Godzilla e storie di ordinaria incomprensione (Fiver #07.2017)

Mark Eitzel

Mark Eitzel

E poi ti rendi conto che non te ne frega quasi più niente. Che il macro (cosmo) nella tua testa è diventato micro. Perdi contatto. La capacità di interessarti a storie che non ti accadono “addosso”, con gli anni, è scomparsa. O quasi.
Invidi (?) e ti sconcerta chi ha le antenne sempre dritte e, soprattutto, ha sempre qualcosa da dire su ogni argomento, che sia la morte di George Michael o di Carrie Fischer, Rigopiano, Gianluca Vacchi o la strage di Aleppo.
E’ in quei momenti che ti aggrappi alle tue piccole, insulse, sicurezze. Come la voce di Mark Eitzel.
Vai a a letto e, per recuperare il sonno disperso tra il divano e la camera da letto, indossi la cuffia, chiudi gli occhi e fai partire il nuovo Hey Mr Ferryman. Un paio di canzoni e buonanotte, pensi.
Ma ti sbagli, non va così. Quella voce risveglia sinapsi assopite, quando non addormentate, e tornano alla mente vecchie storie attraverso una lente deformante di dolorosa seppur addolcita malinconia.
Come una mattinata, di ritorno dalle scuole medie. Non sai cosa lo avesse innescato ma a un certo punto, mentre si arrancava per una salita, partì un coro di scherno contro ogni componente della tua classe. L’epiteto che ti toccò in sorte fu “romantico”. Col senno di poi poteva andarti anche peggio, indubbiamente, ma in quell’occasione la parola ti fu lanciata addosso come un insulto. Di cosa eri colpevole? Doveva essere il ’77 o il ’78 e ancora dovevi immergerti nella malinconia compressa di Joy Division, Cure o Smiths ma, evidentemente, gli altri leggevano segni che tu ancora non vedevi.
Senza sbagliare di molto, in realtà.
Seppur sconfortato dall’incomprensione generale ti venne in mente un racconto di Woody Allen nel quale veniva descritta questa lunga fila per accedere al cospetto di una stramba entità superiore capace di leggerti dentro ed elargirti il dono più appropriato.
Indubbiamente una simile entità superiore ha regalato a gente come te gli American Music Club.
Sugli American Music Club sei arrivato intorno a California, un po’ in ritardo perciò. Ma ne eri rimasto sgretolato. Una colonna sonora perfetta per il triste romanticismo che a volte ti divorava.
Li hai visti un’unica volta dal vivo al festival di Reading nel 1994. Mark Eitzel che sogghigna sibilando “The next song is not a sad song … it’s a pathetic one” una delle poche cose che ti ricordi.
Non ha mai fatto figo ascoltare gli American Music Club. C’è un limite di sopportazione di canzoni tristi per ognuno. E’ che il tuo limite è abbastanza alto. Ti è sempre piaciuta la musica triste o, più esattamente, quella che evoca storie tristi. E disperatamente romantiche.
Una recensione su Rumore di Cesare si concludeva con le parole: “storie di ordinaria incomprensione”.
Era una recensione che traduceva molto bene in parole la sensazione che davano le canzoni degli American Music Club. Questo senso di sconfitta, l’amarezza nel constatare l’impossibilità di far funzionare quello che non può funzionare. Una dolente, ineluttabile, accettazione. Ma la voce e la penna di Eitzel hanno sempre evocato anche sorrisi stralunati e dalla piega amara.
Un titolo come What Godzilla Said To God When His Name Wasn’t Found In The Book Of Life nella tua personalissima concezione vale centinaia di lyrics di altri artisti.
Mestamente, secondo il senso comune, Mark Eitzel è un perdente. Uno che dopo quasi 30 anni a fare dischi e suonare in giro per il mondo deve, nelle sue parole, affittare casa sua per far quadrare i conti.
Il romanticismo disperato non paga. Non paga i tuoi conti, almeno.
Però tu, e scommetto altri “romantici” come te, devi un sacco di meravigliosi, disperati, momenti tristi a Mark Eitzel.
Perchè ti ricorda chi sei.
Perchè apri gli occhi e già te ne frega un po’ di più.

Mark Eitzel “An Answer

Grandaddy “Evermore

E poi ti ritrovi stanco e incattivito, con un carrello della spesa un sabato pomeriggio in un supermercato periferico a lanciare una brutta occhiata alle ragazze davanti a te che ridono rumorosamente mentre sono in fila al banco degli affettati. E’ in momenti così che tutto quello di cui hai bisogno è una canzone come Evermore che ti strattona per la giacca e ti fissa negli occhi con un sorriso di rimprovero. La notizia del ritorno dei Grandaddy ha lasciato molti un po’ tiepidi, compreso il sottoscritto. Ma forse ci eravamo dimenticati che Jason Lytle è uno dei nostri. Barba incolta, la faccia di uno fuori posto un po’ ovunque. Ma con un armadio pieno di melodie sghembe pronte a ricordarci le cose importanti.

Gomma “Aprile

Al recente Inverno festival ci hanno spettinato di brutto (oddio per molti di noi è un modo di dire..). I ragazzi sembrano svogliati studenti fuori sede con la pizza nel cartone sulle ginocchia in attesa del posticipo di Sky, finché non cominciano ad inanellare giri di chitarre dissonanti che atterrano in una località imprecisata sulla mappa, tra Fugazi e Massimo Volume. Lei, giovanissima, con carisma in considerevoli quantità, ed un taglio di capelli da ospedale psichiatrico, declama testi mai banali con alcuni cambi di tono imprevedibili nella loro ricchezza di sfumature. Una bella sorpresa veramente che ha lo strano potere di farmi sentire vecchissimo e carichissimo allo stesso tempo.

Two Moons “Being Here

Nipotini dei sopracitati Grandaddy, cresciuti con una dieta di slackerismi assortiti i Two Moons rendono onore alla scena di Portland. Una scena che probabilmente me la sono immaginata io nella mia testa e qualche altro amico perché nessuno dei gruppi che stiamo incensando insensatamente da tempo è mai riuscita a raggiungere consensi appena decenti.
Ma questo la dice lunga su di loro. E soprattutto su di noi.

Jesus And Mary Chain “Always Sad

A proposito di tristezza, chi si sarebbe mai immaginato che Jesus And Mary Chain fossero ancora capaci di sfornare una canzone come questa? Intendiamoci, è sempre la solita canzone. Ho provato a cantarci sopra Happy When It Rains (sempre una questione di triste/felice…) e ci cascava sopra alla perfezione.. Ma questo è un grande pezzo, rilassato e disperato con la voce di Bernadette Denning che fa da contrappunto perfetto a Jim Reid.
Per me i J&MC sono il primo ascolto di Never Understand su Radio Città Futura, così dissonante da pensare che la radio fosse scassata. Sono Bill Murray e Scarlett Johansson che si perdono nella folla di Tokyo con Just Like Honey che ti uccide ogni volta. Sono la curiosità di conoscere un nome nuovo sulle pagine del tuo giornale preferito e che un giorno diventerà la colonna sonora della tua vita.

Massimiliano Bucchieri

Inverno prima di Inverno (Fiver #04.2017)

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(recensione solo sognata di un festival che invece c’è stato davvero)

Venerdì.

Eri su quell’autobus. Sono salito di corsa, che le birre con Jimmy a momenti mi facevan fare tardi. Le otto e dovrei già essere alla fermata di San Donnino, anzi già sulle scale del Covo Club, anzi già con una birra in mano – stasera solo birre che bisogna arrivare in fondo alla serata – sotto al palco: staranno per cominciare Vale & Valli In.versione Clotinsky e gliel’avevo promesso di esserci per l’apertura. Ma poi Jimmy mi chiama e mi fa “beviamoci due birrette che poi io vado al Freakout” e ho pensato che magari lo convincevo a venire al festival di NoHope e SniffinGlucose che ci sarà un sacco di bella musica e bella gente, ma lui era sicuro di andare a sentire i Chrome che in effetti ci sarei andato anch’io se proprio questo venerdì e sabato non ci fosse stato il festival.
Ma il festival è il festival e non importa cos’altro c’è in città, stasera c’è solo Inverno e quindi mi catapulto fuori dal pub che è già tardi e volo in via Indipendenza per prendere il 20 con un brivido – ci saranno mica i T-Days’? Che devo arrivare in Irnerio e mi perdo mezz’ora almeno di concerto – e guardo il programma e aprono proprio le mie amiche di Ravenna e allora volo fuori dal pub.

Poi vedo le macchine che passano ed è solo venerdì e sarà domani che la città si paralizzerà di famiglie e passeggini in mezzo alla strada.
Il bus sta chiudendo le porte ma riesco ad infilarmi e subito mi si appannano gli occhiali che fa un freddo porco – d’altra parte è Inverno – ma sono riuscito a salire, il fiatone e già un po’ intontito dalle due pinte bevute di corsa, aspetto che le lenti tornino trasparenti, fa caldo dentro, c’è un sacco di gente e un nodo mi stringe per un attimo la gola che sono sempre stato un po’ agorafobico. E claustrofobico pure. Fobico e basta, insomma.
Poi ci vedo e ti vedo. Vedo te. Cioè, vedo il tuo colbacco e i capelli corti spettinati che spuntano sotto. E vedo i tuoi occhi, enormi, verdi. Quasi strabici mentre seguono la luce della scrollata sull’iphone. Il piercing al setto. Il naso sottile, all’insù. Un po’ snob. Anja. Ti chiamerò Anja. O Anna, Annoushka, Alexandra. Forse Anastasija. No, Anja. Sei l’erede di un’antica famiglia russa, forse l’ultima zarina ad aspirare al trono se non ci fossero stati i bolscevichi e il millenovecentodiciassette.
Cent’anni fa esatti. Cavoli, non ci avevo fatto caso. Forse sei la reincarnazione della principessa su cui hanno fatto i film e i cartoni animati e sei qua per goderti l’ultimo anno di vita, un secolo dopo.
Le cuffie nelle orecchie. Un parka verde. Le dita sottili che fanno viaggiare le foto su Instagram sparpagliando cuori qua e là.
Il mio già rapito.
Passano in sequenza le fermate e quasi non ci credo quando ti alzi dopo il sottopasso e vai verso le porte. L’incrocio con viale Zagabria fila via veloce e il 20 sembra non volersi fermare, poi inchioda sotto il palazzone brutto di San Donnino. Io scendo veloce, ma dopo di te, appena in tempo per vederti togliere le cuffie e sorridere ad una morettina che mi sembra di conoscere, ma non c’è tempo che le ragazze saranno già sul palco e devo correre.
Valli e Vale hanno suonato, brave e belle come sempre e mentre sul palco ci sono i Freez do un occhio ai banchetti di Maple Death e Nervi Cani. Ma devo rientrare subito: fin da fuori il sound surfcattivo dei quattro si Schio mi trascina come un magnete davanti al palco. Un set strepitoso. Saranno i migliori della serata.
Tutto fila, la musica è alta, l’atmosfera rilassata: un continuo di gente che arriva, abbracci e saluti. Pare che tutti si conoscano e tutti sorridono.
Non ti vedo più. Anja. Per un momento ho sperato che anche tu venissi al Covo per Inverno. Sarebbe stato magico poterti parlare davanti al guardaroba, magari offrirti un drink da Vale o Tiffany. Ma non ci sei. Già due volte che faccio il giro del Covo e non ti vedo.

Sul palco adesso The Yellow Traffic Light che avevo conosciuto a Torino una sera l’anno scorso. Un sacco di chitarre come piace a me e devo andarci piano con le birre che la serata è ancora lunga. E quando arriva Gomma sembra di essere nel ’95 con una spolverata di Fugazi – arriverà anche una giusta cover celebrativa – e la sala è piena e sono contento per i ragazzi delle fanzine che se lo meritano proprio e devo proprio aspettare a farmi fare un’altra birra, anche perché ogni volta con Billy è uno shot di vodka e non è neanche mezzanotte.
La gente è sempre più carica. Si comincia a ballare anche tra una band e l’altra.
Poi. Eccoti. I Tiger! Shit! Tiger! Tiger! attraversano la sala per salire sul palco. Tu, sulla porta, saluti la bassista con un bacio sulla guancia. Ecco dove l’avevo già vista: la mora alla fermata del bus, quella che ti aspettava. Ecco di nuovo i tuoi occhi che illuminano il buio della sala. Ecco perché non ti vedevo più: eri nel back stage con lei. Un amica? La tua ragazza? Tua sorella? Rimani vicino alla porta, la camicetta nera col colletto bianco sotto al chiodo. Non hai più il colbacco né il parka e i capelli spettinati sono castani, quasi rossi.
Dovresti essere in una sala di specchi e stucchi dorati, col pavimento di marmo così lucido da riflettere i colori delle gonne enormi e piene di pizzi. Guanti di raso smeraldo fino al gomito, i capelli raccolti sotto un diadema. Passi di danza studiati, una metrica secolare. Casate che si presentano. Unioni che fanno la Storia.
Uno spintone, ti perdo di vista. Comincia il concerto. Ti ritroverò.

Sabato.

Arrivo in ritardo. Al lavoro non mi mollavano. Proprio non mi va giù di aver perso i BaBau e i Vanarin, per fortuna che loro li ho visti a Bergamo. Stappo una lattina che i Baseball Gregg mi hanno portato dal back stage, solita Peroni appena fresca che per me vuol sempre dire festival. C’è più gente di ieri, o forse sono io che sono entrato già tardi, giusto fra la fine del live dei ragazzi de La Barberia Records e quello dei Sex Pizzul che fanno ballare come Giacomo di Altre di B nel dj set di ieri, dopo i concerti.
Cerco con gli occhi Anja. Ieri ti ho vista per un momento, dopo l’ultimo live: il tempo di ordinare un gintonic al bar – alla faccia delle birre che dovevo bere solo birre mi sono svegliato con la testa rotta in due – e mi sei passata dietro, ti sei infilata giù per le scale dall’uscita di sicurezza col gruppo e non ti ho più trovata. Il tuo parka verde che saltellava leggero nel buio.
Chissà se sei andata via con la band. Chissà se sei qui stasera.
Forse ti ho solo sognata e sei tornata ai tuoi palazzi freddi e immensi in cui ricevere la miglior nobiltà europea. Ancora pochi giorni che in febbraio verranno a bruciare i tuoi tappeti, gli arazzi e tu non saprai perché. Perché odiano così tanto tuo padre, come fosse colpa sua la storia del mondo. E la prossima estate morirai, ancora solo ragazzina. La monarchia più grande d’Europa spazzata via da un’idea. Da qualcosa di nuovo a cui non poteva resistere.
Di noi invece non resterà nemmeno il ricordo, solo miliardi di file da decomprimere per vedere la stessa duckface del cazzo in trilioni di selfie.
Che pensieri per un sabato sera… Sarà sta giornataccia, i postumi di ieri, otto ore al bar, il solito capo isterico che se il cappuccino non ha la schiuma bianca immacolata me lo fa rifare e riportare, che deve essere il miglior cappuccino del mondo. Fanculo. E così il toast, il panino e il Negroni. Manco stesse operando a cuore aperto. Che lo sapeva quanto ci tenevo a venire in tempo per il festival e che di sabato non si trovano i taxi e mi toccava attraversare la città per arrivare in Marconi e prendere il 20, ma non gliene frega un cazzo. Fanculo.
Aver bruciato il tuo palazzo, Anja, cent’anni dopo posso dirti che non è servito a un cazzo. Potevi startene lì a ballare coi tuoi occhi illuminati da tutte le bellezze del mondo bella, comoda, che tanto siamo messi esattamente come prima. Ma senza famiglie reali da incolpare, né zar da sognare di abbattere.
Pensieri del cazzo per un sabato sera: due shot e una birra e mi lascio andar al ritmo ipnotico dei Sex Pizzul.

Si balla, il mio umore un po’ nero che cerco di tirar su, stasera la prendo più grossa di ieri, tanto domani non si lavora, dormo, e poi il Covo è già carico e c’è pure Camilla che occhieggia mentre chiacchiera con le amiche. Magari stasera mi va fatta bene con lei.
Poi sul palco la guest star band Cold Pumas e la sala, piena, comincia a saltare e pogare. Stasera c’è anche Jimmy e ci mettiamo a fare gli scemi e il butta ci ha già battezzato, ma lo sa che non siamo veramente molesti e ci lascia fare.
Il set è tirato: sento Parquet Courts, Traams, Crocodiles. I ragazzi di Brighton ci sanno fare, possono diventare grossi. Tutti ballano e la sala resta piena quando, dopo quaranta minuti di live, la band lascia spazio al djset di No Glucose Wild Bunch: parte The Skin of My Yellow Country Teeth, io applaudo verso la consolle, Jimmy arriva col millesimo gintonic e Camilla si mette a ballare proprio davanti a me.

Sembra la serata perfetta. Forse lo è: il finale di un festival splendido, capace di risollevare anche il mio umore annerito da quello stronzo del capo. Chissà Anja se sei qui, magari solo nell’altra sala. Ma se anche ci fossi non staresti cercando me, è già un miracolo che c’è Camilla stasera e sembra carichissima. Jimmy capisce la mossa e si allontana, va a ballare con gli altri. Cami è sempre più vicina. Sarà strafatta di md? Balliamo per un’ora senza dirti niente, interrotti dal passaggio di amiche e amici. Ci sorridiamo, ci sfioriamo. Ormai è party, tutti si abbracciano e cantano i pezzi di Yeah Yeah Yeahs, Le Tigre, Bikini Kill e non ci sono più pensieri: è tutto liquido e sereno.
Cami mi prende per mano e mi porta al bar. Due shot. Poi dice “andiamo via” e mi trascina al guardaroba. Io ho dato la giacca a George all’altro bar e torno a prenderla mentre lei attraversa la sala piena fino alla porta. C’è un sacco di gente, saluto tutti e prendo il giubbotto.
Mi giro e quasi investo una ragazza. Sei tu. Ho un sussulto, il cuore che cambia ritmo. Ci guardiamo, mi sorridi. Anja. La zarina. Vorrei fossi la mia principessa. Vorrei ballare un valzer con te vestita di un abito verde smeraldo e io in alta uniforme. Cent’anni fa. Vorrei una sala piena di specchi e camini accesi. Vorrei poter guardare i tuoi occhi all’infinito.
Si spalanca la porta di ferro dell’uscita di sicurezza: un vento gelido raffredda i nostri sguardi e i miei pensieri. È Inverno, normale sia così freddo fuori, forse stanotte nevicherà anche, per farti sentire a casa, tra i ghiacci delle terre da cui vieni.
Arriva un tizio e ti prende per mano. Gli sorridi. Lo baci e scompari a ballare nel gate2. Io m’infilo la giacca mentre passo veloce davanti ai bagni. Cami mi aspetta chiacchierando con la cassiera. È bellissima. Questa notte pare un sogno.
Come ho sognato te, Anja, che starai ballando da cent’anni con un soldato alto e bello, la giacca di panno pesante bianca, le mostrine e la spada che pende dal fianco. Che ti fa girare sorridendo mentre l’orchestra non smette di ripetere il ritmo della piroetta sul marmo che riflette i passi di danza.

Fabio Rodda

Il secondo Inverno (Fiver #03.2017)

La filosofia è elementare nella sua semplicità: fare cose che ci piacciono in compagnia di gente che ci piace.
Un’esigenza prima ancora che un’idea.
Un paio di anni fa è iniziata così la storia tra noi di Sniffin’ Glucose e i ragazzi di No Hope, una fanzine fatta di carta e costruita con forbici, colla, matite e pennarelli. Una storia nata sull’abbrivio delle passioni comuni: il punk e il post punk, la new wave e il garage rock, la psichedelia e il power pop, l’indie rock, l’elettronica storta e la bassa fedeltà, i libri di carta e i dischi di plastica, i piccoli club, le persone eleganti, Stanley Kubrick e François Truffaut.
E’ stato No Glucose poi Inverno, ancora No Glucose e di nuovo Inverno.
Come lo scorso gennaio anche quest’anno invaderemo assieme il palco del Covo, che tra i piccoli club che apprezziamo è da sempre quello che ci piace di più.
Sarà il nostro festival d’inverno, con dieci band in due serate, djset, stand, banchetti, vintage, vinili.
Proveremo di nuovo a innamorarci e tenteremo di farvi innamorare ancora.
Exploding the teenage underground into passionate revolt against the corporate ogre, once again.

Covo Club // NO HOPE fanzine // Sniffin’ Glucose presentano:

INVERNO Fest

❅ ❅ ❅ 20 GENNAIO ❅ ❅ ❅

Tiger! Shit! Tiger! Tiger! (Alternative – To Lose La Track -Foligno, IT)

Gomma (Gum Wave – V4V-Records – Caserta, IT)

The Yellow Traffic Light (Shoegaze – WWNBB – Torino, IT)

Freez (Weird Garage Sound – Schio, IT)

Warm up from 8 p.m.
Opening show: In.versione Clotinsky (Lo-Fi Pop – Ravenna, IT)

Reading: Alberto Ronchi, “Catastrofi Naturali” (Modo infoshop Edizioni) + Alan Vegan djset

aftershow djsets
gate 1: Jack (Altre di B – indie rock – college – punk)
gate 2: No Glucose Wild Bunch

❅ ❅ ❅ 21 GENNAIO ❅ ❅ ❅

Cold Pumas (Post Kraut Punk – Faux Discx – Brighton, UK)

Sex Pizzul (Disco Punk – Annibale Records – Firenze, IT)

Baseball Gregg (Climate Controlled Pop – La Barberia Records – Bologna, IT)

Vanarin (Psychedelic Brit Pop – Bergamo, IT)

Warm up from 8 p.m.
Opening show: Babau (Psych Dub Exotica – Artetetra – Bologna, IT) + Alan Vegan djset

aftershow djsets
gate 1: Mars (rock n roll – glam – punk)
gate 2: No Glucose Wild Bunch

                                                    ❅ ❅ ❅

Stand

Record label, vinili, serigrafia, fumetti, graphic design, poster, fanzine, disegno: 
Maple Death / La Barberia / Avant / Background / Pady / Sciame / Brutto.Collettivo / Nervi Cani

Sniffin’ Glucose