(2-3-4-1) I remember my dreams (Fiver #12.2018)

imperialteen
“Partiamo? Dai, andiamo. Ti passo a prendere oggi pomeriggio, alle cinque.”
Dall’altra parte del filo, lo si capiva dal tono imbarazzato, la proposta preoccupava. Ma il fascino dell’avventura proibita è talvolta irresistibile. In quel caso lo fu anche per lei. Disse di sì ma nessuno dei due sapeva bene a cosa.
La decisione presa quel giorno avrebbe messo la parola fine alla loro giovinezza ma ancora non potevano nemmeno immaginarlo, lo avrebbero scoperto qualche mese più tardi. Ad averlo saputo in anticipo, almeno lui, non si sarebbe preoccupato più di tanto. Era sulla strada da quando ne aveva diciotto, ormai aveva quasi trent’ anni. Per la prima volta aveva un lavoro stabile che gli permetteva di guadagnare bene ma sentiva un’inquietudine che non aveva mai provato in precedenza. Aveva nostalgia degli anni di spensieratezza disperata dell’università, quando si guadagnava da vivere con lavoretti saltuari, con lo scrivere di musica, con qualche contratto semestrale in una radio importante, con i lavori estivi.

Era pronto a tutto, in quel momento. Non partiva per andare in vacanza. Aveva in testa un pensiero strano: non era sicuro di voler tornare. Non sapeva letteralmente ancora dove andare ma sentiva che se avesse trovato la situazione giusta si sarebbe fermato, magari a diecimila chilometri da casa. Voleva cambiare, proprio adesso che per la prima volta aveva qualcosa di stabile sotto i piedi. Si diceva che era un pensiero stupido, infantile. Se lo ripeteva in continuazione. Ma continuava a farlo.
Giunsero in aeroporto che era tutto chiuso, mezzanotte passata da un pezzo. La mattina dopo osservarono velocemente le offerte last-minute e qualche ora dopo si ritrovarono a noleggiare una macchina. In California.

Atterrare a Los Angeles in piena notte fu un’esperienza incredibile, quello straordinario tappeto di luci che si distendeva sotto di loro gli ricordò mille immagini legate alla musica che era solito ascoltare. Pensò che una foto fatta in quel momento sarebbe stata una copertina perfetta. È un pensiero che fa ancora, a distanza di così tanti anni, quando vede un panorama, uno scorcio, un viso che gli piace pensa immediatamente alla possibile copertina di un disco.
Nessuno dei due aveva mai guidato una macchina con il cambio automatico. Rischiarono di tamponare due volte mentre uscivano dal parcheggio della Hertz. Presero una stanza in un motel vicino all’aeroporto e decisero che la mattina dopo sarebbero andati verso sud.

Era l’estate del 1996.

Il problema si prospettò il giorno dopo, quando ormai avevano imboccato la freeway numero 5: l’autoradio non aveva il cd ma solo un lettore di musicassette. La stazioni radio in FM, scoprì con un po’ di sorpresa, trasmettevano soprattutto i classici del rock anni settanta. Avevano percorso poche miglia ed era praticamente in crisi di astinenza: aveva bisogno di musica giusta.
Giunti a San Diego, come prima cosa, cercò sulla cartina un negozio di dischi che si ricordava essere uno degli spacci di riferimento della zona. Trovarlo costò qualche peripezia e una serie di smadonnamenti che pareva di stare in Toscana, altro che California.
La selezione di cassette non era fornitissima, rimase però colpito dalla bruttezza di una copertina con una grafica spartana e la foto di un delfino.  Degli Imperial Teen aveva letto qualcosa sul Melody Maker. Se ne parlava in termini entusiasti e in particolare si faceva il nome delle Breeders. Ai suoi occhi il problema era che uno della band suonava nei Faith No More, aveva letto pure questo particolare.
Lui odiava i Faith No More ma amava le Breeders.

Si fece convincere, alla fine. UscÌ dal negozio, infilò la cassetta in macchina e finì per ascoltare quelle canzoni per 14 giorni consecutivi. Gli piaceva il suono di quella Telecaster suonata sempre velocemente. Gli piaceva che i due maschietti si alternassero alla voce con le due ragazze della band. Amava il fatto che sapessero spingere sull’acceleratore per poi, improvvisamente, togliere il piede dal gas. Rimase sotto quel disco come gli capitò poche altre volte nella vita. Passò sopra al fatto che quell’album portasse un titolo, Seasick. Pensava che i dischi di debutto dovessero avere solo il nome della band ma se ne fece una ragione, avevano intitolato la canzone che apriva l’album con il nome del gruppo, del resto. Una scelta che gli aveva fatto guadagnare un sacco di punti, ai suoi occhi.

La strada da San Diego li portò nel deserto. E poi di nuovo a Los Angeles ma si fermarono quasi esclusivamente sulla spiaggia di Venice. E poi ancora più sù fino a San Francisco. Tanti chilometri, tante ore in viaggio, ed una sola cassetta. Ogni tanto alzava il volume, altre volte lasciava andare la musica semplicemente in sottofondo. Si accorse che, quel disco, andava bene per tutt’e due le cose. Non sapeva se piacesse pure a lei, aveva un certo timore a chiederglielo. La sua paura era legata al fatto che se ne dovesse in qualche modo separare e ricominciare ad ascoltare quella maledetta radio.
Amava la semplicità di quelle canzoni. You’re One e Butch comprese immediatamente che erano dedicate a Kurt Cobain. La seconda in particolare pensava che suonasse come una cover dei Beatles fatta dai Chills dopo aver ascoltato i Nirvana più pop. Un pezzo memorabile, insomma. Ascoltato oggi fa ancora quell’effetto lì, del resto. Certe canzoni non riescono proprio ad invecchiare.
Imperial Teen, la canzone, gli faceva una strana impressione: la voce di Roddy si capiva immediatamente non era quella di uno abituato a stare in prima fila. Troppe fragilità, insicurezze e voglia di tenersi lontano dai riflettori. La amava proprio per quello. In seguito si ritrovò a pensare a quel brano ogni volta che gli sarebbe capitato di ascoltare la versione più eterea di Yo La Tengo.
Ma quello che lo conquistò davvero era il tono quasi amatoriale dell’album:sembrava una cosa nata in cantina o nel soggiorno di casa. Nessun tipo di pretenziosità, La semplicità vera di suonare due accordi, preoccupandosi solo di trovare la melodia giusta dove infilare un ritornello che, tempo due ascolti, non riesci più a toglierti dalla testa.

Non sa ancora se in qualche modo quel disco avesse avuto un ruolo nel suo cambiamento d’umore. Probabilmente fu la compagnia di quella ragazza che gli fece apprezzare le cose in maniera differente, più che la musica. Il pensiero di tornare a casa non era più un peso, quella presenza al suo fianco faceva in modo che le cose fossero vissute ed osservate da una prospettiva nuova. Si era liberato di un peso, si sentiva leggero, pronto a ritornare alla solita vita ma con uno spirito differente. Sentiva che aveva afferrato quella opportunità fugace che si era presentata in sorte e non se l’era fatta scivolare via dalle mani.
Quella ragazza, quella musicassetta non lo avrebbero più abbandonato.
Quando decollarono per il ritorno guardò fuori dal finestrino: la nebbia avvolgeva le colline a nord della baia. Pensò che sarebbe stata una copertina perfetta. Gli ricordava quella di un disco dei Triffids.

Cesare Lorenzi