All we ever wanted was everything (Fiver #38.2017)


E poi correva. Correva. Chilometri su chilometri, ma gli sembrava di non coprire nessuna distanza.
Questa non era una cosa risolvibile con una app, o su cui chiedere consigli in una community.
Avvenimenti terribili gli capitavano addosso. E si trovava terribilmente impreparato alla collisione con la vita vera che dettava i suoi tempi.
Ma non era stato sempre così.
Una Tuborg, patatine e Wafer a cubetti. La cena racimolata al supermercato sul primo binario della stazione Termini. Decine di facce che sfilano sul sedile di fronte come in uno speed date accelerato o rallentato, a seconda dei punti di vista.
L’ultima, una faccia da professore universitario newyorchese che gli chiede, dopo aver concordato sull’importanza storico culturale dei Fugazi, se Bolonia valesse la pena di una sosta.
E se era mai stato a New York.
Si, c’era stato.

FUGAZI – Repeater

Nel 1985 un dollaro valeva circa 2.000 lire e per arrivare a New York senza spendere una fortuna la soluzione che trovò fu tanto audace quanto originale. Roma – Belgrado – New York con la Jugoslavian Airlines. La Jat. Una compagnia evidentemente gestita secondo standard che nell’odierno mercato le avrebbero consentito di durare un paio di settimane al massimo. Non durò molto, in effetti. E non era così sicuro che tutta la responsabilità fosse da imputare alla caduta della cortina di ferro.
Notte di transito in albergo cinque stelle a Belgrado più cena e open bar sull’aereo.
Next time Pakistan Airlines aveva biascicato il poliziotto newyorkese sbronzo di Jack Daniel’s seduto accanto a lui.

LOU REED – Dirty Blvd

Altri tempi. La sensazione netta che tutto avvenisse fuori dalle nostre case: in strada, nei locali, nei negozi di dischi.
Era fuori tempo massimo per la blank generation ma felice di immergersi nelle cataste di vinile da Tower Records sulla Broadway, o nel delizioso negozietto in St. Mark’s Place dove fare incetta di 12” degli Smiths incassando le avance di altri fan (difficile possa accadere mentre apri pagine a caso su Amazon.it).

THE SMITHS – Nowhere Fast

I fermenti newyorchesi di quegli anni li avrebbe scoperti in seguito, per il momento gli bastava avere i Duran Duran che giravano un video sotto casa e ritrovarsi accanto a Helena Christensen (chi? Ok, anni ’80 abbiamo detto) a occhieggiare il set o i Cure che autografavano la sua copia di The Head On The Door su Broadway, troppo timido per dire alcunché anche quando se li ritrovò al tavolo accanto da Arturo’s ad ingozzarsi di pizza with meatballs.
La maglietta dei Nirvana che gli costava un rimprovero nell’Upper East Side come The Most Disgusting Thing I’ve Ever Seen In My Life dalla signora vestita come la Pamela di Dallas.

NIRVANA – You know you’re right

Altro che comunità digitale. Mondi separati che collidono, ognuno ignaro dell’esistenza dell’altro.
L’amara convinzione che all’epoca a Pamela avrebbe saputo cosa rispondere al volo, mentre ora il comportamento più comune sarebbe stato quello di tornare a casa, trovarla sui social e creare un topic per infamarla senza sporcarsi le mani.
Ritrovarsi nuovamente sul binario ragionando sul fatto che forse il punto era veramente tutto qua.
La consapevolezza che quando la vita bussa alla porta, anzi diciamo pure che la sfonda, non puoi salvarla su disco e andartene a letto per poi rileggertela dopo.
E che, ormai, era dannatamente fuori allenamento per queste cose.
O semplicemente vecchio.

BAUHAUS – All We Ever Wanted Was Everything

Massimiliano Bucchieri

Trecento (Fiver #05.2017)

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Ho incrociato i Fugazi dal vivo tre volte e li ho sempre visti suonare in luoghi insoliti.
Una fabbrica abbandonata dietro la stazione della mia città, un campo da calcio di un paese alle porte di Bologna, una discoteca di Modena col pubblico seduto per terra, non ricordo se per scelta o se dietro richiesta della band. Direi senz’altro la seconda, perché di gente che volontariamente decide di starsene seduta durante un concerto dei Fugazi io non ne ho mai conosciuta. Anche gli Evens li ho visti suonare tre volte e anche per loro è valsa la regola della logistica inusuale.

Come qualcuno di voi si sarà certamente accorto con il giornale in edicola questo mese Rumore festeggia le sue trecento uscite. Io invece i miei trecento numeri li bollerò con qualche mese di ritardo, stante il fatto che le prime cose che scrissi vennero pubblicate nel numero 3, quello dell’aprile ’92 con in copertina l’Isola Posse. Erano giusto un paio di recensioni: Galore dei Primitives e Lazer Guided Melodies degli Spiritualized. Poteva certamente andarmi peggio come inizio. Assieme a me cominciò il suo percorso tra la musica di carta anche Cesare, con cui allora facevo radio dagli scantinati di Via Masi 2 sulle leggendarie frequenze di Radio Città 103. Sarebbe interessante ricordare come abbiamo iniziato, giusto per marcare ancora una volta quanto tanto i tempi siano cambiati, ma è una storia lunga e già il pezzo che segue è lunghissimo quindi facciamo un’altra volta. Scorrendo la lista dei nomi che collaborarono a quel numero del giornale mi accorgo di una cosa che già in realtà sapevo: sono rimasto l’unico reduce di quegli anni assieme a Giorgio Valletta e Claudio Sorge. Era una bella squadra e ancora oggi mi sorprende il fatto che io ci sia finito in mezzo.

In tutti questi anni ho raccontato molte storie e su quelle storie avrei altrettante storie da raccontare, alcune interessanti altre meno. Tra le cose che ho scritto ci sono scoperte ragguardevoli e cantonate altrettanto importanti, articoli scritti bene altri decisamente meno. Non mi sono mai spacciato per un giornalista nè tanto meno per un critico. Sono solo un appassionato di musica come tanti e di questa passione ho sempre scritto. Niente di più.
Ogni tanto capita che qualcuno mi chieda qual è, se c’è, un articolo cui sono più legato rispetto agli altri, qualcosa che ricordo con maggiore piacere. E certamente si, ce ne sono. In particolare ce n’è uno che mi è rimasto appiccicato addosso, per una serie di motivi: il soggetto trattato, le circostanze, le persone che in quel momento avevo attorno a me. Lo scrissi poco più di undici anni fa, quella volta che mi capitò di trascorrere qualche giorno con Ian MacKaye in giro tra la nostra east coast e il confine della padania.
Verso tre dita di Grey Gloose nel bicchiere e festeggio, rileggendomi l’articolo direttamente dal file word su cui lo scrissi allora.
Alzo il bicchiere congratulandomi con Rumore per aver resistito tanto a lungo e averlo fatto in tempi così difficili per la carta stampata e complimentandomi con me stesso per essere ancora vivo, anche se molto molto stanco.

The Evens
They’re all punk songs
(pubblicato su Rumore del dicembre 2005)
Avete presente la foto che sta sul retro copertina del primo omonimo disco degli Evens?
E’ una istantanea che ritrae i due componenti della band, Amy Farina e Ian MacKaye, a mezzo busto. Lei indossa una maglia nera a maniche lunghe, lui una t-shirt.
La foto è in bianco e nero dunque non potremmo esserne sicuri, ma giureremmo comunque che entrambi indossino quegli stessi vestiti la sera in cui li incontriamo per la prima volta.

IMMAGINE PUBBLICA LIMITATA
E’ il giorno in cui debutta il mese di novembre, giornata di festa, e al principio della sera il centro di Ravenna è immobile e vuoto. Il Teatro Rasi e il suo cortile paiono essere gli unici luoghi animati nel quartiere. Mentre all’esterno si consumano sigarette, dentro la coppia di musicisti sistema la scheletrica attrezzatura destinata a supportare lo spettacolo che di lì a poco andrà in scena.
Frequentandoli anche nei giorni successivi avremo modo di verificare che la coincidenza tra quella foto di copertina e il loro abbigliamento odierno non è per nulla casuale: lei difatti veste di nero, sempre, mentre per lui la t-shirt oversize è una divisa, quanto il berrettino di lana calcato in testa, la felpa nera col cappuccio a sostituire la giacca e il pantalone tagliato sopra al ginocchio. Immagine pubblica inesistente, come era lecito attendersi, per l’uomo dai pantaloni corti. Ma poi ci accorgiamo che sono proprio quelle braghe, nere anch’esse, e le calze bianche corte che li accompagnano in basso ad azzerare l’aria che il volto di Ian MacKaye ispira. Un piglio da signore che si avvicina all’età di mezzo senza nascondersi, continuando al tempo stesso a ignorare quelle convenzioni che, se non il passare degli anni, quantomeno la propria professione tenderebbero a imporgli: lo scorso aprile ho compiuto 43 anni – ci racconta pochi giorni dopo a Bologna – frequento questo mondo da oltre un quarto di secolo, sia come musicista che come discografico, e non mi sono ancora assolutamente stancato. Certo ci sono giornate che vorrei completamente cancellare, momenti in cui non mi diverto, fatiche che una volta compiute si rivelano poi inutili, ma fondamentalmente quello che faccio è esattamente quello che vorrei fare. La musica per me è una necessità prima di tutto. Vedi, pensavo proprio a questo durante la settimana. A Ravenna abbiamo suonato in un teatro meraviglioso, siamo in giro da mesi, ci troviamo in un paese dall’altra parte del mondo rispetto a casa nostra e mi sono detto: questa è la magia della musica! Oggi siamo partiti da Napoli e abbiamo cominciato ad attraversare l’Italia sul nostro piccolo van. All’inizio del viaggio c’era il sole, un tempo bellissimo, poi inaspettatamente, all’uscita di una galleria abbiamo incontrato un muro di nebbia e pioggia. Improvvisamente abbiamo trovato l’inverno. Guidare in quelle condizioni è stato terribile e il viaggio faticosissimo, ma poi siamo saliti sul palco di fronte a una sala piena di gente che ha apprezzato la nostra musica e tutto è scomparso. Questo è il potere della musica, la sua magia.
Strano tour questo che vede gli Evens introdursi in luoghi non abituati a ospitare esibizioni di artisti rock. La scelta non è stata per nulla casuale: abbiamo richiesto esplicitamente agli organizzatori dei concerti di questo tour di allestire gli spettacoli all’interno di sale che non fossero i classici club, stanzoni lunghi e neri, con poche luci, un palco e la platea in basso davanti. Volevamo qualcosa di diverso in modo da poter rendere gli spettacoli particolari ogni sera. Essendo solo in due sul palco abbiamo bisogno di movimentare le serate utilizzando lo spazio attorno a noi e il rapporto con il pubblico.

TEATRO RASI, RAVENNA
La location di Ravenna, già caratteristica in quanto teatro, è resa ancor più singolare dal fatto che lo spazio del locale è ricavato dallo sfruttamento dell’ala della chiesa di un ex convento duecentesco, poi trasformata in luogo di spettacolo dopo essere stata acquistata dal comune della città romagnola circa un secolo fa.
Il velluto blu delle pareti è lo stesso che fodera le poltrone, mentre il palco incorniciato da drappi rossi è incuneato in un abside del vecchio convento, fondale assai suggestivo all’intera scena: il posto è molto bello e l’acustica è ottima – racconta Ian a concerto concluso – rispetto ad altre situazioni c’è stato un po’ di distacco dal pubblico, troppo lontano da noi. Soprattutto all’inizio la situazione mi pareva strana e abbiamo fatto un po’ di fatica a comunicare, poi le cose si sono aggiustate. I ragazzi dell’organizzazione sono stati perfetti. Sono dei veri appassionati di musica e ci hanno messo completamente a nostro agio.
Certo l’approccio alla serata non è stato agevolato dall’introduzione al concerto fornita da un esibizione del fratello di Amy, Geoff Farina, lo spilungone già apparso sui palcoscenici di ogni città italiana negli ultimi anni con i suoi Karate, deciso a proseguire la sua escursione nel mondo della musica virando verso un folk punkeggiante con i nuovi Arde Core. In queste serate a fianco degli Evens si è vestito da cantautore, intrattenendo il pubblico con un’oretta di storielle abbigliate da canzoni che, complici la comodità delle poltrone e le luci di sala accese, hanno avuto un effetto discretamente soporifero sulla platea, la quale nel frattempo si è riempita interamente nei suoi 500 posti di capienza. L’esperienza di ascoltatori e osservatori del panorama musicale in questi ultimi mesi ci inducono a una considerazione che giriamo a MacKaye, circa la riscoperta della musica folk, intesa nel senso più lato possibile, compiuta da una serie di personaggi anche lontani tra loro per formazione ma ugualmente vicini all’underground rock. Pensiamo in principio alla trasformazione acustica di sperimentatori dark quali Current 93, poi alla angolazione indie della nuova scuola cantautoriale americana che ha in Will Oldham il suo principale profeta, per arrivare all’ultimo avant folk newyorkese proposto da gente del calibro di Devandra Banhart e dai tipi della Akron Family: su questo argomento non saprei che dirti, se stai pensando ad assimilare queste cose al percorso di Evens quella non è la strada giusta. Per quanto ci riguarda le cose che facciamo ora non sono diverse da quelle che abbiamo fatto in passato, Amy con i Warmers e le tante collaborazioni cui ha sempre partecipato, io con le band in cui ho suonato nel corso di tutti questi anni. Le nostre, ora come allora, sono tutte canzoni punk. Solo che oggi le suoniamo in due e non con una band numerosa e rumorosa, dividendoci alla pari i ruoli di cantanti e songwriter. Proprio per questo abbiamo scelto il nome, Evens: uguali. E’ chiaro che stante la peculiarità della formazione il risultato può apparire a volte più vicino a certa musica acustica che non a cose maggiormente elettriche.
E il concerto non tradisce le parole spese da Ian: un ora di musica tesa e rabbiosa, resa ancora più vibrante dai continui scambi vocali tra i due protagonisti, spesso destinati a presentare diversi punti di vista su uno stesso argomento all’interno delle singole canzoni. Una resa decisamente più elettrica di quella che avevamo registrato all’ascolto del disco.
Amy Farina è una batterista d’eccezione, a vederla fuori scena pare impossibile possa trovare la forza di percuotere i tamburi con quel fisico, che definire esile parrebbe puro eufemismo. Ma poi incroci i suoi occhi di un azzurro trasparente, e dentro ci leggi tutta la determinazione di una persona che ha trovato nella musica qualcosa di più di una passione, molto altro che non una semplice professione. Ian MacKaye invece imbraccia una chitarra baritono come ci ha pazientemente spiegato, la sua particolare accordatura gli permette di cavarne fuori suoni che a volte la rendono simile a un basso. Suona seduto su uno sgabello e si agita arrotando le parole e mulinando le gambe, poi discute amabilmente con il pubblico parlando ovviamente di politica, di Bush e Berlusconi, per trasformarsi in entertainer nel trascinare l’audience a ripetere il coro di Mt. Pleasant Isn’t, spiegando il ruolo della polizia nella rivolta di piazza di qualche anno fa a Washington, episodio cui la canzone è dedicata. La strumentazione è quanto di più minimale sia dato incontrare su un palcoscenico da concerto: oltre la chitarra e la batteria un paio di piccole casse amplificate issate su due aste trasmettono al pubblico un suono che Amy controlla direttamente dal palco attraverso un mini mixer. Niente roadie, niente tecnici, niente autisti. Solo loro due.

CIRCOLO PAVESE, BOLOGNA
A Bologna qualche giorno appresso la banda arriva con un paio d’ore di ritardo, alle sette della sera di un sabato pomeriggio da nubifragio. Più o meno l’orario a cui di solito il locale apre le sue porte. La leggendaria Via del Pratello, celebrata letterariamente da Emidio Clementi e immortalata in un paio di film ingenuamente underground, è lo scenario su cui si affaccia il Circolo Pavese, locale che per un certo periodo, tanti anni fa, ospitò la nascente scuola cabarettistica bolognese. Nonostante il maltempo le vie porticate sono ingombre di varia umanità indaffarata nel trascorrere il tempo dentro e fuori i mille locali della centralissima strada.
Diverso lo sfondo, differente l’umore gravato dalla tensione del viaggio. Al Pavese i due Evens si affannano nel montare l’attrezzatura il più rapidamente possibile, mentre sul divano di pelle sistemato a bordo palco Geoff Farina, arpeggia con la sua chitarra in surplace, completando un quadretto familiare inconsuetamente rock, in un immagine d’insieme che farebbe la gioia di un qualunque serial televisivo a stelle e strisce.
La scelta di location alternative comporta inevitabilmente anche la necessità di confrontarsi con locali la cui acustica non è stata esattamente studiata allo scopo di assecondare i suoni di una chitarra elettrica e le rullate di una batteria: l’acustica di questa sala è ingannevole (tricky è l’aggettivo che utilizzerà Ian tutta la sera) c’è del legno dappertutto, il che non sarebbe male, però il soffitto termina con una volta di cemento e il suono rimbomba parecchio – ci spiega con aria pensierosa. E allora il sound check prosegue con i tre musicisti che si alternano a esaminare ogni angolo della sala, mentre gli altri provano a suonare qualcosa a turno dal piccolo palco. Dopo svariati aggiustamenti, quando il trio ritiene aver sfruttato al massimo le potenzialità disponibili, arriva il tempo della cena. Insalata per tutti, rigorosamente verde come si erano raccomandati sia Amy che Ian al momento dell’ordine, nel bicchiere esclusivamente acqua. Inevitabile il riferimento allo stile di vita evocato tanti anni fa da una canzone di Ian, poi divenuta bandiera di una certa area politico musicale: vedi Straight Edge era solo il titolo di una canzone di Minor Threat. I motivi per cui la scrissi sono noti (la morte di un amico a seguito di una overdose) ma non era certo mia intenzione dettare un decalogo di regole sul come ognuno dovrebbe vivere la propria vita, né tanto meno avevo idea che da lì si sarebbe sviluppato un vero e proprio movimento di pensiero che sarebbe poi divenuto scuola. Dal canto mio, certo, ho fatto una scelta di stile di vita ma è una scelta che non è limitata esclusivamente al tipo di alimentazione che seguo, o al fatto che non mi drogo e non fumo sigarette, sarebbe davvero limitante pensare questo. La strada che ho da sempre intrapreso è quella di rendere la musica mia e di chi mi sta attorno accessibile se non a tutti al più ampio numero di persone possibili, mantenendo il costo dei dischi che produco entro certi limiti di prezzo, e quando possibile esercitando un controllo sui prezzi dei biglietti per i concerti. Questo è quello che più mi interessa si sappia, non certo quale è il mio menù quando mi siedo a tavola.
Evidentemente la scelta di locali esterni al circuito rock ha reso impraticabile, almeno per questa sera, la politica di un prezzo minimo per il biglietto di ingresso, dal momento che alla cassa l’obolo richiesto sale a 15 euro, prezzo sicuramente in linea con un qualunque altro concerto ma certo superiore agli standard pensati da MacKaye.
Il prezzo non scoraggia comunque i ragazzi che riempiranno il locale di lì a poco. Interessante constatare ancora una volta la trasversalità anagrafica del pubblico che spazia dalle giovanissime generazioni di ragazzi che mai possono aver visto all’opera dal vivo i Fugazi, all’età vicina quando non superiore alle quaranta primavere di Ian, quella della vecchia guardia indie punk rock, presente compatta a rendere omaggio a una delle leggende viventi del genere. Alla fine nessuno rimane deluso riconoscendo l’anello di congiunzione tra il passato e il presente, constatando come un gruppo quale Evens possa essere in grado di affrancarsi dal confronto con le precedenti esperienze di MacKaye per vivere di vita propria, ancora più nella sua versione da concerto, sempre vivace e spigliata. Grazie anche all’apporto del pubblico che si rivela sempre fondamentale per la riuscita dell’evento, tanto da trasformare il finale dello show in una bizzarra sinfonia di suonerie di telefoni cellulari, assecondando la richiesta che arriva proprio dal palcoscenico.
Il tempo di svuotare un paio di scatoloni pieni dei cd poi la realtà del sabato sera viene ristabilita dagli altoparlanti del bar del locale da dove inopinatamente partono a tutto volume le note di vecchi hit da discoteca italiana.
Evidentemente è arrivato il momento di affrontare la pioggia e prepararsi alla trasferta del giorno successivo.

BARCHESSONE VECCHIO, SAN MARTINO SPINO
Settanta chilometri scarsi separano Bologna da San Martino Spino. Il modo più breve di percorrerli però, è quello che prevede lo sfilare una serie di piccoli paesi collegati da strade provinciali strette e bordate da canali costantemente sull’orlo di tracimare, incoraggiati dalla pioggia che da un paio di giorni non accenna a ridurre la propria intensità. San Martino è un paese in provincia di Modena ma ha attorno parecchie città, ed è da tutte egualmente distante: Parma, Modena, Mantova, Ferrara, Verona, Bologna. Si trova nella zona più settentrionale della bassa modenese, “territorio poco conosciuto perché lontano dai centri abitati più importanti e dalle principali vie di comunicazione” recitano le informazioni del comune di Mirandola.
Come lo definirà più efficacemente MacKaye: a beautiful place in the middle of fucking nowhere.
San Martino in Spino è il paese di Tiziano Sgarbi, alias Bob Corn, alias Fooltribe Records.
Oggi pare un generale in pensione con il suo gabardine fuori tempo, la barba fradicia di pioggia e gli scarponi immersi nel fango. Tra i tanti che conosciamo da queste parti è il personaggio che meglio di ogni altro è in grado di assurgere a ruolo di faro, sia pur sghembo e intermittente, per la folta comunità indie locale. Comunità che, come abbiamo più volte avuto occasione di verificare, è la cosa più simile si possa immaginare a certe realtà americane che ruotano attorno a città come Olympia o quella stessa Washington DC che gli Evens così ben conoscono: per noi il concetto di comunità è importantissimo – afferma Ian Mackaye. Con la Dischord la scelta è stata sempre quella di pubblicare esclusivamente band della nostra città, Washington DC, per lavorare con gente che conosciamo e mantenere un rapporto diretto con le persone. La musica è anche un ottimo veicolo per consentire alla gente di comunicare. Ritengo sia anche uno strumento “politicamente” importante, nel senso che consente l’aggregazione di gente diversa che condivide una stessa passione e trovandosi a parlare di musica ha anche modo di scambiare idee e confrontarsi su argomenti diversi. Gli facciamo notare che ultimamente la scena di Washington ha subito qualche defezione di troppo tra i suoi nomi di punta: allo scioglimento di Black Eyes qualche tempo fa si sono aggiunti i rompete le righe di El Guapo e Q and not U: in città c’è stato sempre grande fermento con gruppi che vanno e vengono, ma quello che importa è che la gente dal punto di vista musicale, si mantenga sempre molto attiva. Voglio dire, Amy suonava nei Warmers, i Warmers non esistono più da tempo ma lei è ancora qui a suonare. Gli El Guapo non ci sono più ma abbiamo i Supersystem, e ancora dallo scioglimento di Q and not U sono già nate tre diverse nuove realtà.
Per arrivare al luogo del concerto si percorre un lungo sterrato, che in una giornata come questa si è trasformato in una poltiglia di fango, schivando i fagiani che attraversano la strada. Il concerto è pomeridiano e l’impressione è quella di essere finiti nel mezzo di una sfortunata scampagnata domenicale al centro di una specie di oasi naturale, una riserva protetta. Tutto fuorché lo scenario di un concerto punk. Il Barchessone Vecchio è una struttura a pianta poligonale che ricorda l’idea di una chiesa incrociata con la tradizione rurale del luogo. Non a caso la gente di qui la chiama la Basilica delle Valli. Mentre gli Evens allestiscono il set, un tendone all’esterno offre riparo ai primi arrivati, al riscaldamento provvedono una dozzina di bottiglie di lambrusco. Poco dopo all’interno del locale scopriamo che il riscaldamento oggi resterà un optional tristemente inutilizzabile: Tiziano ha pagato centinaia di euro per affittare il locale – racconta Ian – e non abbiamo il riscaldamento. Io mi sarei rifiutato di pagare, non importa che cosa sarebbe successo. Siamo tutti esseri umani, i ragazzi qui presenti e noi, esseri umani prima di tutto. Dobbiamo essere trattati e rispettati come tali. Evitiamo di replicare che un gesto simile avrebbe messo in discussione lo svolgimento del concerto e la cosa avrebbe comportato per gli astanti, reduci da viaggi più o meno fortunosi, una delusione certo superiore alla dose di freddo incamerata. Nel frattempo di fronte al pubblico si è seduta Majirelle, giovane cantautrice di casa  destinata a sostituire Geoff Farina nel ruolo di spalla al concerto principale. Timidissima e garbata Majirelle presenta una manciata di canzoni acustiche e molto belle. Ian MacKaye, che potrebbe tranquillamente essere suo padre, si avvicina per chiederci notizie: mi meraviglio sempre quando sento uno straniero che si esprime in inglese. Capisco che sia una necessità derivante dal desiderio di uscire dai vostri confini e dal bisogno di esprimersi nello stesso modo in cui si esprime la musica che di solito ascoltate. Lei è molto brava, mi ricorda una nostra amica di Olympia con cui Amy ogni tanto suona, si chiama Lois Maffeo. La conosci?
Certo che la conosco Ian, il mondo è piccolo sai, e noi siamo sempre i soliti quattro gatti che si rincorrono ai quattro angoli dell’universo. Quelli che si sobbarcano migliaia di chilometri per suonare nei posti più strani, percorrono centinaia di strade per assistere a concerti a volte improponibili e spendono ancora soldi per comperare dei dischi.
Noi siamo quelli che ancora provano un brivido. E gli occhi ci brillano quando un pomeriggio di una domenica qualunque, sotto il diluvio universale, in un luogo piazzato in mezzo al fottuto nulla, ascoltano un ultraquarantenne mito del loro piccolo mondo seduto su uno sgabello introdurre così una delle sue canzoni più belle, quella intitolata All These Governors: questa è una canzone punk… beh, in effetti le nostre sono tutte canzoni punk.

Arturo Compagnoni

La politica del fare (Fiver # 23.2016)


FUGAZILive in front of the White House, January 12, 1991

Dalle mie parti ieri si è votato. Negli ultimi giorni mi sono anche vagamente interessato alla faccenda. Più una questione di persone che di massimi sistemi. Conosci qualcuno che ti piace e decidi di votarlo (il fatto che si occupi di politica è incidentale…). Se queste persone meritevoli di attenzione avessero suonato probabilmente sarei andato ad un loro concerto. Se avessero messo i dischi sarei andato ad un loro dj set. Questo per dire quanto creda alla possibilità di cambiare le cose in questo disgraziato paese.
Con la politica ho sempre avuto un rapporto complicato (vabbè, chi non l’ha avuto?). Ho passato periodi in cui una sigla o, più spesso, una persona mi ha colpito ed ho provato a seguirla, sostenerla. Ho quasi sempre rimediato delusioni più o meno cocenti tanto che adesso il mio interesse è veramente ai minimi storici.
Ma rifiuto in toto la logica del “tanto sono tutti uguali” anzi questa è una frase che mi fa veramente incazzare.
L’eterna giustificazione al non fare, non impegnarsi, non partecipare. Non sono, non siamo tutti uguali.
Rivendico il sacrosanto diritto di crederci ed anche di farmi prendere per il culo.
Ho conosciuto chi ci ha creduto, non importa a cosa o a chi, rinunciando spesso a molto se non a tutto uscendone quasi sempre con le ossa rotte: queste persone hanno tutto il mio rispetto.
Poche sere fa al No Glucose Festival mi guardavo un po’ intorno. Un piccolo miracolo pensavo.
Un po’ di convocazione via social. Un po’ di passaparola. Centinaia di persone accorse. Tanta passione. Il piacere di partecipare, di esserci. Certamente l’interesse per la parte artistica della faccenda ma anche una presenza per rivendicare un orgoglioso senso di appartenenza. Certificare e ripagare l’impegno di chi si è sbattuto oltre ogni assennato ragionamento. Un atto politico per certi versi. Contro l’anestetizzazione delle nostre vite quotidiane.
La politica del fare.
Con un ragionamento veramente ardito e che non vuole essere irrispettoso, dettato da qualche gin tonic di troppo, mi sono venuti in mente i Fugazi. Sì, i Fugazi che improvvisano un improbabile palco sopra a cartoni per la consegna del latte e che sotto una pioggia torrenziale mista a neve nei primi giorni del gennaio del 1991, nella Washington di Bush Senior popolata da migliaia di senza tetto che sotto quella neve e pioggia gelata ci devono convivere quotidianamente loro malgrado, sfidano l’ipotermia e l’elettrocuzione urlando davanti alla Casa Bianca la loro rabbia contro le dissennate spese militari americane all’alba del tragico abominio del Desert Storm. Il filmato ancora oggi mi mette i brividi. Duemila anime che saltano e urlano. Nessuno ci ascolta? Urliamo ancora più forte.
Ecco, il mio rispetto va, ancora e soprattutto in questi tempi disperati, a chi prova ancora ad urlare, malgrado tutto.
A chi sceglie la politica del fare.

HIS CLANCYNESS “Pale Fear

Fare, mettersi in gioco. Jonathan Clancy è un buon esempio di questa attitudine. Abbiamo vissuto le varie fasi della sua crescita artistica e testimoniare questo nuovo, entusiasmante approdo è veramente gratificante. Seriamente, questo pezzo è una bomba.
Si muove inizialmente su coordinate scarne, quasi tribali con una percussione che porta alla mente il nome Vietcong ma che ben presto schiude la porta a tastiere e ad un crescendo elettrico scrosciante. Il cantato porta alla mente un precipitato di riferimenti era new wave ma alla fine rimane sorprendentemente originale. Fino al minuto 2:43 dove il suono prende il volo con un aroma pavementiano che mi uccide ogni volta. Per scrivere queste righe ho ascoltato questo pezzo in loop una trentina di volte. Ora che ho finito chiudo il foglio word e mi metto comodo. E me lo riascolto altre trenta.

AMBER ARCADES – “Fading Lines

Con alla porta degli europei di calcio nei quali schiereremo, forse, la rappresentativa azzurra più scarsa di sempre si può trovare motivo di consolazione nel pensare che c’è sempre chi sta peggio di noi come gli olandesi, inopinatamente eliminati durante le qualificazioni. Ho sempre avuto un debole per gli arancioni da quando, da ragazzino, il vocione di Sandro Ciotti mi narrò le gesta dell’indimenticabile Johann Cruijff nel docu-film “Il profeta del gol“, piccolo cult movie, almeno a casa mia.
Mi limito a fare il tifo per Amber Arcades, al secolo Annelotte De Graaf, deliziosa biondina con al banco di produzione Ben Greenberg dei Men e membri di Real Estate e Quilt ad accompagnarla lungo traiettorie spesso imprevedibili. Tra Lush e Courtney Barnett. Nebbia e muscoli.

FEWS “The Zoo
 
Svedesi di base a Londra. Intitolano una canzone a Zlatan e sul loro profilo fotografano il loro suono con le parole post-post-punk e motorik-noise-pop. Troppi campanelli che suonano tutti insieme per non prestare attenzione. Questo singolo ha già qualche mese sulle spalle e brilla di luce propria. Vengono spese per loro parole forse esagerate come Anthems in waiting for The disaffected ma l’album che esce in questi giorni ne conferma le potenzialità. 

MOURN “Second Sage

Il primo album delle ragazze catalane, inutile negarlo, avevo deluso le aspettative. Scialbo e preoccupato di mantenere l’hype che girava attorno al loro nome. Bella sorpresa ritrovarle perciò con il nuovo Ha, Ha, He teso, scomodo, estremamente a fuoco. Una pallina di flipper che colpisce ripetutamente nomi come Pj Harvey, Throwing Muses, Built To Spill senza arrestarsi su nessuno in particolare. Benvinguda de nou nenes.

MARK KOZELEK “Float On

A proposito di attivismo politico. Molti anni fa andai a vedere un concerto di Joe Strummer a Roma. Era un concerto gratuito organizzato dai giovani socialisti romani a supporto della candidatura a sindaco di Franco Carraro. Roba da farsi venire il mal di pancia ancora oggi. Che ci facesse Joe lì in mezzo rimane un mistero ancora oggi. La stragrande maggioranza dei partecipanti o era apertamente contro la candidatura, come il sottoscritto, o, nel migliore dei casi, completamente disinteressata a chi organizzava e per che cosa tanto che Joe fu ben presto trascinato nel coro collettivo “chi non salta socialista è” in clamoroso scorno di chi organizzava la serata. Ma a Joe non fregava nulla e fece quello che voleva. Anche a Mark Kozelek non frega nulla e tira fuori un disco praticamente inaffrontabile di cover acustiche di smielati classici pop. L’unica che si salva è Float On dei Modest Mouse. Gemma praticamente inaffondabile.

Massimiliano Bucchieri

Great Cop (Fiver #13.2016)

Fugazi: Great Cop (In On The Kill Taker, 1993)

fugazi

You’d make a great cop: magari, anche perché tutte le persone di cui sono stato follemente e inutilmente innamorato nella mia vita – sono solo due in realtà, o forse una sola – sono poi finite a vivere felici e contente con dei tipi umani che somigliano in maniera impressionante ai poliziotti della Digos sotto copertura che si vedevano in zona universitaria durante gli anni 90.
Parlo di quei personaggi, sempre ultra quarantenni o comunque piuttosto attempati, che erano stati da lungo tempo smascherati nella loro funzione, ma che per obblighi di servizio si ostinavano a comparire comunque, contribuendo alla messa in scena del teatrino dell’assurdo politico nel quale ci muovevamo tutti.
Li vedevi caracollare ai margini dei cortei, inguainati in quella che era la versione elaborata dentro le loro caserme del presunto look da manifestante alternativo del momento: tatuaggi tribali a caso, anelli e orecchini posticci, barbetta brizzolata, camicie o canottiere hippie con fantasie afro o orientali, giubbotti di pelle sdruciti, pantaloni militari, pretenziosi e vistosi occhiali da sole degni del peggior Bono Vox sollevati a coprire le immancabili incipienti stempiature. Sbirro alternativo couture, in poche parole. Ovviamente erano patetici e illusori tentativi da serie TV a basso budget di mimetizzarsi con la fauna che dovevano tenere sotto controllo: se ne accorgevano tutti tranne loro, che invece sembravano sempre molto sicuri del loro travestimento. Si avvicinavano sciolti, chiedendoti sigarette, cercando di strapparti un commento o un’informazione, approssimando in modo grottesco e forzato un gergo che loro pensavano fosse il linguaggio politico giovanile radicale du jour.
Era evidente il loro compiacimento nel vestire quelli che loro pensavano fossero i panni di qualcun altro, nell’impersonare con un machismo vagamente e inconsapevolmente omoerotico l’immaginaria figura di una diversa tipologia di combattente di strada: del resto per loro è sempre stata una questione di menare le mani, una fascistissima e maschia tenzone tra guerrieri.
Sembravano contenti di sperimentare, anche se solo part-time, un diverso stile di vita che tra l’altro consentiva loro di indulgere in certi vizi alla luce del sole. Nel migliore dei casi erano visti come degli sfigati fatti e finiti, ma ormai facevano parte dell’arredo urbano dei luoghi e delle iniziative dei movimenti para-universitari di quel decennio.
Per il gioco delle parti della politica extraparlamentare qualcuno ci scambiava anche delle chiacchiere, un po’ per prenderli per il culo e un po’ perché in qualche modo ci si era affezionati alla loro presenza: in ultima analisi sembravano una testimonianza tangibile, seppure illusoria, che a qualcuno facevi un filo di paura, anche se questo qualcuno non sembrava proprio una cima, soprattutto se quelli erano i suoi emissari.

Durante i miei anni giovanili di attivismo non sono mai stato affiliato ad alcun gruppo o movimento specifico, anche se partecipavo volentieri a diverse iniziative e anche ad alcune azioni di disturbo dell’ordine costituito, chiamiamole così.
La mia natura di cane sciolto mi permetteva però di avere un punto di vista particolare sul quel mondo che vedevo dipanarsi sotto ai miei occhi in tutti i suoi rituali e le sue dinamiche, quasi fosse un set cinematografico: tra i figuranti non mi sfuggivano di certo loro, i nostri narcisi osservatori al servizio dello Stato. Dal loro atteggiamento si capiva chiaramente che si sentivano tutti figli di Serpico, anche se al massimo erano i nipotini di Cossiga: questa illusione di coolness li rendeva ancora più ridicoli, forse anche umani, ma alla fine uno sbirro è uno sbirro, una zecca è una zecca e di questo fatto nessuno si dimenticava, da una parte e dall’altra.
In verità stavano vincendo loro, avevano già vinto, e tutto quello che noi potevamo fare per reagire era esercitare il nostro sarcasmo, l’unico strumento di “lotta” che ci sarebbe rimasto qualche anno dopo, ma ancora non lo sapevamo.

Tornando all’incipit vi chiedo quindi di aiutarmi a capire la ragione di questo strano fenomeno che accomuna i miei fallimenti – conosco solo quelli – relazionali, incarnati dalla categoria estetica dello sbirro o simil-sbirro infiltrato, mia eterna e forse non troppo involontaria nemesi.
Cosa rivela tutto questo di me? Cosa dice delle mie passioni e delle persone che le hanno alimentate? Lo capirò forse durante il rapido montaggio della nostra vita che, pare, tutti noi riceviamo in dono in punto di morte per dare un senso al nostro cammino in questa valle di lacrime? Non lo so, rimane il fatto che In On The Kill Taker e in particolare questo pezzo mi riportano sempre a quei giorni, quando tutto sommato i poliziotti in incognito mi facevano molta meno paura di adesso.

Ferruccio Quercetti

FUGAZI – GREAT COP

Rimaniamo sul tema con altri quattro brani, visto che fiver deve essere e perché è sempre un piacere:

THE DICKS – HATE THE POLICE

DEAD KENNEDYS – POLICE TRUCK

BLACK FLAG – POLICE STORY

RAW POWER – STATE OPPRESSION

Looking straight at the camera (Fiver #04.12)

Fugazi

Fugazi

Il 2014 per quanto mi riguarda è stato l’anno del ritorno dei Fugazi. E i Fugazi sono stati un gruppo speciale per tanti motivi. Per esempio le foto del gruppo. Ce ne sono alcune dove fissano dritto in camera, senza tentennamenti o esitazioni, e l’impressione è proprio quella che siano loro a guardar te, e non viceversa.
Per diversi anni, quelli della mia giovinezza, quello sguardo si è confuso con quello della mia coscienza e ogni volta, quindi di frequente, che suonavo un loro disco, loro stavano lì a fissarmi con quell’aria seria ma rassicurante che chiamava all’impegno più che allo svago: quello che stai facendo non è solamente ascoltare della musica. L’impegno e la dedizione era il prezzo da pagare per sentirsi parte di qualcosa, di quella cosa, e io ho sempre pagato volentieri.
E anche oggi che tutto è cambiato, a 25 anni dalla prima volta che ho ascoltato Waiting Room, continuo a sentire quella frase che la mia coscienza mi ripeteva prendendo in prestito il volto dei Fugazi. Ad ogni disco che compro, ad ogni disco che suono, ad ogni coda che mi porta all’ingresso di una sala concerti.
Per questo avrei voluto cominciare questo fiver partendo da First Demo, con un loro brano. Ma non posso per una ragione molto banale: non riesco ad ascoltare quel disco. L’ho comprato, in vinile ça va sans dire, l’ho aperto, toccato e annusato seguendo il mio personale rituale, ho indugiato sulle foto e le note di copertina, poi l’ho messo via. Mi succede anche con Repeater per la verità. Ho paura di riascoltarlo. Di cosa esattamente è difficile dire, forse è anche solo paura che la mia coscienza torni a farsi sentire e con lo sguardo di Ian MacKaye mi inchiodi a una raffica di domande: e allora cosa hai fatto in tutti questi anni? Hai solo ascoltato dei dischi? E che ne è stato dell’attitudine? E l’impegno?
Ecco, ogni tanto io mi domando se sia mai esistito un altro gruppo così, capace di interrogarti, di sovrapporsi alla voce della tua coscienza. Un gruppo che per diventare veramente tuo, in qualche modo te lo dovevi meritare. Dovevi sentirti alla loro altezza.
A volte penso che mi piacerebbe che arrivasse qualcuno capace di spiegare cosa sono stati i Fugazi. A me mancano le parole. Ma forse non c’è bisogno di spiegare un bel niente. L’importante è che continuino a uscire gruppi capaci di ripartire da quella attitudine e da quel suono, come questi ragazzi canadesi con cui ho deciso di cominciare la mia cinquina.
Non me ne voglia la maggioranza che ascolta i dischi senza comprarli, ma questo fiver è dedicato a chi ogni tanto compra i dischi senza ascoltarli. Sia per abitudine, noncuranza o debolezza o per le ragioni più svariate. So che non sono il solo. Le cinque canzoni che seguono sono tra le mie preferite di questo 2014 e hanno in comune il fatto di far parte di album passati un po’ in sordina e, ognuno a modo suo, di saper guardare al passato in maniera intelligente e personale. Insomma, citando Cesare Lorenzi nel precedente fiver, gente capace di guardare indietro vivendo il momento invece di rincorrerlo.

GreysGuy Picciotto

Confesso che inizialmente mi era sfuggito questo If Anything, esordio di lunga durata della band di Toronto. Siano benedette le classifiche di fine anno che permettono di recuperare queste chicche dunque (e segnatamente quella di Crack). Come accennato, la geografia dice Canada ma il cuore dice Washington DC in questo caso. Se ci fossero dubbi sul background del loro suono, ci pensano loro a mettere le cose in chiaro intitolando il brano d’apertura Guy Picciotto. Rispetto ai Fugazi, il suono è più metallico e il drumming più quadrato (e in questo ricordano i concittadini Metz) ma la sostanza non cambia.

Wildest DreamsLast Ride

Londra, New York e Los Angeles. Il punk, la dance e la psichedelia. Dj Harvey deve essere talmente abituato a trovarsi al posto giusto al momento giusto che ormai deve essersi anche convinto che è lui a far succedere le cose. E forse non sarebbe neanche così lontano dal vero. Il nuovo album dei suoi Wildest Dreams gli assomiglia molto: libero, selvaggio ed estremamente cool. Attaccare i cavi, alzare i cursori e via: si cominci a sudare.

Lust For YouthNew Boys

Che poi uno ci prova a fare il duro, a imporsi la linea dura, a dire “no, è ora di finirla con il saccheggio degli anni ‘80”. Ecco, e poi arriva un trio di nordici coi capelli rasati e i fisici glabri che, per infierire, recuperano proprio quell’electro-pop nella maniera più pedissequa e calligrafica, e son capaci di azzeccare una canzone perfetta come questa. E a te non resta che cedere ancora, per l’ennesima volta.

Klaus Johann GrobeKOthek

Il 2014 è stato un grande anno per il kraut revival. In molti hanno recuperato quel suono ancora una volta e spesso lo hanno fatto dalla periferia dell’impero, come i nostri Lay Llamas o gli svedesi Les Big Byrds. Anche il gruppo in questione viene da un paese periferico come la Svizzera e dio benedica la Trouble In Mind per averli scovati. La loro rivisitazione del kraut punta dritto in direzione pop con risultati eccezionali. E per di più in tedesco.

Rodrigo AmaranteTardei

Per questo ultimo titolo ero indeciso tra lui e Sabina. Un’altra brasiliana che ha firmato un gran bel disco quest’anno (e credo di recente passaggio in Italia). Diciamo che sono affascinato dagli incontri tra culture e dall’utilizzo dal recupero del proprio linguaggio all’interno di una tradizione musicale differente (un altro ottimo esempio sono The Limiñanas). In ogni caso Rodrigo Amarante è il più bravo e il suo album Cavalo è stato scandalosamente snobbato. Recuperatelo se vi è sfuggito.

Luigi Mutarelli

Fiver #01.11 (Life in Exile)

Fugazi

Fugazi

Ognuno ha i miti che si merita. I Velvet Underground sono una di quelle poche storie che in un modo o nell’altro hanno finito per cambiarmi letteralmente la vita.
Non voglio parlare di loro, però. O quantomeno non direttamente.
Dei Velvet il personaggio che ho sempre amato di più è stata la batterista, Maureen Tucker. Nonostante nel processo creativo della band fosse probabilmente l’ultima ruota del carro, messa in ombra non solo dalla coppia Reed / Cale ma anche dalla tossica teutonica dai capelli color oro.
Nonostante non fosse oggettivamente una bellezza, il suo viso spigoloso, nascosto dagli immancabili occhiali scuri, ha rappresentato per me l’essenza della “coolness” nella sua forma più pura.
E il suo incedere minimale dietro i tamburi ha influenzato una marea di gruppi “nostri” che sono arrivati in seguito. Chiedere a Bobbie Gillespie, versione batterista nella primissima versione dei Jesus and Mary Chain, da chi avesse preso ispirazione, per dire.
Ricordo bene l’inutile tour dei Velvet del 1993. Di quella serata bolognese apprezzai unicamente il composto incedere della Tucker, che mi parve una luce nella tempesta di ego troppo grandi per stare rinchiusi in un unico palcoscenico.
Appena sbarcato in facebook, qualche hanno fa, le ho chiesto l’amicizia. Maureen accettò quasi immediatamente e mi pare di ricordare che me ne vantai pure con i soliti amici (quelli veri, in questo caso). Maureen è discreta anche nella sua vita sociale. Interviene di rado. Per lo più linkando articoli. Prevalentemente di politica e cronaca. Come se l’arte fosse scomparsa dai suoi radar. Simile ad una casalinga di Casalpusterlengo che vota lega nord: i suoi obiettivi preferiti sono gli immigrati clandestini messicani, l’islam e Obama. L’altro giorno a quell’amicizia virtuale ho definitivamente rinunciato. I pochi miti che uno ha non deve per forza farseli rovinare dal tragico scorrere del quotidiano.

Thurston Moore – Speak to the Wild

Thurston Moore, al contrario, nonostante si avvicini alla sessantina è il solito vulcano di progetti. Seguire lui, anche solo su facebook, è una continua ispirazione. Letteratura, fotografia e poi sopratutto musica, la sua, non solo la sua ma anche quella degli altri. Il giorno che è uscito il nuovo album sul mercato si è inventato una playlist fantastica. Non di pezzi suoi, sia chiaro. Ma roba a 360 gradi, tipo bignamino di quello che lo ha ispirato nel corso degli anni. Dischi e gruppi che qualsiasi appassionato di musica dovrebbe mandare a memoria. Quello è stato il suo modo di fare promozione al disco nuovo, per dire. Hai voglia a spiegare il significato di “indie” quando in alcuni casi c’è tutto un mondo da esplorare.
Il disco nuovo è a suo modo un classico, tanto è vicino per tematiche e sonorità ad un qualsiasi album dei Sonic Youth. E questo è il migliore complimento che mi possa venire in mente. Si potrebbe scegliere una canzone a caso ma questa Speak to the Wild, che il disco nuovo lo apre, con il suo incedere privo di insicurezze, quei soliti pochi accordi di chitarra così riconoscibili e una linea vocale appena più accennata del solito mi sembra che riassuma perfettamente la statura di un disco eccellente. Quello che stupisce semmai è la qualità della parte lirica, dell’album in generale e di questa canzone in particolare. A forza di nominare Burroghs e compagnia, di citazioni letterarie neppure tanto velate ci si ritrova tra le mani uno di quei rari dischi che vanno valutati da più prospettive. La forza creativa di Thurston Moore mi ha fatto tornare in mente una citazione di Jack Kerouac: “I just won’t sleep,” I decided. There were so many other interesting things to do.”  Sembra averlo preso in parola, per nostra fortuna.

Fugazi – Merchandise

 Era meglio il demo. Già, era meglio. E non è una gag in questo caso.
Questa versione di Merchandise, dei Fugazi, è tratta dal nuovo album che raccoglie appunto il primo demo della band, registrato quando avevano appena 10 concerti alle spalle.
Inutile girarci intorno, ci sono gruppi, dischi, canzoni di cui non potremmo mai parlare con obiettività. Fugazi è una storia di pugni stretti per la rabbia, di canzoni urlate in faccia, di sudore e di commozione. Quella che sale come un brivido quando ascolti per l’ennesima volta quelle parole e quella combinazione di chitarra e basso che ci rimandano all’Inghilterra del post-punk in maniera ancor più evidente che nella versione originale. In maniera ancor più cruda. Ancor più vera. Se possibile.

Menace Beach – Come On Give Up

 Bella canzone, questa Come On Give Up. La troverete nel debutto sulla lunga distanza di Menace Beach, band di Leeds, che uscirà ad inizio 2015. Un gruppo di chitarre, ritornelli accattivanti, melodie e una piccolissima dose di trasgressione. Roba tipicamente anni ‘90 off course, a metà strada tra Breeders, Elastica e Sleeper. Che detto così sembra un modo neppure tanto elegante di metterli fin da subito nell’angolino di quelle band che sì, vabbè, però, dai……e invece no, per una volta mi lascio conquistare fino in fondo da una canzone che si fa fischiettare dopo 3 ascolti. Nient’altro da chiedere ad una canzone pop, personalmente.

Hookworms – Off Screen

 Sempre da Leeds, Inghilterra arrivano anche Hookworms. Pure per loro album in uscita, il secondo in questo caso, in questi primi giorni di novembre. Questo brano che lo preannuncia è una bella sinfonia di synth e chitarre di quasi otto minuti. Chitarre, feedback, pedali e alla parete i santini di Loop, Slowdive, Spacemen 3, etc, etc; Si fa un gran parlare di neo-psichedelia, spesso a sproposito, ma in questo caso sembrano parole ben spese e il livello sembra davvero una spanna sopra tutto quello che ci è capitato di ascoltare nel genere ultimamente.

The Felines – Pity for your Eyes

 Irresistibili, direi. Tre ragazze di Copenaghen che arrivano fin dall’altra parte dell’oceano e grazie alla californiana, ottima, Burger Records, trovano distribuzione ed un minimo di esposizione. Questa canzone che preannuncia un nuovo album è puro stile Lee Hazlewood / Nancy Sinatra, seppur in una semplicità di arrangiamento che sfiora la banalità. Ma a certe cose, inutile, non riesco proprio ad opporre resistenza.

Cesare Lorenzi