Case e canzoni (Fiver #17.2018)

50829-image_5a943ef55f83fQuando era piccolo viveva in questo posto abbastanza assurdo. Una casa arrampicata su un costone di una montagna. Davanti, sopra e sotto nulla, se non mare. L’immensa doppia finestra era spalancata su un immensità blu. La doppia finestra nel suo ricordo serviva per posizionarci le statuine del presepe o i soldatini e non altro visto che nelle notti di vento costituiva un baluardo risibile. E il suo sonno era tormentato da fischi e ululati. Voci di vecchi marinai. E spiriti di donne in attesa sul molo.
Alza. Alza le braccia. Afferralo prima che caschi. Guarda. Guarda giù. Senza vertigini.
Fine anni ’60 primi ’70, anni austeri senza fronzoli. Molta anima. A pensarci bene come le canzoni degli Iceage.
Un vecchio cabaret scrostato. Deschi imbanditi di cuori sanguinanti. La grande immagine di Nick Cave sul bancone mentre loro si versano l’ennesimo whiskey.
Come make me real, real
You reel in then you catch it
Catch it, catch it, catch it, catch it

ICEAGE – CATCH IT

La prima casa padana era silenziosa. Nel cortile aveva una fontana. Circondata da assurdi nanetti. Posta sulla sommità di una discesa ripida tornare a casa era sempre complicato. Zona precollinare sommersa dal grigiore autunnale. Pomeriggi con la copertina di Heroes sulle ginocchia. Altrove esplodeva tutto mentre lui combatteva con quel senso di irrisolutezza tipico dell’età minore maschile.
Scivola. Scivola come l’acqua. Come le mie ginocchia. Bravo bambino. Cattivo ragazzo. Sali. Sali con cautela.
Decennio ’79-’80. Malinconia sospesa mista a spensieratezza. Il mare che mancava e una torta da mangiare senza scrupoli. Sea And The Cake.
Pop matematico, non una nota fuori posto. Quando ci posizionano dentro anche il cuore sprigionano scintille.
Standing here with nothing to find
It’s been cold for days alone
I’ve been holding on

SEA AND THE CAKE – COVER THE MOUNTAIN

Spostarsi di poche centinaia di metri mentre dentro ci si spostava di centinaia di chilometri. Casa grande sommersa dal verde senza personalità, perfetta per questi anni ’80 belli e senza anima per molti ma non per noi. Esplodeva la musica nelle nostre vite. I Clash in Piazza Maggiore e a Firenze e, dopo, tutto il resto. Nuovi sogni dorati mentre si amava fortemente questa strada.
Corri. Corri senza fermarti. Apri. Apri quella porta e un altra ancora. Sorridi. Sorridi forte fino a farti cadere la faccia.
Ci si sentiva centrati. Lucidi. Come forse solo i Parquet Courts e pochi altri in tempi recenti.
Nothing is normal
Manipulated into believing
I’m exercising skepticism
Honesty is everything

PARQUET COURTS – NORMALIZATION

La Capitale.. Uno spostamento fisico ma non dell’anima. La strada era tracciata. Lui aveva la Cura all’epoca. Musicalmente disfunzionale. Avventure a perdifiato con la location migliore al mondo. Ogni tanto si dispiaceva che, dopotutto, non la aveva mai vista con la luce del sole.
Un disco. E poi un altro ancora. Bacia. Bacia ancora. Bevi. Bevi forte. Il Muro Torto. Meno torto di te quasi sempre.
I sanpietrini solcati da tante Courtney Barnett.
Potenti e con quel ghigno alla “faccio quelchecazzochemipare” semplicemente irresistibile.
You must be having so much fun
Everything’s amazing
So subservient I make myself sick
Are you listening?

COURTNEY BARNETT – CHARITY

Il ritorno. Un altro paio di case. Tutto sembra trovare un senso dietro a un microfono o con una penna in mano. Fuori, nel mondo vero, molto meno. Grandi gioie, altrettanti dolori. Finta risolutezza, senso da fine gara ma quando apri gli occhi scopri che non sei neanche a metà strada. Scarsa affinità con la realtà, la forte sensazione di aver cominciato a capirci qualcosa tardi. Molto tardi.
La consapevolezza che, per quanto puoi esserti mosso, per quanto hai provato a scuoterla, alla vita non sei neanche riuscito a scompigliarli i riccioli. Forse.
Mangia. Mangiami l’anima. Insisti. Resisti. Passa. Non passa. Passerà. Stai. Stai male. Parti. Riparti.
Malkmus a cavallo gli fa un po’ girare le palle. I pezzi potenti e dissonanti dei Pavement erano grandiosi ma erano le loro cose più malinconiche che gli facevano sanguinare il cuore.
Ma Stephen non ha perso questa capacità. Oh proprio no.
Make up an innocent, average girl
Kissing under prairie moon, no one knows
She’s so amazing
Love and poverty, wealth and hate
How you gonna beat it out if you don’t know?
You don’t have to forget

STEPHEN MALKMUS – SOLID SILK

Massimiliano Bucchieri

Fiver #01.08

Juliw's Haircut

Julie’s Haircut

Scrivere il Fiver è una figata. Si ha il privilegio di scegliere 5 canzoni. Senza preoccuparsi di niente e nessuno se non del proprio gusto personale. È un po’ come fare le classifiche di fine anno a cadenza settimanale, per la gioia del nerd che alberga dentro di noi.  È diventata consuetudine scrivere una breve introduzione, inoltre. Che spesso e volentieri non c’entra nulla con le canzoni che seguiranno. Non ci siamo dati regole: possiamo scrivere quello che ci pare insomma.

Questa settimana ne approfitto allora per parlare dei Julie’s Haircut. Non c’è una ragione particolare, anche in questo caso. Nessun album nuovo o brano inedito da celebrare. Ma ci sono cose che vanno dette, anche a distanza di tempo. Nonostante la cronaca spicciola non aiuti.

Non li conosco personalmente i Julie’s Haircut anche se una volta li intervistai, all’epoca del loro debutto discografico. E sono passati un bel po’ di anni. Da quei giorni mi sono sempre e solo limitato a seguirli da lontano, ascoltando i loro dischi, che mi sono piaciuti tutti, senza eccezioni. L’ultimo della serie in maniera particolare. È un disco del 2013 che si intitola Ashram Equinox. Un lavoro per certi versi troppo avanti e troppo bello per essere davvero apprezzato in queste lande desolate. Ricco di sfumature, influenze ed ambizioni, è un album che merita e pretende che ci venga investito sopra del tempo. Solo a quel punto si verrà ripagati pienamente e non c’è nulla di meglio di qualcuno che non ha timore di mettere la propria ambizione in primo piano, che si prende dei rischi ed allarga i confini. Dal vivo mi hanno steso in maniera definitiva, inoltre. Chiudendo un concerto strepitoso con una cover dei Joy Division, Heart & Soul. Mi hanno lasciato metaforicamente in ginocchio, con i pugni stretti di rabbia pensando a tutti quelli che identificano l’indie italiano con Brunori.

BLONDE REDHEAD – No More Honey

Bastano pochi ascolti e mi torna in mente il motivo per cui ho amato così tanto i Blonde Redhead in passato. Toccano tutte le corde giuste in questa nuova canzone, la prima da quattro anni a questa parte. E si ritrovano tutti gli ingredienti di un tempo: la voce flebile della cantante, le chitarre dissonanti, la melodia mai banale. Sembrano tornati alle ambientazioni dei primi lavori, inoltre. Meno atmosfere, meno spazi ma una maggiore cura compositiva in senso classico. Un grande ritorno, dai.

J MASCIS – Wide Awake (feat. Cat Power)


J Mascis è dio. E può permettersi qualsiasi cosa. Del resto ha conquistato sul campo un credito sconfinato che nemmeno un paio di album appena sotto l’eccellenza hanno potuto scalfire. Piace poi quell’ alternarsi tra molto elettrico con la band e il quasi acustico da solista. Adesso è il tempo delle spine staccate e gli ospiti d’eccezione: Cat Power, nel caso di questa canzone  che si limita comunque al presenzialismo di classe. Il resto lo fa la solita melodia e la solita voce strascicata. I soliti ingredienti che regalano brividi da una vita, insomma.

DEERS – Bamboo

Quattro ragazze MOLTO carine di Madrid. Il parere autorevole di Stephen Pastels a fare da garanzia. Sinceramente non mi è servito nient’altro e nonostante il tutto suoni amabilmente sgangherato e fragile allo stesso tempo mi pare ugualmente irresistibile. Una di quelle canzoni che non ci fanno domandare se, come e quando. Adesso, per i prossimi 4 minuti scarsi è l’unica cosa che conti. Domani magari ce ne saremo già dimenticati ma, come detto, non ha nessuna importanza.

KAREN O – Rapt

Questo rischia di trasformarsi in una delle sorprese dell’anno, poco ma sicuro. Il disco solista di Karen O, che con la sua band (Yeah Yeah Yeahs) al contrario mi scivola addosso senza lasciare tracce. Sarà perché questi due minuti scarsi mi sembrano un demo di PJ Harvey o forse perché un album intero dedicato all’innamoramento giovanile mi pare un’idea semplicemente seducente. Fatto sta che avrò pigiato il tasto play almeno venti volte consecutive. Per un paio di giorni di seguito.

ICEAGE – The Lord’s Favourite

Se questo è il nuovo corso toccherà seguire attentamente quello che Iceage ci proporranno in futuro, un gruppo che sembra avere in serbo un bel cambiamento di stile. Dal punk sparato in faccia dei due album pubblicati fino ad ora a questa ballata country ubriaca che pare un brano inedito di Birthday Party. Canzone sorprendente.

Cesare Lorenzi