Good Stories are Bad Lives (Fiver # 09.2018)

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Le persone dal pianto facile non mi hanno mai persuaso. Le lacrime sono una faccenda importante e non andrebbero spese invano, un po’ come le parole.
Così come le parole più belle sono quelle che non si ha il coraggio di pronunciare, le lacrime più belle sono quelle trattenute. Quelle che velano lo sguardo e pare vogliano straripare da un momento all’altro ma restano lì, frenate dagli argini del pudore. Un tempo mi capitava più di frequente di vivere certi momenti, quelli in cui il pianto galleggia sul bordo delle ciglia come acqua di un fiume a un passo dall’esondazione dopo un diluvio. Ora è molto più raro. Se è vero che le lacrime possono rappresentare lo sciogliersi dello strato di ghiaccio che avvolge l’anima (questa non è mia, confesso), dovrei ammettere – non senza dispiacere – che il tempo ha reso sempre più spessa la coperta di ghiaccio che come un drappo funebre incarta la mia di anima, rendendo in tal modo arduo il disgelo.
Quando capita tengo il momento in debita considerazione e ne faccio tesoro.

Iceage “Pain Killer

La musica mi entusiasma sempre meno. Ma non è colpa sua. Anche perché in realtà non è solo la musica a coinvolgermi poco. Ne parlavo l’altro giorno con un’amica. Si discorreva a proposito degli ultimi film visti; arrivato alla fine di un lungo elenco mi sono accorto che di quei film non ce n’era uno che mi avesse davvero convinto, nessuno adatto a far scattare la scintilla. Encefalogramma tendente al piatto, averli visti o non averli visti tutto sommato non ha spostato nulla. Allora ho provato a ampliare il discorso. Magari si tratta solo di un periodo sfortunato per la creatività di sceneggiatori, registi e attori. Sono andato indietro nel tempo per quanto potessi ricordarmi ma niente, ancora il vuoto.

Parquet Courts “Almost Had to Start a Fight/In and Out of Patience

Da un paio d’anni ho deciso di riprendere a leggere libri con una certa costanza. Mi sono iscritto alla biblioteca comunale ché ormai nella libreria di casa mia non ho più spazio per la carta. E ho cominciato a macinare pagine. Da allora mi sono passati per le mani una cinquantina di libri, per lo più romanzi di narrativa contemporanea. Franzen, Albinati, Cognetti, Zadie Smith, Lauren Groff. Di quanto ho letto mi è rimasta addosso solo qualche frase a effetto che ho diligentemente appuntato sul quaderno. Citazioni buone per catturare l’attenzione di qualche interlocutore impreparato. Nessuna storia che valesse sul serio il tempo speso a leggerla. Livello di coinvolgimento personale non pervenuto.
Suppongo sia normale dopotutto. Sono quasi sicuro che dipenda da me e non dagli autori. Immagino che arrivati a una certa età la mancanza di entusiasmo sia inevitabile, soprattutto se negli anni si sono fatte molte cose. Tutto visto, tutto ascoltato, tutto analizzato e discusso. E’ una storia vecchia.
Negli anni ho divorato film, libri e dischi con frenesia, con la febbrile impazienza di scovare ciò che mi piaceva, quello che pensavo avrebbe alzato il livello, migliorato la qualità della mia vita. Forse avrei fatto meglio a rallentare la ricerca dosando le scoperte. Avrei dovuto tenermi qualcosa per dopo. Rimanere leggero e scivolare sopra le cose anziché provare a passarci attraverso.

Insecure Men “I don’t Wanna Dance (with My Baby)

Non mi piace più andare ai concerti. No, non è vero. Non è che non mi piaccia più, del resto andare in un locale a vedere suonare qualcuno è la sola forma di attività sociale che per quanto mi riguarda abbia sempre avuto un senso. Però non mi diverto più, questo è innegabile. Per lungo tempo ho pensato che a un concerto gli assenti avessero sempre torto. Qualunque cosa succeda sul palco vale sempre la pena essere lì davanti, a guardare e ascoltare. Ultimamente non ne sono più così sicuro. Al netto del contorno accessorio ad un concerto (amici, bar e qualche sporadica occasione di flirt per quelli che ancora ci credono), mi trovo sempre più spesso a confrontare la qualità del piacere sperimentato nel tempo trascorso in un club per il solo gusto di assistere a un live, con quello che avrei provato facendo altro. E il risultato del confronto non mi piace per niente. Anche perché “l’altro” che avrei potuto fare ha a che vedere perlopiù con i cuscini del mio divano e uno schermo a led, che sia il video di un televisore, il monitor di uno smart phone, di un tablet o di un pc poco cambia.

Go-Kart Mozart “When You’re Depressed

E’ per tutto questo e in questo personalissimo contesto che i dischi di Will Toledo valgono così tanto per me. Un ragazzo che ha meno della metà dei miei anni, che è nato a Leesburg (Virginia), vive a Seattle e ha orientamenti affettivi, definiamoli così per non offendere nessuno, diversi dai mei. Tanto per misurare tutta la distanza che c’è tra lui e me. Eppure Will Toledo è uno che scrive canzoni che dicono davvero qualcosa riguardo la mia vita. Uno che arriva a toccare punti che nessun altro lambiva più da tempo, sia con la musica che con le parole. Uno che frantuma le difese e raggiunge dritto il centro.
Mi ricorda quello di cui ogni tanto ho bisogno e che sempre più spesso dimentico di cercare.
La necessità di piangere.
E la voglia di sanguinare.

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Arturo Compagnoni

Dear life, I’m holding on (Fiver # 01.2018)

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Tell me, do you feel alive??

Il fatto che se lo chieda uno come Beck, in un certo senso è rassicurante. La domanda è posta immediatamente, tra le pieghe della prima canzone del nuovo album. Dimmi, ti senti ancora vivo?
Arrivati ad un certo punto diventa inevitabile domandarselo, alla soglia dei cinquanta diventa una sorta di passaggio obbligato, posso immaginare.
Il disco di Beck mi è piaciuto perché è un album che si pone delle domande, in qualche caso anche scomode, di quelle che ognuno di noi tende a procrastinare all’infinito. E risponde nell’unica maniera possibile, in fondo. Come è lecito attendersi da un figlio della California come lui, con lo sguardo rivolto sempre avanti. Ci spara in faccia una dose di positività esagerata, senza diventare mai stucchevole. Una maniera per dire che è ora di mettersi il vestito buono, prepararsi ad uscire, lasciare da parte la negatività e celebrare la vita e di conseguenza la musica.
Non mi veniva in mente nessuna canzone che potesse riassumere i buoni propositi di inizio anno che ognuno di noi è solito fare ad inizio anno meglio di questa.

BECK – Colors

Un episodio di qualche mese fa: un concerto, un piccolo club. Sul palco uno che negli anni novanta suonava nel miglior gruppo sulla faccia della terra, i Pavement. Non una roba qualsiasi, insomma. I commenti di tre ex-giovani (tra cui il sottoscritto, naturalmente), coetanei di Spiral Stairs, evidentemente fan della prima ora, sulla prestazione del gruppo erano un misto di cinismo, indifferenza e tracotanza. “Ma dite che alla tipa che balla in quel modo piace davvero?” -indicando una ragazza, presa bene, sotto il palco. “No, quella viaggia con la band”. “Cazzo, sembra una band del dopolavoro ferroviario”…..e via di questo passo.
Una volta giunto a casa mi sono accorto che la percezione della serata era stata completamente differente, in particolare per i ragazzi più giovani. Ho capito che il problema non era Spiral Stairs, che in fondo aveva fatto un concerto discreto, allo stesso modo non era una questione che riguardava l’entusiasmo di quelli che ai tempi dei Pavement probabilmente non erano ancora nati ma esclusivamente dell’atteggiamento fastidioso che avevo tenuto per tutta la serata. Il problema ero io, insomma.

All the colors, see the colors, make the colors, feel the colors
She says
See it in your eyes
All the colors, see the colors, make the colors, feel the colors
Tell me, do you feel alive?

Questa cosa mi ha fatto pensare e non è un caso che ne scriva ora, a distanza di qualche mese. Nel frattempo il nuovo album di Beck non è più così tanto nuovo ma nonostante sia un disco “facile”, di consumo frivolo, da ballare cucinando ha continuato a rimanere stabile tra i miei ascolti preferiti ed è finito nella mia personale top 10 di fine anno (che devo ancora decidermi a fare, tra l’altro). Perché giunge un tempo dove le foto con il broncio non vanno più bene. Il bianco e nero stufa.
La musica ha un valore che è più grande di quello del singolo individuo, è il frutto dello sviluppo di una comunità (anche se una canzone nasce in una cameretta davanti ad un pc) e tutti i nostri “self” vanno lasciati in disparte. Anche se ci costa doverlo fare. La musica, quello che rappresenta, quello che ha significato nella nostra esistenza merita uno sforzo genuino che è una questione di rispetto in particolare verso noi stessi. Il disco di Beck mi ha ricordato tutto questo e non è poco.

TY SEGALL – The Main Pretender

Ho perso il conto, sinceramente. Non so davvero più raccapezzarmi tra tutte le nuove uscite di Ty Segall, tra singoli, EP, progetti paralleli e quant’altro. Quello che mi passa tra le mani lo ascolto sempre, però e spesso finisco per acquistarlo. Una canzone come questa, che anticipa un nuovo album, non può non piacermi, del resto. Ty Segall ha le stigmate del rock’n roll ben impresse nel proprio DNA e non sbaglia un colpo, mai. Neppure se tentasse di farlo apposta.

SHAME – One Rizla

Lo so, ne abbiamo già parlato. Ma questi sono dettagli quando ci prende la fotta giusta per qualcuno. Questa canzone è un SINGOLO. Punto.
Ha un giro di chitarra sentito mille volte, un sapore inizio anni ottanta manco fosse una canzone dei primi Bunnymen purgata dall’anima dark. Il cantante ha una faccia da schiaffi degna dei primi Oasis ma un cervello più fino. Ne viene fuori una canzone da cantare a squarciagola, indice sollevato ad indicare le stelle, come se fosse tutto al posto giusto e tutto avesse un senso.

GRAHAM COXON – Falling

Questa è magnifica. Davvero. Dimenticatevi i Blur e tutto il resto. E’ una ballata classica che regala brividi dal primo all’ultimo istante. Scritta da Luke Daniel, un amico di Graham che si è tolto la vita poco dopo averla composta. Uscita in digitale e su 7 pollici con una parte dei proventi destinati alla Campaign Against Living Miserably. Il nome di Epic Soundtracks mi si para davanti e davvero non mi viene in mente nessun accostamento migliore per fare un complimento a qualcuno. Brividi.

INSECURE MEN – Subaru Nights

Lo devo confessare: i Fat White Family non mi hanno mai colpito più di tanto. Tant’è che quando ho letto di questo progetto di Saul Adamczewski, nato come passatempo o poco più, sono partito leggermente prevenuto. Invece in questo caso l’uomo è andato proprio in una direzione che ha finito per toccare le corde del mio personale gusto: sparita l’irruenza punk un po’ caciarona, mood riflessivo, strumentazione minimale e registrazione low-fi. Canzone sostanzialmente pop ma con un retrogusto amaro, nessuna spensieratezza all’orizzonte, alla faccia dei buoni propositi.

Cesare Lorenzi