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Il Teatro Tivoli a Bologna non è altro che un cinema parrocchiale di periferia.

Quando annunciarono il concerto di Grant Hart mi ricordo che, come prima cosa, preso dall’eccitazione dell’evento, tempestai Arturo di domande: ma che posto è? Ma Grant Hart in un cinema parrocchiale? Sei sicuro? Non che salta all’ultimo…..Mi rassicurò sul fatto che ogni tanto organizzassero concerti in quel luogo e che, insomma, era meglio che la facessi finita e che non ci sarebbero stati problemi. Era la primavera del 1990.

Gli Hüsker Dü si erano sciolti da poco e io tenevo in casa una cassetta registrata di una trasmissione radiofonica della Rai come una piccola reliquia. Guido Chiesa, inviato da New York, raccontava il concerto del tour di Warehouse: Songs and Stories, facendone sentire naturalmente degli estratti. Mi ricordo esattamente cosa diceva: hanno suonato tutto l’album dall’inizio alla fine conservando la stessa scaletta del disco. Nel bis hanno ripreso qualche canzone più vecchia ed hanno suonato una cover dei Beatles. Bob Mould non ha detto una parola tutto il tempo, mentre Grant Hart, dietro la batteria, cantava le canzoni che aveva scritto di suo pugno intervallando qualche battuta a stemperare la tensione che ormai aveva minato la band al suo interno. Tutto il resto è storia.

Del concerto bolognese di Grant Hart mi ricordo poco: fece alzare il pubblico dalle poltroncine e ci ritrovammo tutti in quello stretto spazio tra il palco e le prime file. Non suonò pezzi degli Hüsker Dü, mi pare, ma non potrei giurarci. Suonò sicuramente i brani del suo primo disco solista, compresa 2541 che è una delle più belle canzoni degli ultimi 30 anni e che nessuno si ricorda di mettere mai in una di quelle cazzo di classifiche/playlist che vanno tanto di moda.

A distanza di anni, ogni volta che passo in via Massarenti 418, all’altezza del cinema Tivoli penso a quella notte. Passo in macchina, volgo lo sguardo verso quel cinema dimesso e penso: lì dentro ci ha suonato Grant Hart, scuoto ogni volta la testa e mi ritrovo un sorriso da ebete stampato in faccia.

CESARE LORENZI

So Eighties (Fiver # 30.2016)

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Per me gli anni ottanta sono un paio di occhiali con le lenti fumé e la montatura dorata. Un impermeabile stretto. Una fotografia ingiallita credo col mare della francia alle spalle. Le calze bianche, di spugna, fino a sotto il ginocchio, le scarpe da ginnastica gialle con gli strapp al posto dei lacci e un bomber che non poteva essere un bomber perché il bomber è così anni ’90…ma nella memoria i ricordi si accavallano quasi a caso, spesso senza motivo apparente, seguendo il filo rosso del cuore. Non era un bomber, ma una giacca di panno spesso, le maniche in contrasto e i bottoni a pressione. Neri.
Gli anni ottanta sono i film horror con i cartelloni spaventosi fuori dai cinema e mia madre che scuoteva la testa perplessa e mia nonna che mi faceva vedere La casa dalle finestre che ridono ma che non dovevo dirlo ai miei che se no si arrabbiavano.

Gli anni ottanta è Milano. Un blazer con le spalline larghe e mia zia, minigonna e tacchi bianchi, con lo zaino a forma di cane color fluo che passeggia per Sesto San Giovanni e i maragli in due sul Sì, le felpe della best company rosa e blu coi levrieri cuciti sopra, che le fischiano dietro.
Le vetrine di Fiorucci in centro a due passi da San Babila coi paninari, piumino a salsicciotti e jeans chiari, cinture del Charro e mocassini da barca. E un po’ più in là gli ultimi punk, i capelli a stella tenuti su con chili di lacca o che ne so, parevano cemento. Le moto sportive giapponesi in piazza Duomo e il bar Magenta pieno di zip e borchie e pelle nera.

Gli anni ottanta è un concetto, qualcosa di lontano, di fotografie sbiadite con la pellicola che uniforma i colori, che li spinge tutti verso un grigio/marrone come il cielo della capitale lombarda sempre coperto di nebbie che adesso non se ne vedono più di così fitte.
La Ritmo dei miei genitori. Verde.
Sono io, bambino, che mi faccio troppe domande perchè gli anni permettano di dare risposte e comincio a cercare una soluzione alla solitudine sulla carta piena d’inchiostro di romanzi d’avventura, cavalieri e guerre e saghe e poi Zanna Bianca e l’eroe che da solo avanza attraverso il freddo.

Il mito del grande nord.
Il mito del lupo solitario.
Il mito della principessa da salvare.
Tutta roba che non se andrà via mai più e segnerà ogni passo.

Gli anni ottanta sono il giorno in cui, ricordo benissimo, come fosse ieri, ho scoperto cosa volesse dire “malinconia”. L’ho imparato su di un terrazzo lungo e stretto, quello dei nonni da cui passavo parte dell’estate e le feste comandate.
Sesto san Giovanni si stendeva come un’unica distesa di tetti grigi, una Mordor antelitteram (per me che ancora non sapevo chi fosse Tolkien, lo scoprirò solo alla fine di quegli anni) bagnata dalla pioggia. E mentre le gocce, fitte e sottili come solo a Milano e solo negli ottanta, cominciavano a bagnarmi gli occhi che già erano umidi per un qualcosa a cui non riuscivo a dare il nome, ecco arrivare dritta la parola: malinconia e la malinconia che diventava più leggera perchè finalmente aveva un nome e tutto ciò che ha un nome non può fare veramente paura.

Gli anni ottanta. Non voglio parlare di bombe, di stragi. Di deviazioni e devianze che già ne son pieni i libri quanto le mie scatole; né del punk, della new wave che imperversava anche qui da noi, dell’hard core che picchiava – qui a due passi c’era la Paolino Paperino Band, ancora più vicino i Nabat e poi i Gaznevada e CCCP e Skiantos e il partito che organizzava le feste ed era tutto molto rock. E molto provincia.

Forse di questo invece voglio parlare. Rock e provincia. Correggio mon amour (da leggere, per chi non ne fosse a conoscenza, un’opera fondamentale della storia di quello che siamo e quello che abbiamo perduto) e le band che ascoltavano le radio libere, un sacco di mitologia. E di strade da Carpi a Modena alla riviera e il Po come fosse il Mississipi per suonare il blues attraversando la campagna e tutto sembrava infinitamente più lontano e, forse per questo, più unico.

Rock e provincia e abbiamo nominato Correggio e allora di Correggio fu quello che in Italia assieme a Pavese e Calvino sta nell’Olimpo di chi ha scritto le cose migliori di sempre per il sottoscritto che legge e di Tondelli si è già detto tanto, forse tutto, ci si fanno le tesi di laurea, lo si porta in palmo di mano forse anche perchè gli anni ottanta adesso sono così cool che chi ha gli occhiali da pentapartito e il baffo si sente un po’ Piervittorio, coi maglioncini brutti e stretti dai colori improbabili che vedi adesso se vai a berti qualcosa nei locali giusti.

Il mio Piervittorio è un’altra cosa. È lo stupore incontrato quando lessi, tanto tempo fa, quello che credo sia rimasta per me la più alta descrizione di ciò che chiamiamo amore.
Era Camere Separate, erano Leo e Thomas e in quelle pagine piene di dolore e bellezza, sangue e parole e corpi che hanno bisogno, necessità, di toccarsi, stringersi e perdersi ho letto cos’è l’amore.
E ancora Piervittorio, tanti anni dopo, per mano di un’amica straordinaria, è tornato a dirmi cos’era l’amore in un passaggio che mi ero perso, chissà come, nella confusione delle letture mancate, della vita che corre, che a volte trita anche la bellezza e la lascia fuggire via.

Ma quella che deve tornare torna e allora ecco il biglietto numero 8:
“Vedere il lato bello, accontentarsi del momento migliore, fidarsi di questo abbraccio e non chiedere altro perchè la vita è solo sua e per quanto tu voglia, per quanto ti faccia impazzire non gliela cambierai in tuo favore. Fidarsi del suo abbraccio, della sua pelle contro la tua, questo ti deve essere sufficiente, lo vedrai andare via tante volte e poi una volta sarà l’ultima, ma tu dici, stasera, adesso, non è già l’ultima volta? Vedere il lato bello, accontentarsi del momento migliore, fidarsi di quando ti cerca in mezzo alla folla, fidarsi del suo addio, avere più fiducia nel tuo amore che non gli cambierà la vita, ma che non dannerà la tua, perchè se tu lo ami, e se soffri e se vai fuori di testa, questi sono problemi solo tuoi, fidarsi dei suoi baci, della sua pelle quando sta con la tua pelle, l’amore è niente di più. Sei tu che confondi l’amore con la vita.”

Confondere l’amore con la vita, col ritmo che spinge, col sangue che pulsa troppo forte nelle vene e viene il mal di testa e il mal di vivere alla Montale che lo incontri le notti di provincia quando non sai dove andare a sbatterla quella testa che batte batte e batte e per fortuna a volte c’è una radio amica che suona un pezzo che ti salva la vita in quel momento preciso mentre attraversi, solo, solo la luce dei fari di un vecchio scassone una strada tra i campi urlando parole che non sai e battendo a tempo sul volante quel pezzo dei Black Flag.

Un romanzo che non è ancora nato inizia così:
Lo puoi sentire da lontano stridere sulle rotaie e rompere il silenzio assurdo che riempie l’aria. Lo vedi spuntare dalla montagna, uscire veloce da quel buco scavato dall’uomo tanto tempo fa’ per poter scappare, per poter avere una scelta. Sbuca veloce, urla mentre corre tra i prati e poi le ganasce che frenano vecchie ruote di ferro stridono violente. La campanella della stazione ha già smesso di suonare da qualche minuto quando la grande sagoma grigia smaltata dai graffiti si ferma davanti al marciapiede deserto. Scende il controllore per assicurarsi che come al solito non ci sia nessuno. Si guarda attorno e dopo un cenno al nulla risale e si porta via quell’ammasso di lamiere. Pochi minuti e tutto torna a tacere. Solo il rumore del vento che muove l’erba. Solo la mia sigaretta che si consuma indolente tra le dita.
Lo spettacolo è finito e anche per oggi ho avuto la mia dose di fuga iniettata nel cervello. Di nuovo niente da fare. Forse Manuel ha qualcosa di buono per me, qualcosa che mi faccia stare lontano da casa per qualche altra ora, che non mi faccia pensare a domani mattina e al rumore bastardo del cartellino timbrato in fabbrica. Forse Manuel mi può salvare.
La stazione diventa sempre più piccola nel retrovisore di questo catorcio a quattro ruote. Non è sempre vuota, a volte vedo scendere famiglie stanche della città. Mi piace guardare i loro sorrisi affaticati da smog e cieli grigi riempirsi del blu limpido di queste parti, del verde smeraldo sulle colline, del silenzio che riempie l’aria. Li guardo complimentarsi con loro stessi per aver scelto qualche giorno di niente lontano dal tram tram di sempre e sento come non potrebbero mai capire la mia voglia di bruciare tutto quello che mi circonda e scappare lasciando dietro di me questo nulla soffocante. Li guardo e provo a immaginare le loro vite tra palazzi di cemento e traffico impazzito e mi domando come faccio a sognare tutto questo, a desiderare quello che per tanti è un inferno. Ma loro non sanno, non possono capire la solitudine, il vuoto, il silenzio che atterrisce l’anima. Loro non possono capire come io non posso capire la loro voglia di suicidarsi in questo buco di mondo dimenticato dal tempo.
La porta d’ingresso è, come sempre, aperta. Un rasta che non ho mai visto mi saluta con un cenno della testa.
– Manuel? – Mi indica il cucinotto. La porta è accostata.
– si può? –
– i miei amici possono sempre… – Entro nello stanzino buio. Manuel è in piedi, davanti a un fornello. Sta facendo bollire dei funghetti in un pentolino. Con lui una biondina che credo si chiami Manola o qualcosa di simile: una freak che si è raccattato in non so quale viaggio in che posto assurdo. Ci salutiamo tutti con un paio di baci all’aria intorno alla faccia. Mi siedo e la tipa mi passa una canna.
– allora, come te la passi? –
– il solito, e tu? –
– tutto bene. –
– hai qualcosa per me? –
– cosa cerchi? –
– niente di speciale, il solito relax… –
– ho quasi finito l’oppio. Quello che me lo porta se n’è andato in India. Sulle montagne… Credo a cercare il charas… E’ stagione. Ma per te ne ho giusto un po’. –
Prepariamo assieme la pipa e cominciamo a fumare. Mi sento subito meglio. Leggero. C’è musica nell’altra stanza ma non riesco a capire cosa sia; sembra reggae, ma più lento. Mi accompagna mentre sprofondo nell’anestesia dei papaveri rossi. C’è il solito poster enorme che copre la parete, un’immensa distesa di alberi. Sono anni che quando vengo qui a disfarmi cerco di contare gli aghi. Non ci sono mai riuscito. Non mi sento più le gambe e ho le palpebre pesanti. Non faccio nessuna resistenza a questa forza conosciuta che mi sta trascinando via, chissà dove. Non ho motivo di resistere. Mi lascio cadere nell’atarassia dei tossici, senza nessun appiglio alla realtà volo nel divano sfondato che mi culla lieve. E’ tutto così leggero, facile, come quando sei piccolo e la mamma ti tiene fra le braccia e sai che non ti può succedere niente, che finche sei lì nulla ti potrà toccare, nessuno potrà farti del male. E’ tutto così bello.

Fabio Rodda

Hüsker Dü “Warehouse: Songs and Stories”

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Non ho tempo di registrartelo” – disse Gabri (anzi “Gabbri” perché dalle nostre parti di raddoppia tutto il raddoppiabile) mentre mi passava la sua copia di Warehouse: Songs And Stories degli Hüsker Dü- “Ma tu questo disco lo devi ascoltare! Te lo presto così lo porti a casa, lo ascolti e se ti piace te lo metti su cassetta“.
Presi dalle sue mani quel doppio LP e iniziai subito a contemplarne la copertina stranissima: un giardino ricostruito al chiuso e fotografato sotto una luce livida e artificiale. Non riuscivo a capire che cosa volessero dire quelle immagini, cosa potessero racchiudere in termini musicali e soprattutto non potevo prevedere quello che le canzoni di quel disco avrebbero significato per me negli anni a venire.
Fu così che nacque il mio rapporto con uno degli album che mi avrebbero definitivamente cambiato la vita.
Era il 1987 e avevo 15 anni. Le mie visite a casa sua erano rarissime, ma Gabbri era forse l’unica saltuaria guida che avevo per addentrarmi nel mondo che da un paio di anni stavo faticosamente cercando di esplorare, ovvero quello del rock indipendente o meglio underground: un mondo pieno di misteri, rituali oscuri e suoni così eccitanti da star male. Erano cose completamente lontane dalla realtà del piccolo paese della costa adriatica nel quale consumavo la mia adolescenza. Eppure non c’era nulla che mi facesse sentire così a casa come quei dischi, quelle canzoni, quelle urla, quei rumori che sembravano senza senso a chiunque mi circondasse. Mi sembrava che il mio posto fosse lì, in una specie di iperspazio dove le persone come me, che si sentivano “out of step with the world” potevano trovare asilo. Quelle facce che mi fissavano dalle copertine dei dischi mi rassicuravano sul fatto che non fossi solo, che altre persone al mondo provavano, dicevano e pensavano cose che li tagliavano fuori dal grosso dei loro simili e nonostante tutto lanciavano segnali di vita e si facevano sentire: arrotolavano messaggi musicali in bottiglie di vinile e cartone senza aspettarsi nessun soccorso, nessuna salvezza, ma solo il contatto con altri naufraghi alla deriva come loro nel mare di plastica degli anni ‘80. Quei dischi non se li cagava nessuno per gli stessi motivi per cui nessuno si cagava me e il modo in cui ero fatto. Un cane dello spazio sotto un cielo liquido: era normale sentirsi così per me, ed è ancora così che mi sento la maggior parte del tempo.
Sapevo però che solo con la musica, con quella musica in particolare, potevo avere un dialogo, perché chi aveva fatto quei dischi sapeva di cosa stavamo parlando: WHAT WE DO IS SECRET, SECRET!  e pensavo che sarebbe stato per sempre così. Tutto sommato, ripensandoci dopo tanti anni di sottoesposizione e poi di sovraesposizione di questa musica e di questo mondo forse avevo ragione, nella mia ingenuità.
Me ne tornai a casa senza riuscire a staccare gli occhi da quella copertina. Volai dentro l’ufficio di mio padre, dove facevo i compiti e dove era collocato l’unico giradischi di casa.
Lo misi su e iniziai a tirare fuori dallo zaino il vocabolario e il libro di greco. Ancora un’altra cazzo di versione, ancora un altro pomeriggio di sole piegato sui libri. Ma c’era un disco nuovo da ascoltare, un disco che avevo bramato, desiderato per mesi.
Ovviamente avevo già sentito parlare degli Hüsker Dü, ne avevo letto su quelle riviste dai nomi strani che puntualmente causavano imbarazzo con gli edicolanti di paese: Rockerilla, Il Mucchio Selvaggio, gli unici dispacci da quell’iperspazio di cui dicevo prima. Le recensioni e gli articoli avevano acceso le mie più febbrili aspettative nei loro confronti. Tuttavia quel primo ascolto non mi colpì molto, non so perché. All’epoca si lavorava molto di immaginazione: leggevi un articolo e per mesi, a volte anni se vivevi in un posto simile al mio, non potevi far altro che fantasticare di quella band e di quei dischi. A quell’epoca nella mia mente ho ascoltato migliaia di album e sono andato a concerti che avrei avuto la possibilità di vedere e sentire realmente solo anni, se non decenni, dopo. A volta capitava che, un po’ come succede con le prime esperienze con il sesso, il confronto con la “cosa reale” fosse diverso dalle aspettative: questo non voleva dire che il disco o il concerto non mi piacesse, o che fosse meglio o peggio di quello che avevo immaginato, era solo che l’esperienza emotiva che avevo già vissuto per così tanto tempo aveva avuto connotati diversi. Mi sarebbe successo ancora con alcuni di quelli che sarebbero poi entrati nel novero dei miei album preferiti di sempre come Marquee Moon dei Television o The Velvet Underground & Nico. Per fortuna a quei tempi ai dischi si davano sempre molte chance. Del resto quello degli Hüsker Dü era l’unico disco che avrei avuto a disposizione nelle settimane successive, per questioni economiche e di reperibilità di materia prima diciamo, ed era un disco importante, cazzo: bisognava capire bene di cosa si trattava. E allora ci riprovai, per altri pomeriggi di sole passati sull’aoristo e sul neutro, senza troppi risultati sia dal punto di vista scolastico che musicale. Finché un giorno…LA FOLGORAZIONE! Stavo mettendo a posto i libri, mestamente arrampicato su una sedia, quando l’intro di Ice Cold Ice mi colpì come una martellata sulla fronte. Come avevo fatto a non capirlo subito? Questo era il disco che stavo aspettando, il disco che descriveva esattamente come mi sentivo e quello che confusamente desideravo nel modo in cui avrei sempre voluto, cioè alla massima velocità e potenza possibile. Piazzai la puntina nuovamente sul primo brano:  These Important Years. Questi sono i tuoi anni importanti, la tua vita. Diari pieni di autografi di amici che avresti potuto avere. Dov’erano quelle persone? Erano loro, erano Bob Mould e Grant Hart, quei punk rocker improbabili, dall’aspetto assolutamente normale proprio come il mio, ma che parlavano con sincerità, abbandono e trasporto, che racchiudevano le loro emozioni più profonde in proiettili punk hardcore incredibilmente melodici e strazianti. Esattamente come me inadeguati in qualsiasi contesto e a differenza del sottoscritto perfettamente in grado di far sentire la propria voce a chi condivideva la loro sensibilità. Una sensibilità che non poteva far altro che consegnarti alle schiere dei reietti: trying to fly away might have been your first mistake.  Lo spazio a mia disposizione è poco e non è il caso che passi in rassegna i brani di uno dei più bei dischi della storia del rock sul quale tanto è stato già scritto: voglio solo cercare di esprimere quanto necessaria fosse questo tipo di resistenza musicale (è solo così che riesco a descriverla) all’epoca e in quel clima culturale. Era fondamentale che qualcuno ci dicesse che non eravamo pazzi, che se stavi male e se non te ne fregava un cazzo di metterti il Moncler, di sorridere, di andare in palestra e di ascoltare i Simply Red o Madonna non era perché eri sempre e comunque tu il problema. Era fondamentale che qualcuno urlasse che non era importante essere un vincente nella vita, che non c’era bisogno di abbracciare quella visione competitiva dell’esistenza che stavano cercando di venderci. Non dovevi essere per forza Rocky Balboa e neppure Ivan Drago. Erano loro, i Reagan, le Thatcher, i Craxi con i loro Berlusconi in provetta, tutti quei bastardi di merda che stavano preparando il terreno per la devastazione culturale che sarebbe arrivata dopo, senza incontrare più alcun ostacolo. Vedete ora si parla con nostalgia degli anni ‘80, beh lasciatevelo dire da chi c’era: gli anni ‘80 erano una merda assoluta. Però noi avevamo un posto dove andare ed era quello dove erano collocati, seppure in punti diversi, gli Hüsker Dü, gli Smiths, i Go-Betweens, i Sonic Youth, gli Screaming Trees, i Replacements, i Fugazi e mille altri: vi posso garantire che quello era un luogo in cui la merda non entrava. Ecco io non ho alcuna nostalgia degli anni ottanta, ma di certo ho nostalgia di quel posto e per me, quando penso a quegli anni così importanti, quel posto somiglia molto al giardino impossibile della copertina di “Warehouse: Songs and Stories”.

PS: dopo qualche settimana tornai a casa di Gabbri per restituirgli il disco. L’avevo registrato in cassetta e mi ero rassegnato all’idea di possederlo solo in quel formato per chissà ancora quanto tempo. Gabbri mi liquidò velocemente: “La sai una cosa? Nel frattempo me lo sono ricomprato in CD e si sente molto meglio! Mi porti diecimila lire con calma e te lo puoi tenere“. Nel frattempo era già arrivato il 1988. Grazie ancora Gabbri.

Ferruccio Quercetti

Questo pezzo, come tutti quelli che state leggendo in questi giorni, sarà pubblicato su carta nel numero speciale della fanzine No Hope, distribuito in occasione del No Glucose Festival il 21 e 22 maggio al Mikasa.

Pueblo People live @ No Glucose – 22.05.15

Qui in streaming il loro nuovo album.

Teenage Fanclub (Fiver # 04.11)

I know the secret: rock’n roll is a teenage sport, meant to be played by teenagers of all ages -they could be 15, 25 or 35. It all boils down to whether they’ve got the love in their hearts, that beautiful teenage spirit.
Calvin Johnson, 17 years old, in a letter to New York Rocker (1979)

 Alla fine la citazione che fa al caso nostro l’ho trovata. Non è stata neppure una faccenda complicata e con un po’ di buona volontà penso che ognuno possa trovare o adattare una citazione (che fa figo) a qualsiasi situazione.
Ma questa ci sta bene, dai. Ed essermi ritrovato ancora (ormai ho smesso di contarle), a 23 anni di distanza dalla prima volta, con il solito amico di sempre per le strade di Londra è una di quelle faccende che un po’ mi fanno pensare.
Pure Londra è rimasta la solita, nonostante i traffici legati alla musica si siano spostati da ovest a est della città, nonostante i mille cambiamenti architettonici. Ma questi alla fine sono dettagli insignificanti e questa non è una guida turistica. Si tratta piuttosto di raccontare esistenze trascorse con la musica a fare da presenza costante mentre tutto intorno cambia, si trasforma in maniera inevitabile. Figli, fidanzate, mogli, ex mogli, occupazioni. Ma i battiti di quel cuore adolescente rimangono i soliti. E lo spirito pure. A 17 anni Calvin Johnson, per tornare alla citazione iniziale, aveva già capito. Tutto forse no, ma insomma, ci è andato tremendamente vicino.
Questo Fiver è figlio delle ultime settimane. Passate in giro tra Bologna e Londra. Non canzoni nuove, quindi. Ma 5 concerti significativi che ho visto nel mese di novembre. Per questa volta me la sfango così, in ordine cronologico, che tempo di ascoltare musica ne ho avuto poco.

 

Thurston Moore – Bologna – Teatro Antoniano 03.11.2014
A proposito di eterni adolescenti niente di meglio che Thurston Moore, 56 anni portati con una leggerezza ed una consapevolezza che provocano brividi già solo a guardarlo.thurstonmoore2014_MG_0535
Thurston Moore ha portato in tour il nuovo album solista. Nella band il batterista di sempre, Steve Shelley, la bassista dei My Bloody Valentine (che rimarrà tutta la sera con le spalle rivolte al pubblico, e solo per questo sarà amore incondizionato) ed un nuovo chitarrista tirato fuori dal nuovo quartiere londinese dove dimora.
Una cosa va detta subito: l’album nuovo di Thurston Moore è un disco fantastico. Migliore di alcuni lavori dei Sonic Youth, senza ombra di dubbio. Perfettamente in equilibrio tra la forma canzone e le dilatazioni della sperimentazione, perfettamente bilanciato nel suo alternare rumore e silenzi. La voce, inoltre, sembra aver guadagnato in espressività e il tutto si traduce in uno dei migliori album dell’intera annata.
Dal vivo l’alchimia è stata se possibile non solo replicata ma amplificata (letteralmente) da una situazione al limite della perfezione. Thurston Moore è stato catalogato in tanti modi. Personalmente se dovessi descrivere l’esperienza di ascoltarlo dal vivo nella nuova incarnazione mi viene in mente un solo termine: psichedelica. E qui si potrebbe aprire una lunga parentesi sul significato della parola e di quanto sia abusata nella terminologia strettamente musicale. Vi rimando casomai a questo articolo bellissimo, al solito, di The Quietus che potete leggere qui.
Thurston Moore a Bologna, si diceva. Roba da chiudere gli occhi e ritrovarsi trasportati in un altro luogo. Catapultati davvero in un’altra dimensione. La magia della musica, insomma. In pieno effetto.

Nothing – Bologna – Freakout 04.11.2014
Ad un certo punto ho iniziato a contare. Compresi i due amici che mi accompagnavano eravamo in 45. Ma potrei pure sbagliarmi e comunque non ha nessuna importanza.
Il locale è delle dimensioni di un garage e oltre al paloscenico il solo bancone di un bar fa da arredamento ad una stanza che sarebbe davvero una forzatura chiamare club.nothing-band-guitar-throw-400x400
Quando è arrivato il momento di cominciare, la band ha spento le sigarette, svuotato i bicchieri ed è salita sul palco. Fin dal primo secondo una cosa è stata chiara l’impianto era assolutamente insufficente a reggere l’urto. Perchè i Nothing sono una band che non ama le mezze misure e se gli metti a disposizione un po’ di watt ti scoperchia il tetto del locale, statene certi.
Ma non è tanto questo che ne fa un gruppo unico. C’è dell’altro. Il volume alla fine non è mai stata una discriminante per capire davvero se ne valga la pena. Con i My Bloody Valentine il gioco vale la candela. Con i Nothing pure. Altre volte non so.
I Nothing sono il mio gruppo dell’anno.
Una band che suona in un modo ma che vorrebbe tanto essere qualcos’altro. Come me, in fondo.
Dominic Palermo è un ragazzone gentile. Ma ha i suoi momenti. Un giorno ha tirato una coltellata ad un tizio in una rissa e si è fatto un pò di galera. Quei momenti ritornano costantemente nelle sue canzoni. E no, il cielo non è terso. Non è una cazzo di bella giornata.
Sono canzoni di chitarre disperate ma gentili, soft as snow (but warm inside), di feedback fuori controllo e amplificatori messi alla prova, di voci sussurate che talvolta sono comunque come un fendente allo stomaco.
…on nights as dark as this, black black black clouds still follow us around…
Dominic Palermo sta alla estrema destra del palcoscenico, dalla parte opposta l’altro chitarrista che talvolta canta, pure lui. Al centro la batteria, dietro, e il bassista davanti. Mi sono concentrato su loro due, ad un certo punto. Sembrava la sezione ritmica di un gruppo hard-core. In particolare il ragazzo dietro i tamburi: tatuato, senza maglietta, che picchiava come se non ci fosse un domani. E poi ancora quelle chitarre, che vorrebbero far esplodere quel povero e miserabile impianto di amplificazione.
Dominic Palermo prova a tenere il mostro sotto controllo ma è una lotta impari. La chitarra sembra sfuggirgli dalle mani. Ogni tanto se ne libera, la sfila, se la fa girare attorno al collo, si avvicina all’amplificatore e alza il volume. Il ruggito ci stordisce ancor di più.
…there’s gotta be a place, to escape from the rain, but I can’t find it, can’t find it, can’t find it…
Sono 50 minuti in tutto, niente bis. Dominic abbandona la chitarra per terra, con gli amplificatori che ancora ululano disperati. Esce dal palco correndo. Mi arriva ad un metro di distanza, va al bar. Ordina uno shot di jack daniels e un jack e coca a seguire. Poi, con calma risale sul palco. Spegne l’ampli e ringrazia.
Dominic Palermo ha la presa di una vita scomoda che gli stringe la gola. Non gli rimane che buttare tutto in una canzone, in una band, in un’esistenza trascorsa in un furgone messo male.
Le cose cambieranno anche per lui. Ma intanto, in questo preciso istante, lui e la sua band sono alla ricerca di una maniera per sopravvivere. La loro musica comunica questa urgenza. È roba che scotta, che lascia segni, che fa male.
I Nothing da Philadelphia sono il mio gruppo del 2014. Ma questo l’ho già detto, mi pare.

 Bob Mould – Londra – Village Underground 18.11.2014
Bob Mould entra sul palco di corsa e non si lascia andare a convenevoli. Tre canzoni, senza pause tra un brano e l’altro, dal repertorio degli Husker Du. Tanto per stenderci subito. Prenderci in ostaggio e non mollare più la presa.
Alla fine suonerà 24 canzoni, sono andato a controllare.37
Ci sarà un solo istante dove l’assalto assumerà appena appena un’altra piega. più melodica ed intimista. Hardly Getting Over It merita probabilmente un trattamento differente. Uno di quei momenti che la gola ti si stringe, inizi a guardarti le scarpe e cerchi di non pensarci troppo e di tenere l’emozione sotto controllo. Nonostante si sappia fin dalla prima nota che sarà praticamente impossibile.
Che poi alla fine, se si vanno a contare, quante ne ha scritte di canzoni così? Non solo con gli Husker Du ma negli Sugar (dei quali riprende un paio di pezzi, stasera) e sopratutto negli ultimi due album solisti.
Questo è il tour di di Beauty & Ruin, in effetti.
Mi ha colpito che nessuno, tutta la sera, si sia mai sognato di richiedere una canzone dei tempi andati. Nessun urlo disperato…..These Important Years, pleeeeasee!!!! Non ce n’è bisogno ed il motivo è semplice: le canzoni nuove stanno in piedi anche al cospetto dei classici e troppo è il rispetto che si deve ad un uomo che si mette a nudo in questo modo su di un palcoscenico.
Nessuna luce, solo un paio di faretti bianchi che illuminano la scena. Nessun artificio. Questa è una faccenda di emozioni ataviche. Basso, batteria e chitarra. Null’altro. Ma quell’uomo di mezza età, in camicia da boscaiolo che impugna la chitarra come se fosse un’arma, è capace di cantare come se quell’urlo dovesse salvarci da un’imminente quanto improbabile fine del mondo. Rabbia fuori controllo, emozioni represse, sudore ed amplificatori che chiedono pietà.
Orecchio destro fuori uso per un paio di giorni ma chi se ne importa, alla fine.
Quanta vita è possibile riassumere in settanta minuti? Alla faccia di chi le considera semplici canzonette.

 Jesus and Mary Chain – Londra – Troxy 19.11.2014
Se qualcuno mi avesse chiesto una volta qual’è il mio album preferito di tutti i tempi non avrei avuto dubbi nel rispondere: Psychocandy! Una risposta del genere, qualunque essa sia, è solo figlia dell’emozione e della propria storia personale, chiaramente. Non esistono formule che vadano al di là di una soggettività che lascia comunque il tempo che trova nelle vicende legate alla musica e all’arte in generale.
Ma il fatto che i Jesus and Mary Chain a distanza di 29 anni dalla pubblicazione originaria abbiano deciso di portare in tour proprio quel disco non poteva lasciarmi indifferente.The Jesus and Mary Chain at the Troxy
Intanto un po’ di cronaca: il concerto è diviso in due parti. La prima con i bis che comprendono sopratutto brani della primissima epoca ma non inclusi nell’album e poi la riproposizione per intero di Psychocandy. A differenza di Bob Mould che pur suonando ben 9 pezzi degli Husker Du e pescando anche nel repertorio degli Sugar ha da proporre comunque il nuovo repertorio che qualitativamente, insomma, è ancora a quei livelli d’eccellenza che fanno sentire le farfalle nello stomaco; i J&MC, dicevamo, invece non scrivono una canzone nuova da 16 anni ed una buona da oltre una ventina. Non si tratta di mettersi a fare i contabili ma talvolta la matematica è tutt’altro che un’opinione.
I J&MC suonano come hanno sempre fatto in carriera: in maniera orribile. L’imperizia tecnica non ha mai costituito un presupposto per valutare musica che comunque sapesse in qualche modo emozionare, questo è chiaro. Ma farlo a vent’anni, con la gente che ti urla insulti e qualche sputo, e tu impassibile rispondi a bottigliate mettendola in rissa e poi vai di feedback fino a stordire perchè non conosci nessun altro linguaggio che non sia quello dell’intensità, del trasporto e della passione. Ecco, se lo fai in quel modo, è decisamente un’altra cosa. Se cerchi di riproporlo ora, a distanza di una vita intera, risulti al contrario semplicemente patetico. Perchè è musica che funziona solo se collegata a quell’urgenza espressiva e non può essere replicata in nessun modo.Ci sono stagioni che vanno semplicemente vissute. Questi tentativi di riproporre un passato che comunque non potrà mai tornare sono una scatola vuota. E che molto dell’attuale business della musica sia sostenuto da operazioni di questo tenore è francamente l’aspetto più scoraggiante. Detto questo cosa volete che aggiunga? Psychocandy rimane il mio personale disco della vita. Ma gli attuali J&MC con quelle canzoni sembrano non avere più nulla a che fare.

 The Orwells – Londra – Electric Ballroom 20.11.2014
Gli Orwells sono un gruppo da 6. E se proprio vi piace il genere: rock’n roll suonato con la tentazione del ritornello facilone in chiave pop ma anche con un pizzico d’irruenza quasi garage punk, c’è senz’altro di meglio in giro. I Black Lips, per dire, stanno in un’altra dimensione.2014aford_Orwells-9444250214
Però qualche canzone buona in repertorio ce l’hanno e vederli dal vivo è uno spasso. Il divertimento, mettendoci del suo, sta sopratutto nell’osservare il pubblico. Giovanissimo con un entusiasmo incontenibile che fa pogare la sala già sul check della batteria prima del concerto. Giusto per rendere l’idea. Non fa in tempo a partire la prima canzone che il cantante è già in balia delle prime file e si capisce fin dal primo istante dove si andrà a parare.
Il servizio d’ordine della sala non sembra particolarmente accondiscendente, però. Ed inizia una lunga scaramuccia tra la band, la security e il pubblico che andrà avanti per tutta la durata del concerto. I tentativi di stage diving vengono frustrati con decisione mentre l’insofferenza della band sembra sempre più palpabile.
Il concerto s’interrompe in un paio di occasioni e prima che la situazioni degeneri del tutto il manager del locale sembra voler porre fine alla questione. La band reagisce, si sfiora la rissa vera. Il cantante non trova di meglio che prendere un’estintore ed aprirlo sulla folla.
Intrattenimento allo stato puro insomma. Come andare allo stadio e gustarsi gli incidenti della curva, con quel pizzico di adrenalina che ti tiene sul chi va là. Poi, uno torna a casa e non si ricorda nemmeno quant’è finita la partita. Il calcio è un’altra cosa. La musica, quella vera, probabilmente anche.

 Cesare Lorenzi

Questi anni importanti

Bob Mould

Bob Mould

Sono convinto che ognuno di noi abbia un talento particolare e che talvolta le vicende della vita non ce lo lascino coltivare come meriterebbe. Talvolta ci si perde in piccole rivincite personali, in litigi senza senso, in labirinti emozionali senza via d’uscita.

Poi, come d’improvviso, si torna a fare quello che riesce meglio. Magari a distanza di anni.

Suonare canzoni con il piglio del punk, nel caso di Bob Mould. E farlo con quella naturalezza che solo il talento, la predisposizione, gli astri e non so cos’ altro ci mettono a disposizione.

Certo che tra Bob Mould e il suo ex compare di avventure negli Husker Du, Grant Hart, diventa una bella gara di occasioni sprecate, talento inespresso e capacità di complicarsi l’esistenza. Come se Ryan Giggs avesse un giorno deciso di lasciare la sua amata fascia sinistra per giocare difensore centrale. Probabilmente lo avrebbe fatto senza particolari problemi, lavorando un pò sui muscoli e la forza fisica. Ma non sarebbe più stato “quel” Ryan Giggs. Ricordo ancora un pomeriggio del 1999, seduto sui gradoni di un pub del centro di Manchester. In compagnia di due greci emigrati in Inghilterra che scroccavano birre e sigarette. Stasera vi farà del male, mi avvertirino. Finì 2 a 0 per loro, la squadra di Manchester con le magliette rosse, in effetti. Vidi dal vivo cosa significava cavalcare quella fascia sinistra. Quella sera Ryan Giggs piazzò l’asticella. Chiunque volesse provarci poteva accomodarsi ma sapeva che il salto da fare era enorme e la ricaduta poteva fare male.

Hüsker Dü

Hüsker Dü

Bob Mould qualche anno prima piazzò l’asticella per chiunque volesse cimentarsi in una canzone suonata con 3 accordi, con l’energia di un areoplano al momento del decollo che usciva dagli amplificatori e la bile che a forza di urlare finiva direttamente nel microfono.

Gli Husker Du sono diventati velocemente leggenda, con tutte le contraddizioni tipiche del caso. Sono stati una storia intensa, una di quelle che lascia cicatrici e fa male. Comprensibile insomma che tutta la carriera solista, o comunque post Husker Du di Bob Mould sia vissuta nel tentativo di ricostruirsi un’immagine pubblica ed un futuro che si allontanasse il più possibile da quello che era stato.

Emblematico il disco solista, il primo della serie. Quel Workbook che è stato oggetto di ristampa proprio in questi giorni per i 25 anni dalla pubblicazione. . Disco acustico, di archi e di arrangiamenti sorprendenti. Come se volesse dirci che insomma vanno bene i Black Flag e i Minutemen ma, sotto sotto, il chitarrista che più lo ha influenzato è stato Richard Thompson. Una di quelle cose che da punk non potevi proprio ammettere. Ma l’eccesso di questa nuova libertà, al di là dell’entusiasmo iniziale, non ha mai prodotto capolavori. Tutto al più buone canzoni che, sì, insomma non sono veramente male ma però, dai, gli Husker Du erano decisamente un’altra cosa.

Mould_Bob_Workbook_25_OV-36-revised-300x300Anche gli Sugar, l’altro progetto di Mould rimasto a metà strada tra il periodo Husker Du e la carriera solista, nonostante il successo in termini prettamente commerciali, si può catalogare come tentativo di coniugare il vecchio linguaggio del punk rock a suoni tradizionalmente più rock. Senza punk. Con un gusto melodico mai così accennato. Roba che ci ha fatto pogare come se fosse la fine del mondo: canzoni che sono rimaste, anche quelle indelebili nella memoria. Ma anche gli Sugar alla fine li abbiamo sempre registrati come un eccellente rito di passaggio. Tra una vita e l’altra, come direbbe il Compagnoni.

Passaggio che sembra essersi completato con gli ultimi due album solisti. Bob Mould è tornato definitivamente a casa e sentirlo al massimo dei giri, nel più recente “Beauty & Ruin” è un vero piacere.

Quelle canzoni che abbiamo mandato a memoria in “anni importanti” assumono ora una valenza profetica. Mi ricordo bene l’ultimo periodo degli Husker Du: come i confini si fossero fatti improvvisamente troppo stretti. Si capiva che quella storia era alle battute finali e quella strada che portava alla rinuncia sembrava un incubo (ai nostri occhi di fan poco piú che adolescenti) che si materializzava. Il momento della disillusione, quando tutto sembra improvvisamente senza senso, il guardarsi intorno e non vedere appigli. Quel diventare grandi che ti stritola lo stomaco e non ti lascia spazio, il respiro diventa affanno….it makes you want to give it up, And drift into a haze….2A9176417-CE57-C77F-7A66AFF86BA88440

Non è piazzata lì per caso neppure quella foto di copertina: dove un Bob Mould maturo si sovrappone ad un ritratto di tanti anni fa. Come se le due epoche venissero improvvisamente a patti, come se si fosse davvero completato un ciclo.

In fondo il talento è uno solo. Quello vero. In questo caso lo conosciamo fin troppo bene….once you’ve seen the light, you finally realize it might end up all right, it might end up all right now…

Tanto poi siamo quello che siamo e alla fine sempre lì torniamo, da dove siamo venuti. Magari non sarà strettamente la stessa cosa, non sará una faccenda calligrafica perchè ci abbiamo vissuto una vita in mezzo, ma insomma ci siamo capiti.

CESARE LORENZI