What a drag it is getting old (Fiver #15.2018)

Mi sveglio, vedo i piatti sporchi dal mio letto perché abito in un monolocale, ma se lo chiamo “open space” non sembra più pidocchioso come quando dico “monolocale”. Devo andare a lavoro.
Ho 27 anni, morirò di overdose quest’anno? Dove trovo il tempo di lasciare un segno? Come divento qualcuno? Come entro nella storia? Come faccio ad arrivare al punto che disegnino graphic novel sulla mia vita o che mi chiamino per un film dove il mio ragazzo è interpretato da Michael Cera? Perché devo usare i social per essere famosa?
Perché devo inventarmi le Instagram stories? Io le odio. Come puoi pubblicare qualcosa di cui poi non si avrà più nessuna memoria sul tuo profilo? Perché si cancellano? E perché se si cancellano le fate lo stesso? Non ce la faccio. Non vi sto più dietro. Sembra che tutti facciano qualcosa! Prima la gente che emergeva era quella di cui si riusciva ad avere notizie in generale, come faccio a realizzare qualcosa a cui qualcuno non ha già pensato?
Vans, Pet Sounds e il mio papà hanno già superato i 50 anni. Oggi attacco alle 11.
Mi piace scrivere in stream of conscioussness, come Joyce dai. Solo un po’ più stream of regazness.
Quello che salva le mie giornate sono le nuove vecchie canzoni, cioè canzoni vecchie che però vieni a conoscere dopo, praticamente. Ecco, quelle e le canne.
Anche in combo, soprattutto in combo.

Fumare erba ti mantiene mentalmente giovane, forse immaturo, sconclusionato e codardo, ma pur sempre giovane se te la sai giocare bene. Bere é ormai fuori discussione, ho una digestione lenta, mi tiene sveglia la notte. Anche se così ho perso una valida valvola di sfogo: non canto più gridando con le mani al cielo, non lancio più oggetti sulla folla, non piango più in pista come una drama queen. Sono così vecchia che le canzoni che si ascoltano i cazzo di giovani d’oggi mi fanno sanguinare le orecchie, sono così vecchia che se domani girassi veramente un film americano sarei l’anziana stronza che buca i palloni dei bambini che finiscono nel suo cortile.
Perciò ascolto i Built to Spill del ‘93. Nel ’93 io avevo 3 anni.

L’altra mattina mentre aspettavo un treno al binario mi é venuta voglia di qualcosa al distributore automatico, ma era solo sete d’acqua, così quando ho visto un Kinder cereali posizionato in modo tale che ne avrebbe tirato giù un altro che forse si sarebbe portato dietro pure i bastoncini di riso soffiato al cioccolato, l’ho lasciato lì dopo averlo fissato un po’.
Avevo un gran mal di pancia, e non potevo prenderli per un’altra volta perché stavo già andando dai miei a fare il pieno di cioccolato con le uova di Pasqua.
Mi sono allontanata e mi sono messa ad osservare da dietro gli occhiali da sole una cicciona che appena arrivata a quella terza vetrina ha messo gli spiccioli nella macchinetta vivendo l’avventura che io avevo scoperto ma che io avevo rifiutato. Ha preso i due Kinder cereali ma il riso soffiato è rimasto su. Sento che questa scena emblematica abbia a che fare con ogni mia giornata, e con qualsiasi cosa io non faccia più per il gusto di farla e basta. Perché so benissimo come andrà a finire.
Vorrei sorprendermi ancora, vorrei entusiasmarmi.
A un mio amico che aveva paura di essere friendzonato da una ho consigliato di stare tranquillo, ché tanto ormai non abbiamo mica più l’età di farci degli amici nuovi.
Stanno insieme da tipo due anni.
Sono diventata come le nuove vecchie canzoni, una nuova vecchia me, con nuovi vecchi amici. Il principio è sempre lo stesso, capito no?
Mick Jagger cantava: “What a drag it is getting old”.

Quando sono in giro ho sempre bisogno delle tasche, le braccia mi pesano e non so mai dove metterle. Sono le prime cose che mi risultano superflue quando non so cosa dire. Sento che stanno a penzoloni.
Le conversazioni di cortesia, in particolar modo con sconosciuti e in lingue che non sono la mia, non le reggo più.
Mi vergogno continuamente, per ogni cosa.
Ma parlare a gente più stupida di te serve molto. Lo dimentico sempre.
Io non parlo più molto però. Le femmine mi danno fastidio e con i ragazzi é come se per me nel tempo fossero stati solo dei vaccini, iniettati per resistergli.
Non ho più particolare attrattiva per il genere maschile. Suppongo sia perché sono già innamorata, ma in ogni caso quelli che mi fanno un po’ brillare l’occhio sono solo molto belli, da guardare, come vedere un attore figo alla tv. Cosa potrebbe attirarmi ad uscire di casa ora che bere e rimorchiare non mi attira più?
Mi ricordo quando la mia vita era “Pelli”, “Skins”, la serie tv.
Si lo so che non era inteso così, credo che stesse per “cartine”, ma a me e ai miei amici era una gag che piaceva, erano 10 anni fa, come i Foals in Skins.

Se mai dovessi liberarmi della mia identità un giorno, vorrei chiamarmi Charlie Brown, anche se lo dubito, non esco molto spesso dalla mia comfort zone. Perché rischiare?
Solitamente reagisco solo se tocco il fondo, perché devo risalire su per forza, ma se non sono laggiù sono troppo pigra per volere di più.
Come quella volta che volevo fuggire e ricominciare oltreoceano senza dire niente a nessuno, poi mi sono resa conto di stare già cominciando a fantasticare sull’epico ritorno in patria risuscitando dal mondo dei morti e ho realizzato di essere già dove volevo tornare. Ho comprato un biglietto aereo, ho mantenuto il silenzio a riguardo per sei mesi e dopo mi é passata la voglia. Mi sono fatta una vacanza in personal di un mese, a Los Angeles, poi la stagione estiva lavorando in Riviera e infine ho chiesto la disoccupazione.
Nel quinto cerchio dell’Inferno gli accidiosi hanno chiamato una piazza con il mio nome.

Stefania Capodaglio

French Connection

Savages....e poi lei è planata su di noi.......

Savages….e poi lei è planata su di noi…….

VENERDÌ

Ovviamente sono in ritardo. Stefano sta smadonnando mentre s’infila gli stivaloni di gomma sopra i jeans a sigaretta neri. Carlo, la faccia stravolta di chi ha guidato tutta la notte e dormito qualche ora su di un divano, lo guarda in cagnesco. Che non provi a lamentarsi, due ore a cazzeggiare e poi si sveglia che Thurston Moore sta suonando. Cazzo gliene frega poi a lui di Thurston Moore…
Stefano adesso cammina veloce, ha già preso il braccialetto all’ingresso e salutato Carlo: «dai, non t’incazzare, oh, io scappo sotto al palco, ci becchiamo dopo», che vuol dire “Non mi rompere le palle che devo ascoltare ogni nota possibile prima di tornarcene tutta una tirata in quella città del cazzo che te ami tanto”.
Thurston Moore, piaccia o no, ha sempre questo suono qui, quelle note malate che chiunque riconoscerebbe fra centomila chitarre lo-fi, riverberate, distorte. Stefano prende appunti mentali per le recensione che deve fare per la sua fanzine.
Stefano è alto e magro come un chiodo, lo sguardo sempre un po’ perso sotto i ricci neri che vanno dove pare a loro. Aspetta che Ty Segall salga coi Fuzz sul palco per far finalmente scoppiare il Forte.

Greta è arrivata nel primo pomeriggio: annullato per pioggia il concerto in spiaggia, si è chiusa in una brasserie con Angela e hanno bevuto sidro e fumato sigarette. Poi, appena ha smesso, navetta dal centro e Festival. Se ne sta seduta un po’ a lato del palco grande mentre i Fuzz fanno saltare tutto il pubblico e la terra diventa fango sotto migliaia di stivali di gomma e anfibi e piedi nudi per i più freaks. Lei oggi aspetta solo un gruppo: Timber Timbre che già sa spaccheranno come sempre. Li avrà visti già almeno cinque volte. Di una non è sicura perchè era troppo ubriaca e non si ricorda se dormiva o no mentre loro suonavano.
Greta ha lineamenti decisi, quasi tagliati col coltello, sensuali nella loro forza mitigata da una pelle liscia come se avesse due mesi e non quasi trent’anni. L’insieme le da un’aria dolce e gli occhi che si trasformano dal marrone al verde acceso illuminano un viso che ti colpisce come uno schiaffo.
Non è mai stata a La Route Du Rock e fondamentalmente non ci sarebbe venuta se Angela, che è fissata con ‘sto festival, non l’avesse convinta infilano i tre giorni a Saint-Malo in una vacanza a due tra Bretagna e Normandia. Sono anni che Greta ed Angela si promettono una vacanza assieme senza ragazzi, comitive, party. Solo loro due come quando erano in simbiosi nello stesso banco alle superiori.

La batteria di Ty Segall fa esplodere il Forte e Stefano è già coperto di fango quando Carlo lo trova al banco di uno dei bar: «Carico?»
«Sentito che bomba? Quello lì, qualunque cosa fa è una bomba!».

Angela è in fila dietro a Carlo, con la mano chiama Greta che si alza lenta, l’aria di chi non voleva essere disturbata. Raggiunge l’amica. Davanti a loro questi due ragazzi italiani: uno rosso e ciccio con la faccia simpatica, l’altro allampananto e con gli occhi grandi, un sorriso stampato mentre parla gesticolando. Farà cinquanta chili coi vestiti ma ha qualcosa che la colpisce.
I Timber Timbre salgono sul palco e l’atmosfera si fa magica. Greta corre davanti alle transenne. Angela rimane in fila. Carlo e Stefano parlano avvicinandosi con calma alla folla.
Sulla navetta che riporta in centro Angela dormicchia, mentre Greta ripassa mentalmente la giornata. Timber Timbre. Solo loro. Prima gli esagitati di Ty Segall, i noiosi Algiers né carne né pesce e dopo quella shekerata di Nirvana e post punk, post hardcore post qualunque cosa che sono Girl Band. Quando poi il biondo è salito sul palco jeans azzurri e maglia a righe lei gli avrebbe voluto gridare: «Guarda che non è il ’91 e non ti chiami Kurt», ma è troppo timida per farlo. Poi la semi elettronica: i Ratatat amatissimi dai francesi. Due chitarre inutili su basi alla Moroder. E infine un djset da club qualunque di Rone. Line-up un po’ da riscaldamento.
Ma Timber Timbre valgono la giornata. Suoni da brivido, luci da brivido, atmosfera da brivido. Sempre i migliori.

Carlo cerca di far partire la macchina mentre Stefano sembra morto sul sedile dietro. Ha sbroccato solo alla fine, dopo aver ballato per tutto lo show di Ratatat e ovviamente dopo il pogo impazzito con Girl Band. Solo l’ultimo dj set non gli è piaciuto, o almeno a Carlo pare di aver capito questo dal farfugliamento davanti all’ultima pinta prima del crollo.

SABATO

Sabato il tempo concede una tregua, anzi, le nuvole lasciano posto ad un sole tiepido ed un cielo da cartolina. Greta è in spiaggia quando vede passare Stefano, gli stessi jeans ricoperti di fango, lo stesso giubbino strappato. Non sa chi è, né come si chiama, né perchè ha voglia di fermarlo e chiederli il nome, da dove viene, dove va.
Angela rompe perchè bisogna andare per le otto, che le Hinds non si possono perdere. Come se fossero una band figa davvero. Quattro sbarbe con due accordi. Per fortuna poi The Soft Moon, Spectres, Foals e poi si balla con Avery e Lindstrom. Giornata lunga, Only Real e Kiasmos in apertura, un’altra volta.
In spiaggia suona Flavien Berger e sotto nuvole bianche e leggere tatuaggi, short chiari sopra anfibi, jeans neri e stretti, barbe e Ray-Ban Clubmaster. Il vento spazza via i brutti pensieri e anche Angela sorride: «appena finito questo qui, saltiamo sulla navetta, ok?».
Greta annuisce. Con calma, saltiamo sulla navetta. Dopo un altro po’ di sole. Il ragazzo alto col giubbino scucito sopra la camicia gialla è scomparso tra la gente.

«Dai Carlo, aiutami a travasare il gin!»
«Dove lo mettiamo?»
«Come sempre, bottigliette d’acqua: qui le fanno entrare.»
Stefano ha già fatto diversi anni di La Route Du Rock malgrado di anni ne abbia pochi. A sedici già si era infilato nella macchina di amici per arrivare a Saint-Malo e da allora ogni anno è una tappa fissa: troppo bello quassù, bella dimensione, bella atmosfera, sempre bella line-up. Perfetto per le recensioni sulla fanzine.
«Ma non volevi vedere le Hinds?»
«Già viste, niente di che…»

Angela è in prima fila mentre Carlotta dal palco delle Hinds fa le sue facce smorfiose e non riesce a mettere in fila due parole di francese. Ma poi sorride con gli occhioni blu e tutti i maschietti si sciolgono. E alla fine queste canzoncine da sorriso sulla faccia non sono male.
Ma Greta aspetta tutti i gruppi da lì in poi: post punk, noise, mood dark. Tutto il mondo che ama da sempre, da quando ha scoperto i Joy Division e si è tatuata le linee della copertina di Unknown Pleasures dietro la spalla.

“The Soft Moon e il pubblico è un dancefloor cubo e pesante. Solo da metà concerto parte un pogo selvaggio, ma l’atmosfera è bollente ed esplode sotto l’altro palco con gli Spectres”. Stefano prende appunti seduto sulla paglia che di notte hanno buttato in tutto il Forte per coprire il fango e rendere di nuovo calpestabile il terreno. “Spectres fanno il live dell’anno: energia che colpisce come uno schiaffo in faccia e le prime file sbattono una contro l’altra dal primo all’ultimo accordo”.

Bene così, pensa Stefano. Gran concerti, gran recensione. Spacchiamo. E si fa una bella sorsata di gin. Carlo sarà come sempre a zonzo a cercare inutilmente di rimorchiare. Stefano sta per rialzarsi quando Greta ed Angela passano davanti a lui. La ragazza mora con un tatuaggio sulla schiena si volta e per un attimo i loro sguardi s’incontrano. Lei ha gli occhi di un marrone così intenso che lui non riesce ad alzarsi. Le fa un cenno impercettibile di saluto. Ma lei l’ha visto, lo sa. Lei è bellissima. Stefano prova ad alzarsi per seguirla, il coraggio dettato dal gin già quasi finito, ma lei ha voltato a destra ed è scomparsa tra la folla. Non ricorda il colore della maglia, troppo preso da quello dei suoi occhi.

Greta è ancora stravolta dal pogo e il crowd surfing con The Soft Moon e Spectres quando i Foals attaccano e una marea si lancia verso il palco. Sta andando anche lei da quella parte e per terra, vicino alle transenne coperte di tnt, vede di nuovo quel ragazzo pallido dal sorriso sbeccato. Deve essere bello cotto, visto che non riesce nemmeno ad alzarsi dopo che lei, passando, gli ha lanciato un’occhiata che avrebbe svegliato un morto. Ma non sarà certo lei a rallentare il passo e fermarsi per chiedergli chi è: si svegli il ragazzo. Lei va a ballare e saltare e non smetterà fino all’ultima nota di Lindstrom, un po’ sotto tono come Avery, ma una spanna sopra all’elettronica noia di ieri.
Prende una delle ultime navette. E’ quasi mattina quando lei ed Angela riescono a fatica ad aprire la porta dello studiò trovato su Airbnb. Chiuse le tende e a letto così come sono, che dopo tutto quel ballare, tutte quelle birre e quelle canne offerte dai ragazzi olandesi non ce n’è neanche per togliersi le calze. Si sente una ragazzina. Si sente che chissenefrega. Si addormenta abbracciata alla sua migliore amica, l’unica persona che vorrebbe vicino in questo momento.

“E’ notte al forte e si balla con lo stesso mood con Avery e Lindstrom. La gente resta fino all’ultima nota”. Adesso basta appunti che Carlo non si trova, la recensione del sabato è già tutta in testa dove adesso picchia il Gordon’s. Stefano barcolla verso l’uscita. Telefono scarico. Meeteng point in caso di smarrimenti vari: la macchina. Chissà chi è quella ragazza. Quasi quasi fanculo e salta sulla navetta che sta chiudendo le porte. Magari su c’è quella mora con la copertina dei Joy Division tatuata sulla schiena. Cazzo, Carlo ha le chiavi di casa. La porta della navetta si chiude, un tizio con la pettorina gli dice qualcosa in francese e Stefano barcolla verso il parcheggio.

DOMENICA

Domenica il sole sembra quello vero della riviera e tutti sono di nuovo in spiaggia quando suona Jimmy Whispers. Birrette e chiacchiere e coccole al sole sembrano le uniche cose sensate da fare in un pomeriggio così e Angela è d’accordo con Greta: si va con calma. E’ domenica, sono due giorni che bevono e non dormono un cavolo. Pazienza per The Districts e Father John Misty.
Bisogna essere lì per i Viet Cong di sicuro ma loro non cominciano che alle nove, c’è tutto il tempo per rilassarsi ancora un po’.

Stefano all’ultima nota di Jimmy Whispers sulla spiaggia sta già trascinando Carlo verso la macchina: «dai che oggi non mi voglio perdere nessuno!»
«macchepppalleeeee, ma non hai visto che marea di figa c’è in spiaggia? Ma stiamo qui, magari trovi la tua bella col tatuaggio sotto al collo…»
«Sulla scapola…», poi si ferma: «e tu, che cazzo ne sai dei tatuaggi, di quale mia bella, poi?»
Carlo adesso ha un braccio attorno alle spalle di Stefano e i due hanno ripreso a camminare: «vedi, Ste, tu di notte parli. Da sbronzo, poi, fai proprio i resoconti della giornata. E questa tipa dagli occhi marrone salta fuori ogni cinque minuti, come il suo tatuaggio. Originalissimo, poi…» Stefano fa un lungo sorso dalla bottiglia di plastica riempita col gin: «sei peggio di mia madre…» alza la bottiglia al cielo e sorride: «dai che non ci fermano neanche oggi. Oggi è l’ultima sera. Oggi devasto!».

Greta si trucca gli occhi mentre la navetta fila veloce sulla route nationale. Metà del traffico di ieri: si vede che è domenica.
Eppure al festival il Forte è già murato prima che le bellissime Savages mettano piede sul palco. Potere di quel sound, quella voce e quella carica. E dell’esser così sexy.
Le luci vanno giù. Camille/Jenny Beth lascia intravedere un reggiseno nero sotto il bomber. Fa sesso quasi quanto è bava a cantare.
L’atmosfera è di fuoco, pochi pezzi e lei si lancia dalle transenne e vola sulle mani della gente. Che gioia abbandonarsi al volo sulle teste di sconosciuti. Lasciarsi andare così da fidarsi che ti terranno su. Che ti faranno atterrare senza che tu ti faccia male.
Se anche lei fosse riuscita a farlo prima. Anni prima…
Arriva Angela con due birre. Fuori le fiaschette di vodka nascoste negli stivali: bacio, cin, cicchetto e giù mezza pinta.

“The Districts, niente di nuovo. Father John Misty fascinoso come sempre, ma si perde un po’ su un palco così grande e davanti ad un parterre tutt’altro che pieno da domenica pomeriggio col sole e la spiaggia di Saint-Malo che per una volta che ci puoi stare in costume, chi te lo fa fare di andartene.
Poi Viet Cong, convincenti come ormai consuetudine, scaldano per bene il pubblico che si lancia in massa davanti al palco delle Savages. Jehnny Beth, splendida in jeans e bomber neri e capello lungo fino al mento ingellato indietro, sbraita con un magnetismo mai così potente fino a lanciarsi sul pubblico che, in adorazione, la porta a spasso in un crowd surfing che ormai pare marchio di fabbrica de La Route Du Rock”
Forse l’ultima riga è una stronzata. Però suona bene. Ci si penserà fra un paio di giorni a Milano. Carlo, come sempre, insegue due ragazzine francesi, short a vita alta e linea della chiappa in vista, anfibi e maglia larga e corta.
Stefano lo guarda concentrato sulla recensione che sta abbozzando mentre sul main stage i Ride mostrano i muscoli e mixano vent’anni di rock e shoegaze tenendo testa al live incendiario delle Savages. Stefano è già sbronzo e pensa che non vuol tornare a casa, che deve finire il pezzo per il numero di settembre e ci sono pochi giorni. Pensa alla ragazza dagli occhi d’onice.

I Ride sono un lampo nella vodka. Angela limona da un po’ con un biondo di due metri. Greta è presa bene ma vuole starsene per conto suo. passeggia ubriaca fra gli stand delle case discografiche indie, con le loro stampe numerate, le shopper à la page.Dan Deacon lancia bombe dal palco sul parterre ubriaco. Spunta un materasso che vola sulle teste. Poi sarà solo girotondo tra due palchi per gli show di The Juan Maclean e Jungle. Poi sarà buio. Forse la navetta, come sarà entrata in casa? Angela?

LUNEDI’

Lunedì il cielo è velato ma ancora senza pioggia. Il sole scalda meno di ieri ma l’ultima colazione in spiaggia è d’obbligo: pain au chocolat, flan alla boulangerie all’angolo e un café grand al bar e giù a guardare la marea che finisce di calare per tornare a salire finchè nasconderà la piscina e i trampolini a tre metri.
Greta è seduta sul chiodo coi suoi panta neri sotto una maglia oversize dei New Order che ha tagliato perchè cada asimmetrica e le lasci sempre scoperta la spalla sinistra. Quella tatuata. Si è tolta gli anfibi e sprofonda i piedi nella sabbia grossa e umida di Saint-Malo. I Wayfarer neri ben schiacciati sulle occhiaie che oggi proprio non perdonano.
Angela ride sulla tshirt “stop joking about britney spears” presa qualche anno fa quando gli Heike Has The Giggles aprivano i Gossip all’Estragon. Ultimo bikini, raccontando all’amica il ritorno a quattro zampe sui sampietrini e i tentativi di aprire la porta finchè il vicino, sei del mattino, è uscito sbraitando di piantarla di fare casino e la serratura ha finalmente ceduto facendole volare per terra in casa. Dove hanno dormito.
Greta si guarda intorno. Poca gente. Qualche zaino. Qualche bracciale blu del Festival e abbracci che sanno già di fine estate. Abbassa gli occhiali e guarda il mare. Ed è felice. E’ con la sua migliore amica. Ancora dieci giorni via da Bologna, a spasso per la Bretagna. Disintossicazione da alcol e ressa. Poi si vedrà. Poi ci si penserà.
D’improvviso, davanti a lei appare il ragazzo alto dal sorriso sbeccato. Oggi è più pallido del solito. Arranca con le Dr. Martens basse sulla sabbia. Si volta e per un attimo si guardano negli occhi.

Domenica notte è un mix di luci e suoni nella memoria. Stefano e Carlo rotolano al buio sulla sabbia: hanno fatto mattina con due belghe per guardare l’alba. Peccato che si siano addormentati come sassi all’ennesima canna e li abbia svegliati il vento gelido del mare. Quasi giorno quando s’infilano in casa e dormono qualche ora.
«Cazzo, Carlo! Ho lasciato il giubbino in spiaggia!»
«No dai…Non dirmelo. Non ce la faccio a scendere di nuovo. Fra qualche ora partiamo, devo dormire un po’…»
«Cazzo, che coglione, l’avevo dato alla tipa che poi l’ha mollato lì e io l’ho usato come cuscino…Devo andare a recuperalo! Tu dormitela che poi guidi.»
Stefano è in spiaggia e la giacca di jeans sdrucita è lì appallottolata dove l’aveva lasciata. Stefano pensa che solo lì poteva ritrovarla. Dove in autostrada stanno a destra e se sorpassano mettono la freccia, dove non hanno il bidet ma un festival come quello ha i bagni puliti e con la carta igienica, la paglia per terra se piove e una pinta di birra discreta costa poco più di cinque euro e c’è una navetta gratuita e il campeggio gratuito e puoi portarti l’acqua eccetera eccetera eccetera. Che se lo lasciava al Magnolia cinque minuti ne trovava due. Come no…

Stefano cammina per arrivare al bar e farsi un caffè quando si volta per un istante e incontra gli occhi della ragazza dal collo sottile e la bocca sexy ma dolce. La ragazza con quel tattoo stravisto ma che non gli va via dalla testa. Ha gli occhiali da sole abbassati e, sopra a profonde occhiaie nere, due dischi verdi le illuminano il viso. Cazzo, la ragazza dagli occhi marroni li cambia in verdi. Lei distoglie lo sguardo. Lui rallenta, forse vuole fermarsi: ultima occasione. Poi non la rivedrà mai più. Ma riprende il ritmo del passo e arriva al bar.
Troppo belli quegli occhi, troppo pericolosi occhi che da marrone diventano verdi quando guardi il mare. Quelli sì che possono fare male, altro che il crowd surfing impazzito sulla cassa in quattro di Dan Deacon.
E poi c’è da preparare la recensione anche per Sun Kil Moon, che anche se era giovedì alla Nouvelle Vague era sempre festival e poi c’è da tornare a Milano e quegli occhi sono un guaio. Chissà quali orizzonti hanno visto, vogliono guardare, due occhi così. Un sacco di guai. Un sacco. Fa un sorso di caffè. Si volta verso la ragazza perchè guaio o no, due occhi così non si può perderli per sempre. E poi come fai a dormire la notte se a quegli occhi non hai dato un nome e una storia?
Lei non c’è più.
Lui guarda tutto intorno. Non ricorda com’è vestita. Si è di nuovo fissato sui suoi occhi. Lei non ci sarà mai più. Per un attimo una fitta gli attraversa lo stomaco. Ma poi c’è da svegliare Carlo, tornare a Milano, la fanzine, il ristorante la sera, i party, la vita insomma. La vita senza la ragazza dagli occhi che cambiano.
Un colpo di vento. Stefano sente freddo. Ma gli sembra che venga da dentro.
Un gabbiano becca feroce sulla sabbia ciò che resta di un pain au chocolat.

FABIO RODDA

Mathematic (Fiver # 26.2015)

Foals

Foals

Estate da cyborg. Sembra strano ma d’estate inizio ad avere un rapporto molto più stretto con il computer.
Il caldo a mille gradi mi impedisce di dormire la mattina (i ventilatori, si sa, non funzionano mai come si deve), gli alcolici della sera prima richiedono un consistente tributo in acqua per sedare i bruciori del palato, la testa pulsa e il bisogno di trascinarsi in cucina per ingoiare qualche compressa prende il sopravvento. Insomma mi sveglio molto presto, e con il mare a distanza considerevole (almeno fino a quando sono relegato nella bella città dai tanti portici, ma dalle poche piscine) non posso far altro che avviare il computer.
Il ronzio riempie la stanza, la luce azzurrata illumina la penombra, e ora che si fa? La comunità virtuale langue di notizie degne di nota, di guardare le foto di x o y al mare non ho voglia, dovrei chiudere il computer e farmi un giro a piedi? con questo caldo? No. Meglio spulciare le nuove uscite, qualche band che ha l’ardire di buttare fuori un album in estate si trova sempre. La notizia che più mi colpisce è l’annuncio del nuovo album dei Foals. La brigata di Yannis Philippakis (solo ora rifletto sulle sue origini greche, su come se la deve passare, seguendo questo periodo non troppo florido per gli abitatori dell’Egeo) è ormai arrivata al quarto album ed è incredibile come il loro suono, pur mantenendo una cifra stilistica coesa, si sia evoluto in maniera esponenziale, andando a toccare territori sempre nuovi, insomma i ragazzi hanno sempre dimostrato di avere la voglia e il talento per sperimentare.
Ma non è solo questo che mi colpisce. Non è neanche il fatto che una volta vidi un  loro concerto allucinante in cui proprio Philippakis si arrampico su un traliccio per buttarsi fra la folla. Certo questi sono fattori importanti. Ma no non è questo.  Ogni loro album, con relativo suono, sembra avere il prodigioso potere di sottolineare una fase specifica della mia vita. Anno Domini 2008, Antidotes, piena invasione barbarica delle band indie d’oltremanica, in tv passano un teen movie in cui i protagonisti sono ragazzetti di Brighton, nella mia generazione il sogno del rock n’ troll si rinverdisce sotto le spoglie della coolness inglese. La colonna sonora di  Skins, questo il nome  del telefilm, sono sicuro lo ricorderete, è composta per la maggiore da brani di band come Klaxons e per l’appunto i Foals. Il primo album sfodera un math rock travolgente, pezzi trascinanti ma allo stesso tempo complicati, tempi dispari e voci in falsetto, chitarre suonate con perizia e imbracciate all’altezza del petto, roba da nerd. Forse quel primo album, con la miscela perfetta di indie e math, rappresenta il lavoro più riuscito dei Foals,  o almeno è quello che mi è rimasto più nel cuore. Non che il prosieguo della loro carriera sia in discesa, anzi tutt’altro. 2010, Total Life Forever, i nostri ci riprovano, stavolta alzando il tiro. Abbiamo doppiato la boa del decennio e la sbornia indie sta per smorzarsi, i ragazzi ne sembrano coscienti. Stavolta sfoderano un post-rock confezionato al solito con l’amore per il pop e la commistione con il math, che li contraddistingue. Sono più simili ai Battles che a qualsiasi altra band, lunghe cavalcate che raggiungono momenti apicali di puro sentimento, anche stavolta prova passata a pieni voti.
2013, Holy Fire, forse l’abum che mi è piaciuto di meno, i soliti riferimenti al loro sound passato, ma stavolta c’è una dose massiccia di pop. Non siamo dalle parti di Arthur Russell, ma di sicuro la raffinatezza verso cui tendono lì fa imparentare con diverse band new wave. Tuttavia per me c’è qualcosa che non torna, forse non riescono a essere buoni interpreti del presente come in passato, chi lo sa, il terzo lavoro non è un album brutto ma per me risulta un passaggio a vuoto. E siamo al 2015, nuovo album in uscita ad Agosto e una canzone giù online. Cosa ci riserveranno stavolta i Foals? Da parte mia ho un motivo per aspettare Ferragosto, per buttarmi nelle sonorità geometriche anche sotto l’ombrellone.

Foals “Mountain at My Gates”

Dicevamo il primo pezzo del nuovo album dei Foals. Al principio mi dà una sensazione di freschezza, nonostante si senta anche molta retromania anni ’80 (ampiamente abusata in questi anni). I giudizi ferrei li accantono per un po’, per ora scuoto la testa a tempo.

LA Priest “Oino”

Nella colonna sonora del telefilm sopracitato andava forte anche un altro gruppo ormai dimenticato: i Late of The Pier.  Melodie liquefatte, voci schizoidi, tastierine giocattolo, l’elettroclash fusa con l’indie, la chiamavano indietronica. Purtroppo dopo il primo album tale gruppo, che sembrava promettere davvero bene si sciolse, sparì dai radar. E’ di pochi mesi fa la notizia della morte di un componente della band. Tristezza. Di pochi mesi fa è anche la notizia  di un nuovo progetto di un componente della band. Questo è il risultato, un suono che sembra riaprire il vecchio discorso. Gioia.

Alice Glass “Stillbirth”

Si questa settimana sono in trip con i sintetizzatori. I Crystal Castles si sono sciolti (almeno nella formazione originale), scazzi fra Ethan Kath e Alice Glass. Lei ci riprova da solista, arrivando a vette di cattiveria raggiunte solo nel primo album del duo. Ritorno dell’elettroclash? Staremo a vedere.

Ultimate Painting “Break the Chain”

“Si ok va bene ti fa schifo l’estate però calmati un attimo goditi la vita” direte voi. In effetti avete ragione. Meglio mettere sul piatto il secondo lavoro degli Ultimate Painting, lasciarsi cullare da cotanta semplicità tranquillità, serendipità. Questo è il primo estratto.

Chicos de Nazca “Hey Lord, Hey Babe”

Un paio di Fiver fa ho affermato che conoscevo il Cile solo per Bolano e per i Follakzoid, mi devo ricrede, dietro i secondi si cela un fitto sottobosco di band che sanno cosa significa fare psichedelia. Negli ultimi tempi ho recuperato.

Giovanni Bitetto