La teoria del disimpegno (Fiver #22.2018)


L’indie è morto. Brindiamo all’indie. Sono anni che sento dire che la musica che amo è morta: le chitarre sono morte, il punk è morto, il rock non ne parliamo; la musica indipendente è morta. Ecco, l’ultimo assunto purtroppo negli ultimi tempi pare trovare molti, ahimè moltissimi, riscontri.

Ma ci vuole un piccolo salto all’indietro per spiegare questo mio pezzo con cui felice torno sulle pagine di SG: avete presente “Il grande Lebowski”? Film culto per quelli che hanno, come me, superato da poco gli anta. Film della premiata ditta F.lli Coen, 1998, con un Jeff Bridges stratosferico detto il Drugo (The Dude in lingua originale) che diede nuova linfa alla voglia di rivendicare il fancazzismo come stile di vita della mia generazione. Il Drugo ama le canne, i white russian e il suo tappeto. E proprio questo, rovinato da un’orinata causata da un maldestro errore, innescherà una vicenda assurda splendidamente partecipata da quei fenomeni di John Turturro, John Goodman e il mio adorato Steve Buscemi. Un film che inneggiava allo stile di vita disincantato e fannullone: il Drugo nella sua vestaglia da casa sconvolto di canne era un inno al disimpegno. Un inno al vaffanculo globale, un inno al nichilismo non devastante e tormentato ma bonaccione e perditempo. La vita non ci fa male, non siamo disperati, semplicemente non ce ne frega un cazzo. Il drugo era l’esempio di come non stare al mondo. Di come, poi, conducevamo più o meno le nostre esistenze universitarie o giù di lì, chi più turbato, chi più sereno; tutti comunque votati ad un consapevole disimpegno. Consapevole. Segnate sulla lavagna la parola, please.

Poi. Poi passa un ventennio (porcamiseria). Passa in un lampo (riporcamiseria), succedono moltissime, innumerevoli cose: dall’esplosione di internet allora solo abbozzato all’avvento degli smartphone e a nuovi modelli di socialità che cambiano le regole di tutto. Ma proprio tutto: mai come dal duemila la norma sociale, il cosiddetto modus vivendi della massa, è cambiato, determinato da nuove tecnologie ormai del tutto fuse alle nostre esistenze. Ma su questi argomenti “alti” orde di accademici staranno già scrivendo più e meglio di me. Noi stavamo parlando del Drugo. Stavamo parlando del fancazzismo. Stavamo parlando del disimpegno. Del vaffanculo – molto prima dei vaffaday, signoremioperdonaci – a tutto senza se e senza ma. Ma con il sorriso bonario di chi ha deciso, studiato, capito che non ne vale la pena e quindi: olè, chissenefrega is the only way of life.

Ma occorre fare un altro saltello, questa volta di lato, per seguire questo mio pezzo con cui vi tedio in questo magnifico lunedì mattina di ritorno a uffici, scuole e lavori vari. C’era una volta la musica alternativa. La chiamavano così. A noi faceva un po’ ridere sentir parlare di quello che ascoltavamo ogni giorno come di un’alternativa. Alternativa a cosa? Beh, a quel mondo che per noi, semplicemente, non esisteva: il mondo dei Cecchetto, dei Festivalbar e del nazional popolare (mi perdoni il grande Vasco del suo primo decennio), dei San Remo e delle classifiche da TV Sorrisi e Canzoni. Quello che ascoltavamo noi non andava in tv, almeno non in quei canali e quando arrivava in classifica creava un “movimento”, un qualcosa di inaspettato (per gli altri) che ribaltava gli schemi. Il grunge ne fu l’ultimo esempio planetario. Ma per il mondo “mainstream” (parola allora ignota ai più) dei sei canali tv nazionali, la nostra musica era “alternativa”. Nascevano addirittura dei festival dedicati a far conoscere quello che altrimenti arrivava solo attraverso il buon vecchio passaparola nei negozi di dischi e grazie alle riviste specializzate (tra cui Il Mucchio Selvaggio, sigh). Comunque, tutto questo discorso sulla musica alternativa degli ottanta/novanta lo trovate molto ben spiegato in un documentario che ho beccato su skyarte un annetto fa: ne parlava Manuel Agnelli e forse lo speciale era proprio sugli Aftehours. Comunque. Perché questo sproloquio? Andiamo al dunque.

Perché la domanda che mi ha attanagliato e non mi ha fatto dormire costringendomi a lunghe notti ai banconi del bar negli ultimi anni – ve l’ho sempre detto che non era colpa mia, che c’era qualcosa che non andava e dovevo capire cosa mi trascinava verso il pub – è stata questa: ma chi se ne frega se l’indie è morto? Tanto, che problema c’è nel vestirsi male – le tute fine ottanta di Tacchini facevano cagare anche allora, ragazzi, sappiatelo – e scrivere canzoni mediobanali se non brutte tutte in italico idioma discutibile per grammatica e costrutto (in analisi logica alle elementari vi davano quattro, vero?) e riempire spazi da migliaia di persone poi vuoti quando vado io a vederci gruppi sconosciuti come gli Interpol (successo a Milano, l’anno scorso: eravamo quattro gatti e una settimana dopo per Ghali non si entrava in tutta l’area del Carroponte). Che male c’è? Qual è il problema? Proprio noi della teoria del disimpegno, del chissenefrega ci lasciamo turbare da gruppi che si chiamano come animali della savana e scrivono cose alla Zarrillo e Nek ma oggi sono indie? Chissenefrega. Ma ascoltati quello che vuoi. Per me puoi anche andare a vederti la Pausini, basta che non si esca mai assieme. Quindi, perché tutti questi pensieri? Poi, una coppia di turisti dell’est la settimana scorsa mi ha servito su un vassoio d’argento, anzi, su un bancone di marmo, la risposta alla domanda che tanto mi turbava.

Ultimo salto, prometto: nella vita di tutti i giorni, oltre ad annoiare il più gran numero possibile di lettori con racconti, romanzi e saggi, lavoro pure in una nota osteria del centro di Bologna, ormai frequentata in buona parte da turisti. Negli anni siamo finiti sulle guide straniere, poi il passaparola, i b&b del centro nati come funghi che ci consigliano, l’orario nonstop, la tagliatella fatta bene a due soldi; insomma, per un sacco di motivi siamo assaltati da turisti di tutto il mondo. Il fenomeno di Bologna iperturistica – mangiatoia per senzapapillegustative se vogliamo fare i cattivi, culla della cultura culinaria se vogliamo fare i bolognesi – è molto recente: sono pochissimi anni che si fatica a camminare per via Rizzoli come fossimo nel Village a NY a causa di orde armate di smartphone puntato verso l’alto a passo lento e dubbioso. Accolsi questa novità al lavoro senza riserve, anzi: era divertente spiegare agli stranieri che no, non si mangia la tagliatella col cappuccino e perché. Che dopo pranzo si beve il caffè e se ti piace il latte, caffè macchiato. Che c’è differenza tra sugo di pomodoro e marmellata, che la pasta scondita non è un contorno e un sacco di altre cose poco note al di là di Alpi e mari. Poi, si sa, la quantità vince sulla qualità e mi sono arreso anch’io. Di fronte alla turista americana che mi ordinò insalata con tonno e uova e caffelatte gettai la spugna. Pazienza: quando sono in forma ci proverò, ma alla fine – e vedete che torniamo all’inizio del mio pezzo – chissenefrega. Il Drugo avrebbe alzato le spalle, fatto un sorso di white russian e sorriso. E così ho cominciato a fare io. Mangia quello che vuoi, bevi quello che vuoi. Se vuoi non capire un cazzo di dove sei, essia, non ho certo intenzione di farti da papà, di educarti. Educarti. Educare, altra parola da segnare, come il consapevole di prima, sempre se non vi dispiace.

Ed eccoci allora alla risposta servita dalla coppia del far east, nuova terra di partenza del turista culinario contemporaneo che riempie qualunque baracca in cui si cucini qualsiasi cosa oggi a Bologna. Finito il pranzo, lei chiede un cappuccino, lui un double expresso. Sarò stato in giornata grilloparlante o rompipalle o chissachè, ma risposi “no”. Sorpresi, lei assume l’espressione offesa tipica dell’oltrebalcani che ormai conosco a memoria; lui, più mansueto, domanda “perché?”. E allora io spiego loro che con caffè lungo – il double expresso è una stronzata inventata da Starbucks peggio del babbo natale rosso della cocacola – e cappuccino ci si fa colazione, con i biscotti. Che alle tre del pomeriggio si prende caffè macchiato e caffè espresso, che siamo in Italia e this is the way here, poi, liberi tutti I’m an anarchist, you can drink what you want. Lui ridacchia, lei stessa espressione glaciale da oltre cortina di ferro. “Ve li offro io, provate, al massimo non vi piace, no? Che vi costa?” Bevono i due caffè. Lei immutabile nel viso ammonitore e marmoreo, lui, sempre più bonario, sorride, alza le spalle e “non l’avevo mai provato, buono” e se ne vanno verso la loro vacanza. E allora? Questo cosa avrebbe a che fare con le felpe brutte dei rapper, trapper, indiepopper di oggi e le loro canzoni – ecco, come dire, non trovo le parole – non proprio capolavori immortali? Ho scoperto grazie a double expresso ordinato in osteria cosa mi turba da anni. Educare. Educazione. Ecco il cuore del problema: la non educazione. Non nel senso di maleducazione, ma di assenza di educazione. Il non sapere. Il non aver provato, assaggiato, sentito che ha atrofizzato le papille gustative, come gli occhi, le orecchie. I cervelli. I cuori. Se sei abituato a mangiare precotti da discount, non capirai la bontà di una pasta fatta in casa con del tartufo fresco grattugiato sopra. Così, se vivi in mezzo al brutto e all’improvviso ti catapultano agli Uffizi, pochissimi saranno illuminati dalla bellezza della Primavera del Botticelli, moltissimi non lo capiranno e non per colpa loro, ma perché non sono abituati al bello, a una tela che trasmette emozioni profonde. Così, se ascolti merda dalla mattina alla sera, non solo non ti accorgerai mai di qualcosa che defecazione non è, ma non la capirai nemmeno quando l’avrai sotto gli occhi, pardon, le orecchie. Non te ne accorgerai perché le tue orecchie saranno abituate da troppo tempo a sentire robaccia da rima baciata, brutture in autotune, testi sgangherati, o così banali che Fabio Volo al confronto è Dante, che la mia prof delle medie m’avrebbe bocciato senza neanche passare dagli esami di settembre. E tutto questo, I-N-C-O-N-S-A-P-E-V-O-L-M-E-N-T-E. Ecco la tragedia: non è dispimpegno, non è nichilismo punk, non è essere il Drugo. È che non te ne accorgi più. Che a forza di sentire stronzate in sottofondo, quel sottofondo riempie la stanza, la testa, la vita e diventa il fondo. Il fondale su cui dipingi le tue giornate.

Ma che noia da vecchiume che state leggendo. Ma che palle con ‘sti qua che rivendicano un’epoca dell’oro della musica pre youtube sconosicuta ai millennials. E, infatti, chissenerega. Non è un problema che cosa volete ascoltare e chiamare musica. Ma che sia una scelta. La VOSTRA scelta. Se chi ascolta trap fosse anche solo minimamente conscio che esiste Battisti e che cazzaggiare con Sferaebbasta è – ok, non dico niente – legale; se ci fosse una minima cognizione del fatto che musica può essere qualunque cosa e che puoi ridere di un tormentone estivo e conoscere nota per nota le montagne russe dei violini di Vivaldi, allora io sarei sereno. Se ti va il cappuccino dopo pranzo, se ti piace, allora bevitelo. Ma tu non lo sai se ti piace, lo bevi perché te l’ha detto Starbucks. Se ti piace la musica che “va” oggi, ma benvenga. Se ti piace perché la trovi più bella di quella di dieci, venti, cinquanta anni fa. Se ti piace Giusy Ferreri e conosci la Bertè, ma affari tuoi. È che temo che tu non sappia neanche chi era Mia Martini. Temo che ascolti quelle stronzate che scrivono (oddio l’ho detto) Takagi e Ketra perché te l’ha detto Spotify, non perché tu, amante del bel canto italico e profondo conoscitore di Jimmy Fontana, Alan Sorrenti, Fiordalisiso – senza scomodare De Andrè, Ciampi, Tenco, Conte e blablabla – poi hai scelto i pezzi di Tommy Paradiso. Perché se è così va benissimo, liberi tutti. Ma se non lo è c’è un problema molto più grosso di quello che potrebbe essere che musica ascolti. C’è che non sai più scegliere. Ma non solo: c’è che ti sei diseducato a sentire qualcosa di bello. E allora ti faranno sentire quello che vogliono e tu lo ascolterai. E da lì è un passo leggere quello che ti daranno e comprare i libri di Selvaggia Lucarelli e non sapere chi è Ennio Flaiano. E così via, sempre più in basso, sempre meno liberi con in mano l’accesso a tutte le informazioni e nessun gusto per trovare una direzione in cui cercare. Ma che rompipalle. Alla fine, come diceva Bennato – chi?– sono solo canzonette, no? Eggià. Canzonette. Libretti. Quadretti. Amorucci. Votini. E quindi, chissensefrega, caro Drugo?

E, invece, un problema c’è. Perché poi succede che, dopo essere stati a Berlino a mangiare un panino, prendendo due paracetamolo cinquecento col cuore a mille, pensate che questa roba qui sia musica e che tre metri sopra il cielo sia letteratura e le croste del primo stronzo che decidono di spingere sui social sia arte e allora poi andate a votare e votate cinque stelle e lega perché pensate che quella roba lì sia politica e credete che le cose non abbiano a che fare e invece è tutto figlio della stessa non attitudine a vedere la bellezza, a sentirla: the miseducation (magari fosse quella di Lauryn Hill, grandissimo disco). E senza bellezza i cuori si restringono, i cervelli si atrofizzano e a forza di non vedere mai un bel quadro smetterete di emozionarvi per un tramonto e a forza di smettere di emozionarvi per il colore del cielo al crepuscolo smetterete di sentire quello che vi sta attorno e e non proverete più niente. Per quello che domanda una moneta davanti alla Pam. Per chi sbarca qui dopo mesi, anni di violenza e torture in un lager libico. Vi berrete le stronzate che scrive Il Giornale o Libero, crederete davvero che esiste un’invasione dei mori peggio che ai tempi delle crociate, che c’è un problema immigrazione e che i grillini con la loro onesta ignoranza in ogni cosa faranno star su i ponti che i comunisti non hanno curato e quindi cadono. E poi potrete lasciar cadere una cartaccia in piazza San Marco e non raccoglierla e mettere i piedi a mollo nella fontana di Trevi che fa caldo. Il brutto uccide l’anima. Il brutto rende bruti. Fatti non fummo per viver come. Ma allora, la musica che fu indie e oggi è indiepop, indierap, indiesticazzi è la causa di tutti mali? Ma no, ridiamoci su. Alziamo il bicchiere, Dude. No, no amici miei. C’è molto, molto di peggio. Ma le cose non sono slegate, mai: siamo della stessa sostanza dei sogni, diceva il Bardo. Siamo i nostri sogni: se non diamo loro lo spazio per vivere nella bellezza, smetteremo di sognarli. La sostanza è una, l’attitudine è una e si rivolge a tutto e allora ascoltatevi quello che volete, ma non fate che quello che “capita” diventi il virus che vi fotte l’hard disk del cervello. Perché a mettere la capoeira e la cachaca di fianco alla favela perché avevi solo voglia di staccare, magari poi è un attimo frullare tutto e non capirci più un cazzo. Ma non di musica, nella vita, in generale.

Cazzeggiare è bello, Calcutta è pure simpatico e ha scritto cose ironiche e divertenti. Tanta roba che senti è solo la versione brutta di quello che già si sentiva trentacinque anni fa – TheGiornalisti docet, a riguardo – e non fa male ascoltarla e canticchiarla. Ma col cervello sempre acceso e le orecchie tese che c’è anche altro. Anche qui a due passi. Escono dischi belli e intelligenti come quelli di Nicola Setti e Ofeliadorme o divertenti come quelli di Baseball Gregg e Laser Gayser o potenti come quelli degli Stormo e di qualunque cosa tocchi Jonathan Clancy e la lista è infinita proprio in quel mondo che si chiamava alternativo e adesso non so più come. E nei club da cinquanta persone val la pena andare. Anche se poi vi sparate i concertoni indiepop e fate po poroppo po po come allo stadio – ma lì era roba da buzzurri, adesso è sdoganato – dieci anni e più fa. Ma la differenza tra Salmo e Carl Brave la dovete riconoscere. Tra un testo cretino come Amore e Capoerira e una canzone di Claudio Lolli dovete riconoscerla. Poi magari vi ascoltate Baby K e Myss Keta, chissenefrega. Però fatelo come esercizio: andate a una serata della Barberia Records, al Freakout, a un festival di Maple Death e ascoltate i loro artisti e vedete se riuscite a capirli. Non se vi piacciono, quello è gusto; ma se vi comunicano qualcosa, se arrivano. Se non succede, il virus è entrato. Ma tranquilli: basta fare un refesh. Andate subito a una mostra qualsiasi in una galleria importante o in un museo della vostra città, comprate un libro di Franco Stelzer, o di Pavese se non volete stare a cercare al Libraccio; ascoltate, mentre leggete, tutto Battisti – mannaggia, non si trova online – o Mina, o se non siete legati all’italico idioma qualunque cosa esca per Sacred Bones, Domino Records, To Lose La Track – avete capito il gioco di parole? No? Subito al museo, di corsa! – e tantissime altre. Poi, con una strana pace sconosciuta nello stomaco ritornate a Frah Quintale e Coez. Magari vi piacciono davvero lo stesso. E allora, alla Drugo, sorrido sincero e brindo con voi.

Fabio Rodda

Youth (Fiver #37.2016)

Miei cari VECCHI amici, ma che cosa è successo? Non può essere aver comprato una macchina a rate, una casa col mutuo a trentacinque anni. Non avere una compagna, una moglie, una figlia.
Non è un lavoro che non piace, che doveva essere “per un po’” mentre si aspettava Godot, il sogno che doveva materializzarsi quasi da solo, tra una lezione all’università e una canna e sono passati vent’anni.
Cosa vi è successo? Non sono le basette grigie, più soldi messi in banca che sul bancone di un bar.
Vi vedo.
Non camminate mai col naso all’insù, non andate mai a bere in un posto che non conoscete. Non entrate in un locale solo per vedere cosa c’è, chi ci suona. Non vi fermate a guardare una vetrina con vestiti di cui non v’importa più, non fate le file per una mostra, non prendete un aereo per stare una sera in una città che non avete mai visto, solo per sentire suonare uno che ha la metà dei vostri anni.
Mattinate a stare seduti in ufficio a guardare su Facebook le foto delle colleghe divorziate chiedendovi dov’è finita la voglia di andare a ballare, di bersi due pinte in più alle sei del pomeriggio, solo per sentire quella leggerezza inutile e immotivata. Di entrare in un negozio con le mani che non vedono l’ora di sfilare dalla confezione quel vinile appena uscito che non ci potrà essere modo migliore di spendere la prossima ora.
Dov’è che vi siete incastrati? In quale pensiero triste?


Non è fare i giovani, non è sentirsi giovani. Non mi sentivo giovane a vent’anni, figuriamoci adesso che ne ho il doppio.
Non è fuggire dal proprio tempo, dal momento, dal “quello che è stato è stato e ormai”, non è la paura di non essere più il centro del mondo, di una scena.
Lei ha venticinque anni. Parla con la foga di chi ha venticinque anni. Consapevole, decisa, sfrontata come chi ha venticinque anni.
Lei ha un sacco di cose da dire. Ha studiato tanto, viaggiato tanto, amato tanto, vissuto tanto che potrebbe essere più vecchia di me e invece ha quindici anni di meno.
Voi stareste a guardarla perché è bella. Perché è fresca e la freschezza piace anche a chi si è rinsecchito.
I sorrisi che non riempiono di rughe il viso hanno il trasporto di quello non è più.
E voi stareste a guardarla. Solo guardarla.
Non sentireste quell’energia, quella forza di chi si sbatte, di chi corre da sempre, forse perché sa da quando è nata che il bel mondo, quello dei due soldi ma un po’ per tutti, del se finisci le scuole uno straccio di lavoro lo trovi e se poi fai l’università basta aspettare il tuo turno che il culo prima o dopo lo appoggi su una sedia comoda e tranquilla, non c’è mai stato.
Quel mondo che a noi era stato promesso e poi negato, per lei non è nemmeno mai esistito. E allora da sempre va e va e va e corre che non ce n’è se non corri e vivi e ti sporchi e piangi e sudi e ridi fino ad avere il mal di pancia.
Ma voi, imbambolati, stareste solo a guardarla perché quella forza, quella rabbia, quell’energia non riuscirebbe più a passare camicie che sono diventate impermeabili a tutto, che fanno scorrere come pioggia qualunque cosa che anche se vi passa vicino non riuscite ad afferrare più.


Non è la paura di non essere più il centro di un mondo, di una scena.
Ma l’esserne pienamente consapevole.
E allora?
Io cammino col naso all’insù perché sono curioso: voglio vedere chi si affaccia a quella finestra così in alto, immaginare cosa vedrà da lassù, quale disco starà mettendo sul piatto mentre fuma affacciato al balcone, respirando i raggi di sole che lì sotto, nei piani ammezzati d’occasione ma con una stanza in più, lì non arrivano mai.
È sentire il battito, la fame, la voglia così forte che ti contagia, che passa tutta perché la mia maglietta si bagna e non scherma un cuore che vuole ancora sentire quelle vibrazioni che lo fanno tremare come dieci, come venti, come trent’anni fa.
È che io lei non la guardo e basta, mi lascio trascinare da quella foga, quell’energia che ricarica un po’ anche me, che mi fa venir voglia di correre ancora che si può correre senza smettere mai.
È sentire improvvisa la voglia di sorridere per uno scoiattolo che ti attraversa la strada in un parco mentre il sole disegna favole di luce sul fiume e hai voglia di ridere perché tutto, con quella luce, per un momento non può che essere meraviglioso.


E allora basta, vi prego. Basta con questa pippa che “tanto si è già sentito, già visto”. Basta.
Va bene, se mi chiedi quando mi sono emozionato di più in un negozio di dischi è stato il pomeriggio in cui col mio amico Zollo, due nerd quasi metallari in un paesino a scartabellare i cd che i vinili non si stampavano praticamente più, ho fatto partire a tutto volume Dirt, Alice in Chains.
Ed era l’inizio dei novanta.
Che il pezzo che mi ha fatto tremare di più è stato Wake Up, Mad Season. Che ho capito cosa vuol dire suonare una chitarra col sangue ascoltando In Utero, Nirvana con i postumi di un acido in una corriera che andava a Barcellona. Che il film più bello di sempre è Trainspotting e se la gioca solo con Pulp Fiction. Che era stupendo leggere Welsh, il Philip Roth di American Pastoral, il miglior Auster e potremmo continuare così all’infinito. Che c’erano Winona Ryder e Johnny Depp per innamorarsi e le camicie a scacchi e lei col collarino, il vestito nero sopra il ginocchio e i Dr. Martens.
Sì, l’amore è Edward Scissorhands, la musica è Seattle.
Le lacrime i Mazzy Star.
E l’unico uomo per cui potevo perdere la testa era Brian Molko perchè avevo diciott’anni e ancora qualche dubbio e di David Bowie ero già innamorato ma così etereo e distante che non aveva nemmeno un corpo. Lo aveva Ewan McGregor in Velvet Goldmine e se uscivo col boa blu elettrico e le unghie con lo smalto nero era solo perchè speravo di incontrarlo e sedurlo.
Ed era la fine dei novanta.
Ancora adesso se sto male mi guardo i Die Hard col miglior Bruce di sempre.
Sono figlio dei novanta, amo i novanta.
Ma avete rotto il cazzo con sta malinconia da novanta.


E vi perdete Damon Albarn che le cose migliori le scrive oggi, altro che nel novantasei, Sufjan Stevens, Bon Iver, Ty Seagall, i Fidlar, Angel Olsen, Anika e una quantità indefinibile di concerti strepitosi a cui non andrete mai.
Le serie tv su Netflix che noi nei novanta ce le sognavamo.
Sì, lo so che abbiamo avuto Twin Peaks. Poi ci gasavamo con Beverly Hills 90210 e Friends.
Adesso hanno un True Detective e un Black Mirror all’anno.
Gli anni novanta sono stati una bomba, sì. Ma per noi erano tutto solo perché ci abbiamo compiuto i 14, i 17 i 19 anni e avevamo quella foga. Quella della ragazza che voi guardereste e basta perché non volete più sentire. Sentire così forte.
Il mondo non era più bello o più brutto.
Se allora non avessi avuto paura del mondo, dei corpi, degli sguardi avrei viaggiato molto di più, conosciuto molto di più e forse sarei stato più felice.
Ma tutto quello che non ho fatto, non l’ho fatto io. Non me l’ha negato nessuno.
Il mondo ti fa quello che tu gli lasci fare. Me lo ha detto tempo fa una ragazza che in poco tempo mi ha cambiato la vita. Mi ha insegnato a non avere paura.
E allora, come si cantava nei novanta, wake up (not anymore) young man, it’s time tu wake up: gli anni novanta non torneranno.
Nemmeno i nostri vent’anni (e per fortuna, vi confesso io).
Ma nemmeno tutto quello che vi state perdendo.
Non rimanete su quel viso senza rughe, lasciatevi prendere dalla forza delle cose che dice lei, che ha quindici anni meno di voi. Lasciatevi ricaricare le batterie che di strada ce n’è ancora da fare. Ancora un sacco di posti da vedere, musica da sentire, occhi da incontrare.
Tiratelo su quel naso, che il cielo ha sempre da raccontare qualcosa che non sapevi.

Fabio Rodda

Le sirene di Vasto – la rivincita del pop, delle chitarre, della spiaggia e di un sacco di altre cose. (Siren Festival – Vasto july 21-24 2016)

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I festival rock sono una cosa seria. Ci si prepara per giorni prima di partire: felpe, un maglione che non si sa mai, anfibi e stivaloni da pescatore da mettere in borsa col k-way lungo fino alle ginocchia. Sciarpe, aspirine che fra la birra e il vento e la pioggia chissà come ti svegli. Taccuino per studiare le sovrapposizioni impossibili ai festival giganti, taccuino per segnare i momenti più belli alle rassegne più piccine e rilassate, taccuino per segnarsi il numero di telefono di qualche idiegirl conosciuta sotto al palco ai concerti da cento-duecento persone dispersi in qualche bosco del nord europa.

Poi c’è un festival italiano che si ripete già da qualche annetto e che è la negazione di tutto quello che ci si immagina quando per festival intendi “La route du rock”, o “T in the Park”, o “Indietracks”.

Lo organizza DNA concerti, agenzia di booking fondamentale nel mondo indie e rock in Italia, e l’ha inventato in un paesino arroccato sopra una bella spiaggia. Vasto. Dove? Abruzzo.

La domanda che mi viene immediata è “perché?” Perché l’Abruzzo che, non me ne abbiano gli amici di quelle splendide terre, ma, dopo le elementari e le cartine geografiche da studiare, chi si ricorda esattamente dov’é? Perché?

In piena estate, quando la gente già è in vacanza. In un paesino, sulla cima di un colle, una logistica  scomodissima da gestire. Quindi, di nuovo: perché?

Poi, lo scorso inverno, un caro amico che è parte del cuore di DNA e ad una serata romana mi disse solo: «vieni che ti diverti».

Ci sono andato. Ho risposto a tutti i miei perché.

Perché quel paese sembra costruito per avere le location più belle possibili: palco col mare sullo sfondo, palco in un giardino con le colonne avvolte da rampicanti fioriti, palco con alle spalle i resti di una chiesa antica.

Venerdì. La partenza è fissata per le dieci appena fuori Bologna. Il furgone è quello di Cosmo: conosco Marco, Rob, Mattia e Sollo che deve arrivare a Vasto per fare da fonico a Calcutta. Mi presentano Bondi e il cane Broccolo. Pasca, il driver d’Ivrea.

Viaggio fra le mille gag che si possono fare in un furgone (si chiama Augusto, il furgone) di musici prima di una data importante. Una banana gonfiabile gigante che volerà fuori da un finestrino in autostrada, canzoni di Battisti storpiate a squarciagola.

Si arriva a Vasto nel primo pomeriggio. Giù la roba dal furgone. Il palco è un marciapiede davanti alla parte inferiore della facciata della chiesa di San Pietro, unico resto dopo la frana del 1956. Fa caldo, i ragazzi di DNA e i volontari corrono da una parte all’altra del paese per sistemare tutto in tempo.

Albergo, una doccia, di nuovo furgone e siamo sul colle per il soundcheck.

Al tramonto si comincia a capire quanto spettacolare sarà quel palco che è solo un gradino dalla strada.

Passerò tutta la sera lì: Yakamoto Kotzuga dopo il delirio elettronico di Pop X, poi le chitarre dei The Parrots a far saltare qualche decina di ragazze e ragazzi prima di Cosmo.

La rivincita del pop, del cantato in italiano che non dev’essere per forza solo accompagnato da una pippa di musica noiosa. Con Cosmo si comincia subito a ballare, la gente sorride, si avvicina a quell’ex marciapiede ormai palco circondato da ragazze che saltano, ragazzi che cantano a squarciagola tutti i testi (divertenti, intelligenti, qualcosa di fresco, finalmente).

L’atmosfera è da concertone e quando Marco invita la gente ad avvicinarsi ancora è il caos: tutti addosso a lui, Rob, e Mattia: un coro unico di voci e corpi che saltano all’unisono sulla cassa dritta che trema, perde volume, poi salta. Nel panico qualche secondo di silenzio, qualcosa si è staccato, il fonico che non può nemmeno entrare tra tutta le gente che adesso non lascia i tre e poi la base riparte, la batteria riprende voce e così la band può finire un live sudatissimo che non mi sarei mai aspettato, che mi ha fatto venir voglia di ridere e ballare. Bravissimi.

Sul palco principale dopo A.R. Kane c’è il delirio per Calcutta, fenomeno quasi inspiegabile e, per me, ancora tutto da capire: forse la versione più contemporanea del cantautore italico da mondo pop, c’è chi dice sia il nuovo Battisti. Io aspetto di capire, intanto mi ascolto il Battisti vecchio e canticchio “mangio la pizza e sono il solo sveglio” perché ti entra in testa anche se non vuoi.

Poi salgono sul main stage gli Editors, che, sarà il mare alle spalle del grande palco, sarà l’atmosfera di festa che è nell’aria dal pomeriggio, si lanciano in un live d’altri tempi: una botta di energia, la voce di Tom sempre perfetta e due ore di grande musica, quasi come anni fa, quasi come se non avessero mai scritto gli ultimi pezzi quasi dance non proprio riuscitissimi…

Nel piccolo Cortile d’Avalos, Adam Green fa da mattatore fra videoproiezioni colorate.

La gente passeggia, sorride. Ci s’incontra e ci si perde fra i tre palchi (nel giardino d’Avalos non ho potuto seguire un incontro sul fumetto e -mannaggia- ho perso il concerto di Tess Parks), si fa lo slalom fra saluti e birre e poi le navette che portano giù alla spiaggia, dove in un bagno c’è un party che va avanti fino all’alba.

Perché l’atmosfera è così magica, felice, leggera. La gente così presa bene dalla bellezza del posto e da questi tre palchi tra cui saltellare con una birra in mano (le gag sui token ribattezzati tokemon per comprare da bere e da mangiare saranno il must delle sbronze post concerti) che le scomodità perdono peso: la sera a Vasto, interamente occupata e vissuta da ragazze e ragazzi che sono lì per la stessa cosa, le albe giù in spiaggia a fare il bagno. Tutto è perfetto, tutto esattamente come vorresti che fosse un weekend di musica. Nel posto giusto. Al momento giusto.

Sabato. La sveglia è tardi, mezzogiorno giusto per uscire dal letto e mettersi sul lettino in spiaggia a fare colazione. Il mare è tiepido, la spiaggia rovente e tranquilla. Dal colle le note del soundcheck de I cani.

I ragazzi di Cosmo sono ripartirti per un’altra data. Io prendo una navetta e torno su: non voglio perdere il live della giovanissima e bravissima Joan Thiele nel cortile d’Avalos. Il mood è così bello e intenso che è difficile raccontarlo a chi non era lì, con un bicchiere in mano seduto sull’erba di un giardino fiorito, alle spalle del palco il mare. Joan sale sul palco con piglio sicuro a dispetto dell’età e porta fino in fondo un concerto che strappa continui e sempre meritatissimi applausi.

Scappo dal giardino per infilarmi nel Cortile dove Thurston Moore da lezioni di chitarra a tutta la schiera di musicisti presenti, inutile dire nulla su di lui. La chitarra del re a venti centimetri dalla mia faccia. Niente altro.

E poi di nuovo alla Porta S. Pietro per sentire il nuovo live di His Clancyness.

Ancora chitarre, ancora voglia di ballare e saltare. Ancora musicisti italiani, questa volta tutt’altro genere: lo-fi, indie cantato in inglese e potrebbe essere una band americana, magari di qualche paesino della California, tra suoni folk e garage che sulla west coast non se ne può proprio fare a meno.

Gran live, ma da John & Co. ci si aspetta sempre tanta roba. E tanta roba arriva: i pezzi nuovi e poi brividi per una carichissima “Machines” e tanta, tanta classe.

Sotto quella porta suonerà poi Francesco Motta in un bagno di folla ma io sono al palco principale per sentire “Neon Golden” suonato dai The Notwist e la grandezza della band si sente: stile, preziosismi a volte quasi nerd (manca un po’ di sangue, insomma… ma non si può avere tutto) e anche qui, ragazzi, si va a lezione di musica: che carichino le molle o meno, questi qui sul palco sono musicisti eccezionali.

In chiusura I Cani. Io, onesto, non li adoro, ma non posso dire altro che belle cose del loro primo disco: furbo, intelligente e divertente anche se lontano dal mio orecchio.

Non li ho più seguiti e, lo ammetto, del nuovo lavoro non conosco nulla. Qui il mio poco amore per il classico cantautorato pop italiano, che sembra imperversare a danno della simpatia e della furbizia del primo disco, viene mandato a quel paese dal pubblico in delirio: ancora più gente che per gli Editors a colpo d’occhio e caldissima.

Un applauso a chi ci ha visto lungo e ha messo la band di Niccolò Contessa a chiudere il festival del non piove, del non mi serve la felpa né il chiodo, né gli anfibi. Del in borsa ho telomare e costume da bagno e dell’alba sul bagnasciuga.

Nel Cortile d’Avalos dalle undici circa si alternano Powell e Rodion. Nessun dramma per il forfait di Gold Panda che avrei ascoltato volentieri prima di scendere a Marina per il party in spiaggia. M va tutto bene. Lo stesso.

È notte. Trovo di nuovo Bondi e Broccolo,  ma questa volta il furgone è quello di John e band: con loro giù per le curve di Vasto fino a Marina.

Il dj in spiaggia non ci prende. Ce ne andiamo fuori, sulla sabbia: qualcuno fa il bagno, qualcuno gioca con un pallone, qualcuno si sdraia sui lettini a guardare le stelle.

L’orizzonte comincia a schiarire, l’aria fresca saluta il festival più rilassato e sorridente della stagione.

Domani, per chi può rimanere, c’è Josh T. Pearson nella chiesa di San Giuseppe e poi la mitica grigliata in spiaggia.

Io devo rientrare, ogni tanto tocca pure lavorare… Saluto Vasto con quel velo di malinconia che ti prende sempre quando saluti il mare.

Ci vedremo l’anno prossimo, di nuovo solo uno zaino con dentro un costume e il furgone di qualche amico che suonerà incorniciato da una vista meravigliosa.

E non avrò nessun “perché” da chiedere agli amici di DNA.

FABIO RODDA

La politica del fare (Fiver # 23.2016)


FUGAZILive in front of the White House, January 12, 1991

Dalle mie parti ieri si è votato. Negli ultimi giorni mi sono anche vagamente interessato alla faccenda. Più una questione di persone che di massimi sistemi. Conosci qualcuno che ti piace e decidi di votarlo (il fatto che si occupi di politica è incidentale…). Se queste persone meritevoli di attenzione avessero suonato probabilmente sarei andato ad un loro concerto. Se avessero messo i dischi sarei andato ad un loro dj set. Questo per dire quanto creda alla possibilità di cambiare le cose in questo disgraziato paese.
Con la politica ho sempre avuto un rapporto complicato (vabbè, chi non l’ha avuto?). Ho passato periodi in cui una sigla o, più spesso, una persona mi ha colpito ed ho provato a seguirla, sostenerla. Ho quasi sempre rimediato delusioni più o meno cocenti tanto che adesso il mio interesse è veramente ai minimi storici.
Ma rifiuto in toto la logica del “tanto sono tutti uguali” anzi questa è una frase che mi fa veramente incazzare.
L’eterna giustificazione al non fare, non impegnarsi, non partecipare. Non sono, non siamo tutti uguali.
Rivendico il sacrosanto diritto di crederci ed anche di farmi prendere per il culo.
Ho conosciuto chi ci ha creduto, non importa a cosa o a chi, rinunciando spesso a molto se non a tutto uscendone quasi sempre con le ossa rotte: queste persone hanno tutto il mio rispetto.
Poche sere fa al No Glucose Festival mi guardavo un po’ intorno. Un piccolo miracolo pensavo.
Un po’ di convocazione via social. Un po’ di passaparola. Centinaia di persone accorse. Tanta passione. Il piacere di partecipare, di esserci. Certamente l’interesse per la parte artistica della faccenda ma anche una presenza per rivendicare un orgoglioso senso di appartenenza. Certificare e ripagare l’impegno di chi si è sbattuto oltre ogni assennato ragionamento. Un atto politico per certi versi. Contro l’anestetizzazione delle nostre vite quotidiane.
La politica del fare.
Con un ragionamento veramente ardito e che non vuole essere irrispettoso, dettato da qualche gin tonic di troppo, mi sono venuti in mente i Fugazi. Sì, i Fugazi che improvvisano un improbabile palco sopra a cartoni per la consegna del latte e che sotto una pioggia torrenziale mista a neve nei primi giorni del gennaio del 1991, nella Washington di Bush Senior popolata da migliaia di senza tetto che sotto quella neve e pioggia gelata ci devono convivere quotidianamente loro malgrado, sfidano l’ipotermia e l’elettrocuzione urlando davanti alla Casa Bianca la loro rabbia contro le dissennate spese militari americane all’alba del tragico abominio del Desert Storm. Il filmato ancora oggi mi mette i brividi. Duemila anime che saltano e urlano. Nessuno ci ascolta? Urliamo ancora più forte.
Ecco, il mio rispetto va, ancora e soprattutto in questi tempi disperati, a chi prova ancora ad urlare, malgrado tutto.
A chi sceglie la politica del fare.

HIS CLANCYNESS “Pale Fear

Fare, mettersi in gioco. Jonathan Clancy è un buon esempio di questa attitudine. Abbiamo vissuto le varie fasi della sua crescita artistica e testimoniare questo nuovo, entusiasmante approdo è veramente gratificante. Seriamente, questo pezzo è una bomba.
Si muove inizialmente su coordinate scarne, quasi tribali con una percussione che porta alla mente il nome Vietcong ma che ben presto schiude la porta a tastiere e ad un crescendo elettrico scrosciante. Il cantato porta alla mente un precipitato di riferimenti era new wave ma alla fine rimane sorprendentemente originale. Fino al minuto 2:43 dove il suono prende il volo con un aroma pavementiano che mi uccide ogni volta. Per scrivere queste righe ho ascoltato questo pezzo in loop una trentina di volte. Ora che ho finito chiudo il foglio word e mi metto comodo. E me lo riascolto altre trenta.

AMBER ARCADES – “Fading Lines

Con alla porta degli europei di calcio nei quali schiereremo, forse, la rappresentativa azzurra più scarsa di sempre si può trovare motivo di consolazione nel pensare che c’è sempre chi sta peggio di noi come gli olandesi, inopinatamente eliminati durante le qualificazioni. Ho sempre avuto un debole per gli arancioni da quando, da ragazzino, il vocione di Sandro Ciotti mi narrò le gesta dell’indimenticabile Johann Cruijff nel docu-film “Il profeta del gol“, piccolo cult movie, almeno a casa mia.
Mi limito a fare il tifo per Amber Arcades, al secolo Annelotte De Graaf, deliziosa biondina con al banco di produzione Ben Greenberg dei Men e membri di Real Estate e Quilt ad accompagnarla lungo traiettorie spesso imprevedibili. Tra Lush e Courtney Barnett. Nebbia e muscoli.

FEWS “The Zoo
 
Svedesi di base a Londra. Intitolano una canzone a Zlatan e sul loro profilo fotografano il loro suono con le parole post-post-punk e motorik-noise-pop. Troppi campanelli che suonano tutti insieme per non prestare attenzione. Questo singolo ha già qualche mese sulle spalle e brilla di luce propria. Vengono spese per loro parole forse esagerate come Anthems in waiting for The disaffected ma l’album che esce in questi giorni ne conferma le potenzialità. 

MOURN “Second Sage

Il primo album delle ragazze catalane, inutile negarlo, avevo deluso le aspettative. Scialbo e preoccupato di mantenere l’hype che girava attorno al loro nome. Bella sorpresa ritrovarle perciò con il nuovo Ha, Ha, He teso, scomodo, estremamente a fuoco. Una pallina di flipper che colpisce ripetutamente nomi come Pj Harvey, Throwing Muses, Built To Spill senza arrestarsi su nessuno in particolare. Benvinguda de nou nenes.

MARK KOZELEK “Float On

A proposito di attivismo politico. Molti anni fa andai a vedere un concerto di Joe Strummer a Roma. Era un concerto gratuito organizzato dai giovani socialisti romani a supporto della candidatura a sindaco di Franco Carraro. Roba da farsi venire il mal di pancia ancora oggi. Che ci facesse Joe lì in mezzo rimane un mistero ancora oggi. La stragrande maggioranza dei partecipanti o era apertamente contro la candidatura, come il sottoscritto, o, nel migliore dei casi, completamente disinteressata a chi organizzava e per che cosa tanto che Joe fu ben presto trascinato nel coro collettivo “chi non salta socialista è” in clamoroso scorno di chi organizzava la serata. Ma a Joe non fregava nulla e fece quello che voleva. Anche a Mark Kozelek non frega nulla e tira fuori un disco praticamente inaffrontabile di cover acustiche di smielati classici pop. L’unica che si salva è Float On dei Modest Mouse. Gemma praticamente inaffondabile.

Massimiliano Bucchieri

Resistenza (Fiver # 21.2016)

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Lei aveva un locale. Lei, per la gente, era la capa di una bella squadra di soggetti strampalati. Una che doveva farne di quattrini, ma che ci si sbatteva anche un sacco dalla mattina alla sera. Alla notte, se dobbiamo dirla tutta.
Lei alzava ogni mattina la serranda di quel posto pieno di tavoli e sedie e fotografie alle pareti. Le occhiaie sempre scure, gli occhi gonfi di chi dorme sempre troppo poco ma insomma, dopo aver chiuso non puoi mica andare a casa. Vuoi non restare con Marco, Mari e Stefano a far chiacchiere?
Di solito era politica: gli anarchici, si sa, adorano stare al bar a far chiacchiere. Magari bevendo San Carlo e pulendosi i baffi folti col dorso della mano. Tatuata. Ovviamente.
Lei apriva ogni mattina la porta della sua osteria che era anche la porta della sua casa anche se lei lì non ci viveva ma ci amava forte, ogni minuto.
Lei, ogni volta che accendeva le luci di quel posto, illuminava vite che non erano la sua ma che lei, forse nemmeno del tutto consapevole, aveva cambiato: la cuoca che era scappata da un marito che amava troppo le carte, il vino e le mani pesanti; il lavapiatti bangladese che un anno prima vendeva le rose lì dentro. Il tuttofare che aveva dormito così tante notti sotto le stelle da far ancora fatica a ricordarsi le chiavi di casa.
Lei aveva creato un mondo a sé, che per gli altri era solo un locale, un posto in cui entri, saluti, ricevi un sorriso, ti siedi e mangi.
E poi chiudeva ma a casa non ci sia poteva andare mai perché Anna voleva piagnucolare un po’ che non trovava l’amore ma grazie che ci sei tu ad ascoltarmi. Ashraf doveva tornare in Bangladesh a salutare il padre morente e bisognava combinargli le ferie e dargli una mano col biglietto aereo. E magari anche Carlo, che non beveva più se no gli veniva la malinconia, una volta ogni tanto quei due bicchieri gli andava proprio di farseli.
Lei aveva salvato se stessa salvando altri. Ma non lo sapeva nemmeno. Lei era, semplicemente, così.
Lei resisteva.

Lui era un artista ormai. Noto, famoso potremmo dire. Lui era nato nelle strade, graffittando i treni, i muri. Scappando dai vigili, dagli sbirri che, faro acceso sopra la macchina, inseguivano le bombolette che riempivano i vuoti di quelle strade in cui mai niente di bello si raccontava. Ma lui era bravo. Tanto. Così tanto che qualche fotografo aveva iniziato ad immortalare quelle che erano diventate opere sui muri di palazzoni di Berlino o Bologna o chissà dove, non importa. E qualcun altro aveva iniziato a scrivere di lui. E lui era diventato il suo nome d’arte, uno che conta anche se non esiste, perché è soltanto un nome d’arte e un dipinto che compare, all’improvviso, su un muro di una strada qualunque.
Lui voleva solo dipingere il vuoto. Rendere bello il brutto. Raccontarsi sull’intonaco delle periferie che colorava con tratti polemici e rabbiosi, divertiti e feroci.
Lui era stato chiamato da una segretaria: una fondazione. Una di quelle cose che lui non aveva mai capito: soldi che senza un motivo si spostano di tasca in tasca e organizzano eventi, finanziano arti e mestieri.
La signorina, sicuramente camicia bianca su una bella scollatura con tacco almeno sette almeno, forse nove e con un bottone in meno, lo capiva dal tono della voce, gli chiedeva di poter usare dei suoi lavori, ovviamente previo accordo economico, per una mostra che ci sarebbe stata fra un po’ di mesi in un museo.
Un museo? Lui non poteva pensare che la sua voglia di libertà e movimento potesse essere imprigionata tra le mura di un museo e disse no, grazie.
La signorina che si era abbottonata e adesso aveva si piedi due ballerine aveva chiuso la telefonata secca, quasi stizzita. Senza tacco. Né rossetto.
La fondazione, sempre quella cosa senza un volto, quella cosa che lui non capiva, decise che lui doveva esserci comunque. Loro staccarono pezzi di muro coi suoi colori e le portarono in un palazzo ricco del centro.
Lui cancellò di sua mano tutte le opere che aveva sparpagliato per la città.
Lui se ne andò.
Lui resisteva.

Loro avevano pensato che quel palazzo vuoto da vent’anni in quella strada brutta del centro della città non aveva senso: perché uno spazio vuoto quando così tanti corpi chiedono spazio da occupare? E allora avevano fatto la cosa più normale, la più sensata.
Loro avevano occupato quel palazzo. Avevano rotto il lucchetto alla porta e avevano chiamato tutte le persone che conoscevano che avessero bisogno di un tetto e gliel’avevano dato. Avevano abbracciato padri che sorridevano per figli che avevano muri e termosifoni e acqua che usciva dal rubinetto.
Loro avevano detto che quel posto era un forse, un proviamo a tenerlo ma sapevano che ad altri non sarebbe andato bene. Che la città non voleva cedere spazi che i soldi non potevano comprare. Piuttosto li lasciava marcire, morire.
Loro avevano trattato col potere. Avevano stretto accordi e mani che non avrebbero voluto toccare, ma quello serviva. Il sorriso di Amina, che poteva andare in autobus a prendere i bambini a scuola e aiutarli a fare i compiti, era più importante di qualunque teoria politica, di qualsiasi prassi organizzativa, anche del senso di sporco dopo una stretta di mano.
Loro avevano tenuto quel posto per molto tempo. Ci avevano messo dentro dei servizi al piano terra: l’insegnante di italiano per stranieri, il centro d’ascolto per le donne vittime di violenze, il medico una volontario una volta la settimana.
Loro avevano messo mattoni, tolto mattoni, rotto mattoni.
Poi, erano passati anni, ma chi non voleva che il bisogno contasse più del denaro aveva spinto il bottone giusto e quella mattina erano arrivati un sacco di puffi tutti blu. Forse neanche del tutto consapevoli di essere puffi ma non per questo meno colpevoli di esserlo.
Loro non sapevano cosa fare. Vedevano Amina col viso fra le mani che piangeva mentre i puffi, manganelli in mano, portavano fuori i bambini dalla cameretta, ribaltavano il tavolino del soggiorno e tiravano i capelli di Adiba che voleva solo poter restare in camera sua. Camera. Sua.
Ma non era sua.
E loro si erano arrabbiati, avevano parlato, avevano gridato. Poi avevano colpito.
Loro adesso i mattoni li tiravano.
Loro resistevano.

Lui aveva visto quella stanza vuota con la vetrina proprio sulla strada, proprio vicino a quel bar che tutti conoscono. Lui aveva visto quel pavimento e le piastrelle bianche del muro dietro e aveva visto la bellezza abbandonata. La bellezza inconsapevole. La bellezza non voluta.
Lui aveva deciso che quella bellezza doveva diventare per tutti, che quella vetrina andava liberata dai fogli di giornale ingialliti che la coprivano.
Lui aveva grattato pavimenti, pulito quel grande vetro fino a renderlo di nuovo trasparente. Aveva trovato le poltroncine, le lampade calde, le piante che davano aria.
Poi li dentro ci aveva messo della gente che aveva voglia di fare una cosa e di raccontarla. A tutti. Solo perché era bello farlo.
Loro avevano suonato, lei aveva cantato. Lui aveva letto le sue poesie. E la strada si era riempita, ogni volta, di facce che da dietro il vetro guardavano, ascoltavano. Facce che poi sorridevano e parlavano e occhi s’incontravano in quella stanzetta e si conoscevano.
Un vicolo si era illuminato per un’idea: riutilizzare uno spazio vuoto, rendere bello il brutto, riempire il vuoto.
Lui, in pochi metri quadrati, aveva abbracciato cuori e fiato, polmoni e sorrisi.
Lui resisteva.

Lei suonava la chitarra, lei cantava, in inglese anche se tutti le dicevano che con quella voce doveva cantare in italiano, magari delle parole più semplici che poi vai a San Remo. A lei di San Remo fregava proprio niente, ma della voglia di cantare un sacco.
Lei ascoltava i Black Lips ma anche Billy Bragg e scriveva le sue canzoni pensando alle donne piene di rabbia che la fame e padri e mariti bastardi avevano fatto piangere.
Quand’era ubriaca a volte, chinata sulle ginocchia, cantava più forte e poi alzava il pugno in cielo.
Poi suonava qualcosa che girasse attorno a quelle parole che aveva tradotto in una lingua che non era sua ma suonava bene e, soprattutto, con una canzone in inglese a San Remo non ci vai se non a comprare tulipani.
Lei caricava l’ampli e la chitarra in macchina e partiva. Andava dove la chiamavano, dove Giorgio, che di giorno era commesso e di sera manager, booking e ufficio stampa in cambio di una pizza e un po’ meno solitudine le diceva di andare e suonava e si sgolava ogni volta come fosse l’ultima occasione nella vita di dire quello che sentiva.
Quello che bruciava dentro.
Lei cantava dove poteva, quando poteva. Lei macinava chilometri a rimborso spese. Lo faceva perché l’unica paga che la riempisse veramente erano i sorrisi sotto al palco, le persone che a fine concerto le dicevano solo grazie.
Lei resisteva.

La bellezza è sempre resistenza. Resistere è un obbligo. Dobbiamo resistere al nulla che, come ne La Storia Infinita di Michael Ende, porta via ogni giorno pezzi di vita.
Siate bellissimi. Siate resistenti.

Fabio Rodda

Made in Guastalla

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Le canzoni sono importanti.
I dischi sono importanti.
I concerti sono importanti.
La musica è importante.226102_2009470442685_565048_n
Ma per rendere tutto davvero speciale occorrono le persone.
Quelle giuste.
Quelle che hanno la tua stessa attitudine e che ci credono quanto ci credi tu, magari anche di più.
Perché c’è differenza tra ascoltare musica e viverla.
E per noi qui, la questione è proprio questa.
227194_10150177867794219_2674751_nPerché la musica, come già abbiamo scritto, oltre ad essere la colonna sonora delle nostre giornate definisce le nostre vite così come sono, per quello che sono.
Balzac diceva che parlare del proprio villaggio è il modo migliore per essere veramente universali. Non sappiamo se questa affermazione corrisponda alla realtà; così fosse noi di Sniffin’ Glucose saremmo i principi dell’universalità.
Perché scrivere di musica per noi è anche inevitabilmente raccontare le nostre vite e raccontare le nostre vite è l’unica cosa che sappiamo ed abbiamo voglia di fare.

Per questo ci piaceva scrivere qualcosa a proposito dell’Handmade: perché conosciamo personalmente buona parte dei gruppi che ci hanno suonato in passato e di quelli che suoneranno nell’edizione di quest’anno e ancora più conosciamo le persone – una in particolare – che hanno messo in piedi e tengono viva, estremamente viva, questa manifestazione.

 

E questi gruppi, queste persone, per i nostri parametri sono quelli giusti.
Hanno attitudine.

Copiare e incollare comunicati stampa e stilare elenchi di nomi non è pratica che ci appassioni.
Allora semplicemente abbiamo chiesto ad alcuni dei nomi inseriti nel cartellone di quest’anno di raccontarci quali sono i dischi che in questo momento amano. A noi ha sempre incuriosito sbirciare tra gli ascolti dei musicisti che ci piacciono.
Ed è un modo semplice per trovare il pretesto di piazzare il flyer dell’Handmade qui da noi.

MACHWEO

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Le cose che ho amato di più nell’ultimo anno sono sicuramente:
It’s Album Time di Todd Terje, il disco pop per eccellenza dell’ultimo anno. Pop per come suona nella mia testa, non certo perché risponda ai canoni del genere. Todd Terje ha trovato la formula giusta nella struttura dei pezzi, che per questo in buona parte si assomigliano ma finisci per curartene molto poco, anzi arrivato alla fine ne vuoi ancora.
The Inheritors di James Holden, probabilmente risale a poco più di dodici mesi fa, ma è troppo bello per escluderlo dagli ascolti attuali, E’ un capolavoro di sintesi sonora, non saprei come altro descriverlo. E James Holden è un visionario che da la merda a tutti.
Poi Sunbather dei Deafheaven, e giuro che non sono un poser e Engravings di Forest Swords perché per l’estetica che Forest Swords ha costruito è IL disco del progetto dell’anno. Uno che sa cosa sta facendo, uno che ha un’idea precisa, ecco.
Poi ammetto di essere supersaturo di novità, ho sviluppato un ascolto pigrissimo per mille e più motivi, primo tra tutti il fatto che sono molto concentrato a scrivere la mia musica da mesi.

GREEN LIKE JULY

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Due dischi che guardano al futuro ed uno che guarda al passato.
Tune-Yards, Nikki Nack e l’omonimo di St. Vincent sono due dischi semplicemente meravigliosi. Merrill Garbus e Annie Clark si confermano come due musiciste raffinate e sofisticate ed il loro modo di concepire la canzone pop è stato negli anni costante stimolo e fonte di ispirazione.
L’Orchestrina di Molto Agevole: Agevolissima! Vol. 1 è un disco che va a risvegliare gli angoli più assopiti del nostro inconscio collettivo. Ed è facile perdersi nei meandri di questo album. Da Rosamunda e Mazurca paesana si passa per polka e valzer fino ad arrivare all’immensa Ti scrivo e piango, vera perla del disco.

HIS CLANCYNESS

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Spero che il pubblico non dia per scontato due album pubblicati da John Dwyer nel 2014. Il primo è Drop come Thee Oh Sees, per me dopo millemila cose pubblicate il loro disco migliore. Un vero capolavoro, riesce finalmente a bilanciare bene la band incredibile che sono dal vivo con le canzoni su disco.
L’altro è Damaged Bug, il suo progetto synth sci-fi punk, che merita solo per la copertina raffigurante un quadro di Brian Eno all’interno di una cabina di controllo di una navicella spaziale. Registrato sul suo Tascam 388 fa viaggiare lontano e ricorda quasi il McCartney di Temporary Secretary.

DID

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Salad Days di Mac DeMarco, perchè lui è il cugino del nostro agente di booking Fabio De Marco (battuta, ndr) e nonostante questo è molto bravo. Ci ricorda i Real Estate ma fortunatamente anche Ariel Pink. Il disco è semplicemente stupendo, perfetto in autostrada nel tratto da Genova a Livorno.
Asiatisch di Fatima Al Qadiri: usciamo matti per le cose arabe e ancora più di testa per le cose finte arabe. Tutto l’album è un po’ pesante forse ma merita più di un ascolto.
E poi l’immaginario grafico è molto cooooool.
Drop the Vowels di Millie & Andrea: loro sono Andy Stott e Miles Whittaker di Demdike Stare. Musica un po’ pastigliette (“pastiglie” nel nostro speciale vocabolario significa musica elettronica) ma Quirino adora le pastiglie e quindi dovevamo metterlo.

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UNIVERSAL SEX ARENAWomen will be girls (2013)
Una band incredibile che fa un disco d’esordio incredibile, con così tanta carne al fuoco che tentare di incasellarlo sarebbe più inutile del solito. Solo da ascoltare e amare. E da vedere in concerto.
SCREAMING TREES Invisible Lantern (1988)
Uno di noi lo ascolta incessantemente dal 2000, anno in cui lo comprò per 20.000 lire da Underground Records. E non si è ancora rotto i coglioni.
THE PRETTY THINGSS.F. Sorrow (1968)
Dopo averli visti ormai settantenni al Locomotiv e, a distanza di un anno, al Freakout, e avendo constatato che i pezzi del periodo psichedelico gli riescono alla grande, abbiamo ritirato fuori questo lp, che è uno dei primi concept album della storia. Il più bel film mai visto.
SUN KIL MOONBenji (2014)
Uno di noi ci strippa, ma ora sta lavorando e non può dire il perché, quindi, qualora non lo conosceste, andatevelo a sentire.
RAIN PARADEExplosions In The Glass Palace (1984), Emergency Third Rail Power Trip (1983)
In ordine di assiduità di ascolto, almeno due di noi si sono sparati sonore pippe mentali su questi due album. Il primo (in ordine di citazione) è un road trip della madonna, nel senso di road ma, soprattutto, in quello di TRIP. Il secondo (che poi sarebbe il primo), è un monumento al jingle jangle, alla fattanza e all’ indolenza totale: sonnolento, pigro, mielosetto. In altre parole, un gioiello.
MINUTEMENDouble Nickels On The Dime (1984)
Uno di noi non li apprezza come dovrebbe, ed il risultato è che gli altri, quando lo esprime, lo guardano come si guarda una merda farcita all’amarena, e non hanno poi tutti i torti. Comunque è il disco che ci siamo sentiti in macchina mentre, usciti dallo studio di registrazione, andavamo a mangiare la salama da sugo, per la cronaca.
CLAUDIO ROCCHIVolo Magico N.1 (1971)
Insieme a Donovan e ad Alice Cooper, la perfetta colonna sonora per le nostre cene collettive a base di cinghiale. Non chiedeteci però il perchè.

You hit me with a flower*

« Strada di schiavi e di puttane. Di protettori e ladri di polli. Di mangiatori di topi. Anche di gatti, ovviamente. Origini oscure. Suburbia. Suburbia anche dopo, una volta inglobata alla città. Addossata alle mura. Terrorizzata dai mutamenti. Quasi campagna e quasi città. Rifugio di giocatori d’azzardo, esperti in truffa alla francese, preti, uomini arrapati, alcolizzati, cacciatori di topi, spie, travestiti. Fame perenne. Regno del precariato. Indolenza. Nel corso dei secoli. »
(Emidio Clementi, La notte del Pratello 2001)

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Ci vediamo in via del Pratello?
Mi blocco un’istante e non riesco a replicare, sbalordito. È solo questione di secondi e poi finalmente rispondo: va bene, via del Pratello va bene.
Jonathan Clancy é il mio interlocutore.
Ci salutiamo e realizzo che i casi della vita sono talvolta sorprendenti.
Penso a quel pomeriggio del 1994 quando ebbi una conversazione identica (questo é il motivo della mia sorpresa) con un gruppo di giovani musicisti che aveva appena pubblicato l’album d’esordio.
Mimí era il cantante, Vittoria la batterista.
Ci vediamo in via del Pratello per l’ intervista?

In quel caso finimmo in un appartamento a discutere di musica ed aspirazioni varie per un paio d’ore, questa volta l’appuntamento é in un bar.
Dai Massimo Volume a His Clancyness, comunque il meglio che musicalmente é uscito dalle cantine di questa cittá.
Via del Pratello non é una via amata dai bolognesi doc, a dire il vero. Ma quelli che a Bologna ci gravitano finiscono inevitabilmente per penzolarci attorno.
Come se quel “lavorare con lentezza” propagato giornalmente dalle frequenze di radio Alice, che in via del Pratello aveva la sede, fosse ancora in qualche modo nell’aria.

.Amo il Pratello -esordisce Jonathan– anche se non è più il posto di una volta. Ma sta migliorando, sopratutto in questi ultimi due tre anni hanno aperto un paio di locali nuovi che hanno rilanciato la zona. Posti non necessariamente per giovani ma comunque fighi. Abito qui vicino e di conseguenza vedo quello che succede in zona. Negli ultimi anni si era trasferito molto del movimento in via Mascarella, il Pratello si era fossilizzato negli stessi locali che erano invecchiati con la propria clientela ma, come dicevo, ultimamente è assai migliorato. La giunta Cofferati aveva tagliato le gambe un pò a tutte queste situazioni, piano piano ci si sta riprendendo.

Jonathan Clancy é un giovane uomo di 31 anni che ha pubblicato da pochi mesi uno di quei dischi che tracciano il sentiero. Un disco che ha fatto smuovere i figaccioni di Pitchfork, tanto per dire. Il NME, primo mondo per quanto riguarda le vicende musicali, sbrodola a proposito di “psych-pop che ha trovato accenti ruvidi e aggressivitá”, mentre nientemeno che il Guardian se ne esce con una recensione dai riferimenti che definire lusinghieri é fin poco: Galaxie 500, Ultra Vivid Scene, Suicide e Joy Division.

Al di lá delle formule, Vicious é un disco che in realtà ha concluso un percorso ma che per la freschezza e anche per quanto si distanzia dalle produzioni precedenti ho personalmente vissuto come un vero e proprio debutto. Mi fa piacere che la vedi così -continua Jonathansopratutto in Italia si rimane ancorati al proprio passato, a tutto quello che si è fatto prima. Tutte le recensioni iniziano facendo riferimento ai Settlefish o a A Classic Education, io invece penso: chi se ne frega di quello che è stato prima. Mi verrebbe da dire: ascoltate il disco. Non è che ho problemi con la mia produzione precedente, ne sono orgoglioso ma è roba che fa parte del passato. Ogni tanto ci capita di ascoltare quelle cose in furgone, quando siamo in tour, ma più come gag che altro.  Mi diverte invece notare come quel tipo di suono, in particolare le prime cose dei Settlefish, un certo tipo di emo stia tornando in auge, sopratutto in America in questo momento.

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Vicious è un album che arriva invece al culmine di un processo di maturazione e lo si nota ascoltando anche le parti strumentali che non vengono mai sacrificate, come se si fosse finalmente trovata una propria dimensione ed una propria consapevolezza. Effetivamente è così -prosegue Jonathanma è dovuto al fatto che per la prima volta non ho fatto tutto da solo. Ero abituato a lavorare su loop o tracce registrate o mi arrangiavo suonando la batteria ma non sono in grado tecnicamente di fare determinate cose.
Suonando per la prima volta come band invece abbiamo trovato una dimensione che non avevamo in precedenza.  In realtà sono stato sempre un grande fan di band strumentali, sono cresciuto con il post-rock, mi ricordo a 16 anni il sold-out del Covo con i June of ‘44 che fu per me un vero avvenimento. Interessante notare come quella generazione di musicisti, pre my space, sia stata in qualche modo completamente cancellata. Rodan, Rachel’s tutte band che ho amato molto che sono semplicemente sparite.
Comunque è il primo disco di cui non cambierei neanche una virgola anche a distanza di tempo, sono soddisfatto del suono, delle canzoni, è la prima volta che mi succede.

Torniamo a parlare della scena post-rock, sparita nel nulla come inghiottita. In questo caso non è semplicemente un problema di ricambio generazionale, Jonathan è difatti convinto che: la scena indie è cambiata e non è più quella che era appena 10 anni fa. Se guardi adesso una classifica di fine anno di Pitchfork e di Rolling Stone, ti rendi conto che su 20 nomi 10 sono identici, fino a 5-6 anni fa non era così. In questo momento diventa difficile trovare spazio. Quando i Make-Up facevano sold-out al Covo, non è che si andava a vedere un gruppo ostico o particolarmente difficile. Erano semplicemente cool, ma proprio quel genere di gruppi fanno più fatica ad emergere in questo momento. Adesso parliamo di Chvrches e Sky Ferreira, che per carità sono interessanti, ma è roba mainstream e non indie nel senso che l’intendiamo noi. Quando mi hanno detto che i No Age hanno fatto 80 persone qui a Bologna ci sono rimasto male.

Arturo Compagnoni e Massimiliano Bucchieri (redazione di Sniffin’Glucose presente al gran completo per l’occasione!) scuotono la testa e raccontano della nostra recente trasferta milanese per Parquet Courts. Nella nostra testa semplicemente l’avvenimento dell’anno che si è risolto con 40 paganti e la solita fastidiosa sensazione di trovarsi disconnessi da una realtà che si limita all’ultima ennesima e sterile polemica sul singolo di Brunori Sas (mi sembra si chiami così).
Jonathan Clancy in Italia in questo momento viaggia semplicemente in un’altra dimensione. Non è un caso che sia un italiano sui generis, per metà canadese, nel suo girovagare planetario si è scrollato di dosso il consueto provincialismo che da sempre accompagna la nostra scena. Sono fisso in Italia da quando ho 16 anni -racconta– prima ho vissuto praticamente ogni anno in un luogo differente tra Canada, Stati Uniti, Napoli, Lecce, Bari e Trieste, per via del lavoro di mia mamma che è professoressa universitaria. La mia prima lingua? Non esiste, in pratica, perchè a seconda delle situazioni penso indifferentemente in italiano o in inglese. La mia educazione musicale invece è merito di mia madre, che ha sempre vissuto con la musica in sottofondo: Van Morrison, Bowie, Stones, queste cose qua. Poi i due anni che ho passato a Toronto, in Canada, tra i 13 e i 15 anni mi hanno definitivamente formato musicalmente. Erano gli anni dei Nirvana, Soundgarden, tutti ascoltavano quel genere in quel periodo. Quando è morto Kurt Cobain ero a Toronto me lo ricordo benissimo. Poi si vivono le classiche situazioni che da quel tipo di band si passa a qualcos’altro. Quando ho visto Eddie Vedder con una maglietta dei Fugazi mi si è aperta una porta che mi ha introdotto inevitabilmente ai Pavement, Dinosaur Jr., etc;
Quando sono ritornato in Italia a 16 anni una roba fondamentale è stata Blow Up, la rivista. Che all’epoca era ancora una fanzine, ce l’ho in casa dal numero 2 anche se adesso sono un paio di anni che ho smesso di comprarla. Ma loro mi hanno formato musicalmente in maniera anche rilevante, mi ricordo il primo numero che ho comprato con David Grubbs in copertina che ho visto poi un paio di mesi dopo dal vivo a Bologna. All’epoca trattavano ancora parecchie cose che venivano dal post-punk comunque, che poi sono state quelle che ho sempre seguito. Per 3-4 anni sono stati veramente fighi poi, non saprei spiegare bene perchè, si sono un pò persi. Erano gli anni di Dischord, di Kranky, della Thrill Jockey, di Touch and Go, tutte etichette per me fondamentali.

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His Clancyness, come si diceva, da progetto solista si è trasformato in una band. Vicious è l’album che ha raccolto e sintetizzato in musica tutti i viaggi, fisici e musicali, di Jonathan nel corso degli anni. E’ il disco della consapevolezza, è anche un punto d’arrivo in qualche modo. Trentun’anni, un disco osannato dalla critica, una band che suona in contesti prestigiosi in Europa ma anche al di là dell’oceano. Difficile però pensare a quello che verrà dopo.
In effetti non sarà semplice -racconta Jonathan– proprio questi giorni ci siamo fermati per la prima volta da quando è stato pubblicato il disco. Siamo stati sempre in giro, fino ad ora. Ho avuto tempo di pensare al passo successivo e non è facile immaginarsi cosa possa venire. Sono contento di Vicious, così soddisfatto che non ho ancora pensato a come si potrà evolvere la nostra situazione. Andare oltre sarà una bella sfida ed ammetto che in questo momento non so dove andremo a parare. E’ una cosa che mi piace, però. E’ la prima volta che mi ritrovo in un certo senso libero di trovare una nuova strada. Poi i dischi mi piace che abbiano una propria storia ed un proprio immaginario di riferimento. Non ho ancora trovato il prossimo ma ci sto iniziando a pensare.

Immagini che vanno di pari passo con le sonorità, cosa che non sorprende se si osserva l’attenzione che la band ripone ai dettagli anche visuali. Ha sorpreso il Jonathan in versione glam con tanto di rossetto e l’atmosfera tendente al nero delle foto promozionali che hanno accompagnato l’uscita del disco. Ho bisogno di crearmi un aspetto visuale che possa in qualche modo riassumere i suoni. In questo è molto brava la mia compagna e tastierista della band, Giulia, che cura tutta la parte fotografica e anche i video del gruppo ma che sopratutto mi offre tanti input su cui lavorare. Sono aspetti che secondo me vanno curati anche se rischiano di arrivare solo ad una minoranza di persone, anche tra quelli che ci seguono. Sopratutto i più giovani non ci hanno fatto molto caso, ho l’impressione
Ma certe cose vogliamo comunque continuare a farle. Come la fanzine che abbiamo allegato all’uscita in vinile. Non so che impatto possa aver avuto ma intanto è importante che ci sia, importante sopratutto per noi come band.

Vicious come si diceva ha avuto recensioni importanti ma ha anche spiazzato: è un disco diffcile da inquadrare e difatti in sede di recensione si sono individuati i riferimenti più vari. Clancy forse per la storia che ha alle spalle si posiziona proprio a metà strada tra gli Stati Uniti e l’Inghilterra, e la sua band suona come una sorta di Deerhunter (l’unico nome che veramente mi sento di fare come riferimento riconoscibile) coniugati in un alfabeto pop tipicamente continentale.
Mi sento più americano, non tanto come suoni ma come attitudine -ci confida Jonathan– è una situazione più libera. In Inghilterra è tutto più controllato: anche se sei in una band piccola si parla già di manager, di avvocati, di situazioni molto orientate al business. In america non è così ed anche band grosse hanno un approccio più libero che si ripercuote anche nella musica.

Si finisce a parlare di gap generazionali, di età e di prospettive. Perchè al di là delle ottime recensioni e dei tour in due continenti gli His Clancyness ancora il lunario, grazie alla musica, non riescono a sbarcarlo. No, ci dobbiamo arrangiare con altri lavoretti – racconta Jonathan– io ad esempio faccio traduzioni e qualche dj set. I margini sono limitati, anche in tour. Per esempio dalla vendita dei dischi si tira fuori comunque troppo poco. Ma bisogna fare delle scelte. La mia è chiara: ho deciso che voglio suonare e lo farò per i prossimi dieci anni. Devo aggiustare la mia vita per seguire questa decisione, si tratta solo di trovare un sistema che mi permetta di tenere un buon equilibrio.

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 Non avrò una sicurezza economica ma in questo momento non m’importa. Non è una questione legata all’Italia questa, spesso all’estero è anche peggio. Noi siamo usciti subito fuori dai confini, già con i Settlefish all’epoca e quindi abbiamo avuto la fortuna di rendercene immediatamente conto. L’ultimo tour è durato un mese, almeno dieci volte abbiamo dormito per terra, altre dieci su un divano e alcune volte in hotel. Ma è la normalità, sopratutto negli Stati Uniti. Fin che non fai 500 paganti a data non esistono altre situazioni. Ma va bene così. Se ami quello che fai certe cose non pesano.

Il giorno dopo Clancy armato di sola chitarra affronta con piglio deciso il folto pubblico che si é radunato all’interno di una galleria d’arte, che é anche bar e pasticceria, lo Zoo. L’occasione é quella di Arte Fiera: Bologna brulica di avvenimenti e situazioni create per l’occasione.clancy

Clancy affronta la situazione con naturalezza, canta su di un palco improvvisato a pochi centimetri dalla prima fila. Le canzoni anche in versione solista mantengono il loro fascino. È una roba breve, intensa,  mezz’ora conclusa dalla cover di Promise Me  dei Gun Club.

Esco dalla porta, mi incammino sotto i portici: Bologna questa sera é splendida. Mi sento finalmente lontano dalla provincia, come se qui e adesso avesse finalmente un senso. In testa mi risuonano le note di una canzone…..Never spit on an icy day, Turn it around and make me say, You are pure, you are pure…..**

* Vicious, Lou Reed
** Zenith Diamond, His Clancyness

Cesare Lorenzi

In allegato qui sotto un estratto dalla fanzine di His Clancyness, contenuta nella prima edizione della stampa in vinile.
La potete ordinare qui.

Oppure la potete scaricare in formato pdf qui His Clancyness FANZINE

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Ed infine un omaggio ai 16 anni di Jonathan, un breve articolo che realizzai nel 1998 a proposito dei June of ’44, uscito originariamente per la rivista Rumore.

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