamo e viceversa non dovremmo cercare di convincere il mondo circa la bontà di certe canzoni che sappiamo benissimo piaceranno solo a noi e ai nostri compagni di merende.

In questi ultimi mesi, per dire, mi è capitato diverse volte di imbattermi in celebrazioni dedicate al ventennale dall’uscita di dischi ritenuti particolarmente significativi da qualcuno. Delle due l’una: o sono diventato improvvisamente sensibile all’argomento e dunque faccio caso a queste feste di compleanno cui prima non prestavo molta attenzione, oppure il 1995 è stato un anno incredibilmente prolifico sul versante dischi capolavoro.
La cosa mi ha colpito perché a me viceversa gli anni ’90 più o meno nella loro interezza non è che siano piaciuti un granché. E i dischi usciti in quel periodo cui sono più legato – Screamadelica, Slanted and Enchanted e Nevermind a parte – non sono quelli di cui vengono abitualmente celebrati i ventennali. Senza pensarci troppo su, i primi titoli che mi vengono in mente sono Painful e I Can Hear the Heart Beating as One degli Yo La Tengo, i primi due di Built to Spill e Modest Mouse e gli ultimi due dei Beat Happening, i Teenage Fanclub di Bandwagonesque, la discografia completa di Make Up e Bikini Kill. Tutta roba, ne sono conscio, ritenuta memorabile da una percentuale di pubblico assai marginale.

Ho una teoria sul perché i dischi usciti negli anni ’90 a me piacciano abbastanza poco e sul perché personalmente non serbi un gran bel ricordo di quegli anni. Una teoria che ovviamente non ha nulla a che vedere con la qualità della musica prodotta in quegli anni, viceversa ha molto a che fare con la soggettività che guida i giudizi: ad inizio decennio ho sostanzialmente cominciato a diventare adulto, salvo poi tornare sui miei passi alla fine di quella stessa decade. Un processo di andata e ritorno che ha richiesto una fatica fisica e psicologica notevole: il servizio civile al sindacato dei metalmeccanici (è una storia lunga e non vale la pena raccontarla), la faticosissima chiusura del corso di laurea, il lavoro in radio, quello al giornale e poi quello vero per pagare i conti e le bollette, un matrimonio fatto e poi disfatto, una convivenza e poi un’altra convivenza, quattro traslochi e probabilmente qualcos’altro che al momento non ricordo. Tutta roba stressante. In un contesto del genere la musica, che allora come ora e sempre rappresenta per me una costante colonna sonora alla vita, è stata in qualche modo inquinata dalla vita stessa. Una spiegazione da romanzo e frutto di una mente che definire contorta è dir poco, me ne rendo conto. In ogni caso lascio a voi che in quegli anni non eravate ancora nati o che di quegli anni conservate un ricordo legato alla spensierata pre e post adolescenza le celebrazioni di quei meravigliosi dischi. Io mi accontento di pigiare il tasto start e far calare il braccio del vecchio Technics sopra i solchi del nuovo Fat White Family, magari tra 20 anni i vostri figli ne festeggeranno il compleanno come quello di uno dei dischi chiave di metà anni ‘010. O forse no, ma poco importa.

Fat White Family “Whitest Boy on the Beach

Che poi non è vero. Il disco dei Fat White Family uscirà verso fine gennaio e quindi non ce l’ho e nemmeno l’ho ascoltato in qualche anteprima digitale. Però gira da qualche giorno questa canzone, che mi par di capire sarà il singolo. Nella copertina, ammesso che quella sia la copertina, citano i Throbbing Gristle di 20 Jazz Funk Greats e già solo questo varrebbe loro l’accensione di un cero, facendo d’altronde il paio con quell’altro riferimento che piazzarono nel titolo di un 45 giri (I am Mark E. Smith). La musica ricorda l’asse Spacemen 3/Spiritualized, quindi una roba piuttosto diversa da quella che abbiamo ascoltato nel loro primo album. Chapeau.

Walter “House on Fire

San Francisco è oggi la California che incrocia neo psichedelia e garage punk ibridando generi e persone. I Walter mescolano membri di Ducktails, Meatbodies e Sadgirl e portano in giro le proprie canzoni in comitiva col compare Ty Segall in versione Fuzz. Sixties music attualizzata e rivista in chiave molto affine ai più che limitrofi Oh Sees.

Kelley Stoltz “The Anarchist in Me

A proposito di San Francisco. Stoltz ha 44 anni, un tot di dischi usciti, la maggior parte dei quali per Sub Pop, il suo nuovo invece è appena stato pubblicato da Castle Face: le cose a volte non accadono per caso. Lui è uno di quei personaggi di cui mi dimentico sempre, salvo poi ricordarmene ogni volta che mi capita per le mani un suo nuovo disco, e quello è il momento in cui mi domando immancabilmente perché io non sia un suo fan totale. Questa canzone è uscita come lato b di un singolo di inizio anno. Me ne sono innamorato sin dal titolo. Suonerà al Covo il 12 dicembre: esserci.

Zombiero Martìn “Skins

Gli Zombiero Martìn sono un trio post punk proveniente da Fano, amanti della forma wave newyorkese dei Talking Heads e delle moderne peripezie rock n’ roll dei Thee Oh Sees, l’oscuro amore garage dei Crystal Stilts e la ricerca melodica lo-fi di Best Coast”. E’ del tutto evidente che all’ufficio stampa di questi ragazzi piace vincere facile con me. E ben gliene incolga, altrimenti forse non avrei schiacciato il play sull’ennesimo link che mi arriva a casa. Il pezzo è una bomba, se l’album (Fur Laboratory Skin Maker) varrà altrettanto costoro mi obbligheranno a riscrivere la mia personale geografia dei nuovi suoni della giovane Italia.

Tullia Benedicta “Devotion

Ci sono video perfetti per certe canzoni e canzone perfette per certe immagini. Tullia la ricordo come un volto tra i tanti allineati sul bordo della spiaggia di Marina di Ravenna, uno dei luoghi che tanto amo. Ora la ritrovo a Londra dove vive e fa musica (anche) assieme ai Piano Magic. Anteros è il suo primo disco. In questa canzone ricorda parecchio Zola Jesus, in altre ricorda altro, in altre ancora non ricorda nient’altro che se stessa: un suono sospeso tra nebbie shoegaze e ombre gotiche. Proprio bello.

Arturo Compagnoni