La fortezza della solitudine (Fiver # 29.2016)

img_3610
Lo scorrere del tempo scava fossati nella memoria creando crateri da riempire con immagini fasulle e buchi spazio temporali attraverso cui i ricordi scappano via, mischiandosi gli uni agli altri nell’oceano di una infinita indeterminatezza.
Ad esempio avrei giurato che il giorno in cui la Fortitudo Basket vinse il suo secondo scudetto, Giulio fosse appena nato. In quel caso avrebbe avuto senso l’idea di regalarmi un breve momento di stand by dalla mia nuova vita concedendomi una serata di asociale vagabondaggio in riviera.  Quando qualche giorno fa – per  una serie di ragioni che non vi sto a dire – mi sono trovato a ripensare a quella partita,  supponevo fosse questo il motivo per cui quel martedì sera lo trascorsi in completa solitudine sulle spiagge della costa est. Mi pareva l’ipotesi più logica e attendibile. In realtà quel giorno – il 16 giugno del 2005 – Giulio non era affatto nato. Quindi in realtà non ho la minima idea del perché al tramonto mi aggirassi solitario sul viale principale di Punta Marina alla ricerca di un bar con un televisore sintonizzato sulle frequenze di Sky Sport 2.
Non so se la solitudine sia il più delle volte imperfetta, come recita il titolo di quella raccolta dei Diaframma,  certamente è una condizione umana di cui vengono sopravvalutati gli effetti negativi. Per come la vedo io il più delle volte questa ha invece un valore positivo: rende immuni dalla delusione, irrobustisce l’autonomia, incoraggia lo spirito di iniziativa e più in generale evita una serie di problemi che viceversa la promiscuità innesca senza soluzione di continuità.
A volte la solitudine è più che altro una necessità.
Fatto sta che quella sera sbucai in fondo al viale dei Navigatori poco prima che al Forum di Assago venisse alzata la palla a due di gara 4 Milano-Bologna, prendendo posizione su una delle poche sedie in plastica che ingombravano il perimetro interno del Bagno Gianni. La perfetta antitesi della maniera in cui un quinquennio prima  avevo vissuto il primo scudetto dell’amata effe scudata, ingoiato assieme agli amici dalla folla di un palasport strabordante gente.

img_3501

Il Bagno Gianni è uno stabilimento balneare basso, rettangolare e totalmente dipinto di giallo che occupa lo spazio tra il Miramare e il Tiziano a due passi dal Bagno Ettore, unico locale che all’epoca provava a ravvivare la vita notturna locale con qualche timida allusione rock and roll. Quella sera la comitiva presente davanti ai quarantadue pollici al led era costituita da un paio di famiglie in vacanza, entrambe dotate di un bagaglio di conoscenze tecniche della pallacanestro a dir poco approssimativo, e un tavolo di pensionati  distrattamente divisi tra una bottiglia di Sangiovese e una partita a Beccaccino. Di quell’ora e mezza trascorsa al Bagno Gianni sorseggiando con ostentata moderazione il boccale di Poretti poggiato sul tavolino a fianco, serbo una memoria vaga quanto è invece netto il ricordo del fatto che quella sera – non so bene perché – avessi deciso di far implodere dentro di me la lunga successione di sentimenti  che mi animavano lasciando trapelare poco o nulla ai presenti, pur essendo tra questi la persona di gran lunga più interessata all’esito dell’incontro.

Quella partita, per chi se la ricorda, terminò con un tiro da 3 punti scagliato dalla guardia fortitudina di origini panamensi  Rubén Douglas, nel canestro dei milanesi proprio sul suono della sirena di fine gara, difficile stabilire se subito prima o un attimo dopo. L’azione, destinata a ribaltare gli esiti della finale issando la Fortitudo dal meno uno al più due, impiegò esattamente 1 minuto e 6 secondi per essere decifrata tramite il ricorso al replay televisivo, provvidenzialmente introdotto  nella pallacanestro proprio quell’anno. Durante quei 66 secondi straordinariamente emozionanti ricordo di essere rimasto immobile, seduto come se niente fosse mentre lo stomaco si attorcigliava all’intestino avvolgendo cuore e polmoni in un unico e irripetibile groviglio.
Sapevo di essere solo e volevo rimanere solo, in apnea.

Fu quando l’arbitro siciliano Carmelo Paternicò  alzò la testa dallo schermo del piccolo monitor piazzato a bordo campo e sollevò entrambe le mani con pollice, indice e medio distesi ad indicare un 3 che mi alzai di scatto rovesciando a terra in un colpo solo sedia, tavolino e boccale di birra ormai vuoto, lanciando un urlo immagino terrificante per quanto inatteso dai miei casuali compagni di visione.
Corsi fuori nel parcheggio polveroso che separava il lungo mare dalla strada e cominciai a correre.
Non ebbi il coraggio di girarmi indietro e guardare ciò che la mia reazione improvvisa, quasi furibonda nella sua primordiale gioiosità, potesse essersi lasciata alle spalle. Mi è rimasta la curiosità di sapere cosa avranno pensato le due famiglie di villeggianti e il quartetto di pensionati di quel curioso personaggio che in silenzio si era guardato tutta la partita in perfetta solitudine e che alla fine, sempre in perfetta solitudine,  era letteralmente scappato in preda a una nevrotica euforia comportandosi come fosse un personaggio inventato da uno sceneggiatore tossico.
Non lo saprò mai, ovviamente.
Quella sera, sempre correndo con la vista pericolosamente appannata dalle lacrime e la gola corrosa dalle urla arrivai alla macchina parcheggiata sotto casa, salii e misi in moto.
Qualche chilometro più a nord percorrendo la statale srotolata tra mare e pineta, stava per cominciare il concerto dei Magnolia Electric co. e io non avevo alcuna intenzione di perderlo.

Questo post è stato innescato dalla lettura (finalmente!) di The Fortress of Solitude di Jonathan Lethem, tomo che vergognosamente giaceva da 15 anni a prender polvere nella mia libreria, da un ricordo del concerto dei Magnolia Electric co. all’Hana Bi che qualcuno ha pubblicato in rete qualche tempo fa e naturalmente dal rapporto di eterno amore che da sempre mi lega alla Fortitudo Pallacanestro Bologna.

Allah-Las “Could Be You

Mi avessero proposto un gruppo come gli Allah-Las anche solo 5 anni fa probabilmente ci avrei riso su. Al contrario quando li vidi suonare all’Hana Bi mi piacquero senza riserve e pare che la replica di quest’estate al festival Beat di Salsomaggiore sia stata all’altezza. Non so, forse è che invecchiando la classicità retrò non mi disturba più così tanto. O è solo che in questa canzone sembrano così tanto i i Velvet Underground.

Garden Centre “Riding

La gente che sta dentro ai Garden Centre sta o stava anche dentro ai Joanna Gruesome e ai Keel Her, gruppi per i quali nutro una certa affinità, leggo poi che sono anche coinvolti con i Kings of Cats e i Towel, questi ultimi due però non ho idea di chi siano né che roba facciano. Il loro esordio lo hanno pubblicato a fine giugno su cassetta ed è proprio bello. Cento copie. Indie snob del cavolo. Proprio come me.

Cold Pumas “Slippery Slopes

Questa canzone con le chitarre che corrono dietro I tamburi sotto a una voce svagata è proprio roba mia al cento per cento. Apre The Hanging Valley, secondo disco dei Cold Pumas appena uscito per la Faux Discx, etichetta che come senz’altro saprete è la migliore indipendente del Regno Unito. Loro arrivano da Brighton, città che mi evoca suggestioni antiche e sempre piacevoli. Meritano, ascoltateli.

Terry Malts “Seen Everything

Se dicessi che mi aspetto qualcosa di nuovo dal terzo disco dei Terry Malts direi una grossa bugia. Sia perché loro non mi sembrano tipi da suonare qualcosa di diverso da quello che hanno sempre suonato, sia perché io non avrei voglia di ascoltare niente di diverso da quello che loro hanno sempre suonato.

Real Numbers “Frank Infatuation

Chiacchierando qualche giorno addietro con uno dei miei due principali soci di questo blog (non faccio nomi), si ricordava di quando tanti anni fa prendevamo in giro il direttore del nostro mensile preferito (non faccio nomi) perché mentre noi ascoltavamo roba nuova lui era rimasto ancorato a narrare le gesta di certi gruppi, nuovi pure quelli, di meri (secondo noi) revivalisti 60’s. Ecco, oggi quando ascolto e mi faccio piacere gruppi come i Real Numbers, meri revivalisti mid 80’s, credo di essere l’equivalente odierno di quel direttore lì. Che tra l’altro ritengo essere uno dei critici rock più illuminati tra tutti quelli che ancora mi capita di leggere.

Arturo Compagnoni

L’arte di chiamare time out (Fiver # 26.2016)

timeout-fortitudo

Giugno 2016: in gara 3 di semifinale A2 del campionato di Basket italiano, Matteo Boniciolli allenatore della Fortitudo Bologna chiama un time out. La sua squadra affronta gli storici rivali di Treviso e in palio c’e’ la finale per ritornare in serie A1 dopo anni di purgatorio e vicissitudini societarie negative. Il time out è chiamato sul +20 Fortitudo, ma non è un time out normale, è il Time Out Definitivo, è “il time out che tutti gli allenatori avrebbero voluto fare almeno una volta nella vita”, diranno i giornali il giorno dopo.

Chi non è avvezzo al basket può pensare che se chiami un time out sul +20 nel terzo quarto, lo fai per dosare le energie alla tua squadra e dare gli ultimi accorgimenti tecnici.
No, Boniciolli chiama time out per dire ai suoi ragazzi e a se stesso che sono una squadra di stronzi. A mio avviso è il time out che non solo tutti gli allenatori, ma l’umanità intera vorrebbe chiamare almeno una volta nella vita, chi sul luogo di lavoro, chi in casa, chi insieme ad un gruppo di amici o in generale tutte le volte in cui le cose non vanno come noi vorremmo. E’ il time out che chiamerebbe anche Dio pochi minuti prima della fine del mondo, convocando 7 miliardi di persone sulla panchina.
Ma spingendomi oltre in una esegesi personale di questo time out, non sono insulti quelli che si sentono, ma parole di grande affetto. Se chiami time out sul -20 e dici a tutti che sono stronzi, vuoi offendere. Se lo chiami sul +20 è come dire “vi voglio bene, vi voglio così bene che vi do la consapevolezza di essere degli stronzi, così riconoscendo di esserlo non butterete via tutto quello che di buono avete fatto fino ad ora”.

L’introduzione è ardita se si pensa che l’intenzione di questo pezzo è presentare brevemente alcune opere passate al sempre più interessante Biografilm Festival da poco conclusosi a Bologna.
Ci ho ripensato in questi giorni chiedendomi cosa mi spinge nei festival a vedere 30-40 film in pochi giorni, oppure perché voliamo all’estero a vedere un festival musicale, oppure ancora perché troviamo ancora fondamentali nuovi dischi come quello dei Car Seat Headrest o nuovi film come Neruda nonostante siano decenni che compriamo dischi e vediamo opere cinematografiche.
Si può rispondere in vari modi, tutti corretti in quanto personali: lo facciamo per divertimento, per passione, per ricerca di bellezza, per senso di appartenenza, perché quella è la nostra vita (o anche parte del nostro lavoro, nel mio fortunato caso).
Non so voi, ma io nell’ascoltare musica e vedere film mi sento anche meno stronzo e questo lo aggiungo a tutte le motivazioni appena elencate.

Se ti immergi nelle vite degli altri (vedi immersione nel Biografilm) , attraverso le loro storie, che poi sono le storie di tutti noi con le nostre fatiche, le nostre speranze, i nostri sogni e vai a casa con pensieri stronzi, allora sì : sei proprio stronzo e ci sarebbe bisogno di un time out con qualcuno che lo venga a dire in maniera diretta. Ma se il time out diventano le storie stesse, tutto può diventare uno stimolo.

Il Biografilm compie 12 anni e si presenta nella sua edizione “monstre” : 89 film di cui 21 in anteprima mondiale e 26 in anteprima europea, tra cui il grande merito di portare le ultime opere di grandi autori come Ken Loach , fresco vincitore a Cannes, Werner Herzog e Pablo Larrain (che con il suo “Neruda” conferma di essere a mio avviso uno dei più grandi, poetici e visionari narratori del nostro tempo). Guardando indietro, si tratta della mia 11esima partecipazione, il mio interesse nacque nel 2006 con “You’re Gonna Miss Me”: bel documentario sulla vita di Roky Erickson dei 13th Floor Elevators, da allora non si è mai spento e ogni anno in quei 10 giorni di giugno mi sento meno stronzo.
Da alcuni anni , vista l’offerta qualitativa sempre in crescita, il Festival dedica una apposita sezione alle biografie musicali.
Quest’anno sulla carta il programma non presentava storie di artisti a noi vicini (ad eccezione di una mia personale simpatia verso Johnny Cash e di una rassegna Sky di cui parlerò in chiusura); è stato ugualmente un piacere entrare in mondi a me lontani, ma non per questo meno interessanti.

Fedele alla legge del “Fiver” , ecco i 5 titoli musicali che mi permetto di segnalarvi, in attesa dell’uscita in future possibili distribuzioni italiane

Elvis e Nixon
Se siete fan di Elvis state lontani da questo film. Se invece avete di lui la stessa considerazione che ne avevano i Living Colour, allora troverete come me questo film molto, molto divertente.
La storia (improbabile ma vera) è quella del desiderio di Elvis di incontrare il Presidente Nixon al fine di essere nominato Agente Federale contro la droga ed i pericoli derivanti dalla cultura giovanile alternativa negli Stati Uniti. Un altrettanto improbabile, ma molto simpatico, Michael Shannon interpreta Elvis Presley, Kevin Spacey interpreta invece Nixon alla sua maniera, risultando cioè praticamente e spassosamente perfetto.
Un film a mio avviso riuscitissimo. Da vedere, per 90 minuti di ottima e dissacrante commedia americana in cui i miti vengono ridotti a macchiette.

All these sleepless night
Si cambia completamente genere, mood, paese. Siamo a Varsavia, in una Varsavia molto moderna e non più così insipida e noiosa per i giovani come poteva essere negli anni 90 (parole che provengono direttamente dal regista altrettanto giovane Michal Marczak presente al Festival e fresco vincitore – per questo film – del Premio alla Regia all’ultimo Sundance). Una Varsavia invasa dalla musica elettronica, dai club e dai giovani che li frequentano. Marczak si concentra su uno di questi (in stile fiction) e narra una storia fatta di notti passate a sballarsi, parlare, amare, vivere. Non è un film sulla musica, ma che vede la musica (elettronica, tra cui spicca Caribou) come spina dorsale della storia. Un film alla “Sonar “ o alla “Robot Festival”, che infatti risultava tra i promotori della proiezione. Marczak è al secondo film e gira in maniera molto sensuale, un nome sicuramente da segnarsi.

Miles Ahead
Uno dei titoli musicali più attesi alla vigilia, se non per l’importanza della produzione: il Miles Davis scritto, girato ed interpretato da Don Cheadle. Anche in questo caso, non so se il film potrà essere apprezzato dai fan di Davis.
Non risalta quasi per nulla la sua genialità, la sua storia musicale di rottura e innovazione, la sua creatività. Vengono invece accentuati i suoi lati caratteriali, il suo essere tossico, l’atteggiamento da mezzo gangster. Se si può dare un voto 8 al Don Cheadle attore (ottima la sua voce e la sua interpretazione), si fatica a dargli la sufficienza come sceneggiatore. La sua decisione è infatti mischiare avvenimenti realmente accaduti (l’abbandono della scena di Davis tra il 1975 e il 1980) ad avvenimenti inventati (un improbabile furto di sue registrazioni), per un film che nelle intenzioni vuole essere molto jazz, ma che rischia di arrivare allo spettatore medio non jazz, come un’opera confusa e con poca anima.

Strike a Pose
Veniamo ai documentari. Storica colonna vertebrale del Biografilm .
Mai avrei detto di potermi appassionare ad un documentario sul “Blonde Ambition Tour” di Madonna del 1990, il primo tour di spettacolo a 360 gradi che la musica pop ricordi. Il merito della riuscita dell’opera è quello di disinteressarsi completamente del personaggio Madonna e di concentrarsi invece, a 25 anni di distanza, sui 7 ballerini che l’hanno accompagnata per un anno durante il tour mondiale. Ne esce uno spaccato di vita molto interessante e a tratti toccante, sull’essere star a 20 anni ed essere dimenticati a 21, sul chiedersi cosa fare negli anni successivi per riprendersi, sul buttare via la propria vita, sull’Aids che falcidiava negli anni 90. 6 persone (1 dei ballerini è infatti già scomparso) che mettono a nudo tutte le debolezze della loro vita, per un documentario molto intenso e ottimamente costruito.

The Music of Strangers. Yo-Yo Ma & the Silk Road Ensemble
Poi ci sono dei documentari di cui non ti innamori, ma a cui auguri una lunga vita carica di successi in quanto opere importanti. La storia è quella di Yo-Yo Ma, da molti considerato il più grande violoncellista vivente e del suo progetto di “musica globale” nato nel 2000 e finalizzato alla fondazione del Silk Road Ensemble , un’orchestra formata da musicisti provenienti dalle più disparate zone del mondo. Scopo della Silk Road è anche quello di diffondere una cultura di pace e convivenza attraverso la musica e toccando luoghi dove la guerra ha soffocato l’arte. Il documentario è un susseguirsi di immagini , musiche e testimonianze dei grandi musicisti siriani, iraniani, cinesi, europei e americani che compongono l’orchestra. E’ un film furbo, che strizza l’occhio al grande pubblico con immagini e suoni potentissimi, ma non c’e’ nulla di male e se il tutto è fatto per veicolare ottimi messaggi ben vengano queste produzioni (in stile “Real World” di Peter Gabriel, per fare un parallelismo musicale).

In chiusura, segnalo anche la serie inedita Sky “Rotte indipendenti” presentata in anteprima al Biografilm. Si tratta di un excursus sulla musica indipendente italiana attraverso puntate monografiche su Bologna, Milano, Roma e Torino. Il lato nostalgico non è mai stato il mio forte, ma sicuramente la serie è importante sia dal punto di vista di ricostruzione storica, sia per riportare in essere immagini piuttosto rare. La serie è attualmente in onda su Sky Arte e presente anche sulla piattaforma on demand.

Alla fine la Fortitudo non ce l’ha fatta a risalire in Serie A1, si è fermata all’ultimo gradino di finale, Gara 5. Traslando un coro molto caro ai fortitudini, nella vita non si vince mai un cazzo. Ma se si continua a “difendere, pressare, attaccare la palla e passarsela” tutto può risultare molto più sensato e divertente.

MASSIMO STERPI