Start again (Fiver # 03.2018)

stazione-termini
Cinque sillabe!” esclamò divertito, autografandogli e dedicandogli il proprio ultimo tomo, quello che è considerato il maggior scrittore musicale vivente. “Con un nome del genere si è destinati a fare grandi cose..” aggiunse pensieroso scrutandolo improvvisamente interessato.
Cinque sillabe… già. Non era poi così convinto che nel nome di una persona risiedesse il suo destino.
Nel suo caso queste grandi cose, onestamente, non credeva di averle combinate e mentre osservava il fermo immagine che rimandava le grandi immagini di Marc Bolan e David Bowie sullo schermo di fronte a lui lo colpì il pensiero che anche “inconcludente” è una parola di cinque sillabe.
Radio Dept – Your True Name

Proprio sul delimitare della stazione Tiburtina c’è un ultimo binario che ricomincia la numerazione. 3Bis, numerazione data come a sottolineare la sua minore importanza, la sua inadeguatezza nell’entrare nei 22 binari principali. Di fianco a quest’ultimo binario c’è un muro un po’ così, non particolarmente grande né lungo. Sopra vi sono disegnate cose anche queste un po’ così: prove di graffiti, prove di dichiarazioni d’amore, di slogan… sotto questo muro ci siamo noi che aspettiamo un treno minore come quello che si addentra nella provincia laziale. Anche noi che aspettiamo siamo un po’ così… un gruppo di studenti, credibili comparse per un video di Ghali, che si insultano e si lanciano sigarette, badanti che parlano fitto fitto in idiomi incomprensibili ma non hanno uno sguardo propriamente felice e poi c’è lui che, con uno sguardo amaro, cerca di ricordare esattamente quando tutto ha preso questa piega sconfortante. Ad alzare lo sguardo verso il muro, in realtà, c’è un’unica scritta chiaramente intelligibile. Recita, in modo inaspettato ma non troppo: “CHI SI RICORDERÀ DI NOI?“.
Hookworms – Static Resistance

L’aveva vista in casa di un compagno di classe delle medie. Una famiglia decisamente abbiente. Una massiccia, elegante, torre di legno scuro. Un mobile che conteneva giradischi, sintonizzatore, piastra e amplificatore in vari piani sovrapposti. “Un giorno sarà mia!” pensò determinato (all’epoca possedeva un unico radio registratore scassato) prima che le rullate  di Billy Cobham sotto lo sguardo esaltato del suo compagno gli azzerassero il sorriso e, brevemente, la voglia di vivere.
Diversi anni dopo il sogno si trasformò realtà ma il problema divenne la sua proverbiale imperizia tecnica.
Sportelli montati al contrario, ruote mai funzionanti, vetri distrutti nel montaggio.
Esausto e soddisfatto nonostante lo scempio compiuto decise di inaugurarlo con il cd/ep di una esordiente formazione irlandese appena acquistato al Disco d’Oro.
L’ascolto di Uncertain nel negozio gli aveva ricordato gli amati gemelli Cocteau ma ad un secondo ascolto aveva concluso che non c’entravano poi molto.
La notizia della morte di Dolores O’Riordan gli portò alla mente questo piccolo insignificante momento ma, allo stesso tempo, nella tragedia immane di perdere un essere umano a soli 46 anni, lo convinse che quando l’arte entra nella tua vita per restarci per sempre l’artista in questione, bravo/meno bravo, importante/meno importante, merita di essere omaggiato con un semplice pensiero, rispettoso e grato.
Cranberries – Uncertain

La figlia adolescente era rimasta impressionata dal pugno di cantanti armati di chitarre seducenti e vistosamente agghindati nel popolare programma televisivo sotto lo sguardo bonario del genitore che in maniera automatica aveva scatenato le proprie sinapsi alla ricerca di riferimenti riuscendo in pochi secondi a stilare una lista lunga, molto lunga. Cialtroni con un buon ufficio stampa a fornire i giusti dischi ed abbigliamenti da scopiazzare? Non ha molta importanza. Proditoriamente e gradualmente da quel pomeriggio il genio di Aladino, il ragazzo del ventesimo secolo, l’uomo stella, i ragazzi della rivoluzione, l’amore drogato e le bambole di New York sostituirono negli ascolti domestici i cialtroni invadendo l’appartamento, saturandone l’aria senza apparenti ripercussioni sull’umore generale. Se non puoi combatterli serviti di loro pensò sogghignando il genitore scorretto.
Teenage Wrist – Dweeb

Erano stati giorni difficili e Simon Reynolds, i Radio Dept, Ghali, gli Hookworms, i Cranberries, Marc Bolan, i Teenage Wrist, i Måneskin (si anche loro) insieme a molti altri si erano alternati nei suoi sogni coscienti ed incoscienti in un folle, insensato, vorticare. In un certo senso ci si era “aggrappato” per non perdere contatto.
Si fermò, si sedette ed analizzando i fatti recenti che lo avevano travolto giunse alla conclusione che gli scossoni che la vita gli aveva riservato in questi ultimi tempi sarebbero stati ancora più difficili da assorbire senza la loro compagnia. La sua piccola, forse insignificante ma tenace scialuppa di salvataggio.
Era l’ora di alzare di nuovo lo sguardo.
Era l’ora di ripartire.
Teenage Fanclub – Start Again

Massimiliano Bucchieri

Mosche, muli, asine e cuori – parte terza (Fiver #38.2015)

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Un racconto in tre Fiver di Fabio (prima parteseconda parte)
soggetto: Rebecca
colonna sonora: Dario

Domeniche a caso*

«Facciamo i gatti esplosi?»
«Cosa?» mi giro verso la sala vuota. Un pellicano sta spazzando il pavimento. Il cane Ginkgo fissa la palla da baseball galleggiante. «chi ha parlato?»
«Brutta serata, eh?» una voce alle mie spalle.
La sala ruota e il barista è lì, camicia arrotolata sugli avambracci ricoperti di tatuaggi. Barba a punta e la stessa macchia nera attorno all’occhio destro del jack russel. La palla è sempre lì, ferma a a mezz’aria, il cane non c’è più.
«Ma mi dici che cazzo di posto è questo?» ma il bancone è di nuovo deserto.
Chiudo gli occhi. Mi sento stanchissimo. Nello specchio una ragazza minuta, capelli lisci e scuri. Occhi chiusi che dormono. Forse è dietro di me ma perché io non mi vedo riflesso? E perché non vedo lei qui di fianco a me?
Ho così sonno che mi spegnerò qui, sul bancone. Basta appoggiarsi un momento.
Si illumina un vecchio jukebox.

«Facciamo i gatti esplosi? Come i gatti quando scoppiano. Dai, dai, dai…» Ginkgo mi guarda, la testa un po’ storta, di fianco alla palla volante.
«Sei un cristo di cane parlante, adesso?»
Ma io sto dormendo.
«Giulia, hai presente i gatti quando li investi in autostrada e poi stanno lì sotto il sole tutto il giorno? Poi a un certo punto esplodono. Facciamo i gatti esplosi?»
«Chi è Giulia? E come facciamo a fare i gatti esplosi?» ma Ginkgo adesso salta tremante di desiderio verso la palla sempre sospesa. Salta e salta nervoso e guaisce perché la palla è proprio lì, a pochi centimetri dal suo salto più alto. Ma non la può prendere. Ma lui salta e salta e salta e non si arrende e io penso che potrebbe saltare in eterno. Ma la testa è pesante. E nello specchio di fianco a me, stessi capelli sparati, jeans e chiodo nero, c’è di nuovo una ragazza che dorme con la testa appoggiata al banco. Mi volto verso lo sgabello che riempie nello specchio ma non c’è nessuno. C’è solo nello specchio. Una ragazza con lunghi capelli scuri che scivolano dal bancone, un braccio abbandonato lungo il fianco, il destro rovesciato sul legno quasi nero e segnato da anni di sbronze. Ha la pelle chiarissima. Una barchetta sopra tre linee d’onde tatuata sul polso. Giro di nuovo la testa verso lo sgabello. Vuoto. Sento che non riuscirò a stare sveglio ancora a lungo. Ginkgo salta e salta e guaisce una nenia che sembra una ninnananna.

Apro gli occhi e sono in questo bar che non ho mai visto. La testa pesante come se fossi stata ad un rave. Mi giro verso la sala e non c’è nessuno.
«Va meglio?»
La voce del barista che non avevo ancora visto mi fa fare un salto che quasi cado dallo sgabello: «cazzo, sei matto? A momenti mi viene un colpo!»
Il ragazzo è belloccio, una voglia scura attorno ad un occhio, le braccia muscolose e tatuate. Barba rossiccia curata. Un gilet bordeaux su una camicia bianca aperta quel tanto che basta per intuire un cuore sacro inciso proprio sopra lo sterno. Penso a quanto deve fare male.
«Non molto in realtà. Forse meno di quello» e indica il mio braccio destro. Lo giro. Una barchetta che galleggia sulle onde. Un disegno stilizzato. Ho un tatuaggio che non ricordo di aver fatto sul polso.
Ma come ha fatto a sentirmi?
«Non sono mica sordo…».
Ma io non sto parlando.

«Straniero, ma ti sei bevuto il cervello?»
Sono di nuovo seduto sullo sgabello. La ragazza ancora nello specchio che dorme. Di fianco a me nessuno: «dov’è Steb? E Goldie? E tutti gli altri?»
«Se ne sono andati da un pezzo, hanno detto che tu restavi, di lasciarti dormire. E se ne sono andati tutti.»
«E lei chi è?»
«Lei chi?»
Sto parlando con un jack russel che continua a leccare scodinzolando i bicchieri e ad ogni colpo di lingua sento una falciatrice che taglia fette di cervello, brividi che scuotono la schiena e fin dentro lo stomaco. Stringo i pugni e qualcosa brucia sul polso destro. Sollevo la manica graffiata del chiodo e vedo una barca stilizzata sopra tre linee ondulate. Un tatuaggio. Fresco, ancora gonfio. Guardo lo specchio. La ragazza dorme. Il braccio rovesciato. Ha il polso candido come il resto della pelle.
È di nuovo buio.

«Giulia, svegliati, Giulia…»
«Come sai il mio nome?»
«Ma se abbiamo parlato tutta la notte. Giulia, alza la testa.»
Mi sollevo sulle braccia, gli occhi faticano ad aprirsi. Mi vedo sfuocata nello specchio. Mi fa ancora male il polso destro e non ricordo di essermi tatuata eppure ho questa barchetta sul braccio. Mi giro e il tipo sullo sgabello di fianco al mio se la dorme come se fosse nel letto più comodo del mondo. I capelli scuri con delle chiazze grigie ai lati, jeans neri e un chiodo che sembra sia passato tra le zampe di una pantera per i tagli che ha qua e là.
Guardo di nuovo il mio riflesso nel vetro e sono sola al bancone. Il tizio in nero non c’è. Non si riflette. Forse sono seduta di fianco ad un vampiro. Nel riverbero velato, io e la schiena del barman col suo gilet bordeaux e i suoi tatuaggi colorati.
«E di cosa avremmo parlato tutta la notte?»
Sento abbaiare e sotto i miei piedi spunta un jack russel con una chiazza scura attorno ad un occhio.
«Ginkgo! Ginkgo, vieni qua!» e il cagnolino richiamato dal barista scompare dietro al bancone: «Lo so che non dovrebbe stare qua, se lo sa il capo mi ammazza, ma a casa da solo mi spacca tutto…»
Ma dove sono? Cosa ci faccio qui e perché non vedo il tizio che dorme di fianco a me nello specchio? E perché ho una barca tatuata sul polso?

Goldie si muove lentissima, attraversa la sala e viene verso di me. Non riesco a staccarmi dal bancone. Sono incollato allo sgabello, chissà che cazzo mi ha messo il granchio fottuto nei bicchieri tutta la sera e io adesso non riesco ad alzarmi dal bancone. Goldie viene verso di me. La vedo sfumare davanti ai miei occhi mentre cerco di toccarla. Provo a sfiorarla ma è come fosse una nuvola, un fantasma, un cazzo di ologramma ma non riesco a toccarla e lei mi parla ma non capisco cosa dice e tutti nella sala ballano questo pezzo acido lentissimi, come fatti di roba tutti quanti e Steb è scomparso e con lui le gatte impazzite e c’è solo gente che balla, ognuno per conto suo, fuorit empo come uno che dondola un fado ascoltando Dan Deacon e Goldie che mi dice cose che non capisco e non posso toccarla perché si dissolve, scompare e riappare come una proiezione su di una nuvola di fumo.
Alzo la testa dal bancone: «da quanto sto dormendo?»
«Da qualche ora, amico.»
«E tu sei Ginkgo?»
«Sempre io, amico.»
«Non capisco. Non capisco più un cazzo e tu mi devi aiutare. Dove sono? Cosa ci faccio qui e dov’è Goldie e dove Steb e chi cazzo sono io?»
«Stai calmo, amico. Troppe domande per una sola bevuta.»
«Quale bevuta?» E davanti a me ci sono una distesa di bicchierini bianchi con del liquido trasparente dentro e Ginkgo ne prende uno e io un altro e ci tocchiamo le nocche e buttiamo giù. Vodka.
L’orologio sopra il bancone, un enorme orologio che non avevo mai visto segna le tre. Di notte o di giorno?
E poi un altro. E un altro. E un altro.
Le lancette cominciano a girare indietro. È l’una. Le undici. Tutt’intorno le luci si fanno sempre più fioche. Rarefatte. Sembrano lampioni. Forse sono per strada e una voce lontana mi chiede se sono sicura di rimanere ed è una voce che conosco. Alice che mi parla e mi carezza la faccia, ma forse sto solo sognando e certo che sto bene e resto ancora un po’ qui col barista che continua a lavare bicchieri e sorride dal dietro al banco col suo cane che saltella e insegue la palla che butta nel retro. Un ultimo giro, poi me ne vado a casa, tranquilla che lo sai che mi porto sempre a casa, no?
Chi è Alice?
Poi è buio. E dov’è che sono?
«Tu fai troppe domande, ragazza. È una di quelle serate che vanno così, a caso.»

Apro gli occhi. Odore di fresco e pulito. Sono in un letto verde e rosso, un materasso appoggiato a terra che so di conoscere bene. Da una finestra enorme entra tanta luce che riempie la stanza. Sono seduta e mi vedo riflessa in uno specchio. E sono io, Giulia. Ed è ovvio che sia Giulia, chi altro dovrei essere? E nello specchio non c’è nient’altro che la mia faccia un po’ gonfia – abbiamo fatto i gatti esplosi? Me l’ha detto James e fuori il sole stava sorgendo – e sono a casa di James che è il mio amico, il mio amore, quello di cui mi posso fidare sempre perché non sarà mai io tua e tu mio ma sempre noi due che ci vogliamo bene. Qui sono al sicuro. Ma come ci sono arrivata qui, nella stanza con la tappezzeria biancha e gli alberi stilizzati neri che conosco come le mie tasche? Sono nel letto di James, ma lui non c’è. Mi stiro e abbraccio il cuscino che sa di lui, quante volte ho dormito qui? E quanto amo quest’odore che sa sempre di un posto in cui è bello tornare?
Mi alzo. E ho le gambe pesanti come la testa e mi fa male il polso. Destro. Lo guardo. Un tatuaggio appena fatto. Si vede che è fresco. E sono nella camera di James e so che la tappezzeria è la sua e cosa ci faccio qui? Ho sognato? Mi guardo allo specchio che riempie mezza parete. Sono bianca come il muro dietro di me. Due occhiaie che mi fanno somigliare ad un panda mi raccontano di una lunga notte. Di cui non ricordo niente.
Esco. Musica che riempie le orecchie. James è in cucina. Solita divisa, tutto nero. I capelli spettinati e grigi ai lati. La barba quasi bionda, coi suoi riflessi rossi da mezzo irlandese. Le braccia, piene di tatuaggi colorati, fanno saltare qualcosa in una padella larga. C’è odore di uova e caffè. Odore di buono. Cammino scalza sul parquet di casa sua che conosco da tanto tempo e gli arrivo alle spalle. Lo abbraccio e appoggio la testa alla sua schiena: «ma cosa ci faccio qui?»
«Ehi, ci siamo svegliate?»
Stringo il suo petto e mi sento bene, mi sento serena: «mi sa che mi devi fare un resoconto delle ultime ore. Ma, a proposito, tipo, che ora è, anzi, che giorno è?»
James scoppia a ridere e non molla la padella: «ma allora hai veramente esagerato!» e continua a far saltare delle uova strapazzate.

«Quindi ti sono arrivata casa così, a caso, stamattina all’alba…»
«Era ancora buio, bambina…»
Mangiamo uova e beviamo caffè, fuori sembra che il sole stia iniziando a tramontare.
«Dai, ma questo?» e stendo il braccio sul tavolo, il polso destro con la barchetta incisa nella pelle.
«Sei arrivata e hai detto che avevi esagerato. Che un cane pazzo ti faceva scoppiare la faccia, come succede ai gatti quando li investi in autostrada. Io ho riso mezz’ora e ho provato a convincerti ad andare a letto, a spegnere il cervello e smettere di parlare. Ma tu continuavi a dire che non potevi più stare dov’eri e avevi bisogno di una barca per andare via e che solo se io ti avessi tatuato una barca sul polso il sangue si sarebbe calmato e avresti potuto navigare verso dove volevi andare.»

Il mal di testa se né quasi andato. La memoria che comincia a tornare. Sabato sera, la festa di quella marca di lingerie a cui eravamo invitate. Una discoteca piena di modelle mezze nude e papponi da grande azienda. Alice che voleva sbracare e tira fuori dalla tasca un quadratino di carta e mi dice “dai, un trip io e te, come ai vecchi tempi” e poi a notte fonda quel bar assurdo che chissà dov’era e Alice che se ne va e io voglio restare a bere l’ultima. Il barista carino col cane che scappava fuori dal bancone. Tornano immagini della notte.

«Sei arrivata qui che non ci stavi dentro. Le ho provate tutte per calmarti ma non ne volevi sapere. Dovevi tatuarti o sarebbe stato un casino. Mi dicevi che un cane saltava cercando di prendere una palla e che ti chiamavi Goldie. Che avevi mangiato pesce e ti aveva fatto male…»

Il sushi bar, ecco dove eravamo finite con Alice, poi lei se n’era andata col suo ragazzo ciccione che odio e io ero rimasta lì a bere vodka col barista con una voglia attorno all’occhio. Fotografie sparse tornavano come in un album shakerato a caso con troppa droga e troppo alcol.

«Mamma mia, che serata… E quindi, mi hai tatuato il polso?»
«Per forza, non c’era modo di calmarti. Alla fine mi son detto, alla peggio domani si incazza e lo copriamo, ma adesso ha bisogno di quella barca… E te l’ho fatta. Ho pensato che fosse il male minore.»
Ci guardiamo e scoppiamo a ridere. Il mio salvatore che mi tatua strafatta: «sì, è così, non potevo fare altro.»
Salto in braccio a James, un’altra tazza di caffè americano è quello che ci vuole.
Mi sento felice. Mi sento leggera, come una barca che va alla deriva in un mare tranquillo. Come i muri pieni alberi della camera, come la luce che filtra sempre più tenue dalle grandi finestre di questa casa che amo da sempre.
«Appena ho finito di tatuarti hai sorriso. Mi hai chiesto che giorno era. Ti ho detto che era domenica e tu mi hai risposto che tutto era perfetto. Che avevi bisogno di quella barca e che adesso stavi bene. Che ti serviva perché era una di quelle domeniche… aspetta, hai detto… ah sì, hai detto che ti serviva perché era una di quelle domeniche che devi fare qualcosa, che se no sono domeniche a caso.»
«Domeniche come?»
«Domeniche a caso. Hai detto proprio così.»
Scoppiamo a ridere. Beviamo altro caffè e adesso è proprio così: una di quelle domeniche a caso, che all’improvviso diventano importanti.
James mette un disco sul piatto: Melted Rope e mi sorride e mi carezza i capelli e io sono felice. Senza motivo. Solo felice.
Fuori, ormai, le ombre sono lunghissime che quasi scompaiono. Qui, tutto è sicuro e non serve nient’altro.

*thanks Giulietta

Fabio Rodda

Fiver #01.11 (Life in Exile)

Fugazi

Fugazi

Ognuno ha i miti che si merita. I Velvet Underground sono una di quelle poche storie che in un modo o nell’altro hanno finito per cambiarmi letteralmente la vita.
Non voglio parlare di loro, però. O quantomeno non direttamente.
Dei Velvet il personaggio che ho sempre amato di più è stata la batterista, Maureen Tucker. Nonostante nel processo creativo della band fosse probabilmente l’ultima ruota del carro, messa in ombra non solo dalla coppia Reed / Cale ma anche dalla tossica teutonica dai capelli color oro.
Nonostante non fosse oggettivamente una bellezza, il suo viso spigoloso, nascosto dagli immancabili occhiali scuri, ha rappresentato per me l’essenza della “coolness” nella sua forma più pura.
E il suo incedere minimale dietro i tamburi ha influenzato una marea di gruppi “nostri” che sono arrivati in seguito. Chiedere a Bobbie Gillespie, versione batterista nella primissima versione dei Jesus and Mary Chain, da chi avesse preso ispirazione, per dire.
Ricordo bene l’inutile tour dei Velvet del 1993. Di quella serata bolognese apprezzai unicamente il composto incedere della Tucker, che mi parve una luce nella tempesta di ego troppo grandi per stare rinchiusi in un unico palcoscenico.
Appena sbarcato in facebook, qualche hanno fa, le ho chiesto l’amicizia. Maureen accettò quasi immediatamente e mi pare di ricordare che me ne vantai pure con i soliti amici (quelli veri, in questo caso). Maureen è discreta anche nella sua vita sociale. Interviene di rado. Per lo più linkando articoli. Prevalentemente di politica e cronaca. Come se l’arte fosse scomparsa dai suoi radar. Simile ad una casalinga di Casalpusterlengo che vota lega nord: i suoi obiettivi preferiti sono gli immigrati clandestini messicani, l’islam e Obama. L’altro giorno a quell’amicizia virtuale ho definitivamente rinunciato. I pochi miti che uno ha non deve per forza farseli rovinare dal tragico scorrere del quotidiano.

Thurston Moore – Speak to the Wild

Thurston Moore, al contrario, nonostante si avvicini alla sessantina è il solito vulcano di progetti. Seguire lui, anche solo su facebook, è una continua ispirazione. Letteratura, fotografia e poi sopratutto musica, la sua, non solo la sua ma anche quella degli altri. Il giorno che è uscito il nuovo album sul mercato si è inventato una playlist fantastica. Non di pezzi suoi, sia chiaro. Ma roba a 360 gradi, tipo bignamino di quello che lo ha ispirato nel corso degli anni. Dischi e gruppi che qualsiasi appassionato di musica dovrebbe mandare a memoria. Quello è stato il suo modo di fare promozione al disco nuovo, per dire. Hai voglia a spiegare il significato di “indie” quando in alcuni casi c’è tutto un mondo da esplorare.
Il disco nuovo è a suo modo un classico, tanto è vicino per tematiche e sonorità ad un qualsiasi album dei Sonic Youth. E questo è il migliore complimento che mi possa venire in mente. Si potrebbe scegliere una canzone a caso ma questa Speak to the Wild, che il disco nuovo lo apre, con il suo incedere privo di insicurezze, quei soliti pochi accordi di chitarra così riconoscibili e una linea vocale appena più accennata del solito mi sembra che riassuma perfettamente la statura di un disco eccellente. Quello che stupisce semmai è la qualità della parte lirica, dell’album in generale e di questa canzone in particolare. A forza di nominare Burroghs e compagnia, di citazioni letterarie neppure tanto velate ci si ritrova tra le mani uno di quei rari dischi che vanno valutati da più prospettive. La forza creativa di Thurston Moore mi ha fatto tornare in mente una citazione di Jack Kerouac: “I just won’t sleep,” I decided. There were so many other interesting things to do.”  Sembra averlo preso in parola, per nostra fortuna.

Fugazi – Merchandise

 Era meglio il demo. Già, era meglio. E non è una gag in questo caso.
Questa versione di Merchandise, dei Fugazi, è tratta dal nuovo album che raccoglie appunto il primo demo della band, registrato quando avevano appena 10 concerti alle spalle.
Inutile girarci intorno, ci sono gruppi, dischi, canzoni di cui non potremmo mai parlare con obiettività. Fugazi è una storia di pugni stretti per la rabbia, di canzoni urlate in faccia, di sudore e di commozione. Quella che sale come un brivido quando ascolti per l’ennesima volta quelle parole e quella combinazione di chitarra e basso che ci rimandano all’Inghilterra del post-punk in maniera ancor più evidente che nella versione originale. In maniera ancor più cruda. Ancor più vera. Se possibile.

Menace Beach – Come On Give Up

 Bella canzone, questa Come On Give Up. La troverete nel debutto sulla lunga distanza di Menace Beach, band di Leeds, che uscirà ad inizio 2015. Un gruppo di chitarre, ritornelli accattivanti, melodie e una piccolissima dose di trasgressione. Roba tipicamente anni ‘90 off course, a metà strada tra Breeders, Elastica e Sleeper. Che detto così sembra un modo neppure tanto elegante di metterli fin da subito nell’angolino di quelle band che sì, vabbè, però, dai……e invece no, per una volta mi lascio conquistare fino in fondo da una canzone che si fa fischiettare dopo 3 ascolti. Nient’altro da chiedere ad una canzone pop, personalmente.

Hookworms – Off Screen

 Sempre da Leeds, Inghilterra arrivano anche Hookworms. Pure per loro album in uscita, il secondo in questo caso, in questi primi giorni di novembre. Questo brano che lo preannuncia è una bella sinfonia di synth e chitarre di quasi otto minuti. Chitarre, feedback, pedali e alla parete i santini di Loop, Slowdive, Spacemen 3, etc, etc; Si fa un gran parlare di neo-psichedelia, spesso a sproposito, ma in questo caso sembrano parole ben spese e il livello sembra davvero una spanna sopra tutto quello che ci è capitato di ascoltare nel genere ultimamente.

The Felines – Pity for your Eyes

 Irresistibili, direi. Tre ragazze di Copenaghen che arrivano fin dall’altra parte dell’oceano e grazie alla californiana, ottima, Burger Records, trovano distribuzione ed un minimo di esposizione. Questa canzone che preannuncia un nuovo album è puro stile Lee Hazlewood / Nancy Sinatra, seppur in una semplicità di arrangiamento che sfiora la banalità. Ma a certe cose, inutile, non riesco proprio ad opporre resistenza.

Cesare Lorenzi