Le Traduzioni

Quanto conta il titolo di un’opera? Cosa vuol dire tradurre? Immaginate capolavori come La Haine, The Goodfellas, The Wild One se fossero diventati, nella traduzione italiana, Periferia, I Picciotti e L’Incivile anziché, per il buon senso di qualcuno – sono i distributori che piazzano i nomi tradotti nel loro mercato di pertinenza? Qui ci vorrebbe l’esperto Max Sterpi – che ha deciso di tradurre letteralmente: L’Odio, Quei bravi ragazzi e Il Selvaggio. In questi giorni sto lavorando a un romanzo e cercavo degli spunti riguardando alcuni film per me importanti e mi sono reso conto di averne due di cui detesto il titolo italiano: Eternal Sunshine of the Spotless Mind, diventato l’innominabile Se mi lasci ti cancello e My Own Private Idaho, barbaramente trasformato in Belli e dannati
Quest’ultimo, di Gus Van Sant del 1991, ha segnato gran parte, me ne sono reso conto solo l’altra sera mentre lo riguardavo, della mia estetica e del mio immaginario fotografico, quel portfolio da cui pesco nello scrivere. Non ricordo con chi e perché lo guardai, forse per River Phoenix la cui bellezza abbagliante mi ha sempre turbato, forse perché di Van Sant avevo letto in qualche rivista musicale nei primi Novanta, ma fu un’illuminazione: la scena della casa di legno che cade dall’alto sulla strada deserta mi ha smosso qualcosa dentro, l’idea di catturare concetti con l’immagine, il sogno di dire una cosa attraverso una fotografia. Fu l’epifania del mio immaginario. Scoprire poi, dieci anni dopo, che quel film trasponeva, traduceva, la storia dell’Enrico IV di Shakespeare, letto per un esame all’Università, fu come chiudere un cerchio: incontravo di nuovo, alla fine degli studi, un film che mi aveva così colpito da rimanermi impresso nella memoria. 


Non sono un gran appassionato di cinema, o, meglio, amo il cinema ma, non so perché, non lo seguo. I film mi capitano, mentre la musica e la letteratura le ho sempre cercate, studiate. Non chiedetemi perché, ma è così. Poi, quando mi portano al cinema e vedo la meraviglia della sala silenziosa – ecco, mai nei multisala col tizio di fianco che mangia i popcorn e quello dietro che risponde al telefono – e il volume alto riempie l’aria, ecco che mi commuovo di fronte alla bellezza di certe pellicole, ma, d’istinto, fra un concerto, un libro e un film, quest’ultimo rimane in fondo alla classifica. Di certo una mia mancanza, cui spero di poter rimediare quando – quando? – potremo tornare nelle sale.

Ma, torniamo a noi. Perché la polemica con le traduzioni dei titoli? Con My Own Private Idaho la risposta viene dall’importanza che questo ha per la pellicola: ne è la spiegazione, il riassunto, il senso dell’intimità e del dolore di Mike, della ricerca disperata di sua madre, unico nido privato, “suo” e felice in una vita di pioggia e droga fra Seattle e amici disperati o traditori. Belli e dannati non ha nulla a che fare con questa storia: è la semplificazione e banalizzazione della vita dei due protagonisti che sono sì belli e pure dannati, ma il senso del film non sta in questo, sta nella strada, nel Idaho privato, l’angolo felice “tutto suo” di Mike, reale o immaginario che sia. La traduzione trae in inganno: sminuisce il senso del film, lo riduce. Belli e dannati è, tutt’al più, la traduzione del titolo di un romanzo del ’22 di Francis Scott Fitzgerald, in originale The Beautiful and Damned, e proprio questo mi sarei aspettato dal film di Gus Van Sant. La traduzione mi avrebbe trasportato nella direzione sbagliata. Solo il caso e la mia ignoranza fecero sì che io guardassi il film senza nessuna pretesa e preconcetto e che, quindi, avessi la mente e il cuore libero per innamorarmene.


E cosa dire del vero e proprio crimine commesso con Eternal Sunshine of the Spotless Mind? Il titolo italiano che richiamava quelli di commediole contemporanee, americanate da guardare in una sera da zero pensieri e cervello su off, probabilmente ha fatto guadagnare qualcosa in più al botteghino, ma vogliamo parlare dei danni? Chi pensava di andare al cinema a vedere un nuovo Se scappi ti sposo, a metà film avrà voluto suicidarsi e chi, come me, avrebbe potuto amarlo, si guardò bene dall’andare al cinema. Mea culpa: non conoscevo Gondry. Chiedo perdono, il cinema, come ho già detto, non era un’arte che studiavo. Quindi, non sapevo fosse il regista di splendidi videoclip, il visionario che certamente non avrebbe girato un film alla Hugh Grant, di cui per altro confesso di aver visto e con gran piacere molti film. Quindi, quel titolo e Jim Carrey, che per me era quello di Scemo e più scemo e The Mask e che non sapevo fosse un grande davvero, in locandina. Risultato? Passato nel dimenticatoio e non l’ho visto per un decennio. Finché, una sera, qualcuno da qualche parte mi fa: «è come in Eternal Sunshine of the Spotless Mind» e io resto fulminato da quel titolo e dico: «cheeee?» e questo qualcuno mi dice: «sì dai, Se mi lasci ti cancello» e così vidi uno dei film più dolci e struggenti della mia vita.

Mea culpa, ripeto: potevo cercarmi il titolo originale, potevo conoscere Gondry e potevo non avere pregiudizi su Jim Carrey. Tutto vero. Ma i titoli esistono per una ragione: accendere la luce su quello che vuoi illuminare della tua opera, invitare chi potrà essere interessato. Non si giudicano i libri dalla copertina e non si dovrebbe farlo dal titolo, ma, secondo voi il titolo non influenza? Se Abel Ferrara non avesse chiamato Bad Lieutenant così, avrebbe lasciato lo stesso segno? Se Kassovitz avesse chiamato La Haine con un altro nome, chessò, Banlieue, avrebbe reso lo stesso? Eppure, sarebbe stato pertinente.


Non basta la pertinenza: il titolo deve dare una categoria mentale, un tocco di pennello, deve colpire, deve trasmettere un immaginario, invitare una scrematura di pubblico. Trasformare Eternal Sunshine of the Spotless Mind – sentite anche la musicalità, la bellezza della forma delle parole – in quel titoletto per commediole da divano e calzettoni di lana? Dovrebbe essere dichiarato reato. Tradurre significa volgere in un’altra lingua e, per estensione, ripetere, spiegare. Ma, anche e soprattutto, trasportare: se tradurre è trasportare nel senso di trasferire un pensiero in un’altra lingua o forma, è fondamentale che sia rispettata l’idea originaria di questo pensiero. Perché le edizioni serie di poesia mantengono il testo a fronte? Perché nella brevità, nella necessaria densità concettuale delle parole, in un titolo come in un verso, si esprime molto più che nella prosa e la sola traduzione può portarci lontano dalla strada su cui dovevamo stare.


Ma, perché un’invettiva contro le errate traduzioni, ispirata dalla mia esperienza con i film, ma avrei potuto parlare allo stesso modi di narrativa, poesia e testi filosofici? Tradurre significa trasmettere, trasferire. Mai come in questo tempo sospeso mi chiedo come ci stiamo traducendo, verso cosa stiamo andando; in che modo e in che mondo ci stiamo trasferendo e le risposte che vedo dipanarsi di fronte alla mia domanda, piuttosto angosciata dopo un anno infernale, mi spaventano: se sbagliamo a tradurre quello che siamo, se facendo passi in una direzione che vediamo obbligata –  è tristemente tornato di moda il TINA “There Is No Alternative” di Thatcheriana memoria, il pensiero unico e indiscutibile –  ci perderemo nel bosco buio e presto non ci ricorderemo da dove eravamo partiti. Se acceteremo tutte le imposizioni, le categorie indiscutibili in cui siamo immersi come pulcini terrorizzati, pronti ad abbracciare qualunque dispotismo purché ci liberi dal male amen; se continueremo quest’opera di traduzione errata delle nostre vite, ci troveremo fra pochissimo a essere, non solo sembrare, qualcosa di completamente diverso da ciò che eravamo, da ciò che magari vorremmo rimanere.

Il passaggio da viventi a sopravviventi può essere un terribile errore di traduzione che determinerà la narrazione successiva. Potrebbe far sì che ci si ritrovi ad allontanare le persone che un tempo avremmo avvicinato, perché portiamo nell’anima un errore di traduzione di cui non riusciamo più a liberarci; potrebbe far sì che noi stessi, davanti a uno specchio, ci troveremo a domandare a uno sconosciuto un perplesso e preoccupato “e tu chi sei?”, incontrando nel riflesso il frutto di una storia che non avevamo scritto noi, che non volevamo e che abbiamo accettato, abbiamo lasciato essere: abbiamo tradotto male dall’originale dando il via a una serie infinita e interconnessa di ricadute.

Magari bastava restare fedeli. Fedeli al proprio titolo, alla propria rappresentazione di sé, ai propri desideri solo messi in pausa e non soffocati, ai propri sogni che non possono essere uccisi da un virus e neanche, spero, dalla risposta che la società a questo virus ha dato, facendo forse danni più terribili e duraturi della malattia. Magari bastava stare attenti e rispettarsi così tanto da non permettere che di noi venisse fatto un errore di traduzione, uno scempio come trasformare Eternal Sunshine of the Spotless Mind in Se mi lasci ti cancello.

Fabio Rodda