Resistenza (Fiver # 21.2016)

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Lei aveva un locale. Lei, per la gente, era la capa di una bella squadra di soggetti strampalati. Una che doveva farne di quattrini, ma che ci si sbatteva anche un sacco dalla mattina alla sera. Alla notte, se dobbiamo dirla tutta.
Lei alzava ogni mattina la serranda di quel posto pieno di tavoli e sedie e fotografie alle pareti. Le occhiaie sempre scure, gli occhi gonfi di chi dorme sempre troppo poco ma insomma, dopo aver chiuso non puoi mica andare a casa. Vuoi non restare con Marco, Mari e Stefano a far chiacchiere?
Di solito era politica: gli anarchici, si sa, adorano stare al bar a far chiacchiere. Magari bevendo San Carlo e pulendosi i baffi folti col dorso della mano. Tatuata. Ovviamente.
Lei apriva ogni mattina la porta della sua osteria che era anche la porta della sua casa anche se lei lì non ci viveva ma ci amava forte, ogni minuto.
Lei, ogni volta che accendeva le luci di quel posto, illuminava vite che non erano la sua ma che lei, forse nemmeno del tutto consapevole, aveva cambiato: la cuoca che era scappata da un marito che amava troppo le carte, il vino e le mani pesanti; il lavapiatti bangladese che un anno prima vendeva le rose lì dentro. Il tuttofare che aveva dormito così tante notti sotto le stelle da far ancora fatica a ricordarsi le chiavi di casa.
Lei aveva creato un mondo a sé, che per gli altri era solo un locale, un posto in cui entri, saluti, ricevi un sorriso, ti siedi e mangi.
E poi chiudeva ma a casa non ci sia poteva andare mai perché Anna voleva piagnucolare un po’ che non trovava l’amore ma grazie che ci sei tu ad ascoltarmi. Ashraf doveva tornare in Bangladesh a salutare il padre morente e bisognava combinargli le ferie e dargli una mano col biglietto aereo. E magari anche Carlo, che non beveva più se no gli veniva la malinconia, una volta ogni tanto quei due bicchieri gli andava proprio di farseli.
Lei aveva salvato se stessa salvando altri. Ma non lo sapeva nemmeno. Lei era, semplicemente, così.
Lei resisteva.

Lui era un artista ormai. Noto, famoso potremmo dire. Lui era nato nelle strade, graffittando i treni, i muri. Scappando dai vigili, dagli sbirri che, faro acceso sopra la macchina, inseguivano le bombolette che riempivano i vuoti di quelle strade in cui mai niente di bello si raccontava. Ma lui era bravo. Tanto. Così tanto che qualche fotografo aveva iniziato ad immortalare quelle che erano diventate opere sui muri di palazzoni di Berlino o Bologna o chissà dove, non importa. E qualcun altro aveva iniziato a scrivere di lui. E lui era diventato il suo nome d’arte, uno che conta anche se non esiste, perché è soltanto un nome d’arte e un dipinto che compare, all’improvviso, su un muro di una strada qualunque.
Lui voleva solo dipingere il vuoto. Rendere bello il brutto. Raccontarsi sull’intonaco delle periferie che colorava con tratti polemici e rabbiosi, divertiti e feroci.
Lui era stato chiamato da una segretaria: una fondazione. Una di quelle cose che lui non aveva mai capito: soldi che senza un motivo si spostano di tasca in tasca e organizzano eventi, finanziano arti e mestieri.
La signorina, sicuramente camicia bianca su una bella scollatura con tacco almeno sette almeno, forse nove e con un bottone in meno, lo capiva dal tono della voce, gli chiedeva di poter usare dei suoi lavori, ovviamente previo accordo economico, per una mostra che ci sarebbe stata fra un po’ di mesi in un museo.
Un museo? Lui non poteva pensare che la sua voglia di libertà e movimento potesse essere imprigionata tra le mura di un museo e disse no, grazie.
La signorina che si era abbottonata e adesso aveva si piedi due ballerine aveva chiuso la telefonata secca, quasi stizzita. Senza tacco. Né rossetto.
La fondazione, sempre quella cosa senza un volto, quella cosa che lui non capiva, decise che lui doveva esserci comunque. Loro staccarono pezzi di muro coi suoi colori e le portarono in un palazzo ricco del centro.
Lui cancellò di sua mano tutte le opere che aveva sparpagliato per la città.
Lui se ne andò.
Lui resisteva.

Loro avevano pensato che quel palazzo vuoto da vent’anni in quella strada brutta del centro della città non aveva senso: perché uno spazio vuoto quando così tanti corpi chiedono spazio da occupare? E allora avevano fatto la cosa più normale, la più sensata.
Loro avevano occupato quel palazzo. Avevano rotto il lucchetto alla porta e avevano chiamato tutte le persone che conoscevano che avessero bisogno di un tetto e gliel’avevano dato. Avevano abbracciato padri che sorridevano per figli che avevano muri e termosifoni e acqua che usciva dal rubinetto.
Loro avevano detto che quel posto era un forse, un proviamo a tenerlo ma sapevano che ad altri non sarebbe andato bene. Che la città non voleva cedere spazi che i soldi non potevano comprare. Piuttosto li lasciava marcire, morire.
Loro avevano trattato col potere. Avevano stretto accordi e mani che non avrebbero voluto toccare, ma quello serviva. Il sorriso di Amina, che poteva andare in autobus a prendere i bambini a scuola e aiutarli a fare i compiti, era più importante di qualunque teoria politica, di qualsiasi prassi organizzativa, anche del senso di sporco dopo una stretta di mano.
Loro avevano tenuto quel posto per molto tempo. Ci avevano messo dentro dei servizi al piano terra: l’insegnante di italiano per stranieri, il centro d’ascolto per le donne vittime di violenze, il medico una volontario una volta la settimana.
Loro avevano messo mattoni, tolto mattoni, rotto mattoni.
Poi, erano passati anni, ma chi non voleva che il bisogno contasse più del denaro aveva spinto il bottone giusto e quella mattina erano arrivati un sacco di puffi tutti blu. Forse neanche del tutto consapevoli di essere puffi ma non per questo meno colpevoli di esserlo.
Loro non sapevano cosa fare. Vedevano Amina col viso fra le mani che piangeva mentre i puffi, manganelli in mano, portavano fuori i bambini dalla cameretta, ribaltavano il tavolino del soggiorno e tiravano i capelli di Adiba che voleva solo poter restare in camera sua. Camera. Sua.
Ma non era sua.
E loro si erano arrabbiati, avevano parlato, avevano gridato. Poi avevano colpito.
Loro adesso i mattoni li tiravano.
Loro resistevano.

Lui aveva visto quella stanza vuota con la vetrina proprio sulla strada, proprio vicino a quel bar che tutti conoscono. Lui aveva visto quel pavimento e le piastrelle bianche del muro dietro e aveva visto la bellezza abbandonata. La bellezza inconsapevole. La bellezza non voluta.
Lui aveva deciso che quella bellezza doveva diventare per tutti, che quella vetrina andava liberata dai fogli di giornale ingialliti che la coprivano.
Lui aveva grattato pavimenti, pulito quel grande vetro fino a renderlo di nuovo trasparente. Aveva trovato le poltroncine, le lampade calde, le piante che davano aria.
Poi li dentro ci aveva messo della gente che aveva voglia di fare una cosa e di raccontarla. A tutti. Solo perché era bello farlo.
Loro avevano suonato, lei aveva cantato. Lui aveva letto le sue poesie. E la strada si era riempita, ogni volta, di facce che da dietro il vetro guardavano, ascoltavano. Facce che poi sorridevano e parlavano e occhi s’incontravano in quella stanzetta e si conoscevano.
Un vicolo si era illuminato per un’idea: riutilizzare uno spazio vuoto, rendere bello il brutto, riempire il vuoto.
Lui, in pochi metri quadrati, aveva abbracciato cuori e fiato, polmoni e sorrisi.
Lui resisteva.

Lei suonava la chitarra, lei cantava, in inglese anche se tutti le dicevano che con quella voce doveva cantare in italiano, magari delle parole più semplici che poi vai a San Remo. A lei di San Remo fregava proprio niente, ma della voglia di cantare un sacco.
Lei ascoltava i Black Lips ma anche Billy Bragg e scriveva le sue canzoni pensando alle donne piene di rabbia che la fame e padri e mariti bastardi avevano fatto piangere.
Quand’era ubriaca a volte, chinata sulle ginocchia, cantava più forte e poi alzava il pugno in cielo.
Poi suonava qualcosa che girasse attorno a quelle parole che aveva tradotto in una lingua che non era sua ma suonava bene e, soprattutto, con una canzone in inglese a San Remo non ci vai se non a comprare tulipani.
Lei caricava l’ampli e la chitarra in macchina e partiva. Andava dove la chiamavano, dove Giorgio, che di giorno era commesso e di sera manager, booking e ufficio stampa in cambio di una pizza e un po’ meno solitudine le diceva di andare e suonava e si sgolava ogni volta come fosse l’ultima occasione nella vita di dire quello che sentiva.
Quello che bruciava dentro.
Lei cantava dove poteva, quando poteva. Lei macinava chilometri a rimborso spese. Lo faceva perché l’unica paga che la riempisse veramente erano i sorrisi sotto al palco, le persone che a fine concerto le dicevano solo grazie.
Lei resisteva.

La bellezza è sempre resistenza. Resistere è un obbligo. Dobbiamo resistere al nulla che, come ne La Storia Infinita di Michael Ende, porta via ogni giorno pezzi di vita.
Siate bellissimi. Siate resistenti.

Fabio Rodda

Portami via di qua, sto male (Fiver #15.2016)

A Minor Place "The Youth Spring Antology"

A Minor Place “The Youth Spring Antology

Spesso tendo a confondere le sensazioni personali facendole passare inconsciamente per dati di fatto quindi potrei tranquillamente sbagliarmi, ma ho la netta impressione che nell’ambiente che sono solito frequentare non si  sia mai parlato così tanto di musica italiana come negli ultimi tempi. Che poi a pensarci anche solo un attimo quello di musica italiana è un concetto soggetto a libera interpretazione. Un po’ come la nazionalità dei calciatori in questa strana epoca. Cosa è che definisce italiano un musicista? Il solo fatto di essere nato entro i confini geografici o c’è dell’altro? Cito casi recenti solo come esempi : la musica di Birthh e dei Be Forest è musica italiana quanto quella di Calcutta e Colapesce? Giuda e Any Other sono italiani allo stesso modo di Caso e L’Orso? In altre parole: la musica italiana è un genere a se stante tipo il post rock, la new wave o il funky, oppure no? Per tanti anni gli addetti ai lavori si sono accusati l’un l’altro di provincialismo a seconda di chi a turno decideva di considerare la musica italiana come categoria a parte e chi no. Personalmente per sgomberare il campo dai tanti equivoci in cui mi è capitato di imbattermi negli ultimi mesi definirei effettivamente e senza alcun dubbio la musica italiana come specie autonoma in un unico caso: quando il cantato è in lingua madre. Che poi parlando di rock uscito dal punk in avanti questo succede anche nelle altre parti del mondo. Qualche caso di internazionalizzazione legato alla lingua francese, qualche altro a quella tedesca, poi riga.
Procedendo al passaggio successivo – verificato il teorema di cui sopra e semplificando i concetti – quando si è poi dentro alla categoria “italiana” due soli sono i modelli di riferimento cui attingere: target sanremese, un evergreen con progressive sofisticazioni apportate negli ultimi anni dalla presenza al festival di musicisti di estrazione alternativa; format cantautore anni ’70 più o meno (ma in genere molto meno che più) contaminato da istanze di rinnovamento.  Poche le eccezioni alla regola: l’hard core punk in blocco e quei gruppi che hanno un po’ mescolato le acque shakerando la metrica (CCCP? Offlaga? Massimo Volume?), tutti nomi che peraltro – per come la vedo io – sono comunque ancora classificabili come tipicamente italiani. Ricordavo di aver scritto qualcosa in proposito ai tempi, decisamente poco sospetti, della versione 1.0 di Sniffin’ Glucose e per curiosità sono andato a riesumare il quando (30/8/2006) e a rileggere il cosa: “L’altro giorno discutevo con un amico a proposito di musica e la nostra conversazione ruotava attorno a una canzone,  Portami via di qua, sto male, versione italiana di Get Me Away from Here, I’m Dying dei Belle and Sebastian proposta dai Perturbazione (nel disco tributo A Century of Covers pubblicato on line all’epoca dalla Kirsten’s Postcard). Il pezzo è una meraviglia nella sua versione originale, e lo rimane  anche nella traduzione italiana. Eppure, come l’ amico mi faceva  notare, la canzone potrebbe benissimo essere scambiata per una di quelle che annualmente invadono l’aria sull’abbrivo del Festival di Sanremo. Intendiamoci, le canzoni di Sanremo  mediamente sono peggiori, con tutta quella melassa spalmata sopra, quegli arrangiamenti orchestrali e quei fiori che spuntano fuori da ogni angolo. Le canzoni dei Belle and Sebastian e pure quelle dei Perturbazione sono un’ altra cosa. Ma il punto è un altro: una qualunque canzone cantata in italiano e dotata di una melodia pop appena un po’ accattivante, pare essere adatta a partecipare al Festival di Sanremo. Questo sosteneva il mio amico. E pensandoci non aveva tutti i torti. Perché a dire il vero quell’idea aveva già  attraversato il mio orizzonte all’ascolto di dischi come quelli degli stessi Perturbazione o che so, dei Baustelle, tanto per fare due nomi noti. Trovarsi a fare le medesime considerazioni sulla struttura di una canzone dei Belle and Sebastian però  fa davvero strano. E magari la questione ci fornisce anche qualche spiegazione sul perché molti ritengano che dalle nostre parti non esista una sufficiente cultura musicale e continuano a inviperirsi appresso a ogni successo locale, imbastendo confronti con ciò che succede al di là del confine. Tradotto: se i Belle and Sebastian anziché a Glasgow fossero nati a Busto Arsizio e si fossero chiamati La Bella e Sebastiano, sarebbero probabilmente finiti sul palcoscenico dell’Ariston. E pur proponendo le stesse identiche canzoni che stanno dentro If You’re Feeling Sinister e The Boy with the Arab Strap avrebbero certamente indispettito molti di noi, quelli stessi a cui le medesime canzoni cantate in inglese hanno viceversa regalato emozioni e lacrime”.
Dove sta il punto in tutto ciò? Da nessuna parte e ovunque, ognuno lo metta dove preferisce. Radici personali mi indirizzano verso una scarsa propensione e comprensione della musica italiana, ma è appunto una faccenda privata e non vuole essere una presa di posizione a favore o contro (il disco di Caso – per dire – ultimamente è stato uno dei miei ascolti preferiti), piuttosto una semplice constatazione di meraviglia nel vedere molta gente che conosco interessarsi tanto a un genere che pensavo gli appartenesse poco.
Perché ho scritto tutto questo oggi? Essenzialmente per due motivi: mi sono annoiato moltissimo a leggere e ad ascoltare un sacco di discussioni serie, a volte molto serie, riguardo i “nuovi cantautori italiani” (se ben ricordo si partì a sproloquiare sulla Kurt Cobain di Brunori sas) e volevo esprimere con me stesso il disappunto per la quantità di tempo che ho speso a interessarmi all’argomento (ovvio che sono fatti miei, ma tutto quello che scrivo qui fa parte dei fatti miei). Il secondo è che volevo bullarmi del fatto che con anticipo di 8 anni avevo collegato i miei amici Perturbazione al festival di Sanremo (non che ci volesse un genio, ma tant’è…).

Di seguito cinque esempi di canzoni innegabilmente non italiane in uscita, cantate e suonate da musicisti indubbiamente italiani:

A Minor Place “When Silvia Dies

Di loro ne avevamo già parlato qui poco meno di un anno fa. Ora escono con un disco nuovo che non si può raccontare e di cui non voglio nemmeno spiegare. E’ un oggetto bellissimo: l’assunto – mi raccontava Andrea, il cantante – è sempre considerarsi un appassionato, un ascoltatore più che un musicista. Non avrei esitazione, dovessi scegliere, su dove collocarmi. E allora,mi piace fare dischi che mi piacerebbe acquistare, tutto qui. E ho la fortuna di potermelo permettere: ho una Skoda con 250.000 km sul groppone, ma spendo xxxx euro solo per le copertine del disco. Non l’avresti fatto anche tu al posto mio? Si Andrea, se solo sapessi suonare un qualunque strumento e avessi la metà della tua capacità nello scrivere canzoni lo avrei fatto, eccome.

JJ Mazz “Asshole

JJ Mazz è l’ultima incarnazione di Luca Mazzieri, chitarra in Marla prima e A Classic Education poi , Mr Wolther in Wolther Goes Stranger e 1/2 di Barberia Records. Ci lega un antico rapporto di stima e capita che ogni tanto ci si confronti. Un paio di mesi fa Luca mi ha mandato il demo di quello che diventerà a breve il suo primo disco solista. Me lo presentò descrivendolo così: “20 minuti ma è un vero e proprio disco. il mio. non so bene cosa sarà. Mi piacerebbe una cassettina Barberia in 41 copie ( i miei anni). Mi piacerebbe suonarlo ogni tanto in qualche posticino piccolo tra amici, stile dive bar basso chitarra e batteria ma ancora appunto non so, intanto ho sentito il bisogno di farlo. Mi sono chiamato JJ Mazz”. Qualche giorno dopo gli risposi: “il disco non l’ho ancora inquadrato ma mi piace, Asshole per me è una hit se decidi di caricarla da qualche parte rendendola pubblica avvisami che la metto in un Fiver di Sniffin’ Glucose”. Detto fatto.

Jambox “Waikiki 513
https://soundcloud.com/jamboxtheband/waikiki-513/s-OoK8N
I Jambox arrivano da Torino e Spleen è il loro ep in uscita. Shoegaze molto rumoroso con una scia melodica di quello che a me sono sempre piaciute, tra My Bloody Valentine, Ride, Jesus and Mary Chain e dio solo sa cos’altro.

Dead Horses “The Cross

Di loro non sapevo assolutamente nulla finchè un paio di settimane fa non me li sono trovati davanti ad aprire la Uranium Night al Mattatoio di Carpi. I due ragazzi stanno seduti e suonano la chitarra, la ragazza in piedi pesta un paio di tamburi. Sangue, sudore, lacrime, ma alla fine sono solo sorrisi.

Sky Of Birds “Deceivers

Tra le frasi che loro stessi utilizzano per presentarsi quella più adatta di tutte è: realtà e illusione racchiusi nel tremolo di una chitarra nel deserto. Alcuni di loro stavano dentro ai Mosquitos (per chi li ricorda, e io me li ricordo bene), Blank Love è il primo album e il pezzo che ho scelto qui sopra mi ricorda i Feelies. Basta e avanza.

Arturo Compagnoni